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A Gerusalemme apre l’ambasciata del Somaliland: Israele punta sul Corno d’Africa e sul Mar Rosso

Nella giornata di lunedì 15 giugno il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, e il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, hanno inaugurato l’ambasciata del piccolo Stato del Corno d’Africa secessionista dalla Somalia, riconosciuto dal governo di Benjamin Netanyahu nel dicembre 2025. La mossa, che corona una serie d’incontri condotti da Abdullahi con le autorità israeliane, a partire dal presidente Isaac Herzog, mostra l’ampiezza delle ambizioni israeliane per la regione del Corno d’Africa e del Mar Rosso ove Tel Aviv ha una solida proiezione politica, diplomatica e, in prospettiva, militare.

L’asse Israele-Somaliland

Il Somaliland è andato direttamente alla porta principale, aprendo l’ambasciata a Gerusalemme riconosciuta solo da pochi Stati, tra cui gli Usa, capitale di Israele. Ora a questi si aggiunge una repubblica che si è staccata di fatto dalla Somalia nel 1991 e ha goduto da allora di una solida stabilità interna, contrapposta al caos del Paese-madre, senza però mai ricevere alcun riconoscimento internazionale come Stato sovrano. Per il Paese che controlla il territorio dell’ex Somalia britannica la sponda israeliana è stata decisiva, e questo si inserisce in una partita a più livelli per la proiezione regionale. Mentre su altri teatri, dal Libano all’Iran, la strategia israeliana cozza con i vincoli imposti dal negoziato guidato dagli Usa e dal sovraccarico di impegni militari, nel Corno d’Africa c’è una strategia tutta da costruire per amplificare la potenza dello Stato Ebraico. E il Somaliland non entra causalmente nell’equazione. Tutt’altro.

Inserirsi nella regione vorrebbe dire avere una sponda sul Golfo di Aden, a pochi passi dallo Yemen ove rimangono forti gli Houthi, nemici di Israele, che hanno in passato usato la leva militare per interdire i traffici marittimi nello stretto di Bab el-Mandeb, porta tra Oceano Indiano e Mar Rosso, da cui è dipendente il 10% del commercio globale. Tel Aviv e Hargeisa possono fare sponda per consegnare a Israele una posizione più rilevante in loco.

Gli obiettivi di Israele

La Fondazione Mediterranea di Studi Strategici (Fmes), centro studi francese, ha parlato di un “pivot to Africa” del governo di Benjamin Netanyahu, sottolineando come un inserimento in Somaliland consentirebbe alle forze armate israeliane di “raccogliere informazioni in tempo reale, condurre sorveglianza con droni e rispondere rapidamente agli attacchi missilistici o con droni degli Houthi”. Inoltre, si potrebbe marcare a uomo la Turchia, stanziata in Somalia, e contribuire a un rafforzamento del partenariato con gli Emirati Arabi Uniti, che non riconoscono il Somaliland ma ne controllano il porto principale, Berbera. Aprendo ulteriormente la prospettiva, si potrebbe parlare di un quadrilatero esteso all’Etiopia, che teme le turbolenze della Somalia e mira a fare di Berbera il suo punto d’accesso al mare per non dipendere dalle intemperanze dell’Eritrea.

Per il Somaliland “il riconoscimento diplomatico da parte di Israele fornisce il livello politico che completa gli investimenti di capitale degli Emirati Arabi Uniti e la ricerca da parte dell’Etiopia di un accesso marittimo”, aggiunge la Fmes. Le prospettive sistemiche parlano, dunque, di grandi manovre tra diplomazia e politica dove Somaliland e Israele si sono reciprocamente utili. E Tel Aviv ottiene nuovi spazi di proiezione per competere in un grande gioco tra Medio Oriente, Mar Rosso e Africa sempre più articolato e spericolato.

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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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