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L’intelligenza artificiale si sta mangiando il resto dell’economia?

di Isaac J.P. Barrow

La corsa mondiale all’intelligenza artificiale sta mobilitando centinaia di miliardi di dollari. Le grandi aziende tecnologiche costruiscono enormi centri di elaborazione dati, acquistano semiconduttori, sviluppano software e investono in infrastrutture energetiche. Un’espansione senza precedenti che promette di trasformare interi settori produttivi. Ma mentre una parte dell’economia accelera a ritmi impressionanti, un’altra sembra rallentare. E secondo l’economista premio Nobel Paul Krugman, le due cose potrebbero essere strettamente collegate.

In un’analisi pubblicata sul suo Substack, intitolata AI Versus Everything Else (Intelligenza artificiale contro tutto il resto), Krugman richiama l’attenzione su una conseguenza del boom dell’intelligenza artificiale che sta ricevendo molta meno attenzione rispetto ai possibili effetti sull’occupazione o al rischio di una bolla finanziaria: gli enormi investimenti destinati all’IA starebbero sottraendo capitali e risorse a tutto il resto dell’economia americana. Un fenomeno che gli economisti chiamano crowding out, traducibile come effetto spiazzamento. Spieghiamolo: quando un’impresa vuole costruire una fabbrica, ampliare uno stabilimento o realizzare un complesso residenziale, generalmente deve procurarsi capitali, spesso ricorrendo a prestiti. Il costo di questi finanziamenti dipende anche dai tassi di interesse. Se la domanda di denaro per finanziare nuovi investimenti aumenta molto rapidamente, i tassi possono salire, rendendo più costoso ottenere credito. Immaginiamo allora due imprese. La prima vuole costruire un nuovo stabilimento industriale, la seconda un gigantesco data center destinato all’intelligenza artificiale; entrambe hanno bisogno di capitali, ma la seconda appartiene a un settore nel quale le aspettative di guadagno sono enormi e i grandi operatori dispongono di risorse finanziarie considerevoli. Se i tassi di interesse aumentano, il progetto industriale potrebbe diventare meno conveniente ed essere rinviato. Il data center, invece, viene costruito ugualmente, perché l’azienda tecnologica ritiene che i profitti futuri giustifichino l’investimento. Moltiplichiamo questo esempio per migliaia di imprese e miliardi di dollari e otteniamo il fenomeno descritto da Krugman: una parte crescente delle risorse finanziarie viene assorbita dal settore tecnologico, mentre gli investimenti negli altri comparti incontrano maggiori difficoltà.

Il primo grafico sottostante riportato dall’economista, realizzato da Steve Rattner, mette a confronto l’andamento della costruzione di data center con quello di altre strutture, tra cui abitazioni, uffici e fabbriche. Gli investimenti nelle infrastrutture informatiche crescono rapidamente, mentre altri segmenti dell’edilizia mostrano una dinamica decisamente più debole.

 

Ma la costruzione degli edifici rappresenta soltanto una parte della spesa complessiva per l’intelligenza artificiale. Una quota molto importante degli investimenti riguarda i computer, i processori, le apparecchiature elettroniche e i programmi necessari a far funzionare questi sistemi.

Per comprendere le dimensioni del fenomeno basta guardare i dati del Bureau of Economic Analysis americano, disponibili attraverso la banca dati FRED della Federal Reserve di St. Louis. Nel secondo trimestre del 2026 gli investimenti privati statunitensi in apparecchiature per l’elaborazione delle informazioni e software hanno raggiunto un valore annualizzato di circa 1.646 miliardi di dollari, rispetto ai 1.375 miliardi dello stesso periodo del 2025. Si tratta di una categoria statistica più ampia dell’intelligenza artificiale, ma che comprende una parte importante delle tecnologie alla base della sua espansione. Krugman utilizza proprio i dati sugli investimenti tecnologici e li confronta con quelli destinati al resto dell’economia, misurandoli in rapporto al prodotto interno lordo. Il secondo grafico prende come riferimento l’inizio del 2023 e mostra un progressivo aumento del peso degli investimenti tecnologici, accompagnato da un andamento assai meno favorevole degli altri investimenti.

Per l’economista questa divergenza rappresenta un segnale evidente dell’effetto spiazzamento. Va precisato che il confronto tra le due serie, da solo, indica una relazione nell’andamento degli investimenti, mentre attribuire il rallentamento degli altri settori principalmente all’intelligenza artificiale è l’interpretazione economica proposta da Krugman.

Il problema riguarda anche risorse materiali. I data center consumano enormi quantità di elettricità, richiedono collegamenti alla rete, sistemi di raffreddamento e componenti elettroniche specializzate. Quando la domanda cresce più velocemente della capacità produttiva, possono aumentare i prezzi e allungarsi i tempi di approvvigionamento. Secondo Krugman, la forte richiesta di semiconduttori e memorie legata all’intelligenza artificiale sta già esercitando pressioni su mercati dai quali dipendono anche i produttori di automobili, computer e altri dispositivi elettronici.

La particolarità di questa situazione emerge confrontandola con un’altra grande rivoluzione tecnologica: quella di Internet negli anni Novanta. All’epoca gli Stati Uniti attraversarono un enorme ciclo di investimenti nelle telecomunicazioni, nei computer e nelle nuove imprese digitali. Eppure, osserva Krugman nel terzo grafico della sua analisi, gli investimenti negli altri settori continuarono ad aumentare. Il boom tecnologico si accompagnò quindi a un’espansione più generale dell’economia.

Una delle spiegazioni, secondo il premio Nobel, riguarda l’afflusso di capitali dall’estero. Negli anni Novanta gli Stati Uniti riuscirono ad attirare grandi quantità di investimenti internazionali, aumentando le risorse disponibili per finanziare la crescita. Oggi Krugman ritiene che manchi un afflusso di capitali esteri paragonabile, capace di sostenere contemporaneamente la corsa all’intelligenza artificiale e gli investimenti negli altri settori.

C’è poi un’altra questione, forse ancora più importante: chi decide dove devono andare le risorse di un Paese e chi sostiene i costi di queste decisioni? Spesso si considera l’investimento privato come una scelta economicamente efficiente, perché effettuata da imprese che mettono a rischio il proprio capitale. Ma Krugman ricorda che anche le grandi aziende possono commettere errori colossali. Porta come esempio Meta, la società proprietaria di Facebook, che ha investito circa 80 miliardi di dollari nel progetto del metaverso, ridimensionandone successivamente le ambizioni. Risorse enormi destinate a un’iniziativa che, almeno finora, ha prodotto risultati molto inferiori alle aspettative.

Un investimento privato sbagliato può quindi avere conseguenze economiche reali, soprattutto quando assorbe risorse che avrebbero potuto essere impiegate altrove.

La situazione diventa ancora più complessa quando intervengono gli incentivi pubblici. Negli Stati Uniti, spiega Krugman, le agevolazioni fiscali introdotte anche attraverso la legislazione approvata durante la presidenza Trump favoriscono gli investimenti in infrastrutture tecnologiche. Questo significa che una parte del boom dei data center beneficia indirettamente del sostegno dei contribuenti. Diventa quindi legittimo domandarsi se la distribuzione delle risorse tra i diversi settori risponda davvero all’interesse generale.

Naturalmente, l’intelligenza artificiale può generare benefici economici considerevoli. L’aumento della produttività, l’automazione di attività complesse, i progressi nella ricerca scientifica e lo sviluppo di nuovi servizi potrebbero compensare ampiamente molti dei costi iniziali. Gli stessi investimenti nei data center creano lavoro e domanda per imprese elettriche, edili e manifatturiere. Il punto sollevato da Krugman riguarda però ciò che accade nel frattempo e soprattutto ciò a cui l’economia potrebbe dover rinunciare per sostenere questa espansione.

Gran parte della discussione pubblica sull’intelligenza artificiale si concentra su ciò che potrebbe accadere nei prossimi dieci o vent’anni, su quanti posti di lavoro scompariranno, quali professioni saranno sostituite o quanto diventeranno intelligenti le macchine. L’analisi di Krugman invece invita a osservare il presente, perchè la trasformazione sta coinvolgendo  mercati finanziari, credito, energia, materie prime e investimenti industriali.  Perchè il successo di una rivoluzione tecnologica dipende anche dalla sua capacità di produrre benefici per l’intero sistema economico, e non soltanto per le aziende che la guidano.

 

 

Traduzione dall’ inglese di Igor G. Cantalini

 

L’AUTORE

Isaac J.P. Barrow – Professore sociologo specializzato in dinamiche sociali globali. Tutta la sua carriera si è concentrata su globalizzazione e tecnologie digitali. Ha svolto ricerche in vari paesi ed è autore di studi su identità culturali e disuguaglianze. Ha collaborato con organizzazioni internazionali ed è considerato un esperto di politiche sociali ed inclusione.

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L’epidemia di noia che sta trasformando le nostre città

Quando è stata l’ultima volta in cui avete passeggiato per strada in una città con un’edilizia moderna? Vi voglio parlare di un problema che sappiamo esistere in ogni città e cittadina: la sempre maggiore presenza di edifici senza carattere. Credo che stiamo vivendo un’epidemia di noia.

Tranne rare eccezioni, sappiamo già che i nuovi edifici saranno spenti e monotoni. Dovunque è lo stesso. Monotoni, piatti, dritti, lucidi. Disumani. Mia figlia li chiama gli edifici “bah”. Edifici che trovano giustificazione nella funzionalità.

Io progetto edifici e spesso mi sono sentito dire che la forma dovrebbe seguire la funzione. Ovvero, eseguendo meccanicamente i calcoli per un edificio ben strutturato, il risultato apparirà comunque bello. Questo mantra, secondo cui la forma segue la funzione, dura da un secolo. Dopotutto pare buono, no? Qualcuno dissente? Sembra ovvio che ogni dettaglio ulteriore rappresenti una decorazione superflua.

Vi voglio parlare di una funzione cruciale che penso sia andata perduta: la funzione dell’emozione.

Quando dico emozione, intendo la capacità che ha un edificio di significare qualcosa per noi, di renderci gioiosi, di creare un legame. Gli edifici ci influenzano. Ci camminiamo attorno, alziamo gli occhi per guardarli. La maggior parte di noi, però, la maggior parte delle volte, resta loro indifferente.

Se ci recassimo in una città e vi chiedessi quale parte vorreste visitare, quella vecchia o quella nuova, sappiamo tutti istintivamente che la maggioranza sceglierebbe la parte vecchia. Perché? Perché tutti sappiamo che la città nuova sarà noiosa e senza personalità.

Dove sono finite le escrescenze e le protuberanze dei nostri edifici? Le ombre, le asperità dei materiali, la tridimensionalità, i forti contrasti di luce? Come mai tutto è diventato così bidimensionale, semplicistico e senza carattere?

A quanto pare, non sono l’unico ad allarmarsi per quanto sta accadendo alle nostre città. Alcune ricerche mostrano che questi edifici non sono soltanto semplicistici e monotoni. Sono nocivi. Sono nocivi per la salute mentale, perché il solo fatto di muoversi tra loro è una fonte di stress psichico. Sono nocivi per la salute fisica, perché allungano i tempi di guarigione dalle malattie al loro interno, e sono dannosi per la salute sociale, perché fanno salire il rischio di crimini e comportamenti antisociali.

Il quadro diventa ancora più sinistro se ci fermiamo un momento a pensare alla crisi climatica che stiamo vivendo. L’impatto delle automobili e del trasporto aereo è stato ampiamente enfatizzato. Secondo uno studio del 2019, l’aviazione era responsabile del 2,1% delle emissioni di gas serra. Un fuscello a confronto della trave rappresentata dall’intero settore delle costruzioni, con il suo notevole 38%.

Negli Stati Uniti, ogni anno si demoliscono e ricostruiscono edifici per un totale di 100 milioni di metri quadrati. È l’equivalente della metà di Washington, DC, demolita soltanto per essere ricostruita. E non avviene solo negli Stati Uniti. È un fenomeno mondiale.

Nel Regno Unito vengono demoliti 50.000 edifici all’anno. Qui la vita media di un edificio commerciale è di 40 anni. Questo significa che, se fossi stato un edificio commerciale, sarei stato demolito 12 anni fa.

La cosa è piuttosto semplice. Quando qualcuno non ama, e uso proprio la parola “ama”, un edificio, è più probabile che lo demolisca.

La mia impressione è che non abbiamo unito i puntini. La costruzione di un edificio, una delle cose più costose immaginabili, è comprensibilmente soggetta a enormi pressioni: sui tempi, sui costi, da parte della politica, del proprio ego, delle normative e dello status quo. La spinta a ignorare l’anima è immensa. E cambiare le cose fa paura a chiunque, a me tra i primi. Ma sono convinto che l’emozione sia una funzione fondamentale che è stata dimenticata.

C’è un piccolo gruppo di persone che l’ha capito e cerca di risolvere il problema. In Francia, Sou Fujimoto ha progettato una torre con una stupenda superficie movimentata. In Burkina Faso, Francis Kéré ha realizzato un centro medico dotato di un’anima. In Libano, Lina Ghotmeh Architecture utilizza splendidi spessori murali per dare carattere alle abitazioni. Nel Regno Unito, ACME Studio aggiunge personalità e dettagli originali agli edifici nei centri delle nostre città.

Ho pensato di mostrarvi alcuni esempi di come il mio studio ha cercato di affrontare il problema.

A Città del Capo c’era un silo per cereali vecchio di cent’anni e in disuso, originariamente utilizzato per conservare mais proveniente da tutto il Paese, che rischiava quasi certamente di essere demolito.

Proponemmo di non distruggerlo e di trasformarlo, invece, nella prima grande istituzione africana dedicata agli artisti africani contemporanei.

Prendemmo la forma di uno dei chicchi di mais che un tempo erano stoccati nel silo e la intagliammo all’interno della costruzione, allestendo intorno 80 gallerie.

Il lavoro consisteva nel restaurare e ridare vita a una struttura storica, ma al centro del nostro progetto, con costi contenuti, c’era l’idea di creare un’emozione irresistibile e travolgente, sfruttando il più possibile quei tubi giganteschi.

Il punto chiave era capire come fare non soltanto per far fermare le persone all’esterno ad ammirare la struttura, ma per attirarle all’interno, dove la loro curiosità avrebbe fatto il resto.

Si entra passando sotto le tramogge, da dove i cereali cadevano sul nastro trasportatore. Tagliando la straordinaria struttura storica originale, abbiamo rivelato e reso fruibili le peculiarità dell’edificio. Questi dettagli, queste cavità, contribuiscono all’anima del progetto.

Sul tetto si trova un giardino delle sculture con il pavimento in vetro. Il museo finito è grezzo, è crudo, ma vero. Ed è stato un onore riportare in vita questa struttura storica.

A Singapore volevamo trovare delle soluzioni per far ritrovare alle persone l’entusiasmo di studiare in un’università. In quest’epoca digitale, in cui tutto si può fare su Internet e ho persino sentito dire che è possibile conseguire un dottorato dal letto di casa, a cosa servirebbero degli edifici universitari?

Noi siamo convinti che siano luoghi in cui mettere in comune le idee, incontrare un futuro socio in affari o la persona con cui fondare un’associazione di utilità sociale. Eppure, ciò che tipicamente ci aspetta sono pannelli di polistirolo sul soffitto, nessuna sorgente naturale di luce e ambienti poco invitanti in cui ritrovarsi.

In controtendenza, abbiamo costruito un edificio universitario senza corridoi, dove gli studenti possono vedersi reciprocamente. Un edificio senza facciata né retro. Difatti, non è un solo edificio, ma dodici edifici affiancati.

Il nostro obiettivo era inventare un’architettura tropicale di nuovo tipo, che facesse un uso minimo di energia, in cui imparare in aule prive di forme angolose, dove professori e insegnanti collaborassero con gli studenti, piuttosto che limitarsi ad assegnare compiti.

Un luogo dove la cultura fosse d’ispirazione, ma che invitasse anche a soffermarsi. E che fosse aperto tutto il giorno.

L’ultima volta che sono stato a Singapore, ero sotto l’effetto del jet lag, alle due di notte. Sono passato accanto all’edificio e ho visto studenti che tranquillamente lavoravano e socializzavano.

Nello Yorkshire, una contea inglese, ho avuto la fortuna di riumanizzare un centro di cura di uno dei più grandi ospedali oncologici del Paese. Quando si pensa ai peggiori luoghi in cui si è mai stati, di sicuro gli ospedali sono in cima alla lista. Sono tra gli edifici più angosciosi e terrificanti in cui ci si possa trovare.

Ci siamo dati la missione di creare un luogo emotivamente non asettico, in cui fosse possibile sentirsi vulnerabili, piangere, sentirsi protetti e far parte di una comunità accogliente.

Ma il cantiere era previsto sull’unico spazio verde dell’ospedale e non volevamo essere noi a piazzare uno “scatolone” per eliminarlo del tutto. Quindi ci siamo posti il problema di estendere il verde che, sappiamo, aiuta il processo di guarigione.

Come nei modellini di dinosauro fatti di pezzi di compensato che si incastrano, abbiamo fatto incastrare pannelli giganteschi per creare tre strutture che ospitassero tre grandi giardini, dando vita a un edificio-giardino.

In questo edificio ci sono 17.000 piante e 23.000 fiori a bulbo, che rappresentano un aumento del 423% della biodiversità sul sito.

Il nostro obiettivo era costruire un luogo in cui le persone potessero incontrarsi e, mettendo al centro le emozioni degli utenti, cercare veramente di realizzare un’architettura della speranza.

Infine, a Shanghai, abbiamo avuto un’opportunità tipica dei nostri tempi: dover fare le cose in grande. Realizzare un progetto di 400.000 metri quadrati su un sito lungo 480 metri, dove normalmente si sarebbe costruito qualcosa di convenzionale.

Il sito era enorme, tanto che l’Empire State Building avrebbe potuto starci adagiato.

Perché il progetto fosse economico e strutturalmente efficiente, avevamo bisogno di una griglia di mille colonne. Allora abbiamo scelto di non abbellire delle scatole, ma di rendere le colonne protagoniste, collegando il parco da un lato e il quartiere degli artisti dall’altro, riunendoli in un unico centro.

Il progetto finale si chiama A Thousand Trees.

Ogni colonna è sormontata da un albero di montagna cinese, ancora giovane. Abbiamo dovuto considerare nutrimento, drenaggio, effetti della luce e umidità, sfruttando il fatto che ogni colonna rappresenta il punto ideale per sostenere un carico.

L’edificio ha inoltre centinaia di terrazze esterne, offre ombra e speriamo che possieda la complessità necessaria per coinvolgere emotivamente le persone in un progetto di queste dimensioni.

Abbiamo lavorato con artisti locali per integrare le loro opere nella nostra visione, in un progetto veramente collaborativo. Questo atteggiamento si riflette anche all’interno.

Il progetto è stato inaugurato alla fine dell’anno scorso, sebbene soltanto per metà. Ci sono 100.000 persone al giorno che lo visitano. Ma non sono stati soltanto gli alberi e le piante: persino i pilastri strutturali sono diventati nostri alleati per umanizzare un progetto di questa portata.

Voglio dire, quindi, che non esiste un unico linguaggio o approccio per affrontare questa epidemia di noia. Così come in natura conosciamo oggi l’enorme importanza della biodiversità, abbiamo disperatamente bisogno di diversità in architettura.

Il mio obiettivo è cercare di dare inizio a un movimento mondiale di umanizzazione, in cui non si tollerino più luoghi inumani e senz’anima.

E se un giorno i nostri edifici ci ispirassero ad adeguarli, risistemarli e ripararli?

Non possiamo continuare a demolire gli edifici che ci circondano.

Smettiamo di costruire edifici con una vita utile di 40 anni e costruiamo edifici che durino 1.000 anni.

Unitevi a me, vi prego. Grazie.

Trascrizione del TED di Thomas Heatherwick, celebre architetto, designer e artista britannico. 

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