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Abortire in Italia è un percorso a ostacoli. Se sei straniera, lo è molto di più

di Obiezione Respinta*

Negli ultimi anni con Obiezione Respinta abbiamo accompagnato persone con vario background migratorio nella loro esperienza di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Ne è emerso un quadro chiaro: il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è in grado di garantire un acceso libero, sicuro e gratuito all’aborto, tanto meno per chi vive già in condizioni di marginalità, all’incrocio di disuguaglianze di genere, provenienza, classe, salute. Ci siamo continuamente trovate all’interno di percorsi a ostacoli e corse contro il tempo.

Il problema è innanzitutto strutturale. La legge 194 che regola l’interruzione di gravidanza in Italia concepisce l’aborto come un’eccezione da limitare più che come un diritto da garantire. La legge lega l’accesso all’aborto a condizioni specifiche – pericolo per la salute fisica o psichica, difficoltà economiche o sociali – senza contemplare la possibilità che una persona semplicemente non desideri diventare genitore. A questo si aggiungono numerosi altri ostacoli: la “settimana di riflessione” dopo aver ottenuto il certificato IVG, l’obiezione di coscienza praticata da circa il 65% del personale medico e la presenza delle associazioni antiabortiste nei consultori e negli ospedali. In molte strutture vengono inoltre richiesti passaggi non previsti dalla legge, come l’ascolto del battito fetale nel momento dell’ecografia, causando ulteriori ritardi e disagi. In un percorso sanitario vincolato ai tempi come quello dell’IVG, ogni limite può compromettere concretamente l’accesso alle cure.

Per le persone straniere, questi problemi si moltiplicano. Il primo scoglio è capire a quale assistenza sanitaria si abbia diritto, orientandosi tra iscrizioni al SSN, codici sanitari, documenti amministrativi e regolamenti regionali spesso opachi.

Le persone provenienti da Paesi UE ed extra-UE che soggiornano in Italia per motivi di lavoro hanno diritto all’iscrizione obbligatoria e gratuita al SSN. Chi accede con permessi di soggiorno per motivi di studio o religiosi può iscriversi al SSN, ma lo deve fare a pagamento, al costo di 700 euro, con procedure burocraticamente complesse e con la validità dei servizi per l’anno solare. Chi si trova in Italia per soggiorni di breve durata (fino a 3 mesi) per motivi di turismo, affari o altre ragioni temporanee può accedere alle prestazioni sanitarie, che sono generalmente a pagamento secondo le tariffe previste dal Servizio Sanitario Regionale, salvo il diritto alle cure urgenti ed essenziali (art. 36 del T.U. n. 286/98). Ci si può anche affidare ad un’assicurazione privata, che tuttavia non sempre copre le prestazioni relative all’IVG. L’aborto, dunque, non viene sempre riconosciuto come prestazione urgente o essenziale ai fini dell’esenzione, nonostante le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Si configura perciò come questione economica oltre che sanitaria.

Esistono poi codici specifici per situazioni di particolare vulnerabilità: il codice STP (“Straniero Temporaneamente Presente”) e il codice ENI (“Europeo Non Iscritto”). Il codice STP garantisce alle persone straniere in condizione di irregolarità l’accesso alle cure urgenti ed essenziali e continuative, inclusa l’interruzione volontaria di gravidanza secondo le modalità previste dal Servizio Sanitario Nazionale. Il codice ENI riguarda invece cittadine e cittadini dell’Unione Europea non iscritti al SSN e privi di copertura sanitaria, che si trovano in condizioni di difficoltà economica, e consente l’accesso alle prestazioni sanitarie urgenti ed essenziali.

Reperire informazioni corrette è difficile per chiunque e, per una persona straniera, orientarsi tra codici, uffici, iscrizioni e strutture può diventare quasi impossibile, data la diffusa assenza di traduttori nei presidi medici.

Crediamo che parte della soluzione risieda nella possibilità di avere sul proprio territorio consultori realmente accessibili (dovrebbe essercene uno ogni ventimila abitanti, secondo la legge 405/1975), servizi a bassa soglia, mediazione culturale e informazioni chiare e in diverse lingue sui siti ufficiali. Applicare infine le linee di indirizzo sulla RU486 (2020) anche nei consultori faciliterebbe enormemente l’accesso all’aborto alle persone straniere, al di là del loro status giuridico, del loro ISEE e della loro condizione migratoria.

Durante i nostri accompagnamenti, siamo riuscite a ovviare al problema economico attraverso raccolte fondi, grazie alla solidarietà e mutuo aiuto della nostra comunità. Abbiamo fatto da traduttrici, spiegato il senso dei documenti, accompagnato in auto alle strutture sanitarie più vicine. Tuttavia, non siamo un servizio sanitario e non vogliamo sostituirci a esso. Le pratiche di mutuo aiuto che costruiamo servono a condividere informazioni, esperienze e strumenti concreti di supporto, trasformando l’esperienza abortiva in un terreno di rivendicazione politica. Aborto, contraccezione e salute sessuale e riproduttiva continuano a essere trattati come temi eccezionali o moralmente controversi: sono invece aspetti fondamentali della vita e dell’autonomia delle persone. È anche nostro compito rendere visibili i corpi che questo sistema lascia indietro.

*Obiezione Respinta è un’associazione transfemminista nata a Pisa che pratica accompagnamento all’IVG

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Aborto farmacologico a domicilio, il caso della clinica Mangiagalli: nel 2025 il 95% delle IVG gestito da casa

L’aborto farmacologico a domicilio fino alle 9 settimane dall’inizio di gestazione è ancora molto poco diffuso in Italia, nonostante il ministero della Salute lo indichi come via preferenziale fin dal 2020. La Clinica Mangiagalli, dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, lo consente dal 2020 e i dati relativi al servizio ne dimostrano l’efficacia, la sicurezza e il gradimento da parte delle utenti: sul totale delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) farmacologiche del 2025, il 95% è stato effettuato in regime domiciliare (nel 2024 era stato il 93%), secondo i dati raccolti nella relazione interna annuale che monitora il servizio.

I vantaggi evidenziati dalla de-ospedalizzazione dell’IVG farmacologica sono la riduzione dei tempi di attesa tra il rilascio del certificato ed IVG e l’incremento del numero di IVG farmacologiche, che nel 2025 sono state il 62% sul totale (la media nazionale è del 59% secondo i dati più recenti disponibili, cioè quelli del 2023, con una forte variabilità regionale). Il tasso complessivo di complicanze è stato lievemente inferiore (0,35%) rispetto a quello già noto in letteratura. Il fallimento della terapia medica (con la persistenza dell’embrione in utero e necessità di intervento chirurgico) sono stati 2 su 705, come nella media.

“La pandemia di Covid-19 ha agito come catalizzatore per l’adozione del metodo farmacologico domiciliare. Durante il periodo critico, le uniche persone in fila erano le donne che richiedevano l’interruzione di gravidanza. Questa situazione ha spinto a implementare un sistema telefonico di screening e a rendere il processo più efficiente per sgravare il pronto soccorso e gestire meglio il flusso di pazienti. L’emergenza ha accelerato l’approvazione di un unico protocollo, valido anche per l’aborto spontaneo entro le nove settimane, semplificando ulteriormente le procedure” spiega a ilfattoquotidiano.it Sarah Salmona, responsabile del servizio IVG presso la Clinica.

Il modello Mangiagalli potrebbe essere adottato facilmente da qualunque ospedale. La prassi ancora largamente diffusa, infatti, è quella di far tornare la donna in struttura sia per il primo farmaco (mifepristone) che per il secondo farmaco (prostaglandine), cioè quello che provoca l’espulsione (solo nel 3-4% dei casi l’aborto avviene con il solo mifepristone entro le successive 12 ore dall’assunzione).

Nella procedura attuata dalla Mangiagalli, il primo farmaco viene somministrato nella struttura e le prostaglandine sono utilizzate dalla persona a casa propria. Un’ulteriore caratteristica positiva del servizio in Mangiagalli è che l’intera procedura è gestita non in clinica, dove si svolgono solo le IVG chirurgiche, ma al consultorio di via Pace, poco distante. Uno screening accurato, che prevede anche la mediazione interculturale, consente di verificare l’esistenza di condizioni idonee alla somministrazione domiciliare e di dare alla persona tutte le informazioni necessarie a gestire autonomamente la procedura. “Il counselling è la parte più importante del nostro lavoro – spiega Massimo Destro, ginecologo del consultorio di via Pace. – Il medico non deve essere superficiale, deve accertarsi che la paziente abbia ben compreso le istruzioni. Per esserne certo, io faccio scrivere alla paziente stessa le istruzioni di cosa fare nel secondo giorno a casa, in modo che sappia esattamente quello che succede. E deve esserci un approccio non giudicante, consapevole che la donna ha fatto la sua scelta e che sta vivendo un momento che può essere complicato”.

Facendo parte dello stesso ente, il consultorio di via Pace è collegato all’ospedale anche sotto il profilo amministrativo. Dato che la Regione Lombardia non ha approvato alcun provvedimento amministrativo per consentire a consultori e ambulatori di somministrare i farmaci – come invece hanno fatto l’Emilia-Romagna e, di recente, la Campania – abbiamo cercato di capire quale strada abbia percorso il consultorio di via Pace.

“L’attuale regolamentazione in Lombardia richiede, per la procedura IVG, la creazione di una cartella clinica ospedaliera, il che impedisce ai consultori di gestire l’aborto farmacologico” – spiega Edgardo Somigliana, primario di ginecologia presso la clinica. – “Nel nostro caso, abbiamo classificato alcune stanze del consultorio come stanze ospedaliere. In questo modo il consultorio è integrato con l’ospedale, operando formalmente in stanze ospedaliere dedicate, considerate come un day hospital clinico. Questa anomalia virtuosa ci consente di aprire la cartella clinica in consultorio ed offrire l’opzione domiciliare”.

Il principale ostacolo alla gestione consultoriale e alla possibilità di autosomministrarsi le prostaglandine a casa è, dunque, di tipo regolamentatorio. La questione dei rimborsi delle prestazioni gioca un ruolo determinante e per comprenderla bisogna addentrarsi per qualche passo nei meandri burocratici. Mentre le prestazioni ospedaliere sono rimborsate sulla base del cosiddetto “DRG”, Diagnosis-Related Group (Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi), le prestazioni erogate dai servizi territoriali sono rimborsate sulla base di un altro provvedimento amministrativo, definito “nomenclatore tariffario”. Si tratta in entrambi i casi di strumenti classificatori che attribuiscono un prezzo a ciascuna prestazione e i prezzi sono definiti periodicamente dalla giunta regionale. Se la Regione non indica nel nomenclatore tariffario le prestazioni per l’aborto farmacologico (non solo i farmaci, ma anche l’assistenza), il consultorio non ha il canale burocratico per agire. Anche se, in realtà, il quadro amministrativo già consentirebbe alle ATS, le Aziende territoriali sanitarie entro cui sono organizzati ed integrati ospedali e servizi territoriali, di prendere qualche iniziativa: “Il progetto regionale di integrazione del fascicolo socio-sanitario con la cartella clinica elettronica potrebbe rappresentare una svolta futura”, spiega la dottoressa Salmona.

Adeguarsi alle linee di indirizzo ministeriali favorendo l’IVG farmacologica in consultorio avrebbe importanti ricadute positive sulla prevenzione. “Un aspetto importante è la disponibilità della contraccezione post-aborto. Abbiamo rilevato che la contraccezione è più richiesta dalle donne che hanno vissuto l’aborto farmacologico a casa. Il modello integrato permette di fornire spirali e dispositivi sottocutanei gratuiti per le donne che rientrano nei protocolli, come le minorenni o le indigenti, e che hanno aperto la cartella consultoriale. La pillola viene somministrata il giorno stesso dell’assunzione del secondo farmaco, il misoprostolo. Questo sottolinea l’importanza di un servizio olistico che include sia l’interruzione di gravidanza che la prevenzione di future gravidanze indesiderate”, commenta Beatrice Tassis, ginecologa responsabile di struttura del consultorio di via Pace.

Un questionario predisposto dallo staff per sondare l’esperienza delle pazienti riguardo all’aborto farmacologico domiciliare ne dimostra il gradimento. “La ricerca, svolta tra il 2020 e il 2022 su circa 200 casi, ha mostrato un’ottima soddisfazione da parte del 90% delle donne, sia per il dolore fisico che psicologico. Le pazienti si sono sentite ben preparate, le informazioni ricevute hanno corrisposto alla loro esperienza e tornerebbero a scegliere questa modalità”, commenta Salmona.

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