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Violenze nel carcere di Sollicciano, in appello riconosciuta la tortura: tra le pene più alte quella per una ispettrice

La Corte d’appello di Firenze ha confermato una serie di condanne per otto agenti della polizia penitenziaria e un’ispettrice del carcere di Sollicciano (Firenze), accusati di torture, lesioni, falso e calunnia. I fatti risalgono al periodo tra il 2018 e il 2020, quando i detenuti, uno di origine marocchina e l’altro italiano, furono, secondo l’accusa, brutalmente aggrediti dagli agenti. Inflitte pene che vanno da 5 anni e 4 mesi per una ispettrice a 3 anni e 4 mesi per gli altri agenti coinvolti. Il verdetto ribalta il giudizio di primo grado quando era caduta l’accusa di tortura ed erano state emesse condanne per lesioni.

Le violenze e le torture nel carcere di Sollicciano

I fatti risalgono principalmente a due episodi distinti di violenze avvenuti all’interno del carcere fiorentino di Sollicciano. Il primo, il 27 aprile 2019, ha coinvolto un detenuto di origine marocchina, che era stato picchiato da almeno sette agenti penitenziari. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero, il detenuto sarebbe stato assalito con pugni, schiaffi e calci fino a perdere conoscenza. Non contenti, due agenti gli sarebbero saliti sulla schiena per ammanettarlo, quindi lo avrebbero condotto in una stanza di isolamento dove, nudo, sarebbe rimasto per circa tre minuti. In seguito, il detenuto è stato portato in infermeria.

L’accusa aveva sostenuto che l’ispettrice della polizia penitenziaria aveva cercato di coprire l’aggressione, redigendo una relazione ufficiale che accusava il marocchino di aver tentato di aggredirla sessualmente. L’indagine ha rivelato che questo atto di copertura fosse stato messo in atto per giustificare l’uso della violenza. La stessa ispettrice avrebbe continuato a esercitare una condotta violenta nei confronti di altri detenuti, quando un altro detenuto straniero sarebbe stato insultato e definito “un cammello”, con l’indicazione che dovesse essere trattato “come un cammello”.

Il secondo episodio

In un altro episodio risalente al dicembre 2018, un detenuto italiano fu picchiato fino a perforarsi un timpano. Anche in questo caso, gli agenti intervennero in modo eccessivo: il detenuto venne immobilizzato da otto agenti e picchiato in una stanza dell’ufficio del capoposto. La violenza inflitta a quest’ultimo detenuto si aggiungeva ai crimini compiuti in quel periodo all’interno della struttura penitenziaria. Le indagini iniziali erano emerse quando nel gennaio del 2021 erano scattati gli arresti.

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La Cassazione: “L’accusa alla vivandiera di Messina Denaro va cambiata, nuovo processo d’appello”

L’accusa va cambiata. La Cassazione ha annullato la sentenza d’appello a carico di Lorena Lanceri, una delle donne legate a Matteo Messina Denaro, considerata dagli inquirenti anche la vivandiera del boss. I giudici romani, infatti, hanno bocciato la qualificazione giuridica che aveva portato alla condanna per favoreggiamento e procurata inosservanza della pena, ritenendo che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa fosse stato applicato erroneamente.

Nel processo di secondo grado, Lorena Lanceri era stata condannata a 5 anni e 8 mesi, una pena ridotta rispetto ai 13 anni e 4 mesi stabiliti in primo grado. Ma i giudici di Cassazione hanno deciso di rinviare il caso a una nuova sezione della Corte d’appello di Palermo, invitando a rivedere l’impianto accusatorio e la relativa pena. Questo significa che il giudizio sulla posizione di Lanceri non è definitivo, e il nuovo processo potrebbe portare a una revisione tanto dell’accusa quanto della durata della condanna.

La donna, che aveva ammesso la sua relazione con Messina Denaro, ha sostenuto di non aver conosciuto immediatamente la vera identità del boss. Nonostante ciò, si è prodigata per lui, gestendo la sua corrispondenza e mantenendo contatti con i familiari e altri membri della sua organizzazione mafiosa. In cambio, la coppia avrebbe ricevuto regali dal boss, tra cui un Rolex che Messina Denaro aveva acquistato per il figlio della coppia.

In parallelo, è passata in giudicato la condanna definitiva del marito di Lorena Lanceri, chiamata “Tramite” nei pizzini del boss, Emanuele Bonafede. L’uomo, anche lui tra le persone vicine al boss, è stato condannato a 4 anni e 4 mesi per favoreggiamento aggravato. Bonafede, inoltre, è il cugino di Andrea Bonafede, il geometra che aveva prestato la sua identità a Matteo Messina Denaro per eludere le indagini e vivere sotto falso nome.

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“Sentenza già scritta prima del processo”, la denuncia degli avvocati dell’imputato. Presentata istanza di ricusazione

Condanna decisa prima della sentenza. È ciò che pensano gli avvocati difensivi di un imputato a Milano in un processo per violenza sessuale a Milano. I legali, prima che iniziasse l’udienza, hanno visto dei fogli sul banco del giudice. Composti da “una dozzina di pagine appoggiate sul fascicolo processuale” dove “c’era già scritta la sentenza di condanna, veniva dichiarata la penale responsabilità dell’imputato e si dava conto dell’attendibilità della persona offesa”.

Questo è quanto ha raccontato l’avvocato Paolo Cassamagnaghi, che con la collega Roberta Ligotti, ha presentato immediatamente un’istanza di ricusazione nei confronti dei tre magistrati del collegio, un atto che prevede la sostituzione di un giudice considerato imparziale.

La richiesta – come riporta l’Ansa – è avvenuta dopo una breve e informale interlocuzione con i giudici della VI sezione penale. L’avvocato ha aggiunto: “sentenza di condanna, già scritta, motivata. Non era indicata soltanto la pena, era stato lasciato uno spazio vuoto“.

Stamattina alle ore 10.30 doveva essere ascoltata una consulente tecnica della difesa come teste per riferire sull’attendibilità della persona offesa. L’udienza si è invece aperta con la difesa che ha fatto presente di aver inoltrato alla V sezione penale della Corte d’Appello la richiesta di ricusazione. A quel punto i giudici hanno dichiarato l’astensione al procedimento di giudizio.

Negata la richiesta di lettura in aula dei fogli incriminati. Sulla richiesta di astensione del collegio e sul caso dovrà ora pronunciarsi il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia. Informato del fatto dai due difensori anche il segretario della Camera penale di Milano.

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“Affondare le navi delle ong nel Mediterraneo”, “Le camere a gas una menzogna”, chiesto il processo per il gruppo antisemita Ordine Ario Romano

La procura di Roma – a più di quattro anni dalle misure cautelari – ha chiesto il rinvio a giudizio per sei appartenenti al gruppo antisemita ‘Ordine Ario Romano’ smantellato nel giugno del 2021 con un’operazione condotta dai carabinieri del Ros e coordinata dalla procura di Roma. Fra questi c’è anche Francesca Rizzi, la donna che avrebbe vinto nel 2019 il concorso per ‘Miss Hitler’ sul social network russo ‘VK’. I pm contestano il reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. Per tre indagati che hanno scelto il rito abbreviato è stata chiesta una condanna a un anno e mezzo ciascuno mentre altri tre hanno chiesto un patteggiamento a 2 anni su cui il pm ha dato parere favorevole. Parti civili nel procedimento sono l’Ucei, l’Anpi e la senatrice a vita Liliana Segre.

Secondo quanto emerso dalle indagini, i militanti, di età compresa tra i 26 e i 62 anni, pubblicavano sui social network contenuti razzisti e antisemiti e risiedevano in varie regioni italiane. Secondo l’accusa, gli appartenenti al gruppo neonazista utilizzando i social network e un gruppo Whatsapp, propagandavano e incitavano alla discriminazione e alla violenza razziale, xenofoba, etnica, antisemita e religiosa.

Tra i messaggi e i post finiti all’attenzione degli inquirenti ce ne sono alcuni in cui si nega la Shoah e le ‘camere a gas’, ritenute “la menzogna più grande della storia”. I militanti del gruppo scrivevano inoltre: “Il pericolo ebraico sarà eliminato solo quando gli ebrei di tutto il mondo avranno cessato di esistere”. L’organizzazione prendeva di mira anche i migranti, con messaggi del tipo “affondare tutte le navi ong nel Mediterraneo e abbattere tutte le chiese, sinagoghe e moschee sarebbe la soluzione di parte dei nostri problemi”.

Quando furono eseguite le misure emerse che gli indagati esercitavano una propaganda incessante per spingere i follower all’azione. Tanto che il giudice per le indagini preliminari nel provvedimento aveva scritto che “la rassegna dei più qualificanti contenuti delle comunicazioni veicolate sulle pagine social del gruppo lumeggia in una visione di insieme l’attitudine a promuovere e istigare condotte violente ispirate a sentimenti razzisti e di discriminazione etnica”.

Il gip, inoltre, aveva sottolineato come “gli innumerevoli post e scritti pubblicati sulle pagine social riconducibili al gruppo e a ciascun aderente” non fossero limitati “a perseguire un condizionamento puramente mentale ed ideologico nei confronti degli utenti internet, ma sono palesemente volti a instillare comportamenti concreti, violenti e provocatori”. Secondo gli inquirenti, il rischio che dalla propaganda online si potesse passare ad azioni di matrice razzista o antisemita era concreto: “Non può sfuggire la potenzialità concreta a sollecitare azioni materiali lesive della incolumità fisica di persone appartenenti a una delle comunità umane prese di mira”. La decisione del giudice per l’udienza preliminare di Roma è attesa per il 18 febbraio.

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Gratteri denuncia Fratelli d’Italia: “Usato un mio vecchio video per associarlo alle ragioni del sì al referendum”

Nicola Gratteri favorevole alla riforma sulla separazione delle carriere? È questo quello che hanno potuto pensare alcuni utenti dopo aver visto un post della pagina facebook di Fratelli d’Italia. Almeno secondo il procuratore di Napoli che ha deciso di denunciare il partito della premier Giorgia Meloni. “La Costituzione e la democrazia sono prioritarie. Non si toccano. Provvederò a denunciare nelle sedi opportune quanto accaduto per chiedere gli accertamenti del caso“, si legge nella nota diffusa dal capo dell’ufficio inquirente partenopeo.

Il tema è ovviamente quello del referendum sulla giustizia. Il procuratore Gratteri è tra i sostenitori del No, ma Fratelli d’Italia ha cercato di far credere ai suoi follower come al contrario il magistrato sostenga le ragioni del sì. Come? Pubblicando un video, senza contesto, di un vecchio intervento in cui Gratteri critica le correnti della magistratura e auspica il sorteggio per il Csm. Nel post si legge: “Sì, con il sorteggio metteremo la parola fine alle correnti politicizzate in magistratura. Gratteri, sì. Riformiamola”.

Un’associazione che distorce il reale pensiero del procuratore di Napoli. Che scrive: “Con riferimento alla diffusione di un mio vecchio intervento sulle correnti, che un partito politico sta associando alle sue ragioni del sì al referendum, tengo a precisare due cose: nessun partito è stato da me autorizzato ad associare il mio nome a questa campagna referendaria; il testo proposto per questo referendum per il sorteggio del Csm, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea”.

Gratteri quindi denuncia Fratelli d’Italia per l’uso di un suo video per veicolare informazioni distorte e per minare la credibilità del suo pensiero, ma sottolinea anche come il sorteggio inserito nella loro riforma sia distante dalla sua idea. La nota poi si conclude con una ulteriore precisazione: “Ma soprattutto a fronte della perdita di autonomia della magistratura e di un indebolimento dell’equilibrio democratico tra i poteri dello Stato, sancito dalla nostra costituzione – scrive Gratteri – ribadisco che sono contrario a tutta la modifica proposta, compreso il sorteggio proposto”.

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Campania, chiesto l’arresto per il consigliere regionale Giovanni Zannini: “Corruzione e concussione”

La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ha chiesto l’arresto per il consigliere della Regione Campania Giovanni Zannini (Forza Italia), indagato per i reati di corruzione e concussione. Nell’ambito della stessa indagine coordinata dell’ufficio inquirente guidato dal procuratore Pierpaolo Bruni è stata chiesta la misura del divieto di dimora per gli imprenditori di Castel Volturno Paolo e Luigi Griffo, padre e figlio, titolari dell’azienda Spinosa Spa, specializzata nella produzione di mozzarella di bufala campana Dop e dei suoi derivati.

Per gli inquirenti il reato di corruzione si sarebbe concretizzato con l’intervento chiesto a Zannini dagli imprenditori Paolo e Luigi Griffo che volevano realizzare un impianto per la produzione della mozzarella, ma dovevano risolvere problematiche di carattere amministrativo con la Regione Campania. Il consigliere regionale si sarebbe impegnato come presidente della Commissione Ambiente a muoversi presso gli uffici regionali ricevendo in cambio una gita su uno yacht.

La contestazione relativa alla concussione vede invece vittima un dirigente Asl, ovvero l’ex direttore sanitario Enzo Iodice – già sindaco di Santa Maria Capua Vetere nonché ex segretario del Pd provinciale – candidato in una delle liste che sostenevano Roberto Fico alle recenti Regionali. Per gli inquirenti Zannini avrebbe costretto Iodice a lasciare l’incarico di direttore sanitario – circostanza avvenuta nel settembre 2023 – perché probabilmente non voleva sottostare alle sue richieste relative ad alcune nomine.

I fatti contestati a Zannini risalgono alla precedente consiliatura regionale, quando il politico di Mondragone era presidente della Commissione Ambiente della Regione ed era un componente della maggioranza di centro-sinistra del presidente Vincenzo De Luca. Alle ultime regionali Zannini si è candidato ed è stato eletto nelle liste di Forza Italia. Il primo passaggio dell’inchiesta dell’ufficio inquirente coordinato dal procuratore Pierpaolo Bruni che vede anche altri indagati (tra cui Antonio Postiglione, all’epoca dei fatti dirigente di vertice della sanità in Campania) per i quali non sono state al momento chieste misure cautelari, risale all’ottobre 2024 quando vennero eseguite dai carabinieri una serie di perquisizioni. Come prevede la Legge Nordio, la decisione sull’applicazione delle misure sarà decisa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Santa Maria Capua Vetere dopo l’interrogatorio cui saranno sottoposti gli indagati il 4 febbraio prossimo.

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Storica sentenza sull’amianto, un milione di risarcimento alla famiglia di un vigile del fuoco: nipoti compresi

Il tribunale di Genova ha condannato il ministero dell’Interno a un risarcimento di circa un milione di euro per i familiari di un vigile del fuoco della Spezia, morto a causa dell’esposizione professionale alle polveri e fibre di amianto. La sentenza, emessa dalla giudice Valentina Cingano, rappresenta un importante precedente in un lungo contenzioso che coinvolge i vigili del fuoco italiani, già vittime di numerosi casi di malattie professionali legate all’amianto. L’amianto, utilizzato in passato per la realizzazione di attrezzature e materiali di protezione, si è rivelato un nemico mortale per molti lavoratori, tra cui i vigili del fuoco, che sono stati esposti a queste sostanze altamente cancerogene durante le loro operazioni quotidiane. L’ultimo rapporto dell’Osservatorio nazionale amianto parlava di 7mila vittime in un anno.

Le evidenze della causa: esposizione continua e massiccia

Il caso riguardante il vigile del fuoco della Spezia è stato portato avanti dal sindacato Conapo, che ha assistito la famiglia del lavoratore deceduto. Il legale del sindacato, avvocato Paolo Frisani, ha sottolineato che l’esposizione alle fibre di amianto non è stata limitata a singoli eventi, ma è stata una condizione continua e massiccia durante le attività di intervento, ma anche nelle operazioni di addestramento quotidiane. Inoltre, è emerso che, fino agli anni Novanta, i vigili del fuoco erano costretti ad utilizzare dispositivi di protezione, come coperte, guanti e maschere, che contenevano amianto, senza ricevere alcuna informazione riguardo i rischi per la salute. “Abbiamo dimostrato davanti al tribunale – ha spiegato l’avvocato Frisani – che l’esposizione alle fibre di amianto non era occasionale, ma costante. Le attrezzature contenenti amianto venivano utilizzate regolarmente, mettendo a rischio la salute dei vigili del fuoco”, ha aggiunto il legale.

Il riconoscimento del danno e l’estensione del risarcimento

Un elemento particolarmente significativo di questa sentenza è il riconoscimento del risarcimento anche a favore dei nipoti del vigile del fuoco deceduto. Questo aspetto della decisione sottolinea la gravità e l’estensione del danno causato dall’esposizione all’amianto, che ha avuto ripercussioni non solo sui diretti interessati, ma anche sulle generazioni future. Non è la prima volta che un tribunale italiano riconosce i diritti dei familiari di vigili del fuoco morti a causa dell’amianto. Già in precedenti occasioni, le aule di tribunale avevano riconosciuto il risarcimento per i danni subiti dai lavoratori del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ma questa sentenza si distingue per la sua portata e per la cifra risarcitoria che si avvicina al milione di euro.

Le richieste del sindacato Conapo: la mappatura nazionale dell’amianto

La sentenza di Genova riaccende i riflettori sulle condizioni di lavoro dei vigili del fuoco italiani, che, nonostante gli avanzamenti nella legislazione, continuano ad essere esposti a rischi sanitari legati all’amianto. A tal proposito, Marco Piergallini, segretario generale del sindacato Conapo, ha ribadito l’urgenza di un intervento concreto da parte delle istituzioni. “Chiediamo da anni la mappatura completa e aggiornata dei siti contenenti amianto su tutto il territorio nazionale. Questa sentenza dimostra ancora una volta che la mancata mappatura espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute”, ha dichiarato Piergallini.

La richiesta del Conapo riguarda non solo i luoghi di lavoro, ma anche gli edifici pubblici e le infrastrutture che potrebbero contenere amianto, un materiale ancora presente in molte strutture italiane, seppur vietato da anni.

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Abusi su sette piccole alunne, chiesti 10 anni e 4 mesi per maestro di musica che fu arrestato in flagranza

Gli agenti erano intervenuti scuola, dopo aver analizzato le immagini registrate da microspie e telecamere installate nell’istituto, e lo avevano arrestato. A poco meno di un anno dal blitz nelle aule di una scuola primaria, la pm di Milano Alessia Menegazzo ha chiesto, nel processo con rito abbreviato, una condanna a 10 anni e 4 mesi di reclusione per un maestro di musica, che insegnava fino al febbraio dello scorso anno in una scuola elementare del capoluogo lombardo, accusato di violenza sessuale aggravata e anche di un episodio di adescamento ai danni di sette alunne di meno di 10 anni.

L’uomo, 45 anni, era stato arrestato in flagranza il 10 febbraio del 2025 dopo essere stato sorpreso nel corso degli abusi dalle microcamere posizionate nella scuola dal Nucleo tutela donne e minori della Polizia locale, che ha condotto le indagini.

Poi, la giudice Alessandra Di Fazio aveva convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere. Il 45enne, che aveva sostenuto di essere stato frainteso, è tuttora detenuto. Le indagini erano proseguite con l’ascolto, in audizioni protette, di altre presunte vittime, dopo le prime individuate, e anche attraverso incidenti probatori.

Dagli atti risulta che l’uomo avrebbe anche minacciato le alunne dicendole che le avrebbe “bocciate” e avrebbe commesso le violenze anche in aule vuote o in “un ripostiglio”, oltre che alla presenza, a volte, di altri alunni in classe. L’inchiesta era scaturita da una segnalazione alla Procura del 10 gennaio dello scorso anno da parte della dirigente scolastica. La richiesta di condanna è stata formulata dalla pm nell’udienza di ieri e la sentenza del giudice per l’udienza preliminare, Domenico Santoro, è prevista per il 5 febbraio.

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“Portò la madre in un bosco e la uccise per intascare la pensione”, 62enne condannato all’ergastolo

C’è chi in un passato recente, per intascare la pensione, si è travestito dalla madre o chi l’ha tenuta murata in armadio. Ma la storia che arriva dal Piemonte è molto più drammatica perché l’anziana in questo caso, secondo l’accusa, era stata portata in un bosco e fatta fuori. Oggi la Corte d’assise di Novara ha inflitto l’ergastolo a Stefano Emilio Garini, il 62enne di Milano accusato dell’omicidio della madre, Liliana Anagni, trovata morta e abbandonata in un bosco vicino al Ticino nel 2022. Garini, agente immobiliare con precedenti, era accusato anche di distruzione di cadavere. Omicidio premeditato, truffa, auto-riciclaggio e falso, con l’aggravante del vincolo familiare, i reati contestati all’uomo. I giudici hanno però escluso l’aggravante della premeditazione.

Il ritrovamento dei resti di Liliana Anagni risale al 10 ottobre 2022, quando un cercatore di funghi aveva trovato ossa umane in un’area isolata del Parco del Ticino, tra il ponte che collega il Piemonte e la Lombardia. Le ossa, tra cui vertebre, un frammento di mandibola e un femore, erano state successivamente identificate grazie a una protesi dentale rinvenuta su una vertebra, che aveva permesso di risalire alla vittima. Il cranio non è mai stato trovato.

Secondo le ricostruzioni delle indagini, la sera del 18 maggio 2022 Liliana, all’epoca 89enne, era viva fino alle 20, quando Garini l’ha portata in carrozzina per una passeggiata nei boschi di San Martino di Trecate, un luogo impervio. Dopo quel momento, nessuno l’ha più vista. Garini, in seguito, avrebbe cercato di mascherare il crimine e ottenere vantaggi economici, approfittando della pensione e dell’indennità di accompagnamento della madre. Inoltre, è stato condannato per aver truffato lo Stato e il Comune di Milano, ottenendo indebitamente circa 27.300 euro, che gli sono stati confiscati. Le accuse più gravi, però, sono quelle di omicidio e distruzione di cadavere, che hanno portato al fine pena mai. La motivazione del delitto risiederebbe nel desiderio di Garini di intascare il denaro della madre, senza considerare le drammatiche conseguenze del suo gesto.

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