Addio al Fcas, la Germania studia le alternative: dalla Svezia al progetto Airbus

Il collasso del progetto franco-tedesco Fcas (Future Combat Air System) da 100 miliardi di euro per un caccia di sesta generazione congiunto tra Parigi e Berlino rappresenta un crocevia importante per l’industria della Difesa europea e mentre prova ad analizzare i cambi di paradigma che questo comporta per i suoi piani di riarmo la Germania, Paese che maggiormente puntava sul piano per un salto di qualità delle sue forze armate, valuta le alternative.
Il tramonto del Fcas
La cooperazione industriale franco-tedesca non è decollata per questioni legate alla volontà di spartizione degli appalti, che la Francia intendeva mantenere pesantemente a proprio favore, e per una minore spinta comune per il progetto rispetto a quello del Global Combat Air Program (Gcap) italo-anglo-giapponese. Ora Berlino si trova nella condizione di dover ripartire da capo e di studiare alternative. Essenzialmente, ci sono tre opzioni sul tavolo per il cancelliere Friedrich Merz, autore di un ambizioso piano di rafforzamento militare assieme al ministro della Difesa Boris Pistorius.
La prima idea, segnalata dal Financial Times, sarebbe quella di consolidare un pool di aziende con al centro la divisione aerospaziale di Airbus, che ha sede operativa in Germania, per guidare dal suolo tedesco una corsa autonoma al nuovo caccia. All’imminente Salone Aeronautico di Berlino, secondo il Ft, i dirigenti di questi gruppi, tra cui Mbda, specializzata in campo balistico e missilistico, e Hensoldt, player nei radar, potrebbero ricevere una spinta dalla volontà di Merz di mettere a terra il piano di riarmo passando anche per una via autonoma agli aerei di combattimento di nuova generazione.
La via del Gcap e quella svedese
La seconda strada porta proprio nella direzione del Gcap e lascia presagire la prospettiva che Berlino finisca per convergere come partner nell’ambizioso piano oggi egemone su scala mondiale per i velivoli di sesta generazione. Il peso industriale della Germania e la capacità di spesa di Berlino darebbe indubbiamente un peso geostrategico notevole all’accordo e ne amplierebbe la portata, ma al contempo è tutto da valutare l’impatto che ciò avrebbe su filiere industriali, appalti e divisione del lavoro, in un contesto ove già oggi Italia, Regno Unito e Giappone prevedono stanziamenti per decine di miliardi di euro volti a sviluppare con i loro apparati militari-industriali il nuovo caccia.
Una terza via, invece, accarezzata in passato, passa da un altro attore strategico nel mercato aeronautico: la Svezia. Stoccolma prevede di sostituire il veterano della sua flotta aerea, il Jas-39 Gripen, entro il 2035 e ha incaricato Saab di studiare un progetto per realizzare un velivolo di sesta generazione in ottemperanza alla storica e gelosamente custodita indipendenza del Paese nordico nelle filiere militari, un retaggio dell’era di stretta neutralità conclusa con l’ingresso nella Nato nel 2024. Ora è aperta una nuova era, e i rumors di una cooperazione tedesco-svedese sono consolidati da tempo sulla scorta della presenza attiva di Saab in diversi dossier del piano di riarmo tedesco. Rispetto al Gcap il progetto svedese è ancora in via di sviluppo e dunque la Germania, sempre tramite Airbus, potrebbe giocare un ruolo.
Le ipotesi sul tavolo
Chiaramente l’opzione di un consorzio per il caccia di sesta generazione si potrebbe anche sposare con l’apertura a una delle due filiere già attive. La Chatham House, del resto, nota che il tramonto del Fcas franco-tedesco potrebbe contribuire a fare chiarezza sul futuro del riarmo aeronautico europeo, aggiungendo peraltro che “I Paesi europei devono affrontare una realtà urgente: se non saranno in grado di sviluppare un’alternativa europea al programma statunitense F-35, si troveranno costretti a dipendere da un’America sempre meno affidabile per una componente cruciale del loro equipaggiamento di difesa, una piattaforma su cui potrebbero dover fare affidamento fino al 2040 inoltrato”.
La Germania produce l’F-35 nei suoi stabilimenti del sistmea industriale-militare ma intende guardare oltre. E dalla sua scelta potrebbe dipendere molto del futuro della corsa europea (e globale) al caccia di sesta generazione, in cui l’Europa è capofila. Ma rischia di avere proprio dalla sua divisione un fattore di ridimensionamento.
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