
Ieri si è dimesso, a sorpresa, il presidente bulgaro Rumen Radev, in carica dal 2017. In un discorso televisivo ha annunciato che intende «unire il Paese al voto» e lasciato intendere la volontà di candidarsi alle elezioni politiche di primavera. La mossa, senza precedenti per un capo dello Stato in carica, arriva mentre la Bulgaria attraversa la sua più grave crisi politica in decenni: proteste di massa contro la corruzione e la legge finanziaria che tagliava la spesa sociale hanno fatto cadere il governo di Rossen Zhelyazkov l’11 dicembre e hanno spinto il Paese verso elezioni anticipate.
Nel suo intervento Radev, 62 anni, ex generale e pilota dell’aeronatica, ha definito il modello di governo «con i segni esteriori della democrazia ma che funziona secondo il principio dell’oligarchia», sostenendo che due terzi dei bulgari sono delusi e non vanno più a votare. Ha annunciato che le sue funzioni passeranno alla vicepresidente Iliana Yotova, che diventerà la prima donna a ricoprire la carica di presidente ad interim.
Il contesto è quello di una coalizione fragile, già sfaldata, che si reggeva su equilibri eterogenei e sull’appoggio di formazioni che rappresentano la minoranza turca; al centro delle accuse di collusione con ambienti mafiosi è la figura controversa di Delian Peevsky, sanzionato dai governi statunitense e britannico. Le piazze, unite contro la corruzione, hanno messo in difficoltà i partiti tradizionali e spinto la politica bulgara in una spirale di instabilità che rischia di compromettere l’entrata del Paese nell’euro e la capacità di rispettare impegni internazionali.
La decisione di Radev non è solo tattica elettorale: segna il passaggio da un ruolo tradizionalmente cerimoniale a un protagonismo politico diretto. E questo ha implicazioni geopolitiche. Radev è noto per posizioni filorusse: ha criticato le sanzioni contro Mosca, si è opposto all’invio di armi all’Ucraina e ha boicottato impegni internazionali percepiti come contrari alla sua linea. Se dovesse guidare un progetto politico, potrebbe rafforzare un blocco euroscettico e mettere in discussione l’allineamento della Bulgaria con le politiche di Unione europea e Nato verso la Russia.
Accuse e sospetti di interferenze esterne circondano la sua figura: analisti e inchieste hanno ricostruito legami tra attori russi e forze politiche bulgare, con riferimenti a operazioni di influenza e a personaggi come Leonid Reshetnikov, ex spia sovietica e russa, considerato da molti la longa manus di Vladimir Putin nella regione. Processi e indagini internazionali hanno inoltre portato alla luce reti che avrebbero operato in vari Paesi europei, alimentando il dibattito su quanto l’influenza estera abbia inciso sulla politica interna.
Radev gode di una popolarità personale superiore a quella dei partiti, in parte per il suo posizionamento come figura al di sopra delle dinamiche partitiche e per la sua retorica anticorruzione. Ma la Bulgaria resta tra i Paesi con problemi strutturali di corruzione e con una società polarizzata. Le prossime settimane saranno decisive: Radev dovrebbe formalizzare la sua entrata in politica nelle prossime ore. Intanto, gli elettori si preparano a un voto che potrebbe ridefinire l’orientamento esterno del Paese e la capacità delle istituzioni di rispondere alle richieste di trasparenza e rinnovamento.
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