A Caracas e a Mosca hanno scoperto che la libertà, oggi, ha la forma di un gettone digitale. Si chiama Tether, vale un dollaro, e serve a fingere che il dollaro non serva più. Una beffa da episodio di Black Mirror: per sfuggire all’impero americano, basta usare la sua moneta travestita da criptovaluta. In Venezuela l’idea è partita da Nicolás Maduro, ora in una cella di Brooklyn. La sua economia, affondata come il bolívar, galleggia grazie a Tether, usato per vendere petrolio e aggirare le sanzioni. La compagnia statale PDVSA incassa token invece di dollari e li rigira in valute “amiche”. Il risultato? Caracas sopravvive, e Washington, gabbato lo santo con il rapimento stile Hollywood del leader, tollera i chavisti ancora al potere.
In Russia la musica è la stessa, solo più sinfonica. Vladimir Putin, con un patrimonio occulto che secondo Bill Browder tocca i 200 miliardi di dollari, ha copiato la lezione venezuelana: criptovalute per respirare sotto la cappa delle sanzioni USA-UE (siamo al 19° “pacchetto”). Nel 2024 ha persino legalizzato l’uso di asset digitali per i pagamenti esteri delle sue grandi aziende. Così le società di Stato russe possono commerciare petrolio e microchip con Cina, India, Turchia o Emirati, usando un token che riproduce il valore del dollaro, per poi cambiarlo in yuan, rupie, dirham.
Al centro di questa rete parallela del denaro, c’è un italiano: Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese, oggi terzo uomo più ricco d’Italia e padrone del 47% di Tether. Un genio, sinceramente. Ha offerto oltre un miliardo per comprare la Juventus, ma il suo vero stadio è il mercato globale delle criptovalute, ne ha una fetta più che maggioritaria. Con il socio Paolo Ardoino, CEO e miliardario anche lui (n. 5 secondo Forbes), guida questa sorta di “banca centrale ombra” che vale 186 miliardi di dollari.
Le autorità americane fingono di non vedere. Ogni tanto una multa: 18,5 milioni nel 2021 dopo l’inchiesta della procuratrice di New York Letitia James (riserve “garantite” e invece prestiti e incastri con Bitfinex: odore di frodi bancarie e dichiarazioni false), poi altri 41 milioni dalla Cftc per versioni creative delle riserve. Fine della tragedia, inizio dell’oblio. Da allora Tether collabora persino con l’Ofac, cioè l’ufficio del Tesoro Usa che gestisce le sanzioni e decide chi è “legittimo”, congelando i wallet “sospetti”.
Secondo l’Onu, la blockchain è la moneta preferita per traffici e riciclaggio nel Sud-est asiatico. Ma finché serve a tenere in piedi Caracas e Mosca, nessuno a Washington sembra particolarmente turbato. Men che meno Donald Trump, che fa sequestrare Maduro da Marina, Aviazione e Delta Force con la balla del narcotraffico ma puntando al greggio, mentre guadagna milioni con la piattaforma cripto di famiglia, World Liberty Financial. Se volesse davvero fermare il flusso di Tether e bloccare il suo amico-nemico Putin, dovrebbe bombardare il suo stesso portafoglio.
E così, tra i sermoni sulla libertà e gli affari di famiglia, l’America lascia correre, ma il suo declino accelera. La Russia compra pezzi di tecnologia militare, il Venezuela paga i suoi debiti in token, e Devasini diventa sempre più ricco. Tutti fingono di odiare il dollaro, ma in realtà lo venerano in formato digitale. La guerra, quella vera, si combatte a colpi di bit. Politica e geopolitica, ai tempi di Trump, sono propaganda, per i gonzi che guardano la tv. Il capitalismo dell’ipocrisia.
Il dibattito sulle cripto-attività sta entrando in una nuova fase. Potrebbe finire presto la polarizzazione tra entusiasti – genuini, manipolatori, ingenui – e demonizzatori, coloro che si sono concentrati esclusivamente sui prezzi, sulle bolle speculative e sulle truffe, riducendo un fenomeno complesso a una caricatura finanziaria. Con una capitalizzazione globale del mercato cripto che ha superato i 4 trilioni di dollari, il tempo sembra maturo per spostare il confronto su un terreno più solido e politicamente rilevante: quello del ruolo che le tecnologie sottostanti le criptovalute (DLT, distributed-ledger-technology, blockchain, ecc.), che con esse coincidono ma che svolgono funzioni anche assai differenti, possono assumere (e già hanno assunto) per gli scambi economici e l’efficienza delle infrastrutture di mercato. Interrogandoci sulla più opportuna postura che gli Stati e le autorità di supervisione finanziaria debbano assumere di fronte ad un fenomeno che, nato apposta per sfuggire al loro controllo, assume proporzioni rilevanti per l’economia reale.
In generale, governi e vigilanza mantengono una posizione di estrema prudenza, spesso difensiva, con l’Unione europea sul podio – anche in questo campo – per ortodossia e conservatorismo. Nel frattempo, diventa sempre più evidente che sotto la crosta speculativa si sta consolidando un insieme di tecnologie – la tokenizzazione e i registri distribuiti – che promettono di modificare in profondità il modo in cui gli asset (tutti gli asset, non solo quelli nati dall’anarchismo finanziario) vengono emessi, scambiati e regolati.
Un nuovo credito?
Al termine del terzo trimestre del 2025, l’ammontare globale del credito erogato e garantito da criptovalute ha raggiunto un nuovo massimo storico, segnando il culmine di un percorso turbolento caratterizzato da cicli estremi di espansione e contrazione. Si tratta di un credito ancora fortemente mosso da obiettivi di pura speculazione ma che, in modo crescente, è finalizzato a funzioni di gestione ed efficienza dei flussi finanziari. Questo credito è la somma di quanto erogato tramite protocolli di finanza decentralizzata (DeFi), da intermediari centralizzati (CeFi) e attraverso l’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) per la creazione di stablecoin.
Tra il 2020 e il 2021, il mercato aveva già vissuto la sua prima fase di crescita esponenziale, guidata dall’innovazione dei contratti intelligenti su Ethereum (ETH) e dalla proliferazione di piattaforme di prestito che offrivano rendimenti ampiamente superiori a quelli dei depositi bancari tradizionali (Aramonte et al., 2022). Questo periodo, spesso definito “DeFi Summer”, ha visto il debito aperto passare da valori prossimi allo zero alla fine del 2019 a circa 5 miliardi di dollari alla fine del 2020, con il picco di 69,37 miliardi di dollari registrato nel quarto trimestre del 2021 (Pokorny, 2025-2). Tuttavia, la fragilità di molti modelli di business centralizzati (CeFi) e l’interconnessione opaca tra i vari attori hanno portato a un collasso sistemico nel 2022. Il crollo di protocolli come Terra/Luna e il conseguente fallimento di giganti del credito come Celsius, Voyager e Genesis hanno ridotto drasticamente la fiducia e la liquidità (Mittal, 2023; FSB, 2025).
La ripresa osservata tra il 2024 e il 2025 è stata guidata non solo dal recupero dei prezzi degli asset, ma da una migrazione strutturale verso la trasparenza della DeFi e dall’ingresso di capitali istituzionali regolamentati attraverso nuovi strumenti, come gli ETF spot, fondi d’investimento quotati in borsa che detengono direttamente l’attività sottostante, come ad esempio il Bitcoin (BTC) o ETH, anziché derivati o contratti finanziari (TRM, 2025).
La DeFi è infatti diventata il segmento dominante, con un’esposizione che ha raggiunto i 40,99 miliardi di dollari a fine settembre 2025. Dando prova di una resilienza strutturale superiore: laddove gli intermediari centralizzati sono crollati a causa di esposizioni non garantite e di una gestione opaca delle riserve, i protocolli DeFi hanno preservato la propria solvibilità grazie a sistemi di liquidazione automatica basati su smart contract. Questi meccanismi hanno operato in modo trasparente e istantaneo al variare dei prezzi, garantendo l’integrità dei pool di liquidità in tempo reale.
Il settore CeFi, dopo il crollo del 2022, si è consolidato attorno a pochi attori altamente capitalizzati. A settembre 2025, i prestiti CeFi tracciati ammontavano a 24,37 miliardi di dollari. A differenza del 2021, i prestatori CeFi odierni operano con criteri di collateralizzazione molto più rigorosi, spesso richiedendo BTC o ETH come garanzia primaria per prestiti in contanti o stablecoin.
L’emissione di debito tramite posizioni collateralizzate (CDP) rappresenta il metodo più antico di creazione del credito on-chain, permettendo agli utenti di generare nuove unità di stablecoin depositando asset in eccesso. Nel 2025, questo segmento rappresenta l’11,2% del mercato totale del credito, con circa 8,23 miliardi di dollari di debito circolante
Va ricordato anche che, con una capitalizzazione di oltre 300 miliardi di dollari, le stablecoin sono diventate un acquirente sistemico di debito pubblico statunitense: nell’ultimo anno, la sottoscrizione di titoli del Tesoro USA da parte degli emittenti di stablecoin è cresciuta dell’80%, arrivando a detenere il 2,1% di tutti i T-bills in circolazione. Spiegando le attenzioni dell’amministrazione Trump: mentre il credito cripto cerca di essere indipendente dal sistema bancario, la sua sicurezza e liquidità dipendono sempre più dalla solvibilità del debito sovrano degli Stati Uniti (una crisi di liquidità nelle cripto-attività potrebbe forzare la vendita di decine di miliardi di dollari in titoli di Stato tradizionali).
Oggi il nuovo massimo globale del credito in cripto ammonta a 73,59 miliardi di dollari (fine settembre 2025), e si tratta di un valore meno esposto alla sola spinta speculativa e molto più figlio di un mercato “sano”, rispetto al 2021, poiché una quota maggiore del debito (oltre il 66,9%) risiede su protocolli cosiddetti “on-chain”, trasparenti e automatizzati, riducendo il rischio dei fallimenti opachi e imprevedibili, tipici delle entità centralizzate.
Si è già detto che di questi 74 miliardi di dollari di credito, a livello globale, la componente dominante resta la leva a scopo speculativo: gli utenti depositano asset (come ETH) per prendere in prestito stablecoin da reinvestire nel mercato, amplificando l’esposizione. Tale attività è altamente riflessiva rispetto ai prezzi: quando i prezzi salgono, la capacità di indebitamento aumenta, alimentando ulteriore leva.
Ma il fenomeno nuovo e del tutto spiazzante rispetto alla narrativa dominante sulle cripto è la crescita pure delle forme di credito per l’economia reale. Ad agosto 2025, il mercato del private credit tokenizzato (prestiti on-chain garantiti da asset fisici o attività commerciali reali) ha raggiunto un valore di circa 16 miliardi di dollari. Piattaforme come Centrifuge o Maple Finance finanziano direttamente fatture commerciali, crediti alle imprese o progetti immobiliari, collegando la liquidità on-chain a debitori del mondo reale.
Inoltre, circa 12 miliardi di dollari di debito tracciato sono riconducibili a società di tesoreria digitale (Digital Asset Treasury Companies, DATCOs) che utilizzano il credito per integrare le proprie strategie di acquisto di asset o per la gestione della liquidità operativa.
In sintesi, sebbene la maggior parte dei 74 miliardi di dollari di credito basato su cripto-attività serva ancora a supportare l’ecosistema finanziario digitale stesso, con le sue derive speculative, secondo i dati disponibili, circa il 20-22% è ora direttamente collegato al finanziamento dell’economia reale.
Let crypto burn?
Ecco perché diventa interessante il dibattito che si sta aprendo tra le autorità di vigilanza. Un recente studio della Banca d’Italia(Biancotti, 2026), coglie un nodo tecnico cruciale: nelle blockchain pubbliche, come ETH, il rischio di mercato associato al token nativo non rimane confinato alla sfera degli investitori, ma si trasforma in un vero e proprio rischio infrastrutturale. La sicurezza di queste reti, infatti, dipende da validatori indipendenti che mettono a disposizione capitale e capacità computazionale in cambio di ricompense denominate nel token stesso. Se il valore di mercato di quel token crolla in modo persistente, l’incentivo economico a mantenere operativa l’infrastruttura viene meno.
Le conseguenze possibili non sono astratte: un’uscita dei validatori rallenterebbe o paralizzerebbe il regolamento delle transazioni, mentre un prezzo depresso abbasserebbe drasticamente il costo economico di un attacco alla rete. In questo scenario, anche asset percepiti come relativamente sicuri – stablecoin, obbligazioni tokenizzate, strumenti di pagamento digitali – risulterebbero esposti a rischi operativi e di manipolazione. La conclusione dell’autrice è netta: le Banche Centrali non possono, né devono, intervenire per sostenere artificialmente il prezzo di asset privati e volatili al solo fine di mantenere in vita l’infrastruttura sottostante.
Questa posizione è difficilmente contestabile, in punta di diritto, di principi regolamentari e della millenaria storia della moneta. Ma un altro recente studio, questa volta della Bank for International Settlements (Aquilina et al., 2025), mette in guardia contro un approccio riassumibile nello slogan “let crypto burn”. Secondo gli autori, lasciare collassare in modo disordinato l’ecosistema cripto potrebbe produrre un effetto collaterale rilevante: compromettere irreversibilmente lo sviluppo della tokenizzazione degli asset reali.
La tokenizzazione – la possibilità di rappresentare diritti su immobili, obbligazioni o crediti sotto forma di token negoziabili su registri distribuiti – non è più, e forse non è mai stato, solo un esercizio speculativo. È, prima di tutto, e vuole essere, un salto di efficienza infrastrutturale. La stessa BIS documenta come queste soluzioni spesso riducano fortemente i tempi di regolamento da T+2 a T+0, abbattendo costi operativi, rischi di controparte e complessità post-trade. Se l’intero ecosistema viene lasciato “bruciare” senza costruire canali di migrazione sicuri, il rischio è di soffocare questa innovazione, e il suo impatto potenziale sull’economia reale, che vuol dire imprese e famiglie, assai prima che possa essere assorbita all’interno di circuiti regolamentati.
A ben guardare, è su questo crinale che si colloca la risposta europea, nella sua ambivalenza. Il quadro normativo dell’Unione europea, infatti, mantiene forte prudenza e approccio ultra-conservativo, con qualche apertura. Il MiCAR (Markets in Crypto-Assets Regulation, il Regolamento UE che disciplina l’emissione, l’offerta al pubblico e l’ammissione alle negoziazioni di cripto-attività) tenta di isolare il rischio speculativo, distinguendo tra token puramente volatili e strumenti con un ancoraggio reale. E il DLT Pilot Regime (Regolamento UE 2022/858) offre un ambiente controllato in cui testare l’emissione e la negoziazione di strumenti finanziari tokenizzati, provando ad evitare che il destino della tecnologia venga legato indissolubilmente alla volatilità delle cripto-attività non regolamentate.
Anche a Bruxelles, cioè, ci si è resi conto che ridurre il fenomeno della finanza decentralizzata a una patologia significa ignorare un dato strutturale: la tokenizzazione e il credito alternativo tendono a crescere proprio dove l’intermediazione bancaria tradizionale è meno presente. È in questi spazi che si sperimentano nuove forme di efficienza finanziaria.
La sfida per la vigilanza, dunque, non è salvare Ether o legittimare la speculazione, ma impedire che i fallimenti della “finanza ombra” delle cripto finiscano per delegittimare una tecnologia che può riformare in profondità l’infrastruttura dei mercati. Il vero obiettivo pubblico non è il prezzo del token, ma la sicurezza della ferrovia su cui, sempre più spesso, viaggiano pezzi dell’economia reale.
Insomma, il sistema cripto è via via più integrato nell’economia reale e, sebbene ancora dominato dalle spinte speculative, un approccio alla vigilanza che non consideri anche questa componente rischia di non svolgere appieno il proprio ruolo a tutela e salvaguardia della stabilità economica. Proprio come quando si decide di non far fallire banche “too big to fail”, o banche guidate dai furbetti di turno, o cooperative bancarie catturate da oligarchie di soci, anche per il mondo cripto potrebbe arrivare un momento in cui, dato il valore dell’infrastruttura in sé, il beneficio del salvataggio supera il costo dell’iniquità implicita sottostante.
Minimo glossario
DLT (Distributed Ledger Technology): tecnologia basata su registri distribuiti. È un database non centralizzato dove le informazioni sono condivise tra più nodi della rete, rendendole immutabili e trasparenti.
Permissionless Blockchain: una blockchain “senza permessi” dove chiunque può partecipare alla validazione delle transazioni senza autorizzazione centrale.
Staking: il processo di “deposito” di token da parte dei validatori come garanzia del proprio comportamento onesto. Se il validatore bara, una parte di questo deposito viene distrutta (slashing).
Token Nativo: l’asset originale di una blockchain (es. Ether per Ethereum), utilizzato per pagare le commissioni e ricompensare i validatori.
Validatore: entità che gestisce l’infrastruttura hardware e software necessaria per confermare le transazioni e mantenere la sicurezza della rete.
Bibliografia citata
Aquilina M., Cornelli G., Frost J., Gambacorta L. (2025), Cryptocurrencies and
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Aramonte S., Doerr S., Huang W. and Schrimpf A. (2022), DeFi lending: intermediation without information?, Bank for International Settlements, link qui
Biancotti C. (2026), What if Ether Goes to Zero? How Market Risk Becomes Infrastructure Risk in Crypto, Banca d’Italia, link qui
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TRM (2025), Global Crypto Policy Review Outlook 2025/26 Report, link qui
Quando si sente parlare di Bitcoin ovviamente si tira sempre in ballo il nome di Satoshi Nakamoto, il misterioso personaggio che a gennaio del 2009 avrebbe dato inizio a uno dei più importanti esperimenti libertari degli ultimi secoli. Un progetto che sta squarciando il paradigma economico-finanziario moderno. Ma fermarsi a livello superficiale vedendo l’incredibile algoritmo ...continua a leggere "Movimento Cypherpunk"
Dei tanti comandamenti che regolano il mondo delle criptovalute, il più noto e importante è probabilmente quello che recita: buy the dip (“compra il calo”). Non è una vera e propria regola (che d’altra parte, in campo finanziario e speculativo, non esistono), ma è innegabile che chi – nel corso dei quasi due decenni di esistenza dei bitcoin – ha approfittato dei vari crolli che si sono susseguiti per acquistare la più antica delle criptovalute raramente ha sbagliato.
I numeri parlano chiaro: dopo lo scoppio della grande bolla dell’inverno 2017/18, il valore dei bitcoin precipitò da 19mila a 3.500 dollari. Chi avesse avuto il sangue freddo di acquistare i bitcoin al loro minimo e mentre la stampa ne celebrava per l’ennesima volta la “morte”, per poi attendere pazientemente la risalita, avrebbe potuto realizzare nel novembre 2021, poco più di due anni e mezzo più tardi, un guadagno del 1800% circa (i bitcoin toccarono infatti, quel mese, 67mila dollari).
Lo stesso si è ripetuto in altre occasioni, sia precedenti sia successive: ogni crollo del mercato delle criptovalute è stato seguito da una netta risalita, che nel caso dei bitcoin li ha portati a infrangere un record dopo l’altro, fino a raggiungere il massimo storico di 124mila dollari nell’ottobre del 2025 (dopo essere scesi fino a 16mila dollari del dicembre 2022).
È anche per questa ragione che quando si moltiplicano i titoli sull’ennesimo (e, dal punto di vista speculativo, inevitabile) crollo delle criptovalute, è anche il momento in cui i true believers, ovvero i più fedeli sostenitori del mondo cripto, approfittano di quelli che considerano “prezzi di saldo” per acquistare bitcoin o altre monete digitali e poi attendere la risalita.
Investimenti controcorrente
Per quanto queste regole – che sono in verità previsioni basate sul comportamento passato – potrebbero sempre venire smentite, va sottolineato che il concetto di “buy the dip” non riguarda soltanto le criptovalute, ma viene anzi applicato nel mondo finanziario da secoli. Due aneddoti sono ormai passati alla leggenda (ed è infatti impossibile stabilirne la veridicità storica): il primo risale addirittura ai primi del 1800, quando Nathan Mayer Rothschild approfittò del panico causato dalle Guerre Napoleoniche per acquistare i titoli di stato britannici di cui tutti volevano liberarsi e poi, dopo la vittoria del Regno Unito, si arricchì immensamente. Il modo di dire che gli viene attribuito riassume in poche parole il concetto: “Compra quando c’è il sangue per le strade” (in cui il “sangue” è preferibilmente da intendersi metaforicamente con il significato di “crollo del valore degli asset finanziari”).
Il secondo aneddoto ha invece come protagonista Joe Kennedy. La leggenda vuole che nel 1929, all’apice della frenesia dei mercati, il padre del futuro presidente degli Stati Uniti JFK si fermò in un vicolo di Wall Street per farsi lucidare le scarpe. Mentre svolgeva il lavoro, il lustrascarpe confidò a Kennedy quali fossero le azioni secondo lui più promettenti. Per l’investitore fu una sorta di epifania: comprese che, se perfino una persona priva di qualunque competenza finanziaria si stava dilettando con le azioni, era giunto il momento di vendere. In questo modo, Joe Kennedy riuscì a liberarsi delle sue azioni mentre ancora erano ai valori massimi. Il martedì successivo, il 29 ottobre del 1929, i mercati crollarono e iniziò la Grande Depressione.
Sono due aneddoti che riassumono il cosiddetto “investimento controcorrente” (compra quando tutti vendono e viceversa) e che, tornando al mondo delle criptovalute, potremmo aggiornare così: vendi quando perfino il TG1 parla del boom dei bitcoin e compra quando sui social tutti dicono che sono morti.
Perché sono crollate le criptovalute
Andrà così anche questa volta? Le ultime settimane sono state molto pesanti sotto il fronte delle criptovalute. E questo nonostante una parte consistente degli addetti ai lavori avesse vaticinato una nuova imponente ascesa proprio nel corso dell’inverno del 2025-26, seguendo così fedelmente quel ciclo quadriennale di crescita che segue il momento dell’halving (quando cioè viene dimezzata la ricompensa in bitcoin elargita ai “miner”).
Halving e mining
Halving
Nel protocollo di Bitcoin, l’halving è l’evento programmato che dimezza la ricompensa in blocchi assegnata ai miner ogni volta che viene aggiunto un nuovo blocco alla blockchain. Avviene automaticamente a intervalli prestabiliti (per Bitcoin: ogni 210.000 blocchi, circa ogni quattro anni). Lo scopo è ridurre progressivamente l’emissione di nuova moneta fino ad arrivare al momento in cui questa si interromperà (ovvero quando i bitcoin avranno raggiunto la quota prestabilita di 21 milioni).
Miner
Il miner è il nodo della rete che esegue il processo di mining: utilizza hardware specializzato per risolvere un problema computazionale (“proof-of-work”) necessario a validare un nuovo blocco di transazioni in bitcoin. Il primo miner che convalida il blocco di transazioni ottiene una ricompensa in bitcoin. Il mining garantisce la sicurezza del network.
E invece, dopo i massimi di ottobre e una fase di stagnazione, il mercato delle criptovalute è crollato sul finire del mese di novembre: i bitcoin sono scesi di oltre il 30% rispetto ai massimi di ottobre 2025 (da 124mila a 84mila dollari), mentre cali anche peggiori sono stati accusati da ether (-40%), XRP (-45%) e tutte le altre principali altcoin. Nel complesso, il mercato delle criptovalute ha perso oltre mille miliardi di dollari di valore, prima di tentare, nei primi giorni di dicembre, una timida ripresa.
Che cos’è successo? Perché un crollo così improvviso e imprevisto proprio nell’anno dell’elezione di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva promesso di rendere gli Stati Uniti la prima “cripto-superpotenza” della storia? La teoria più diffusa, ripresa anche dal Wall Street Journal, vuole che questo crollo sia paradossalmente legato al successo delle criptovalute e alla loro diffusione tra i grandi investitori istituzionali, avvenuta soprattutto in seguito all’esplosione degli ETF. Gli exchange-traded fund sono strumenti finanziari quotati in Borsa, che replicano l’andamento di un asset – in questo caso i bitcoin o gli ether – e che consentono agli investitori di esporsi alle criptovalute senza possederle direttamente.
Dopo le prime approvazioni negli Stati Uniti, avvenute a inizio 2024, gli ETF che trattano bitcoin ed ether sono esplosi, venendo adottati da colossi come BlackRock, Fidelity, Invesco, Ark Invest e attirando decine di miliardi di dollari (che a loro volta hanno fatto crescere il valore del mercato cripto, che tra il 2024 e il 2025 è passato da 1.600 a 4.200 miliardi di dollari).
Come ha però sintetizzato, parlando con il WSJ, Cory Klippsten, CEO dell’exchange Swan Bitcoin, “una volta che le istituzioni sono coinvolte, le criptovalute iniziano a essere scambiate come un asset istituzionale”. In parole più semplici, i tempi in cui l’andamento dei bitcoin era scollegato dal mercato tradizionale (e in alcune occasioni andava addirittura in direzione inversa, perché i più avventurosi si rivolgevano alle criptovalute quando Wall Street non dava loro soddisfazione) sono passati. Oggi, proprio per via della loro adozione istituzionale, il mercato delle criptovalute tende a muoversi in maniera sempre più correlata agli indici finanziari tradizionali.
Stando a questa interpretazione, non è un caso che il crollo dei bitcoin sia avvenuto a novembre, mese segnato da grandi turbolenze finanziarie legate al timore di un imminente scoppio della bolla dell’intelligenza artificiale. Per quanto percentualmente più contenuto, il brusco calo del valore delle azioni di Nvidia o Meta si è verificato negli stessi giorni in cui sono crollate le criptovalute, confermando come il mercato dei bitcoin ormai segua l’andamento di quello tradizionale.
“Dal mese di ottobre, i bitcoin si sono comportati più come azioni tech ad alta crescita che come un bene rifugio non correlato”, si legge sul South China Morning Post, che cita un report della Deutsche Bank. Che la correlazione tra il mercato cripto e quello tradizionale stesse aumentando era evidente già da tempo, ma il fatto che questa dinamica si stia ulteriormente rafforzando potrebbe allontanare i cosiddetti investitori “retail” (i piccoli investitori comuni), che sono stati storicamente attratti dall’alta volatilità dei bitcoin e dai loro meccanismi peculiari.
Nel momento in cui il mercato delle criptovalute (soprattutto di quelle più consolidate) inizia a muoversi come il Nasdaq e a diventare sempre più istituzionale, i piccoli investitori potrebbero andare in cerca di nuovi e ancora sconosciuti modi per facili (ma rischiosi) guadagni, com’è stato in passato con i “marijuana stocks”, i meme stocks (celebre il caso GameStop) e più di recente con i memecoin (su cui torneremo tra poco).
A confermare questa teoria è ancora la Deutsche Bank, secondo cui l’adozione dei bitcoin e delle altre più diffuse criptovalute sarebbe scesa tra gli investitori retail dal 17% della scorsa estate al 15% attuale. Un calo ridotto ma significativo, visto che l’adozione in costante crescita (anche se solo a scopo di compravendita) è uno dei fattori fondamentali alla base delle previsioni al rialzo.
Un altro aspetto che probabilmente ha influenzato il crollo dei bitcoin è che, come nota la CNBC, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti per il mese di settembre hanno mostrato una crescita dei posti di lavoro più forte del previsto (119mila nuovi impieghi contro i circa 50mila previsti). Numeri positivi ma che hanno ridotto la probabilità di un taglio dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve durante il mese di dicembre, mentre contestualmente anche la BCE ha mantenuto i tassi invariati. I tagli dei tassi sono generalmente considerati una buona notizia per il prezzo dei bitcoin, perché aumentano la liquidità nei mercati e quindi possono fare da volano ai mercati speculativi.
Il boom c’è già stato
E se invece le cose fossero molto più semplici di così? Come abbiamo accennato, almeno a partire dal 2013 i bitcoin si muovono a cicli quadriennali, con il massimo della crescita che avviene durante l’inverno. È uno schema che si ripete da 12 anni e che non ha mai tradito le aspettative. Ma è possibile che un meccanismo speculativo si ripeta identico ogni quattro anni? Ovviamente, no: se tutti sapessimo con certezza quando vendere e quando comprare non troveremmo nessuno disposto, viceversa, ad acquistare ciò che vogliamo vendere o a vendere quando vogliamo comprare.
Una variabilità nella dinamica del ciclo quadriennale è necessaria per evitare che il mercato si blocchi. E quindi, se il tanto atteso boom delle criptovalute ci fosse semplicemente già stato? Se fosse solo stato anticipato rispetto alle attese, e adesso stessimo assistendo all’inevitabile correzione che segue un’imponente crescita? Se l’ascesa – e anche il declino, se si arresterà sui valori attuali – fosse semplicemente stata inferiore alle attese?
In effetti, il primo grande picco storico nel valore dei bitcoin e delle altcoin (ether e tutte le altre criptovalute minori) fu raggiunto, come detto, nella metà del dicembre 2017. Avanti di quattro anni, nel 2021 il nuovo massimo dei bitcoin viene raggiunto nella prima metà di novembre, quindi circa un mese in anticipo. Nel 2025, il massimo storico dei bitcoin è stato raggiunto a ottobre (tutti i dati sono presi da CoinMarketCap e CoinGecko).
È come se il picco di questo famigerato ciclo quadriennale venisse via via anticipato di un mese dagli investitori più avveduti, che così mandano il primo importante segnale ribassista al mercato. Allo stesso tempo, e in questo caso probabilmente a causa dell’istituzionalizzazione dei bitcoin, le impennate della più antica criptovaluta e del mercato nel suo complesso sono sempre meno brusche.
Dal massimo del 2013 a quello del 2017, il valore dei bitcoin aumentò di quasi 20 volte (da mille dollari a 19mila). Tra il 2017 e il 2021, la crescita fu “solo” del 230% (da 19mila a 67mila). Tra il 2021 e il 2025 è stata (a meno di improvvise sorprese) invece del 96% (da 67mila a 124mila). Se le cose stessero così, sarebbe un altro segnale della normalizzazione dei bitcoin e i suoi fratelli, il cui mercato continua a essere molto più volatile delle azioni tradizionali, ma lo è sempre meno.
C’è però un altro elemento che torna ogni quattro anni e che ha accompagnato le varie ascese dei bitcoin e delle altcoin: il fatto che ogni ciclo fosse anticipato e alimentato da un concomitante fenomeno ultraspeculativo sempre basato su blockchain e criptovalute. Nel 2017 fu la volta delle ICO (initial coin offering, una sorta di “quotazione in borsa” ufficiosa di alcune imprese basate su blockchain, che si finanziavano vendendo i loro token, acquistati nella speranza che aumentassero di valore). Nel 2021 fu invece il turno dei notissimi NFT (non-fungible token, una specie di firma elettronica basata su blockchain che certifica la proprietà di un bene digitale).
E nel 2025? Per quanto siano almeno in parte già stati dimenticati, l’anno che sta per concludersi (e anche quello precedente) è stato all’insegna dei “memecoin”: token creati su piattaforme blockchain come Ethereum o Solana, che spesso prendono il nome di influencer o celebrità (tra cui lo stesso Donald Trump), la cui vita finanziaria è di pochi giorni o settimane e che vengono creati senza nessuno scopo al di fuori della pura e spregiudicata speculazione.
Tutto ciò sembra confermare, insomma, che il ciclo non sia stato mancato, ma semplicemente sia stato meno robusto delle attese (o speranze) e leggermente anticipato: “La verità è che l’hangover era iniziato già da mesi”, ha spiegato Thomas Perfumo, economista dell’exchange Kraken. La sensazione che si sia giunti alla fine dell’attuale ciclo è confermata anche da Matthew Hogan, responsabile degli investimenti di Bitwise Asset Management: “Penso che si sia più vicini alla fine delle vendite che al loro inizio, ma i mercati sono in turbolenza e potrebbero esserci altri cali prima di vedere una risalita”.
Se così fosse, significherebbe che a una crescita ridotta segue una correzione di circa il 30/40%, molto inferiore rispetto ai crolli del passato, che superavano anche l’80%. Bisognerà però aspettare ancora a lungo per essere sicuri che la caduta si sia già fermata, e nel frattempo – ovviamente – tutto potrebbe ancora accadere e ogni previsione e interpretazione venire seccamente smentita.