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Nuova gaffe del ministro Nordio su libri e antifascismo

Sulla questione del “patentino antifascista” – come lo ha definito Giorgia Meloni – necessario per partecipare alla fiera Più libri, più liberi, che si terrà a dicembre, ieri è intervenuto del tutto a sproposito il ministro Carlo Nordio. Gli succede spesso. Talvolta in modo rovinoso, talvolta, per fortuna, in modo innocuo. Stavolta la sua scivolata è abbastanza innocua. Il ministro ha sostenuto che gli organizzatori della fiera, i quali chiedono a tutti i partecipanti di sottoscrivere un’autocertificazione di antifascismo, probabilmente non sanno che il più importante libro sulla giustizia italiana lo ha scritto Mussolini. Poi il ministro s’è accorto che le reazioni alla sua uscita molto fantasiosa non erano proprio entusiaste, e che di nuovo veniva messi in discussione il suo equilibrio e la sua saggezza. E allora ha spiegato che lui si riferiva al Codice penale, varato nel 1930 e che porta la firma di Mussolini.

Ora è veramente molto molto difficile capire cosa c’entri il fatto che nel 1930, quando fu varato il codice penale, Mussolini era presidente del Consiglio, con la questione della fiera dei libri e della richiesta di dichiarazione antifascista. Nordio ha cercato di spiegare che lui voleva dire semplicemente che chi chiede questa dichiarazione (gli organizzatori della mostra) si sono recentemente pronunciati contro le separazione delle carriere, e quindi contro la riforma del codice penale firmato da Mussolini. Ora chi ha detto a Nordio che gli organizzatori della mostra fossero contro la separazione delle carriere nessuno lo sa. E soprattutto, l’idea che se uno è contro la separazione delle carriere dei magistrati vuol dire che è fascista è una idea francamente parecchio balzana. Le reazioni alla “frittata” di Nordio si sono aggiunte a quelle che c’erano state il giorno prima contro Giorgia Meloni, la quale aveva duramente contestato la richiesta di dichiarazione antifascista, sostenendo (forse anche con qualche ragione) che richiedere a un editore una dichiarazione di fede politica non è il massimo della cultura liberale. Contro Nordio si sono pronunciati ieri il senatore del Pd Dario Parrini, il leader di Avs Bonelli e il capo dell’Anpi Pagliarulo. E anche diversi altri esponenti politici di sinistra e dei 5 stelle, i quali hanno spiegato che una dichiarazione antifascista altro non è che un atto di lealtà verso la Costituzione. Diciamo la verità. Tra tutte le polemiche politiche che si potevano inventare nel giugno del 2026 questa forse è la più scombiccherata.

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Nordio, non basta citare il Codice Rocco per rivalutare il fascismo

di Roberto Celante

Dopo l’uscita della Premier Meloni sulla censura antifascista, ecco il ministro Nordio, che sottolinea la paternità fascista dell’attuale codice penale. È evidente che, per fermare a tutti i costi l’emorragia di consensi verso Futuro nazionale, la destra di governo stia perdendo serenità di giudizio.

Che si tratti di una propria iniziativa autonoma, o di una strategia di FdI, l’affermazione di Nordio mira senz’altro a solleticare l’orgoglio della minoranza di italiani che si sente tuttora custode di un’ideologia “perseguitata” da ottant’anni di democrazia. Il Guardasigilli ammicca a chi ritiene che il fascismo non sia stato altro che una fase come un’altra della storia d’Italia, caratterizzata da una gestione efficiente della cosa pubblica, e che si concluse anzitempo, per un errore di calcolo nella fatale scelta dell’alleanza militare. L’affermazione di Nordio lusinga chi ritiene che la democrazia, da ottant’anni a questa parte, sia stata soltanto una zavorra per le potenzialità del Paese, perché ingesserebbe le istituzioni, abortirebbe le riforme necessarie, frenerebbe lo sviluppo economico.

La narrazione di certi revisionisti odierni racconta di una “dittatura all’acqua di rose, perché, se non protestavi, nessuno ti toccava”. In compenso, fu avviata l’elettrificazione delle ferrovie; fu realizzata la prima autostrada; furono bonificate intere province; fu superata la crisi del ’29; furono edificati migliaia di alloggi di edilizia popolare e centinaia di edifici pubblici; furono rese pubbliche le assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro e contro le malattie dei lavoratori, nonché il trattamento pensionistico; furono risolti i conflitti sociali con il sistema corporativista; fu innovata la scuola; furono riformati i codici civile e penale, nonché i rispettivi codici di procedura.

E c’era “ordine”: almeno, questa era la percezione della società dell’epoca, che pare fosse lieta di poter “dormire con la porta aperta”, anche se in realtà le carceri non erano meno affollate di quelle di oggi. E c’era “la certezza della pena”, anche se, nel 1937, in occasione della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia, nipote del Re Imperatore, il fascismo concesse un’amnistia (dalla quale furono comunque esclusi i “pericolosissimi” detenuti politici), utile proprio a sfoltire la popolazione carceraria.

Al di là di questi ultimi miti sfatati, nonché dell’immane tragedia della guerra, e a parte i nostalgici per sentito dire, in molti potrebbero essere tentati dall’apprezzare le realizzazioni positive del regime, sopra citate. Ebbene, è abbastanza “normale” che, con vent’anni a disposizione ed esercitando il potere assoluto, il fascismo abbia avuto la possibilità di realizzare anche cose positive e l’abbia fatto. Ma la domanda è: a quale prezzo? Possiamo dire che sia accettabile barattare la propria libertà con uno stato più efficiente? Quanto vale la libertà di manifestazione del pensiero, senza timore di ritorsioni? Sì può pensare di scambiare la libera informazione con la propaganda? Il tutto, in cambio di alcuni vantaggi materiali, anche se mai sperimentati prima?

Sono queste le domande che dobbiamo porci, come cittadini consapevoli dei diritti e dei doveri di cui siamo portatori, secondo quanto previsto dalla Costituzione, quando sentiamo esaltare i risultati del regime, quando assistiamo a tentativi di revisionismo.

Quindi, ministro Nordio, il Codice Rocco del 1930 (che, peraltro, come le è ben noto, oggi risulta rimaneggiato rispetto alla stesura originale, perché molte norme sono state nel frattempo espunte o modificate dal Parlamento, ed altre dichiarate incostituzionali dalla Consulta), non è stato affatto un lascito tale da consentire di rivalutare il fascismo, né lo sono le altre realizzazioni positive del regime, perché la libertà e la democrazia sono beni insostituibili, inalienabili, inestimabili.

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Patentino antifascista, Pagliarulo (Anpi) replica a Nordio e Meloni: “Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione”

“Non è censura, si chiama rispetto della Costituzione e delle leggi”. Il residente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo risponde così a Giorgia Meloni e a Carlo Nordio, che negli ultimi due giorni hanno criticato la fiera Più Libri Più Liberi per aver fatto sottoscrivere una sorta di adesione ai principi antifascisti a tutti gli editori coinvolti negli stand e negli eventi. Per Pagliarulo, intervenuto alla presentazione della Festa nazionale dell’Anpi 2026, quella scatenata dal governo è “una tempesta in un bicchier d’acqua” figlia della “legge della concorrenza tra Meloni e Vannacci” e del “riflesso pavloviano” della premier “quando si parla di antifascismo”.

Ma dal presidente dell’Associazione dei partigiani arriva anche un suggerimento, utile a spiegare che certe iniziative, per quanto sacrosante, si espongono a strumentalizzazioni che servono alla destra per distogliere l’attenzione da altri temi: “Quel che chiedono gli organizzatori della fiera è del tutto tautologico, pleonastico, nel senso che se entro in un supermercato non trovo cartelli con scritto ‘Non rubare’. Dunque non c’è alcuna censura, ma solo il rispetto della Costituzione, della Legge Scelba e della Legge Mancino. Detto questo, col senno di poi, forse sarebbe stato più ragionevole vigilare affinché nessun espositore pubblicizzasse o esponesse libri di istigazione all’odio o di apologia del fascismo, e in quel caso naturalmente intervenire”.

Secondo Pagliarulo, la baruffa mediatica è figlia del bisogno di Meloni di “non parlare di temi più importanti” e della rincorsa a destra con Roberto Vannacci: “La legge della concorrenza del mercato si sposta alla politica, io capisco che Meloni abbia il problema di Vannacci ma le vorrei dire di non esagerare e scindere la carica di leader di partito da quella di presidente del Consiglio”. Le sparate di Nordio e Meloni tengono banco, ma la conferenza serve anche a presentare programma e ospiti della Festa nazionale Anpi che si terrà a Limena (Padova) dal 18 al 22 giugno. Il titolo scelto è “Facciamo resistenza” e non è casuale : “La resistenza è elemento fondativo della memoria della Repubblica. Oggi è necessaria una resistenza a questo riarmo generalizzato parossistico e una resistenza alle derive autoritarie in giro per il mondo. Siamo davanti a una banalizzazione della guerra e a nuovi fascismi che mettono in discussione i sistemi democratici”.

Diversi gli ospiti e i dibattiti. Il primo giorno si confronteranno tra gli altri l’ex segretario generale Cgil Sergio Cofferati, Walter Massa (Arci) e l’ex eurodeputata Pasqualina Napoletano, mentre venerdì sarà il turno di altri illustri ospiti come la presidente di Emergency Rossella Miccio e l’ex presidente della Regione Toscana Vannino Chiti. Sabato previsto un lungo spazio per i giovani di Anpi e poi altri dibattiti con nomi come Francesco Vignarca (Rete Italiana Pace e Disarmo) e Alba Bonetti di Amnesty International, prima degli ultimi due giorni con focus in particolare sulla Costituzione (con giuristi come Enrico Grosso e Francesco Pallante e la magistrata Silvia Albano) e sul sociale, con rappresentanti della segreteria nazionale di Cgil, Cisl e Uil a confronto con il vicepresidente di Confindustria Maurizio Marchesini.

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L’ultima di Nordio: “Patentino antifascista? Il libro più importante per la giustizia è firmato da Mussolini”. Poi il tentativo di spiegazione

Patentino antifascista? Sulla polemica che ha infiammato la scena politica del fine settimana, arriva il commento del ministro Carlo Nordio. “Forse gli organizzatori non sanno” ha detto il Guardasigilli riferendosi a chi rende possibile la Fiera “Più libri più liberi”, “che il libro più importante per la nostra giustizia, cioè il Codice penale, reca la firma di Mussolini“.

Il riferimento è al Codice Rocco del 1930, voluto dall’allora ministro Alfredo Rocco. Testo ancora in vigore ma che è stato ampiamente modificato, sia dalla Corte Costituzionale sia dal Legislatore, nelle parti più illiberali e autoritarie. Per esempio abrogando la pena di morte, il delitto d’onore, l’adulterio da parte della donna. Oppure dichiarando incostituzionale la norma che puniva penalmente lo sciopero (diventato un diritto nella nostra Carta). Ieri Giorgia Meloni aveva parlato di “censura” in relazione alla richiesta rivolta alle case editrici, da parte degli organizzatori della kermesse in programma a dicembre, di sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono”.

Negli anni scorsi era richiesta alle case editrici una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori, Innocenzo Cipolletta, ha confermato: “Agli editori chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

A pochi minuti dalla sua prima uscita, il ministro Nordio ha cercato di correggere il tiro così: “È proprio un paradosso che si pretendano attestazioni di antifascismo da chi non vuole cambiare un codice firmato da Mussolini”. Angelo Bonelli di Avs ha commentato che “le dichiarazioni di Nordio sono vergognose“. E ricorda al Guardasigilli che “è vero che Mussolini ha apposto la firma, nel 1931, al Codice penale, ma quel documento è stato modificato dalla Repubblica Italiana, dalla lotta antifascista e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Stanno strizzando l’occhio ai neofascisti di Vannacci“.

Per il senatore del Pd, Dario Parrini, vicepresidente della commissione Affari costituzionali “nella corsa di FdI a inseguire a destra Vannacci la derapata più grossolana e ridicola la fa Nordio, campione vero di dichiarazioni assurde. Oggi Nordio dice che è sbagliato chiedere per la partecipazione a fiere editoriali una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione perché, udite udite, il codice penale ancora vigente in Italia porta la firma di Mussolini. Questa affermazione è sconcertante e ridicola per almeno tre ragioni. La prima: che c’entra il Codice Rocco con la vicenda Più libri più liberi? Niente. La seconda ragione è che le parole di Nordio comportano un osceno elogio revisionistico di Mussolini”. E infine: “La terza è che il ministro della Giustizia sostiene il falso: pur non essendo mai stato formalmente sostituito da un altro testo globale, il Codice Rocco del 1930 è stato progressivamente svuotato dei suoi elementi autoritari, illiberali e antidemocratici. È rimasto come guscio. È sparita la sua sostanza ideologica. Il ministro ancora una volta sembra aver perso una gigantesca occasione per tacere”.

Articolo in aggiornamento

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