Caso Bellavia: perché il consulente derubato viene ora trattato da sospettato?
Per quale motivo sono stati rubati a Gian Gaetano Bellavia più di un milione di file dal suo archivio? E i file, una volta rubati, sono stati poi rivenduti? E a chi? C’è stato un mandante che ha commissionato il furto prima che avvenisse? Esiste un secondo procedimento penale contro ignoti per ricettazione? Le indagini ancora in corso – i cui atti digitalizzati sono stati trafugati – verranno interrotte e archiviate?
Quanto accaduto fino a fine settembre 2024 e denunciato dallo stesso Bellavia e dalla sua socia Fulvia Ferradini è molto grave: atti e documenti di inchieste molto delicate trafugati dai server dello studio. Le domande in apertura sono quelle più logiche, eppure in alcuni organi di stampa e in diversi interventi di parlamentari sono comparse domande di ben altra natura. Domande che, nonostante il punto interrogativo finale, si trasformano facilmente in insinuazioni spesso diffamatorie nei confronti dello stesso Bellavia. Ed ecco che non posso non formulare la settima domanda: come mai? Come mai Gian Gaetano Bellavia passa in un battibaleno da parte lesa ad essere “il sospettato”?
Bellavia, 71 anni, dottore commercialista, revisore dei conti e consulente tecnico dell’Autorità Giudiziaria, in una recente intervista al Giornale, uno degli organi di stampa più aggressivi nei suoi confronti, dichiara di aver lavorato per 15 distretti giudiziari diversi. “Ho fornito consulenze alle Procure e ai Tribunali di tutt’Italia, da Varese a Palermo, da Genova a Ancona. E guardi che non ero io che mi proponevo. Erano i magistrati che mi cercavano. E sa cosa potevo rispondere io ai magistrati? Potevo solo dire di sì. Fornire la consulenza era ed è un obbligo per il professionista che viene convocato. Un obbligo per me commercialista, un obbligo per il medico, per il genetista, per il fisico. Sei precettato.”
La gravità dei fatti è immediatamente intuibile. Quei file contengono informazioni e documenti riservati che possono facilmente diventare merce di ricatto.
La notizia che il Pubblico Ministero ha disposto il rinvio a giudizio con citazione diretta nei confronti della ex collaboratrice dello studio del commercialista, indicata nella denuncia di furto depositata dallo stesso Bellavia, compare sei mesi dopo, pubblicata sul Corriere della Sera il 2 gennaio scorso a firma Luigi Ferrarella, che ci torna l’8 e il 10 gennaio. Un’ultima nota del Corriere è del 14 gennaio scorso.
Dopo il 2 si scatenano, contro Bellavia, Il Giornale e Libero. Che, tra le altre argomentazioni, danno molto spazio alle domande di Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, che si sono trasformate in interrogazione al Ministro dell’Interno: “di che documenti disponeva Bellavia? Essendo consulente della procura probabilmente anche di materiale riservato. Questo materiale è stato indebitamente utilizzato per inchieste televisive? Siamo di fronte a un nuovo caso di dossieraggio? Qual è il confine tra Report, trasmissione del servizio pubblico, le inquietanti attività di Gian Gaetano Bellavia, il furto che lui denuncia di questi documenti molto delicati da parte di una sua collaboratrice con la quale ha interrotto i rapporti? E quali sono i legami con la Procura di Milano o altre procure?”. Penso che la risposta all’ottava domanda sia la più facile: Bellavia passa dalla parte del colpevole perché l’obiettivo è quello di attaccare Report che lo utilizza come consulente.
Capite la rocambolesca situazione che si è creata da quando Ferrarella ha pubblicato la notizia? Notizia che, successivamente viene alimentata anche da un “giallo”. Così lo definisce Ferrarella: chi e come abbia potuto riversare negli atti della Procura, “senza tracciamento”, il documento cartaceo “poi digitalizzato e indicizzato dalla cancelleria”, composto da 36 pagine e in cui sono elencati nomi di persone a cui sarebbero stati trafugati i dati.
Ed ecco la stoccata finale: “Quello di Bellavia, almeno per ora, non è stato ufficialmente classificato come dossieraggio. Ma di certo, gran parte di quei dati ‘ultrasensibili’ raccolti tra i molti anni da consulente dei magistrati e la sua attività da commercialista dovevano essere distrutti, a norma di legge, e non rimanere negli archivi digitali di Bellavia”.
In realtà, qualsiasi professionista che svolge un’attività come Consulente Tecnico del Tribunale (Ctu) riconsegna gli atti e a lui rimane tutto quello che ha utilizzato per redigere la propria opera intellettuale con gli allegati necessari a spiegarle. E comunque, qualunque sia la pratica, è obbligato a tenere i documenti per almeno dieci anni, dopodiché può distruggerli (attenzione: può, non deve).
Corriamo il serio rischio, una volta terminata la cortina fumogena, che la vicenda giudiziaria finisca senza che ci siano risposte alle prime sette domande.
L'articolo Caso Bellavia: perché il consulente derubato viene ora trattato da sospettato? proviene da Il Fatto Quotidiano.