Torino, quel chilometro quadrato che dovrebbe diventare patrimonio dell’umanità
Palazzo Barolo in via delle Orfane, la Consolata in via Maria Adelaide, l’Istituto Valdocco in via Maria Ausiliatrice, il Cottolengo nella via omonima, il Distretto sociale Barolo e il Sermig in piazza Borgo Dora. Se infilate una bandierina sulla mappa per ognuno di questi luoghi, vi accorgerete che formano un quadrato sul reticolato urbano di Torino. Siamo nella città dei santi sociali e non è un esercizio retorico se l’arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole, in un discorso ufficiale ha definito lo spazio racchiuso tra i puntini «il chilometro quadrato della carità».

È accaduto sabato mattina, a Palazzo Barolo, alla cerimonia inaugurale della scultura dedicata alla venerabile marchesa Giulia di Barolo. Di fronte al presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e al sindaco di Torino Stefano Lo Russo, il cardinale ha condiviso un sogno e ha aggiunto che «non è brutto sognare». «Da arcivescovo», ha detto, «ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. Penso che il più grande patrimonio dell’umanità sia l’umanità stessa. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice che è possibile rimanere umani e rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi».
Da arcivescovo, ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. La vicenda di questo chilometro quadrato ci dice che è possibile rimanere umani e rimanerlo insieme a tutte le donne e gli uomini, a cominciare dagli ultimi
Il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino
Enrico Zanellati, curatore artistico di Palazzo Barolo, ha assistito con emozione alla proposta di lavorare a un progetto di candidatura a Patrimonio dell’Unesco di questa città nella città, «un’area di una grandezza spettacolare per la vicende di Torino, italiane e dell’umanità».
Partiamo dall’inizio. L’intervento dell’arcivescovo è avvenuto durante l’inaugurazione di una nuova scultura posizionata sulla facciata della storica residenza all’angolo tra via Corte d’Appello e via delle Orfane. Si chiama A Giulia di Barolo, un monumento voluto dall’Opera Barolo per la sua fondatrice e patrocinato da Città di Torino e Accademia Albertina delle Belle Arti. Chi era Giulia Colbert Falletti di Barolo?
La sua storia è indissolubilmente legata a quella del marito, Carlo Tancredi di Barolo, entrambi venerabili (è in atto il processo di beatificazione). Discendenti di alcune tra le più ricche famiglie delle città europee del Settecento, da subito videro nel proprio matrimonio l’opportunità di costruire un processo generativo di bene nei confronti dei più poveri. Giulia era nata nel 1786 in Vandea, in Francia, da una famiglia imparentata con Luigi XVI e con il celebre ministro del Re Sole, Colbert. Incontrò Carlo Tancredi alla corte di Napoleone e, una volta sposati, stabilirono la propria residenza a Palazzo Barolo. A Torino Giulia si rese subito conto delle condizioni disumane in cui vivevano gli uomini e le donne nel carcere cittadino, che al tempo si trovava proprio di fronte al Palazzo. Decise di visitare le celle in prima persona e iniziò un percorso di servizio nei confronti del mondo carcerario che avrebbe caratterizzato tutta la sua vita. Insieme al marito Carlo Tancredi, creò il Distretto Sociale Barolo come primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere e tante altre realtà di servizio sociale ed educativo, tuttora attive.

Alla sua morte, con un lascito testamentario, fondò l’Opera Barolo come erede universale di questo patrimonio e stabilì le strategie affinché le proprietà fossero gestite come bene comune: per un triennio l’Opera sarebbe stata amministrata dalla più alta carica della magistratura, nel triennio successivo dalla più alta carica ecclesiale e così via. Attualmente l’Opera Barolo è presieduta dall’Arcivescovo di Torino, il cardinale Roberto Repole.
Perché raffigurarla in un monumento proprio ora?
È il primo monumento dedicato a una donna nella storia di Torino, nonostante si tratti di una delle città con più monumenti in Italia. Realizzato da Gabriele Garbolino Rù con il sostegno della famiglia Abbona (titolare dell’azienda vitivinicola “Marchesi di Barolo. Antiche Cantine in Barolo”) e il Gruppo Iren, è una scultura in bronzo in cui sono raffigurate due donne, Giulia di Barolo e una carcerata che lei tiene tra le braccia. L’autore dell’opera ha potuto studiare i ritratti custoditi a Palazzo Barolo, lasciandosi guidare dalle Memorie sulle carceri scritte dalla marchesa. Il risultato è una reinterpretazione contemporanea della sua figura, in dialogo con la maestosa facciata del Palazzo che la sostiene e con gli altri monumenti dei santi sociali, tutti rappresentati con una o più persone accanto: Don Bosco con i bambini, Cottolengo con un malato, San Giuseppe con un condannato a morte.
Che cosa accomuna le realtà che compongono “il chilometro quadrato della carità”?
La prossimità fisica e una genesi condivisa nella fede cristiana, vissuta nella nostra città con dinamiche e storie anche molto diverse tra loro. Nel nostro caso appartiene a grandi famiglie aristocratiche, nel caso del Cottolengo nasce da un’attenzione al malato e alla disabilità, per San Giovanni Bosco la cura è sempre rivolta all’educazione e all’infanzia. E poi c’è il Sermig, il Servizio Missionario Giovani nato nel 1964 da un’intuizione di Ernesto Olivero e da un sogno condiviso con molti: sconfiggere la fame con opere di giustizia e di sviluppo, vivere la solidarietà verso i più poveri e dare una speciale attenzione ai giovani cercando insieme le vie della pace nel vecchio Arsenale dei Savoia.

Quanto ha contribuito Torino alla creazione di questa cittadella dell’umanità e quanto la vocazione alla carità ha plasmato Torino?
Quello che l’arcivescovo ha definito “il chilometro quadrato della carità” era ed è in una zona di grande sofferenza della città. Già nell’800 si trovava in un’area di espansione dovuta all’industrializzazione che attraeva ragazzi e ragazze senza una guida. Oggi si trovano a vivere in quelle stesse strade persone che arrivano da altri Paesi e le realtà citate da Repole continuano a essere un faro di aiuto. È la testimonianza di uno stile di accoglienza che caratterizza la nostra città, ma soprattutto è la dimostrazione che il messaggio di carità e di umanità che ci arriva dai santi sociali è un patrimonio di tutti e come tale va preservato.
Le fotografie sono di Gianluca Platania per Palazzo Barolo
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