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Intervista esclusiva a Wasim Said da Gaza: "Sono un fisico, credo in Dio e temo l'indifferenza (dis)umana"


di Capinera88 

Wasim Said è l’autore del libro-testimonianza “L’inferno del genocidio a Gaza” pubblicato in diverse lingue e da l’AntiDiplomatico (L’AD Edizioni 2025) in lingua italiana. È un documento giornalistico, storico e di lotta immensamente prezioso e toccante, forte e tenero allo stesso tempo.

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il giovane Wasim e conoscerlo meglio. Perché sulla Striscia di Gaza - ogni giorno più soffocata e stremata dall’occupazione israeliana - ci vivono persone reali e non solo numeri, persone con desideri, aspirazioni, talenti e idee.

 

L'INTERVISTA:

Wasim, innanzitutto raccontaci di più di te, sei uno studente di fisica, anche se al momento a causa della feroce occupazione sionista non ti è possibile studiare. Cosa ti appassiona di più della fisica e della scienza?

Due mesi fa mi sono laureato ufficialmente in Fisica. Ciò che mi ha sempre affascinato della fisica è il suo tentativo di comprendere il mondo che ci circonda: come funziona la natura e come la mente umana può svelare le leggi che governano l'universo. Continuo a considerare la scienza uno strumento per comprendere la realtà e, in definitiva, per cambiarla in meglio.

Tuttavia, devo ammettere che la mia passione per la scienza e la fisica si è affievolita negli ultimi due anni. Quando si vive in mezzo a un genocidio, alla distruzione e alla costante paura per la propria vita e per quella dei propri cari, diventa difficile trovare lo spazio mentale necessario per la riflessione e la ricerca scientifica. Spesso sento che la vita quotidiana a Gaza mi prosciuga le energie che un tempo speravo di dedicare allo studio e alla ricerca.

Oggi mi sto impegnando per proseguire gli studi con un master, ma mi trovo di fronte a un ostacolo tanto semplice quanto devastante nelle sue conseguenze: non posso lasciare Gaza. La Striscia di Gaza rimane sotto assedio e milioni di palestinesi vivono in uno spazio ristretto mentre il mondo assiste alla loro sofferenza e, troppo spesso, si limita a esprimere preoccupazione e condanna.

L'ironia sta nel fatto che i funzionari israeliani hanno ripetutamente chiesto lo sfollamento della popolazione di Gaza. Eppure, quando alcuni di noi tentano di andarsene temporaneamente per cure mediche, studio o lavoro, trovano le porte chiuse. Spesso si ha la sensazione che l'obiettivo non sia quello di farci lasciare Gaza, ma di schiacciarci al suo interno fino a farci desiderare di andarcene a qualsiasi costo, fino a farci odiare il luogo a cui apparteniamo, dopo che gran parte di esso è stato ridotto a macerie e campi profughi.

E non sono solo studenti e ricercatori a essere colpiti. Oltre 17.000 pazienti a Gaza necessitano di cure mediche non disponibili nella Striscia, eppure solo circa 1.200 sono riusciti a partire per ricevere le cure di cui hanno bisogno. A Gaza, il diritto all'istruzione può diventare un sogno irrealizzabile e il diritto alle cure mediche può trasformarsi in un'ulteriore lotta per la sopravvivenza.

Nonostante tutto ciò, alcuni abitanti di Gaza sono riusciti a lasciare la città grazie a programmi di evacuazione umanitaria coordinati con la Croce Rossa e le ambasciate dei paesi ospitanti. L'Italia, ad esempio, ha accolto diversi studenti palestinesi per permettere loro di proseguire gli studi. Tuttavia, anche questi percorsi umanitari non sono sempre sicuri; di recente, abbiamo assistito al rapimento di uno studente di Gaza durante il suo trasferimento.

Per questo motivo, quando penso al mio futuro accademico, la domanda non è più quale università frequenterò o quale corso di laurea sceglierò. La domanda fondamentale è: riuscirò mai ad arrivare in aula?

Tu racconti la disumanità del sionismo, nelle “stragi della farina” e le bombe sugli ospedali, di corpi carbonizzati e del cadavere di una mamma conservato nei frigoriferi, ma tuttavia non perdi la tua umanità. La seconda parte del tuo libro, la più lunga, drammatica e densa di testimonianze è aperta agli altri, raccoglie le voci degli altri sfollati, feriti e resi orfani di famiglia da Israele. Credi che dopo Gaza l’umanità sarà più aperta agli altri e all’empatia o non cambierà nulla?

Non so se l'umanità diventerà più compassionevole dopo Gaza, ma so che Gaza ha posto il mondo di fronte a una prova morale senza precedenti. Le persone hanno assistito quotidianamente e in tempo reale a uccisioni, distruzioni, fame e sfollamenti. Nessuno può onestamente affermare di non aver saputo cosa stesse succedendo. Oggi, la comunità internazionale si trova di fronte a una scelta reale: considerare Gaza una tragedia da cui trarre insegnamenti e la cui ripetizione deve essere impedita, oppure trattarla come un evento passeggero – una tendenza che ha dominato i titoli dei giornali per un certo periodo per poi svanire dall'attenzione pubblica.

Se il mondo sceglierà quest'ultima strada, temo che ciò che è accaduto a Gaza non rimarrà confinato a Gaza. Quando il mondo vede che un popolo può essere distrutto, città rase al suolo e un'intera società può essere sottoposta a immense sofferenze senza che vi siano conseguenze concrete, il messaggio che viene trasmesso a tutti diventa profondamente pericoloso: che chi detiene il potere può fare ciò che vuole.

Ecco perché dico che lo spettatore di oggi potrebbe diventare la vittima di domani. Quando la distruzione delle città, l'uccisione di civili e lo sfollamento di intere popolazioni possono avvenire senza che vi siano responsabilità, nessuno è veramente al sicuro. Quanto accaduto a Gaza non è solo una questione palestinese; è una prova per il futuro della nostra comune umanità.

Tu sei uno studioso di scienze, ma hai anche fede? Credi in Dio, e anche nonostante il genocidio che sta soffrendo e sterminando la popolazione di Gaza?

Sì, credo in Dio e non ho mai visto una contraddizione tra la mia fede e i miei studi di fisica. Al contrario, ho sempre considerato religione e scienza come due percorsi paralleli che si muovono nella stessa direzione; entrambi sono tentativi di ricerca della verità, anche se utilizzano strumenti diversi.

Nella mia esperienza personale, la fede è stata una delle ragioni che mi hanno spinto a studiare fisica. Più imparavo sull'universo, sulla sua vastità e sulle leggi che lo governano, più cresceva la mia curiosità riguardo alle sue origini e alla sua venuta all'esistenza. Per me, la scienza non è mai stata un sostituto della fede; piuttosto, è stata un altro modo di contemplare e comprendere l'esistenza.

La domanda più difficile è: come si può continuare a credere in Dio pur assistendo a tanta sofferenza? Per me, la fede non è scomparsa a causa di ciò che sta accadendo a Gaza; semmai, è diventata ancora più importante. Quando una persona vive in una tenda che non offre alcuna protezione dal caldo estivo o dal freddo invernale, quando perde i familiari, la casa o il futuro, ha bisogno di qualcosa che le dia la forza di andare avanti e di non arrendersi alla disperazione.

Credo che la fede sia una delle ragioni principali della resilienza del popolo di Gaza. Molte persone qui vivono con la convinzione che l'ingiustizia non sia la fine della storia, che esista una giustizia superiore alla giustizia umana e che i diritti degli oppressi non andranno perduti, non importa quanto tempo passi.

Gaza è, per sua natura, una società profondamente religiosa. La maggioranza della popolazione è musulmana, ma ospita anche una comunità cristiana palestinese autoctona che è rimasta salda nonostante tutto. Ho amici cristiani che sono rimasti nelle loro chiese e nei loro quartieri, proprio come i musulmani sono rimasti nelle loro moschee e hanno distrutto le loro case. Forse è questa una delle scene che mi infonde più speranza: che, nonostante le diverse fedi, le persone condividano la stessa fede nella dignità, nella resilienza e nell'attaccamento alla propria patria.

E invece, riponi ancora fiducia nel diritto internazionale e nelle leggi dell’uomo? L’Europa e il nostro governo italiano sono complici diretti del massacro dei civili di Gaza.

Mi risulta difficile parlare della mia fiducia nel diritto internazionale dopo tutto ciò che abbiamo visto a Gaza. Il mondo ha assistito all'uccisione di decine di migliaia di palestinesi, alla distruzione di città e al bombardamento di ospedali, scuole e campi profughi, il tutto sotto gli occhi della comunità internazionale.

Il problema non risiede nei principi che il diritto internazionale dichiara di difendere, ma nell'assenza della volontà di applicarli equamente. Un sistema giuridico che viene applicato ad alcuni popoli mentre si fanno eccezioni per altri perde gran parte del suo significato e della sua credibilità.

Voglio credere che la giustizia sia possibile e che i diritti umani siano più che semplici slogan. Ma ciò che è accaduto a Gaza ha reso questa convinzione molto più difficile che mai. Per molti palestinesi, la mancata protezione dei civili non è stata solo una sconfitta politica; è stata anche una profonda sconfitta morale e giuridica.

Eppure, se abbandoniamo l'idea stessa di giustizia e di diritto, quale alternativa ci rimane? Forse non ho perso la fede nei principi in sé, ma ho perso la fede in un sistema internazionale che afferma di difenderli pur non riuscendo a sostenerli quando sono più necessari.

Cosa possiamo fare per sostenere la lotta di decolonizzazione della Palestina? Manifestazioni, boicottaggio, sensibilizzazione e informazione dell’opinione pubblica non sono sufficienti.

Questa è una domanda a cui avrei voluto trovare una risposta chiara, per me e per tutti voi. Credo ancora che non esista un'unica soluzione magica o sufficiente, ma quel che è certo è che ognuno può fare ciò che è in suo potere, nei limiti delle proprie possibilità e dei propri mezzi.

Ritengo importanti diverse forme di sostegno, che si tratti di sensibilizzare l'opinione pubblica e diffondere la verità, di esercitare pressioni politiche e mediatiche, di organizzare boicottaggi o anche semplicemente di rifiutare il silenzio e la normalizzazione di ciò che sta accadendo. Tutte queste azioni, per quanto piccole possano sembrare, si accumulano e fanno la differenza nel lungo termine.

Credo fermamente che la cosa più pericolosa che possa accadere sia l'indifferenza. Oltre a ciò, qualsiasi sincero sforzo per la giustizia è prezioso, anche se gli strumenti e la portata sono diversi.


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Il segreto dell’olio e della spada: la resistenza palestinese e i suoi simboli

 

di Aldo Nicosia

Il segreto dell’olio e della spada  (edizioni Q, Roma, 2026) riunisce i due lunghi racconti Il segreto dell’olio[1] (2018) e Il segreto della spada[2] (2021) , rispettivamente prima e seconda parte di una trilogia di fiction firmata dal martire palestinese Walid Daqqa (1961-2024).

L’idea di assemblarli nasce dalla constatazione che essi  sono legati da un unico filo conduttore: Jud, il ragazzino protagonista di entrambi, oltre ad altri personaggi minori. Inoltre l’olio e la spada, con i loro rispettivi segreti, sono indissolubilmente legati ed assumono nei due testi notevoli connotati simbolici.

La tematica principale de Il segreto dell’olio è l’esperienza della prigione in una situazione di opprimente occupazione  israeliana. Il segreto della spada si concentra sulla memoria storica dei profughi della nakba del 1948.

In entrambi elementi fiabeschi e realistici si intrecciano in un contesto spazio-temporale ben chiaro e definito, a dimostrazione dell’intenzione di Daqqa di lasciare alle nuove generazioni testi esteticamente godibili, ma anche utili al lettore per ricostruire eventi storici. La presenza di animali parlanti (coniglio, uccello, gatto, cane, asino, cavallo, coccodrillo)  avvicina questi due racconti ad alcuni capolavori della letteratura araba classica come Kalila wa Dimna, e alcune storie edificanti riportate dagli Ikhwan al-Safa’[3], i Fratelli della Purità.

Nei due testi di Daqqa anche gli animali e le piante patiscono l’occupazione israeliana e collaborano attivamente alle missioni di Jud, alla ricerca della libertà e verità storica.

La recentissima terza parte della trilogia, intitolata Il segreto dello spettro (2024), a differenza delle prime due, non si rivolge più ad un pubblico di adolescenti e non presenta più come personaggi né Jud, né i suoi amici, umani ed animali. L’azione viene spostata in luoghi drammaticamente connotati (celle frigorifere di ospedali, cimiteri, etc.), ponendo al centro dell’attenzione alcune figure di martiri. Così Daqqa, sicuramente sempre più amareggiato da una politica palestinese stagnante e corrotta, esprime la sua feroce critica alle autorità palestinesi del post-Oslo.

  1. Strategie di traduzione

Cosa si è  perso nella traduzione dei due racconti? Innanzitutto la freschezza e spontaneità dei dialoghi originali, espressi da animali umani e non umani, in arabo palestinese. A tal proposito, una riflessione va fatta sul registro linguistico nei dialoghi rispetto alla narrazione in terza persona. Questo elemento di discorsività è molto difficile da riprodurre nella lingua di arrivo, qualunque essa sia. Ad esempio, nella lingua italiana non si assiste alla drastica differenza di registri tra dimensione dialogica (che mima l’oralità) e quella scritta, caratteristica della situazione sociolinguistica nel mondo arabofono. Avrei potuto cercare di ricostruire tale registro con una strategia di equivalenza (ad esempio, adottando un dialetto di qualche regione italiana). Mi sono soltanto limitato a restituire alla maggior parte dei nomi degli animali presenti nei due racconti (cane, gatto, uccello, asino, coniglio, cavallo) un senso compiuto che rimanda a caratteristiche fisiche particolari o comportamentali. Nello stesso tempo, inventando un nome italiano per la maggior parte di essi, ha cercato di avvicinare il testo al lettore italiano, evitando quanto più possibile la presenza di termini stranieri.

Solo per citare qualche esempio, ho chiamato Ronfù il gatto che ronfa (“Khanfur”), Zannì il cane con una sola zanna (Abu Nab); Brunotto il coniglio che ha una pelliccia scura (Sammur);  Ràbbida la madre del coniglio, che in originale è Sari‘a (veloce, rapida), facendo anche leva sul termine inglese “rabbit”. La scelta di chiamare Petardo l’asino Burat è stata determinata dalla fusione di due termini, un sostantivo e un aggettivo, che esprimono due caratteristiche dello stesso (peto e tardo).

Sul versante diametralmente opposto, un altro elemento linguistico che si perde in traduzione è il registro elegante e classico che Daqqa adotta per Umm Rumi, l’ulivo millenario parlante di cui si discuterà più avanti. Il suo arabo, definito standard, è lo stesso del narratore onnisciente. Questa scelta sta ad indicare chiaramente il prestigio storico del personaggio albero e il suo radicamento nel territorio e nella storia della Palestina.

  1. Il concetto di prigione

La letteratura palestinese delle carceri ha prodotto resistenza e creatività con notevoli difficoltà. Spesso i racconti, i romanzi, i saggi e le poesie venivano scritti su pezzi di carta trafugati da conoscenti o complici. 

Tra gli esponenti di tale genere emergono nomi che ormai si sono imposti nel panorama culturale arabo:  Nasser Abu Srour[4], Kamil Abu Hanish, Mundhir Khalaf, Bassem Khandaqji. Quest’ultimo ha vinto nel 2024 l’International Arab Prize for Literature.

“Scrivo per liberarmi dalla prigione, nella speranza di liberarla da me stesso”: con l’epigrafe summenzionata de Il segreto dell’olio, Walid Daqqa intende operare una distinzione tra la prigione come luogo fisico e luogo mentale e  psicologico, una sorta di gabbia, senza sbarre, ma fatta di paure, abitudini, condizionamenti e pregiudizi.

Walid Nimr As‘ad Daqqa nasce nella città di Baqa Ovest, che faceva parte del distretto di Tulkarem prima della nakba del 1948. Nel 1986, all'età di 25 anni, viene arrestato con l’accusa di aver fatto parte di una cellula che avrebbe catturato e ucciso un soldato israeliano.

Nel 1999 sposa la giornalista Sana’ Salameh dentro il carcere  e per 12 anni, insieme alla moglie, lotta  per ottenere una sentenza che permettesse loro di avere figli.

Si iscrive alla Tel Aviv Open University, dove continua gli studi accademici dalla prigione. Uno dei fratelli racconta che la madre vendeva olive per pagare le tasse universitarie del figlio Walid. Deve spesso  ricorrere a presentare numerose istanze, persino alla Corte Suprema, per ottenere libri, materiale didattico e altri beni di prima necessità.

Nel 2010 consegue una laurea triennale in Studi Interdisciplinari sulla Democrazia presso la suddetta università, e nel 2016 un master in Studi Regionali  presso l'Università Al-Quds. In carcere Daqqa fa parte del personale docente e amministrativo che si occupa degli studenti detenuti iscritti ai programmi universitari dell'Università Al-Quds. Oltre che per i compagni di prigione, egli ha sempre dimostrato un particolare interesse per il mondo dell'infanzia.

Nel 2011, in occasione del quarto di secolo dalla sua prigionia, viene pubblicata una lettera intitolata "Scrivo a un bambino che deve ancora nascere", che viene  riportata in una delle appendici al libro, perché incarna in modo mirabile la sua visione della paternità negata dalle brutali autorità dell’occupazione.

Nel 2019 riesce finalmente a trafugare il suo sperma dalla prigione. Sua figlia nasce il 3 febbraio 2020, e si chiamerà Milad, che in arabo significa proprio “nascita” o “Natale”. Anche la paternità diventa per lui una forma di resistenza.

In alcuni suoi saggi[5],  Daqqa descrive la natura unica della prigione sionista, diversa da qualsiasi altra prigione nel mondo, perché il bersaglio dei carcerieri non è il corpo ma piuttosto l'anima, i sensi e la coscienza del palestinese.

Il tempo trascorso in prigione viene da lui definito "parallelo” [6], rispetto a quello vissuto al di fuori delle mura fisiche del carcere. Ma grazie alla scrittura, egli riesce a trovare non solo un mezzo di liberazione dai vincoli imposti dalla prigione, ma una sorta di riformulazione di desideri e sogni personali, che poi sono anche nazionali.

Per far capire in che modalità si attua l’oppressione del palestinese, anche fuori dal carcere, Daqqa utilizza il concetto di "kapò". Come l’ebreo collaborazionista che, in cambio dei suoi servigi, riceveva dai nazisti cibo e si risparmiava la deportazione nei campi di sterminio, a suo avviso l'Autorità Nazionale Palestinese fa la stessa operazione contro la resistenza del suo popolo[7]. Notevoli ne Il segreto dell’olio  sono due personaggi quasi archetipici, il cane Zannì (Abu Nab), e la iena Sahweil ne Il segreto della spada,  esempi della politica autodistruttiva espressa dagli accordi di Oslo.

  1. L’olio e la spada

Raccontando la storia di Jud, venuto al mondo grazie al contrabbando di sperma di un padre imprigionato, Daqqa anticipa di tre anni l’esperienza da lui vissuta con la nascita della figlia Milad, che però non riuscirà mai ad abbracciare. Nel romanzo Jud decide di far visita al padre che non ha mai incontrato in vita sua.

La svolta per mettere in atto il suo progetto arriva, grazie ad Umm Rumi, un ulivo di 1.500 anni che le autorità israeliane stanno per sradicare, insieme ad altri esemplari. Sarà lei a svelare a Jud il segreto del suo olio sacro, che è l’occultamento: se strofinato su persone o cose le rende invisibili. Con esso Jud dovrebbe curare la piaga dell’epoca, che ha due dimensioni, esteriore ed interiore:

“Prigioni, posti di blocco, muri e filo spinato tra i vari confini ne sono le manifestazioni esteriori. La dimensione interiore della piaga è la perdita della ragione e della moralità, o quella che chiamano l'ignoranza generalizzata, che è la più pericolosa e crudele delle prigioni”.

Alla seconda parte della trilogia è dedicata la ricerca del segreto interiore, che è l’opposto dell’occultamento, cioè lo svelamento. Daqqa cala questa apparente questione filosofica in una storia appassionante e coinvolgente, sia per piccoli che per grandi. Nella nuova avventura di Jud ed i suoi amici, si recupera la memoria della nakba del 1948, resa vivida dai ricordi di nonna Farida e del villaggio che ha dovuto abbandonare, con la forza. Il testo diventa così, a prescindere dai contenuti fiabeschi, un documentario e un grido di giustizia.

Grazie all’olio miracoloso che rende invisibili,  Jud torna così nei territori palestinesi occupati nel 1948, alla ricerca del segreto della spada descritta dalla nonna, che rappresenta una vera e propria “chiave” per la conoscenza delle proprie radici, l'identità e la continuità culturale da trasmettere alle nuove generazioni.

Il nome dell’ulivo, Umm Rumi, letteralmente “la madre di Rumi”, vuole alludere al mistico sufi Jalal al-Din Rumi (1207-1273), il cui pensiero è basato sulla distinzione e interdipendenza tra zahir (l'apparenza esteriore, la forma) e batin (la dimensione interiore, l’essenza). Per Rumi, come per la tradizione sufi, la vita spirituale consiste nel superare lo zahir, per raggiungere la verità interiore, la realtà nascosta  delle cose.

Se l’olio curava solo le manifestazioni esteriori della piaga del tempo, che è la perdita della libertà, con la spada egli deve occuparsi della cura della dimensione interiore della stessa piaga. Nel sufismo l’olio emerge come simbolo di fermezza, sopravvivenza e interiorità spirituale,  mentre la spada indica resistenza e legittimità.

Nella cultura palestinese, l'olio rappresenta spesso la "luce" . Nella sura coranica al-Nur (La Luce),  essa sarebbe contenuta  in una nicchia in cui si trova una lampada, che è contenuta in un cristallo, che  è come un astro brillante, il cui combustibile viene da “un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco [8].

L'abbinamento olio (luce interiore/spirito) e spada (esteriorità/azione) rappresenta un equilibrio tra "purificazione" e "lotta", per raggiungere la libertà e la verità. L'olio illumina il cammino e la spada spiana la strada.

Mentre l’ulivo Umm Rumi invita il protagonista Jud, e quindi tutta la nuova generazione a “cercare l'olio nella tua mente e conoscenza per scoprire l'aspetto interiore del segreto”, nonna Farida, che non a caso porta il nome reale della madre dello scrittore, vittima della nakba, dice a lui e al suo gruppo: “Svelate la verità, la verità, miei cari. Solo se lo farete, ci sarà giustizia”.

Conclusioni

 “A volte penso alle migliaia di bambini che non sono mai usciti dai loro villaggi e dalle loro città, quasi imprigionati in una grande cella. Prendete l’esempio di Gaza. Lì una persona nasce e cresce, senza aver mai visto un altro Paese. E, per ironia della sorte, o vivi in ??riva al mare con un orizzonte aperto davanti a te, ma non puoi viaggiare, oppure vivi e muori senza aver mai visto il mare.  

Il pensiero all’infanzia palestinese è costante nell’opera di Daqqa, e queste righe, tratte da Il segreto dell’olio, mostrano come la prigione di cui parla in questo testo non è altro che “un’estensione della patria”. Il riferimento alla Striscia di Gaza, come prigione a cielo aperto, ma con l’orizzonte aperto del mare, è accostato a quello alla Cisgiordania, in cui “vivi e muori senza aver mai visto il mare”.

Proprio perché rivolti agli adolescenti, i due romanzi presentano uno stile molto fluido e semplice, ma anche pieno di metafore. Non mancano le situazioni comiche ed umoristiche, pur nell’atmosfera di suspense e di dramma costante. L’autore è molto abile a creare un ritmo sostenuto e un crescendo di emozioni, specialmente nelle parti in cui si parla dei ricordi della nonna.

Mirabile, a questo proposito, è la scena dello sradicamento degli ulivi dai loro campi, e la lirica rivisitazione di luoghi, case, balconi, porte, cristallizzati alla data del giugno 1948. Lì si avverte molta riflessione poetica e nostalgica, perché i due testi hanno un valore autobiografico e sono senz’altro ricostruiti a partire di racconti della madre e dei parenti.

Walid Daqqa muore martire in prigione dopo 38 anni di carcere e circa sei mesi dall’assedio disumano contro Gaza, nell’aprile del 2024. I suoi scritti testimoniano della sua capacità di anticipare eventi reali (ad esempio, la nascita della figlia Milad) ed affermare la propria identità culturale, per resistere all’occupazione e al genocidio.

 

[1] La prima traduzione in italiano, a cura di F. Pistono, è intitolata La storia del segreto dell’olio, Atmosphere, Roma, 2020. Nello stesso anno esce la traduzione danese Under muren, pubblicata  da Jensen & Dalgaard, ma non c’è indicazione del nome del traduttore. Di recente è stato tradotto in spagnolo e francese. El misterio del aceite, a cura di A. Martinez Castro, Editorial Verbum, Madrid (2025). La versione francese, Le secret de l’huile, è stata realizzata da N. Nakhlé-Cerruti, e pubblicata da Terrasses éditions, Parigi (2025).

[2] Rispettivamente Hikayat sirr al-zayt (2018) e Hikayat sirr al-sayf (2021), pubblicati da Tamer Insitute for Community Education, Ramallah. La terza parte della trilogia Hikayat sirr al-tayf (“La storia del segreto dello spettro”) è stata pubblicata nel n. 139 della rivista Majallat al-dirasat al-filastiniyya, estate 2024, pp. 68-88, ed è disponibile gratuitamente online al sito www.palestine-studies.org.

[3] Si tratta di un gruppo legato alla corrente islamica ismailita, dell’VIII o X secolo, il cui  insegnamento esoterico e la filosofia sono esposte in uno stile epistolario in un compendio di 52 epistole che hanno influenzato grandemente le successive enciclopedie del mondo islamico.

[4] In italiano sono disponibili le traduzioni di due romanzi: Bassem Khandaqji , Una maschera color  del cielo (trad. di B Teresi), edizioni e/o, Roma, 2024;  Nasser Abu Srour,. Il racconto di un muro (trad. di E. Bartuli). Feltrinelli, Milano, 2024. A fine 2025, entrambi gli scrittori sono stati liberati, in uno scambio di prigionieri con Israele.

[5] Walid Daqqa, Sahr al-wa’y (La fusione della coscienza), 2010, Al-Jazeera Center for Studies- Arab Scientific Publishers (Doha, Beirut), 2010.

[6] In al-Zaman al-muwazi ("Il tempo parallelo"), Daqqa introduce e sviluppa quel concetto, contrapposto al tempo sociale. Si veda l’intervista contenuta nella seconda appendice al libro,

[7] Nell'era del "coordinamento della sicurezza" il palestinese è diventato metaforicamente come un cane con una sola zanna, dopo che gli americani gli hanno spezzato le altre.

[8] Sura della Luce, v. 35. Traduzione mia.

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Medio Oriente, Palestina e petrodollaro: cosa racconta Dal Nilo all’Eufrate, il nuovo Quaderno de l’AntiDiplomatico

Terzo numero de I Quaderni de l’AntiDiplomatico, Dal Nilo all'Eufrate: anatomia di un progetto culturale non è una semplice raccolta di articoli. È un’opera corale che assomiglia a un’inchiesta, a una rilettura critica e, in alcuni passaggi, a una vera e propria mappa interpretativa del nostro tempo. Il suo merito principale risiede nella capacità, rara, di far convergere voci differenti attorno a una medesima ipotesi di lavoro. La lunga sequenza di guerre, crisi e destabilizzazioni che ha attraversato il Medio Oriente negli ultimi decenni viene così riletta non come una successione di eventi contingenti, ma come l'espressione di una precisa logica strategica legata alla conservazione dell'egemonia statunitense e al ruolo svolto da Israele nella regione.

La forza del Quaderno non sta soltanto nelle tesi che propone, ma nel metodo con cui costruisce il proprio ragionamento. Storici, economisti, diplomatici, giornalisti, ricercatori e analisti provenienti da esperienze molto diverse compongono un mosaico nel quale ogni contributo illumina gli altri. Il risultato è una polifonia che non si limita alla denuncia, ma tenta una ricostruzione complessiva. Il lettore non viene trascinato dentro una sequenza di slogan o di prese di posizione ideologiche; viene invece accompagnato attraverso documenti, testimonianze, interpretazioni e dati che progressivamente delineano un quadro unitario.

Tra gli aspetti più interessanti dell’opera vi è la capacità di affrontare temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico occidentale. La questione palestinese non viene ridotta a un conflitto territoriale o a una disputa religiosa, ma collocata all’incrocio tra storia, economia, ideologia e costruzione culturale del consenso. In questa prospettiva il volume affronta criticamente alcune delle principali narrazioni che hanno accompagnato il progetto sionista: dal richiamo al diritto divino sulla Terra Promessa alla rappresentazione di una continuità storica ed etnica indiscutibile, fino alle giustificazioni fondate sull’idea di una superiorità civile o morale dell’Occidente. L’effetto complessivo è quello di una lettura che invita a riconsiderare convinzioni spesso accettate come ovvie senza essere mai realmente sottoposte a verifica.

Particolarmente significativa è inoltre la riflessione sul tema della supremazia etnica e sulle implicazioni che essa comporta sul piano politico e giuridico. Alcuni contributi pongono una domanda semplice ma difficilmente eludibile: fino a che punto è possibile conciliare principi democratici universali con sistemi che attribuiscono diritti differenti sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa? È una questione che attraversa l’intero volume e che contribuisce a spostare il dibattito dal terreno della propaganda a quello dell’analisi storica e istituzionale.

Sul piano economico, Dal Nilo all’Eufrate offre probabilmente alcune delle pagine più solide e convincenti dell’intera raccolta. La questione mediorientale viene inserita all’interno del più ampio sistema di relazioni che lega energia, finanza e potere globale. L’analisi del petrodollaro, del ruolo internazionale della moneta statunitense e delle trasformazioni indotte dall’ascesa di nuovi poli economici restituisce una chiave interpretativa capace di collegare eventi apparentemente distanti tra loro. Petrolio, sistema finanziario, controllo delle rotte energetiche e competizione tra grandi potenze emergono così come elementi di una stessa architettura geopolitica. In queste pagine la geopolitica smette di apparire come una disciplina astratta e torna a mostrarsi per ciò che realmente è: economia, potere e controllo delle risorse declinati su scala globale.

Di grande interesse è anche la riflessione dedicata al linguaggio e al controllo della narrazione pubblica. Il Quaderno sostiene che le guerre contemporanee non si combattano soltanto sui campi di battaglia, ma anche sul terreno delle parole, delle definizioni e delle categorie interpretative. Da questo punto di vista assume particolare rilievo la discussione intorno ai termini “antisemitismo” e “antisionismo”, alla loro evoluzione storica e all’uso politico che ne viene fatto nel dibattito contemporaneo. Gli autori evidenziano come la progressiva sovrapposizione delle due nozioni abbia contribuito a restringere gli spazi della critica politica nei confronti di Israele, trasformando spesso il dissenso in una forma di sospetto morale preventivo. All’interno dello stesso quadro interpretativo si colloca anche la discussione sugli Epstein Files, utilizzati per riflettere sui rapporti tra potere, reti di influenza, ricatto e produzione del consenso all’interno delle élite occidentali. Che si condividano o meno le conclusioni degli autori, il merito dell’opera è quello di affrontare questioni che raramente vengono discusse in modo sistematico e di inserirle in una riflessione più ampia sul rapporto tra informazione, potere e costruzione della realtà pubblica.

Il pregio maggiore del Quaderno, tuttavia, è forse un altro. In un’epoca dominata dalla frammentazione dell’informazione, esso tenta una ricostruzione d’insieme. Gaza, Libano, Siria, Iran, petrodollaro, guerra dell’informazione, lobbying, diritto internazionale, BRICS, reti di influenza e crisi dell’ordine unipolare non vengono trattati come fenomeni isolati, ma come elementi di una stessa struttura interpretativa. Il lettore ha la sensazione di assistere alla composizione progressiva di un grande affresco nel quale eventi apparentemente scollegati acquistano una loro coerenza interna e trovano collocazione all’interno di una visione più ampia.

Questo è un Quaderno che non cerca il consenso facile né rivendica una neutralità di maniera. Al contrario, prende posizione e invita il lettore a fare altrettanto, confrontandosi criticamente con le tesi proposte. La sua forza non consiste nell’offrire verità definitive, ma nel mettere in discussione categorie interpretative consolidate e nel costringere chi legge a interrogarsi sulle narrazioni dominanti che accompagnano il racconto dell’attualità internazionale.

In un panorama editoriale spesso schiacciato sull’emergenza quotidiana, Dal Nilo all’Eufrate rappresenta un tentativo ambizioso di restituire profondità storica agli eventi contemporanei e di ricondurre il presente a una prospettiva più ampia. È un’opera destinata a suscitare consenso e dissenso, ma che possiede una qualità sempre più rara: quella di costringere il lettore a guardare oltre la superficie delle notizie e a interrogarsi sui rapporti tra guerra, economia, linguaggio e potere. E non esiste risultato più importante per un libro che ambisce a comprendere il proprio tempo.

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