Modalità di lettura

L’Onu senza Onu che Trump sogna per Gaza (e non solo)

Tra gli invitati a far parte del Board of Peace per Gaza voluto da Donald Trump c’è anche Vladimir Putin. A confermarlo è stato ieri Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, spiegando che il leader russo ha ricevuto la proposta dal presidente statunitense «tramite canali diplomatici». «Al momento stiamo esaminando tutti i dettagli di questa proposta, inclusa la speranza di contatti con la controparte statunitense per chiarire tutte le sfumature», ha aggiunto. Un invito è stato recapitato anche a Shehbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, come dichiarato dal ministero degli Esteri di Islamabad. E a Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, che ha detto che l’Italia è pronta a «fare la sua parte» se arriverà una convocazione nei prossimi giorni in Svizzera a margine dei lavori del World Economic Forum di Davos, dove dovrebbe essere annunciata la lista ufficiale dei membri. Altri inviti sono stati inviati, tra gli altri, an India, Australia, Giordania, Grecia, Cipro, Canada, Turchia, Egitto, Paraguay, Argentina, Albania, Tailandia e Unione europea. Chi ha già accettato l’invito: il Vietnam; l’Ungheria del sovranista Viktor Orbán; la Bielorussia di Alexander Lukashenko, alleato-vassallo di Putin (ieri il leader di Minsk si è detto «soddisfatto del fatto che finalmente l’Europa abbia capito dove sta la sua felicità», ovvero «con noi, con la Russia»). Non ci sarà, e l’ha già fatto sapere, il presidente francese Emmanuel Macron.

Sulla composizione, però, sono già arrivate pesanti critiche da Israele. In particolare, dall’ala destra del governo di Benjamin Netanyahu, fondamentale per la tenuta dell’esecutivo. Dall’ormai solito Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che ha criticato gli inviti alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan e al Qatar. «Abbiamo pagato tutti questi prezzi solo per trasferire Gaza da un nemico all’altro? Turchi e qatarioti ancora oggi sostengono Hamas e non sono diversi da loro nel desiderio di distruggere lo Stato di Israele. Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c’è differenza», ha detto alla cerimonia di fondazione dell’insediamento Yaziv a Gush Etzion. «È tempo di ringraziare il presidente Trump per il suo incredibile sostegno allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, e sono convinto che stia agendo con buone intenzioni», ha aggiunto. «Ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e chiedo di annullarlo. Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione». E ancora: «È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e di consentire ai residenti di Gaza di andarsene e cercare il loro futuro altrove, dove non metteranno a repentaglio il futuro dei nostri figli». Prima di lui anche lo stesso primo ministro Netanyahu non aveva risparmiato critiche.

L’organismo internazionale voluto da Trump dovrebbe supervisionare le prossime fasi del processo su Gaza dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre. Tra queste: la creazione di un nuovo comitato palestinese locale, il dispiegamento di una forza di sicurezza internazionale, il disarmo di Hamas e la ricostruzione del territorio devastato dalla guerra. 

L’organismo istituito per gestire la ricostruzione di Gaza contiene misure che lo posizionano in concorrenza con le Nazioni Unite, evidenzia il quotidiano israeliano Haaretz. Non a caso lo statuto si apre sottolineando la necessità di «un organismo internazionale per la costruzione della pace più agile ed efficace», aggiungendo che una pace duratura richiede «il coraggio di abbandonare… istituzioni che troppo spesso hanno fallito». Sempre secondo il documento, il Consiglio lavorerà per «ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», al posto di altre organizzazioni. Non a caso, secondo il Financial Times, Trump vorrebbe estendere ad altre aree calde del mondo il Board of Peace, in particolare Venezuela e Ucraina.

Al centro di tutto ci sarebbe lo stesso Trump. Lo statuto considera la presidenza un ruolo personale piuttosto che legato alla presidenza degli Stati Uniti, affermando che «Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of Peace», senza alcun riferimento alla carica di presidente, a un mandato fisso, o a cambiamenti politici. La sostituzione del presidente «può avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o per incapacità», che deve essere decisa da «un voto unanime del Consiglio esecutivo», sottolineando che il ruolo è isolato dai cambiamenti politici. Il presidente è inoltre tenuto a «designare in ogni momento un successore», rafforzando il fatto che la continuità della leadership deriva dalla designazione del presidente statunitense oggi in carica. Nel documento ottenuto da Haaretz, si precisa inoltre che Trump eserciterà un’ampia autorità sulla composizione, sul funzionamento e sulla continua esistenza dell’organismo: solo lui inviterà gli Stati ad aderire, rinnovare o revocare la propria adesione, nominerà e rimuoverà i membri del consiglio esecutivo, nominerà il suo amministratore delegato e porrà il veto su qualsiasi decisione esecutiva. Ossia: Trump avrà «l’autorità esclusiva di creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie», di selezionare e rimuovere i membri del consiglio direttivo e di porre il veto sulle sue decisioni «in qualsiasi momento successivo».

Lo statuto, inoltre, lega i privilegi di appartenenza degli Stati ai contributi finanziari, prevedendo un’esenzione speciale per i principali donatori: mentre la maggior parte degli Stati membri è limitata a mandati triennali, lo statuto infatti stabilisce che «il mandato triennale non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto», consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi a tempo indeterminato, a discrezione del presidente.

L'articolo L’Onu senza Onu che Trump sogna per Gaza (e non solo) proviene da Linkiesta.it.

  •  

La città di Barcellona è la prima al mondo ad adottare i principi open-source delle Nazioni Unite

Abbiamo chiuso la scorsa settimana con una vena di tristezza parlando di FSFE, Sovranità Digitale, e quanto poco il Software Libero venga considerato nei piani degli stati UE, ma essere tristi non è nello stile di questo Blog, quindi avanti con l’adagio “Two shots of happy, one shot of sad“, ed andiamo a parlare di...

  •