La competizione tra Cina e Stati Uniti, e l’ordine mondiale sospeso

L’ordine mondiale è sospeso in un limbo. Fino a pochi mesi fa solo Cina e Russia potevano avere la pretesa di modificare l’equilibrio emerso dalla Guerra Fredda, in quanto uniche due potenze revisioniste con dosi sufficienti di forza politica e militare per minacciare l’assetto del potere mondiale. Ma nel corso del 2025 Donald Trump ha trascinato anche l’America all’interno di quel gruppo.
Stati Uniti, Cina e Russia sono tre grandi potenze in competizione, con ambizioni e obiettivi in contrasto. Per questo il 2026 si presenta come l’alba di un’inedita fase di incertezza e instabilità. Gli scenari più probabili, a questo punto, sono tre.
Il primo è la creazione di sfere di influenza capaci di coesistere, sul modello di quanto accadde dopo la seconda guerra mondiale, durante la Guerra Fredda. In questo contesto inizierebbe a germogliare quello che lo scorso ottobre Donald Trump ha definito un nuovo G-2, cioè la definitiva competizione tra due sole superpotenze: gli Stati Uniti da una parte, la Cina dall’altra. Trump ne ha parlato dopo il vertice di Busan, in Corea del Sud. Lì ha incontrato Xi Jinping, circondato da mediatori, consiglieri e cronisti internazionali, in un clima da museo che ha provato a smorzare giudicando il bilaterale «dodici su dieci», con una generosità eccessiva perfino per Alessandro Borghese.
Il vertice coreano è stato più di un semplice incontro diplomatico: è diventato il simbolo di un mondo che cambia, dove le regole tradizionali del commercio e della diplomazia sono state ancora messe in discussione. L’ipotesi di un G-2 per l’immediato futuro della politica internazionale ridefinisce la governance globale, relegando le potenze medie e piccole a ruoli secondari, mentre gli Stati Uniti e la Cina si pongono come arbitri di un equilibrio ancora in divenire.
In questo caso, l’Unione europea resterebbe ancora ai margini del grande gioco globale. Per Bruxelles sarebbe solo un ulteriore decadimento, peggiorando quanto abbiamo visto nel 2025: un continente che si è scoperto più fragile di quello che immaginava. Il primo segnale di allarme, in questo senso, è arrivato in un giorno di luglio, al golf club di Turnberry, in Scozia. Una foto immortalava la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con un sorriso accennato e il pollice alzato accanto a un raggiante Donald Trump. L’Unione aveva appena accettato senza troppe reazioni i dazi del presidente americano. Eppure si pensava che il commercio fosse l’unico ambito in cui l’Europa potesse reggere il confronto con le superpotenze globali. Invece no. Il mercato unico europeo ha dimensioni paragonabili alle economie della Cina o degli Stati Uniti, ma alla fine Bruxelles si è piegata per timore di una guerra commerciale che avrebbe indebolito l’economia dei Ventisette. Sono Washington e Pechino a dettare le regole, l’Europa deve solo accettarle.
Il secondo scenario possibile per l’anno che verrà è un mondo multipolare privo di Stati-guida, con il probabile insorgere di nuovi conflitti sempre più accesi e diretti, magari in quegli angoli del pianeta in cui si giocano le partite decisive della competizione globale: l’Artico, l’Indo-Pacifico, l’Europa orientale e mediterranea. Oggi l’ombelico del mondo si sta spostando verso l’Asia, dopo anni in cui eravamo abituati alla centralità di Stati Uniti e Europa. In particolare nella regione dell’Indo-Pacifico si concentrano le più grandi crisi e le più grandi opportunità di questa fase storica. In questo scenario, la regione sarebbe inevitabilmente l’hotspot da tenere d’occhio per seguire gli attriti tra grandi potenze. Il 2025 ha fornito delle anticipazioni di quel che potrebbe accadere, con segnali di allerta: in particolare, va monitorata la nuova attività militare del Giappone, dove si sta discutendo seriamente di modificare la Costituzione più pacifista e antimilitarista del mondo. La colpa è della minaccia cinese, delle occupazioni nel mar Cinese Meridionale e di Xi Jinping che – volendo mettere definitivamente le mani su Taiwan, cuore globale della produzione di semiconduttori – vuole giocare un ruolo da protagonista.
Ma non è detto che le frizioni debbano sfociare in scontri armati. La Cina ha capito da tempo che il potere economico può diventare uno strumento di geopolitica altrettanto potente della forza militare. Pechino usa la sua supremazia nella produzione di terre rare e tecnologie strategiche per negoziare concessioni con Washington, proteggendo al contempo i propri interessi commerciali e industriali. È quella che un articolo del País pubblicato a novembre chiamava geoeconomia strategica: la Cina consolida la propria influenza, spinge il renminbi nelle transazioni internazionali e crea reti commerciali alternative, senza dover ricorrere all’espansione militare. L’uso selettivo di dazi, investimenti e accordi commerciali diventa una forma di potere sottile ma incisiva, che plasma l’ordine mondiale senza mostrare i muscoli.
Il terzo e ultimo scenario ci pone davanti a conflittualità permanenti e sparse in diverse aree tra tutte le potenze medie e grandi – dal Brasile all’India, dall’Iran all’Unione europea. Si vedrebbero, come oggi, una lunga sfilza di guerre – anche commerciali – che creano situazioni di instabilità. Questo è il quadro di maggior continuità con il presente, ed è il motivo per cui nel 2025 ci siamo sentiti avvolti in un’incertezza strutturale e inscalfibile.
La moltiplicazione dei campi di battaglia si è unita, durante l’anno, all’identità tribale dei leader che si scontrano. «La guerra commerciale è un conflitto globale che si basa su trattative personali tra leader, e qui veniamo alla politica tribale», aveva detto dal palco de Linkiesta Festival 2025 Maurizio Molinari, autore di “La scossa globale. L’effetto-Trump e l’età dell’incertezza” (Rizzoli). «Ma ci sono anche nuovi terreni, come i fondali marini, la corsa allo spazio, l’obiettivo di arrivare sugli asteroidi o altri pianeti per estrarre materie celesti da portare sulla Terra». Senza dimenticare la guerra sotterranea: «La Cina – ha detto ancora Molinari – ha costruito vicino a Pechino la base militare più grande del pianeta, completamente sottoterra. Tutto questo ruota attorno alla tribalità dei leader, che interpretano il potere in forma estremamente identitaria. E questo mette in difficoltà l’Europa».
Il nuovo ordine globale non è ancora consolidato. Il 2026 sarà molto probabilmente un altro punto di partenza. Un mondo multipolare porta con sé nuove opportunità, come la possibilità per le medie potenze di esercitare influenza, ma anche rischi elevati, perché le regole condivise sono poche e l’assenza di un attore in grado di fare da garante – o da gendarme – aumenta la probabilità di frizioni o fraintendimenti.
Un mondo bipolare conteso dalle superpotenze di Washington e Pechino potrebbe portare maggiore stabilità almeno nel breve periodo, e il G-2 sarebbe il fulcro della governance globale, relegando altri attori a ruoli marginali. In un ordine di multipolarità pragmatica Stati Uniti e Cina non potrebbero mantenere le redini, ma ci sarebbe più margine di manovra per Stati emergenti e medie potenze in ogni continente e in ogni settore. Con il caos globale, invece, in assenza di regole condivise, la competizione economica e tecnologica, le dispute territoriali e i conflitti locali potrebbero generare instabilità su tutti i livelli.
Il futuro delle relazioni internazionale è una partita ancora da giocare, gli equilibri sono precari, le alleanze strategiche e la competizione economica stanno rimodellando il mondo sotto i nostri occhi.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 04/25 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
L'articolo La competizione tra Cina e Stati Uniti, e l’ordine mondiale sospeso proviene da Linkiesta.it.
