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Presidio contro autorizzazioni al fotovoltaico israeliano. Falchi (AVS) “Il diritto internazionale deve valere sempre”

Livorno 16 ottobre 2026   Il Capogruppo di Alleanza Verdi e Sinistra Lorenzo Falchi, che recentemente ha depositato un’interrogazione consiliare sul tema, esprime la propria convinta adesione al presidio indetto da associazioni e realtà toscane solidali con il popolo palestinese che si è svolto stamani davanti alla sede del Consiglio Regionale della Toscana. “Mi unisco …

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“Dati e non parole”: la USL replica alle dichiarazioni del consigliere regionale Diego Petrucci

Livorno 15 ottobre 2026   In merito alle dichiarazioni diffuse agli organi d’informazione dal consigliere regionale Diego Petrucci a margine dell’audizione della Direttrice generale Maria Letizia Casani in Commissione Sanità, si ritiene opportuno precisare quanto segue.           1) “Alla Toscana nord ovest arrivano quasi 3 miliardi di euro, ma i servizi continuano a non …

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Onore ai Caduti e Bandiere in volo: la Folgore celebra l’anniversario di El Alamein

Livorno 15 ottobre 2026   Aviolancio delle Bandiere di Guerra dei Reparti della “Folgore” Con due velivoli della 46ª Brigata Aerea, l’attività ad Altopascio per l’84° Anniversario di El Alamein Nell’ambito delle celebrazioni dell’84° Anniversario della Battaglia di El Alamein, si è svolto, presso la zona lancio “Nella” di Altopascio (LU), l’aviolancio delle Bandiere di …

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Federalismo fiscale, la Toscana ricorre alla Consulta

Livorno 15 ottobre 2026 Federalismo fiscale, ricorso della Toscana alla Consulta; Bezzini e Lorenzetti (Pd): “Il Governo scarica il peso delle sue decisioni sulle Regioni. Le risorse per il trasporto pubblico locale non si toccano” “Il Governo Meloni continua a portare avanti scelte sulle spalle delle Regioni, degli enti locali e dei cittadini. Il decreto …

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Granuli bianchi sulle coste toscane, si tratta di lenticchie d’acqua

Materiale granuloso bianco sulla costa: segnalazioni anche a Quagliodromo e Baratti

Livorno 15 ottobre 2026 Il materiale trovato su alcune spiagge toscane (tra San Vincenzo e Follonica) a settembre è costituito da ammassi di piantine tipiche delle acque interne, le lenticchie d’acqua, che sono stati trasportati dalle correnti marine È stata chiarita l’origine dei granuli bianchi avvistati nelle scorse settimane su diverse spiagge della costa toscana, in …

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Caregiver, politica e disabilità, Monni: “La cura merita diritti. Il ddl Locatelli trasforma il riconoscimento in un sussidio per pochi”

Livorno 15 ottobre 2026   “Il problema del disegno di legge Locatelli è prima di tutto culturale: il valore della cura viene ricondotto a una misura di contrasto alla povertà destinata a una platea estremamente ristretta. Chi assiste una persona cara deve essere riconosciuto nel suo ruolo, nei suoi bisogni e nei suoi diritti, senza …

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Impianto sportivo “Vincenzi”: è possibile presentare un progetto per il rilancio della struttura

L’Amministrazione Comunale di Livorno intende raccogliere proposte progettuali per la rigenerazione, la riqualificazione, l’ammodernamento e la successiva gestione dell’impianto sportivo comunale “Vincenzi”, situato in via Carlo Bernheimer n. 16, in zona Montenero.
L’obiettivo è quello di recuperare pienamente la funzionalità e la sicurezza della struttura, trasformandola in un punto di riferimento per lo sport di base, amatoriale e giovanile, la vita di quartiere e l’inclusione sociale.
Il complesso, esteso su una superficie di 6.325 metri quadrati, comprende un campo da gioco, spogliatoi, una palestra, una centrale termica e diverse aree esterne. Attualmente la struttura necessita di importanti interventi di riqualificazione e messa in sicurezza per tornare a essere utilizzata a pieno regime.

Possono presentare la propria candidatura le associazioni e le società sportive dilettantistiche senza fini di lucro, anche riunite in forma aggregata. L’iscrizione al Registro nazionale delle attività sportive dilettantistiche non è richiesta al momento della domanda, ma dovrà essere dimostrata obbligatoriamente prima della firma finale.
I partecipanti dovranno proporre un progetto unitario rivolto all’intero complesso, articolato in:

  • Un progetto preliminare di riqualificazione: che individui chiaramente gli interventi essenziali e prioritari per garantire la sicurezza e il regolare utilizzo dell’impianto (distinguendoli da eventuali opere migliorative). La mancata indicazione dei lavori prioritari può comportare l’inammissibilità della proposta
  • Un piano di fattibilità economico-finanziaria: con il dettaglio dei costi, delle coperture economiche e della sostenibilità della gestione
  • Un progetto gestionale: orientato a promuovere l’attività sportiva giovanile e di base, l’aggregazione della comunità, la parità di accesso e l’integrazione sociale, garantendo tariffe sostenibili e spazi aperti al pubblico.

L’avviso ha carattere esplorativo e istruttorio, non costituisce una procedura di gara, non prevede punteggi o graduatorie e non comporta alcun obbligo di affidamento da parte del Comune. Le proposte ammissibili saranno esaminate da una Commissione tecnica, che esprimerà per ciascuna un giudizio motivato di adeguatezza.
L’eventuale affidamento diretto della gestione potrà essere disposto esclusivamente in presenza di un’unica proposta ammissibile e adeguata, purché il valore complessivo dell’affidamento sia inferiore alla soglia europea di € 5.404.000,00, determinato secondo la normativa vigente.
In presenza di più proposte, il Comune si riserva le successive determinazioni, compreso l’eventuale avvio di una procedura a evidenza pubblica. Non è previsto alcun diritto di prelazione.

La durata della gestione sarà compresa tra un minimo di 5 e un massimo di 19 anni, calcolata in modo proporzionato all’entità degli investimenti previsti.
La gestione è prevista a titolo gratuito (senza canone a carico del gestore) e senza contributi o sostegni economici da parte del Comune.
Chi prenderà in carico la struttura dovrà finanziare ed eseguire i lavori approvati, sostenere le spese di funzionamento, provvedere alle manutenzioni necessarie e prestare le garanzie fideiussorie e le coperture assicurative previste dalla procedura.

Per poter elaborare la propria proposta, per i partecipanti è obbligatorio effettuare un sopralluogo tecnico presso l’impianto sportivo. La richiesta di sopralluogo deve essere inviata tramite la piattaforma START entro il 2 dicembre 2026 (la mancata effettuazione del sopralluogo comporta l’esclusione).

Le domande e la documentazione richiesta devono essere inviate esclusivamente in modalità digitale tramite la piattaforma regionale START, entro le ore 10.00 di mercoledì 9 dicembre 2026.

Eventuali richieste di chiarimento devranno essere trasmesse unicamente attraverso la piattaforma START nei tempi previsti dalla documentazione.

Per consultare l’avviso integrale, gli allegati, i requisiti completi e per inviare la candidatura collegarsi alla piattaforma START

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Strage di macchine rovistate in via di Salviano

A scrivere alla nostra redazione sono alcuni abitanti di via di Salviano, via della valle Benedetta e via dei Pelaghi. La zona in questione è stata particolarmente attenzionata da ladri di “ultima generazione”. Decine di auto rovistate all’interno senza segni evidenti di effrazione. Tecniche moderne che permettono di aprire i veicoli senza spaccare vetri e forzare serrature per raccogliere magari pochi spiccioli lasciati sul cruscotto. I cittadini attraverso questo appello chiedono sicurezza e controllo da parte delle autorità competenti per arginare il problema.

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Restare umani nell’era dell’AI

Si è svolto il 12 ottobre, al Teatro Nazionale di Firenze, il convegno “Restare umani nell’era dell’AI”, focalizzato sull’impatto dell’intelligenza artificiale nella società. Una mattinata che ha visto la partecipazione di circa trecento persone, per riflettere sulle implicazioni etiche e pratiche dell’intelligenza artificiale.

Stefano Massini

L’iniziativa, promossa da Unicoop Firenze, ha messo a confronto esperti e accademici per indagare il futuro del sapere, dell’informazione, dell’ambiente e dell’economia nell’era digitale.

Tra gli ospiti intervenuti Stefano Massini, scrittore e direttore artistico del Teatro della Toscana, che ha aperto la mattinata dopo i saluti della presidente del Consiglio di Sorveglianza Daniela Mori. Massimo Bray, direttore dell’Enciclopedia Treccani, ha parlato delle “Parole dell’IA”, mentre Veronica Neri, professoressa di Etica della comunicazione Università di Pisa, ha portato una riflessione su “Etica e deontologia nell’IA“. Tra gli ospiti anche Stefano Mancuso, professore di neurobiologia vegetale Università di Firenze, che ha parlato di “Intelligenza naturale: dalle piante agli uomini“. L’economista Leonardo Becchetti, professore di Economia Università di Tor Vergata, ha fatto un intervento su IA e mondo del Lavoro dal titolo “L’IA ucciderà il lavoro?“.

La mattinata si è conclusa con una tavola rotonda moderata dalla giornalista Marianna Aprile, che ha condotto anche la mattinata, con Alberto Puliafito, giornalista, e Salvatore Borghese, analista di Youtrend, che hanno portato una riflessione su “Gli italiani e l’IA“.

I video degli interventi sono disponibili nella playlist dedicata sul canale Youtube di Unicoop Firenze. Per accedere cliccare sul pulsante che trovate qui sopra.

Galleria fotografica

Alcune immagini del convegno.

Massimo Bray
Veronica Neri
Leonardo Becchetti
Stefano Mancuso
Marianna Aprile con Alberto Puliafito e Salvatore Borghese

Leonardo becchetti in dialogo con Marianna Aprile

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Garante dei detenuti: “Carcere le Sughere, sovraffollamento e criticità edilizie”

Comunicato stampa a firma Garante dei Detenuti del Comune di Livorno Marco Solimano

“Già da tempo esprimiamo forte preoccupazione per la situazione venutasi a creare dopo l’apertura di uno dei due padiglioni ristrutturati. Preoccupazioni condivise dal Garante Regionale, Giuseppe Fanfani, che in una sua recentissima visita presso la Casa Circondariale di Livorno, accompagnato anche da due Consiglieri Regionali, esattamente l’8 ottobre, ha potuto constatare le numerose criticità che insistono sull’Istituto di pena.

Il quadro che emerge restituisce l’immagine di un sistema in forte affanno, condizionato da un sovraffollamento cronico, da importanti carenze negli organici della Polizia Penitenziaria e da criticità strutturali che incidono quotidianamente sulla dignità della pena e sulla sicurezza dell’Istituto.

A Livorno ci troviamo di fronte al paradosso di interventi edilizi recenti che, pur sanando situazioni fatiscenti, nascono già ciechi rispetto alla necessità di spazi di socialità fondamentali per qualsiasi percorso rieducativo. L’effetto benefico derivante dalla inaugurazione del nuovo padiglione è stato subito annullato dalla ingente mole di nuovi ingressi, fra cui quasi cento provenienti da Sollicciano, a seguito del sequestro da parte della autorità giudiziaria di sette padiglioni.

Il tasso di sovraffollamento, all’interno delle sezioni di media sicurezza, sfiora il 150%, e questo determina inevitabilmente forti tensioni all’interno dei reparti che sempre più sfociano in eventi critici ed aggressioni oltre che a limitare in maniera rilevante l’accesso a percorsi trattamentali.

Senza un profondo ripensamento della gestione dei flussi tra gli istituti la tenuta dei diritti fondamentali e della sicurezza all’interno della Casa Circondariale resta pericolosamente a rischio.

Soprattutto in previsione, entro la fine dell’anno, della apertura del secondo padiglione ristrutturato che, se seguirà le logiche utilizzate per il primo padiglione, ospiterà nell’Istituto livornese ulteriori altri duecento detenuti se non oltre.

Per questo alcune decine di agenti di polizia penitenziaria a breve arriveranno nella nostra città senza poter contare su una dignitosa accoglienza in caserma considerando che la stessa, da oltre 15 anni, è abbandonata ed in attesa di ristrutturazione se non per un unico piano. Su questo recentemente un sindacato di polizia penitenziaria ha incontrato il Sindaco di Livorno che ha ben compreso la delicatezza e la pregnanza delle questioni rappresentate tanto da indurlo a chiedere con urgenza al Prefetto una riunione del Cosp. Ma inaspettatamente e con grande stupore il Prefetto non ha aderito alla richiesta di convocazione del tavolo.

Ma nonostante l’occasione perduta il Garante ed il Sindaco assumeranno nei prossimi giorni una propria iniziativa nei confronti del Provveditorato Regionale dell’Amministrazione della giustizia per aprire un tavolo di riflessione comune, fatte salve le prerogative di ciascuno, sulla Casa Circondariale di Livorno e sui percorsi che al meglio possano garantire la costruzione di occasioni ed opportunità che possano consentire una elaborazione delle scelte negative ed antisociali del passato e di conseguenza limitare il tasso di recidiva una volta rientrati nella società esterna”.

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MEK e Sionismo, come l’Albania rischia di diventare la seconda Israele

  Di Alireza Niknam   Negli ultimi anni, il nome dell’Albania è stato citato più che mai in relazione a progetti e attori stranieri. Questo piccolo Paese dei Balcani, che un tempo cercava di presentarsi come modello di stabilità e sviluppo nell’Europa sud-orientale, si trova ora a dover affrontare seri interrogativi riguardo alla propria autonomia […]

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Un ferito di Gaza racconta le ventiquattro ore trascorse sotto un albero, dove dolore, morte, memoria e speranza si sono intrecciati nella guerra

    Pensavo di sapere cosa fosse la sofferenza, finché non l’ho vissuta davvero. Quello che ho scoperto era diverso, strano e doloroso. Com’è curioso il dolore. Nonostante la sua amarezza, nonostante il nostro desiderio di starne lontani quanto l’oriente è lontano dall’occidente, quando arriva c’è in esso una certa dolcezza. Sì, dolcezza. Per molto […]

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La City contro la Russia? Dietro la crisi europea il ritorno dell’antica guerra tra il mare e la terra

  Di Nicola Bielli per ComeDonChisciotte.org “Britannia rules the waves” di Nicholas Habbe: Britannia – armata di lancia, elmo e scudo in rilievo con le armi reali britanniche – è seduta in una quadriga insieme a Nettuno, armata del suo tridente. Mentre l’Europa assiste all’ennesima escalation del confronto tra NATO e Russia, una domanda continua […]

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Stati Uniti-Iran: il cessate il fuoco di una guerra che Washington non può più sostenere

  Di Ali Ahmadi, The Cradle   L’accordo quadro che ha posto fine alla guerra del 2026 con l’Iran è stato interpretato dalla maggior parte di Washington come una concessione. I commentatori conservatori considerano il memorandum d’intesa (MoU) come una sorta di “ricompensa” concessa a un Paese che avrebbe dovuto essere lasciato a fare i […]

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Superenalotto, a Milano centrato un "5" da quasi 100mila euro

Superenalotto, a Milano centrato un "5" da quasi 100mila euro Il Superenalotto "bussa" a Milano, nel concorso 47 di sabato 22 marzo 2025. Lo fa con un 5 da 95mila euro, uno dei due assegnati nel concorso. Lo rende noto Sisal. La vincita (per l'esattezza di 95.044,64 euro) è stata realizzata al punto Sisal del bar Aspromonte di via Sacchini 1, zona Loreto...
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Milano ha incassato oltre 200milioni di euro con le multe

Milano ha incassato oltre 200milioni di euro con le multe Oltre 204 milioni di euro. Tutto con le multe. È quanto ha incassato palazzo Marino nel corso del 2024 staccando sanzioni per violazioni del codice della strada. Una cifra di tutto rispetto, tanto che la metropoli lombarda si classifica terza nella graduatoria nazionale e prima in Lombardia. Il...
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Quando torna l'ora legale (e si allungano le giornate)

Quando torna l'ora legale (e si allungano le giornate) Giornate più lunghe (e albe decisamente più tardive). Manca poco al ritorno dell'ora legale. Quest'anno, nel 2025, il cambio dell'ora cade la prossima domenica. Le lancette andranno spostate avanti di un'ora, dalle 2 alle 3, tra sabato 29 e domenica 30 marzo 2025. Ormai la tecnologia fa tutto da...
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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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CHE SIGNIFICA LA ‘MOSSA’ IRANIANA

Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?

Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta.
Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana.
Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.

Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran.
La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…

Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro.
L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga.
In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.

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U.S.A.: COA(LI)ZIONE A RIPETERE

L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse.
Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.

Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole.
Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato.
Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.

Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco.
Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.

Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi.
Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico.
Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…

Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni?
Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario.
Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina.
Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica.
Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale.
Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto.
Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…).
La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.

La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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