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Kushner in Israele per incontrare Netanyahu. Trump: “Tel Aviv smetta di bombardare Gaza, Hamas ha accettato il disarmo”

Benjamin Netanyahu di nuovo di fronte a una scelta. Da una parte, in vista delle imminenti elezioni, deve tenere il passo degli alleati estremisti di governo sulle promesse da fare alla popolazione convinta che l’attentato del 7 ottobre 2023 rappresenti l’occasione perfetta per una definitiva occupazione dei Territori palestinesi, del Libano e della Siria. Dall’altra ha però gli Stati Uniti che, nonostante il pieno sostegno garantito fino a ora, ha necessità di portare a casa risultati in termini diplomatici, ossia almeno un avanzamento del processo di pace, in vista delle elezioni di midterm. Un’idea di quale sarà la strada che verrà intrapresa dal premier israeliano potrebbe emergere già nella serata di lunedì, dato che in Israele è atterrato Jared Kushner, insieme a una delegazione di Washington. A lui, sfruttando le profonde relazioni che il genero vanta nello Stato ebraico, Trump chiede di convincere il primo ministro ad assecondare le necessità della Casa Bianca.

Impresa non facile. Anche perché lo stesso Kushner non è nella posizione, e non avrà alcuna intenzione, di arrivare allo scontro con Tel Aviv, visti gli strettissimi rapporti tra la sua famiglia, di origine ebraica, grande sostenitrice di Netanyahu e finanziatrice di vari progetti di colonizzazione della Cisgiordania, e le élite sioniste. Un tentativo, però, verrà fatto. E sarà anche importante, dato che prima di arrivare in Israele il fidato consigliere del presidente americano e i funzionari al suo seguito hanno tenuto un summit con i vertici di Hamas in Egitto per capire quali spiragli possano aprirsi per tentare di realizzare la fase 2 del piano di pace promosso dal Board of Peace. Pur consapevoli che le maggiori resistenze vengono esercitate proprio dal governo di Netanyahu: è stato il premier, pochi giorni fa, a cambiare posizione sul ritiro dalla Striscia di Gaza, quando ha preteso che questo non avvenisse parallelamente al disarmo completo di Hamas, ma solo al termine di questo processo.

Un atteggiamento che non è piaciuto ai capi del Movimento di resistenza islamico, ma nemmeno al suo alleato alla Casa Bianca. Lo testimoniano le dichiarazioni rilasciate proprio da Trump nella mattinata di lunedì. Ad esempio, a Fox News ha ribadito che Israele “non dovrebbe colpire Gaza“, dato che Hamas “ha accettato di posare le armi”. E ha poi lanciato un messaggio criptico in vista del voto in Israele, dicendo di volersi tenere fuori dalla campagna elettorale ma, allo stesso tempo, che potrebbe dare il proprio endorsement a uno dei candidati. E questo potrebbe non essere Netanyahu. Hamas è consapevole che le posizioni del governo israeliano e dell’amministrazione americana non coincidono perfettamente e cerca di inserirsi in queste fratture. Così, il portavoce del partito armato palestinese, Hazem Qassem, ha lanciato un nuovo appello a Trump, riconoscendo il suo “impegno per un cessate il fuoco“, perché continui a “fare pressione sul governo di occupazione affinché rispetti gli accordi raggiunti per l’attuazione della seconda fase del piano di pace di Trump per la Striscia di Gaza”.

E dalle prime indiscrezioni circolate, nel corso dell’incontro durato circa 4 ore Kushner ha chiesto a Netanyahu proprio di non ostacolare il processo di pace. Difficile, nei giorni in cui il ministro per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, continua a soffiare sul fuoco del terrorismo israeliano affermando che andrebbero uccisi almeno 30-40 palestinesi a Gaza ogni notte. È in questo clima che gli Usa chiedono a Netanyahu una svolta moderata. Ma lui stesso, rivela la Cnn, lo ha chiarito: prima delle elezioni sarebbe un problema. Più netta la lettura di Ynet, secondo cui “la parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La fonte israeliana interpellata ha aggiunto che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.

Al termine dell’incontro, il primo commento è arrivato dall’ufficio del premier israeliano. “Il primo ministro e il Board of Peace hanno avuto discussioni approfondite e costruttive – si legge in una nota – È stato concordato di istituire due gruppi di lavoro, uno sul disarmo e la smilitarizzazione di Gaza, che sia Israele sia il Board of Peace ritengono debba essere completato rapidamente prima di qualsiasi ricostruzione a Gaza, e un secondo gruppo di lavoro che si concentrerà sui servizi igienico-sanitari, sull’acqua potabile e su altre questioni di salute pubblica per la popolazione di Gaza che hanno un impatto anche sulla popolazione israeliana”. Riguardo al disarmo, fa sapere Afp, le parti sono d’accordo che dovrà avvenire sotto la supervisione di un “generale americano”. Netanyahu e Kushner hanno “concordato che il primo passo verso la demilitarizzazione della Striscia sarà la consegna delle armi da parte di Hamas, che dovranno essere dismesse sotto la supervisione di un generale statunitense”. Netanyahu ha inoltre ribadito che Israele non ritirerà le proprie truppe da Gaza fino a quando questo passaggio non sarà completato.

Vista la portata dell’incontro, insieme a Kushner sono presenti all’incontro anche l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov e l’ex premier britannico Tony Blair, mentre per la controparte israeliana hanno partecipato anche David Zini, il capo dello Shin Bet, e Shlomi Binder, il capo dell’intelligence militare. Ma una delegazione, non è stato specificato se la stessa, vuole recarsi anche a Qusra, mentre è ancora in corso l’assedio dei coloni, sotto la protezione delle Forze di Difesa israeliane, alle famiglie del villaggio da giorni senza acqua ed elettricità, come riporta Channel 12. La tv ha spiegato che funzionari statunitensi hanno chiesto alla Difesa israeliana di unirsi a loro nel villaggio a sud di Nablus per spiegare cosa sta succedendo lì e come intendono affrontare il crescente fenomeno della violenza dei coloni ebrei. Una presa di posizione, dopo quella dell’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee, che ha definito i coloni “terroristi israeliani“, che rompe con l’atteggiamento di supporto mostrato invece dall’esecutivo Netanyahu.

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I tagli del Doge di Musk colpiscono pescatori e agricoltori

All’inizio dello scorso anno, il progetto Doge di Elon Musk ha smantellato il personale e i bilanci della Noaa e del Servizio meteorologico nazionale. Ciò ha lasciato le flotte pescherecce, gli agricoltori e le compagnie assicurative americane esposti alle conseguenze.

Quando Brian Ritchie porta la sua barca da pesca charter di 53 piedi nelle acque fredde e mosse del Cook Inlet, vicino a Homer, in Alaska, con a bordo una dozzina o più di pescatori che sperano di catturare l’halibut del Pacifico, presta particolare attenzione alle condizioni meteorologiche. Questo perché una stazione automatizzata del Servizio Meteorologico Nazionale, che forniva bollettini dettagliati sui venti locali, è fuori servizio e non tornerà operativa almeno fino a novembre.

“È una stagione lunga e siamo già a metà anno senza sapere come si comporta il vento in una zona dell’insenatura dove peschiamo spesso”, ha detto Ritchie. “È una cosa piuttosto importante, soprattutto per la pesca charter. Perché alle persone che accompagno piace guardare ‘The Deadliest Catch’, ma non amano viverla in prima persona”.

Il problema della stazione meteorologica di Ritchie, che finora non ha causato alcun disastro, non è un caso isolato. A livello nazionale, i lanci di palloni sonda sono diminuiti, riducendo la quantità di dati su temperatura, pressione atmosferica, umidità, velocità e direzione del vento che alimentano i modelli di previsione meteorologica, le previsioni meteorologiche per gli incendi e la navigazione e supportano il settore dell’aviazione. Al largo delle coste statunitensi, il numero di boe che misurano le condizioni del mare è inferiore rispetto al 2024. Mentre gli incendi boschivi imperversano negli Stati occidentali, c’è una carenza di meteorologi specializzati in grado di fornire dati meteorologici dettagliati che aiutino le comunità e i vigili del fuoco a prendere decisioni tattiche salvavita, hanno riferito a Forbes fonti informate sulla questione. Un programma ventennale che misura i ghiacci artici è stato appena interrotto, e i piani per i satelliti meteorologici di nuova generazione destinati a sostituire due satelliti fondamentali che potrebbero iniziare a non funzionare più all’inizio degli anni ’30 sono stati sospesi.

L’economia statunitense si basa sul sistema di monitoraggio ambientale del Paese

Ecco cosa succede quando il governo smantella il vasto sistema di monitoraggio ambientale del Paese. Costruita nel corso di decenni, la vasta rete della Noaa, composta da satelliti, palloni sonda, boe, stazioni radar e scienziati, è alla base di gran parte dell’economia statunitense. I pescatori la utilizzano per decidere se le acque sono sicure per la navigazione. Gli agricoltori la utilizzano per stabilire quando seminare e raccogliere. Le compagnie aeree la utilizzano per pianificare le rotte dei voli. Le compagnie assicurative e i riassicuratori la utilizzano per valutare il rischio di perdite derivanti da eventi di grande portata come uragani, incendi e incidenti su larga scala. Le aziende di servizi pubblici, le imprese edili e i funzionari dei servizi di emergenza la utilizzano per gestire le reti elettriche, proteggere le infrastrutture e salvaguardare la vita delle persone.

“A volte i suoi effetti sono un po’ più diffusi, a meno che non si sia direttamente impiegati in quei settori”, ha affermato Costa Samaras, direttore dello Scott Institute for Energy Innovation della Carnegie Mellon University, che ha fornito consulenza all’amministrazione Biden sul potenziamento delle infrastrutture in vista del riscaldamento climatico. “Ci sono anche domande semplici come: ‘La mia strada si allagherà? Si sta avvicinando un uragano? Sono al sicuro dai tornado?’. Si tratta di effetti molto tangibili che le persone in tutto il Paese tendono a comprendere”. Fino al 6% del Pil statunitense è influenzato dalle condizioni meteorologiche, per un valore che raggiunge i 1,34 trilioni di dollari all’anno.

I sistemi della Noaa raramente mettevano in mostra il proprio valore. Funzionavano e basta — finché non smettevano di farlo. Ora i guasti si stanno verificando in sordina: una stazione meteorologica fuori uso, un pallone sonda disperso, una mappa non aggiornata, un sito web sul clima alla volta.

Il programma di Elon Musk ha tagliato posti di lavoro, bilanci e programmi

In decine di interviste con dipendenti attuali ed ex dipendenti della Noaa e con rappresentanti dei settori che dipendono dai suoi dati, Forbes ha scoperto che, man mano che le informazioni ambientali degli Stati Uniti vengono a mancare pezzo per pezzo, aumentano i rischi per la vita e i beni, mentre si impongono nuovi costi alle imprese e ai consumatori. I sistemi e i tagli ad essi apportati possono sembrare oscuri; il conto da pagare, invece, non lo sarà affatto.

La causa principale è il programma Doge di Elon Musk, che all’inizio del 2025 ha operato tagli drastici a posti di lavoro, bilanci e programmi in una sorta di “Nozze Rosse” che ha travolto tutte le agenzie federali. Alla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa), che ospita il Servizio Meteorologico Nazionale (NWS) ed è responsabile della fornitura di informazioni cruciali sui modelli meteorologici e climatici, tutto è iniziato con un taglio del 10% al bilancio e l’eliminazione di circa il 17% del personale, per un totale di circa 2.500 persone. Peggio ancora, tra coloro che se ne sono andati c’erano diverse centinaia di ricercatori veterani della Noaa e del NWS che hanno accettato accordi di pensionamento anticipato.

“Doge ha fatto a pezzi l’agenzia”, ha affermato Craig McLean, ricercatore di carriera della Noaa ed ex capo scienziato che è andato in pensione nel 2022 dopo oltre 40 anni di servizio. “In tutta la Noaa, entro aprile dello scorso anno erano andati persi complessivamente 27.000 anni di esperienza“.

Trump vuole ridurre ulteriormente il bilancio

Il Congresso ha impedito tagli più drastici, ma l’amministrazione Trump sta cercando di ottenere un’ulteriore riduzione del 27% nell’anno fiscale 2027, con l’obiettivo di ridurre il bilancio da 6,17 miliardi di dollari a circa 4,4 miliardi a partire da quest’anno, una mossa che secondo i critici causerebbe danni ancora più estesi.

“Ancora più dannosa è la sospensione, non dei servizi futuri, ma dei prodotti informativi che stanno diventando obsoleti su tutta la linea”, ha affermato Stephen Volz, un fisico che a giugno è andato in pensione dopo aver ricoperto il ruolo di vicedirettore presso la Noaa. “È qui che si vedono queste mille piccole ferite causate dall’ignoranza in materia di informazioni”.

Il Servizio Meteorologico Nazionale sta reintegrando il personale, assumendo 321 meteorologi, idrologi, tecnici elettronici e scienziati fisici dalla fine dello scorso anno, ha dichiarato il portavoce Christopher Vaccaro. Non ha fornito dettagli sull’organico complessivo della Noaa. Inoltre, tutti i 122 uffici locali di previsioni meteorologiche del NWS dispongono di personale sufficiente per garantire operazioni di previsione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ha affermato Vaccaro.
Rachel Hager, della Noaa Fisheries, ha dichiarato che l’agenzia non discute di “questioni relative al personale o alla gestione interna” e che sta ottimizzando le risorse disponibili. “Forse nessun altro ente federale favorisce un’attività economica e commerciale maggiore della Noaa e delle sue fonti di dati”.

La stazione meteorologica malfunzionante di Homer, in Alaska, è solo un esempio di come i dati raccolti dalla Noaa siano alla base non solo delle app meteo, ma anche delle rotte marittime, dei modelli assicurativi e delle decisioni relative alle colture. Questi dati influenzano le scelte progettuali di architetti, costruttori di strade e ingegneri comunali, e attivano gli allarmi in caso di calamità. Le condizioni meteorologiche incidono fino al 6% del Pil statunitense, per un valore che raggiunge i 1,34 trilioni di dollari all’anno. Nel 2024 il Servizio Meteorologico Nazionale ha stimato di aver generato un valore di 73 dollari per i contribuenti per ogni dollaro investito al suo interno.

Il Servizio Metereologico Nazionale raccoglie dati per alimentare i modelli di previsione meteorologica

“Forse nessun altro ente federale favorisce un’attività economica e commerciale maggiore di quella della Noaa e delle sue fonti di dati”, ha dichiarato al Congresso nel 2025 Frank Nutter, ex presidente della Reinsurance Association of America (RAA) – l’industria finanziaria che sostiene le compagnie assicurative – mentre faceva pressione per ripristinare i finanziamenti alla Noaa che il Doge intendeva tagliare.
Ecco perché la Noaa fa parte del Dipartimento del Commercio. “Il tempo influisce sostanzialmente su due terzi della nostra economia in un modo o nell’altro”, ha affermato John Morales, ex meteorologo del NWS e fondatore della società di consulenza ClimaData Corp. “E al giorno d’oggi ci sono più cose a rischio. Questo è certamente un fattore che contribuisce all’aumento dei disastri da miliardi di dollari”.

Fattori quali la riduzione del numero di palloni sonda, delle boe oceaniche e l’incertezza sul futuro dei satelliti meteorologici tengono alcune industrie con il fiato sospeso. “Le osservazioni sui rischi naturali e l’accesso ai dati sono responsabilità federali fondamentali e una capacità nazionale cruciale al servizio di ogni americano”, ha affermato Karalee Morell, vicepresidente esecutivo e consulente legale generale della RAA. Morell è particolarmente preoccupata per la carenza di personale e per l’impatto che questa sta avendo sulla capacità della Noaa di raccogliere i dati che alimentano i modelli di previsione meteorologica e le previsioni essenziali per settori quali l’edilizia, il settore immobiliare, l’aviazione e quello assicurativo, che contribuiscono ogni anno con centinaia di miliardi di dollari al Pil degli Stati Uniti.

Il taglio del personale al Noaa impatta sulla vita delle persone

I meteorologi sono già stati colti di sorpresa. Nel Kansas centrale, nessuno aveva previsto i due tornado che hanno colpito la regione la scorsa primavera, apparentemente a causa della carenza di personale. Le lacune nella copertura dei palloni sonda, anch’esse legate alla riduzione del personale della Noaa, hanno portato a previsioni meno accurate sull’intensità e sulla traiettoria del tifone Halong nell’Alaska occidentale lo scorso ottobre. La modellizzazione di Alan Gerard, ex meteorologo del NWS, mostra un calo dell’accuratezza del modello meteorologico globale del NWS tra il 2024 e il 2025.

Sulla scia dell’uragano Doge, le lamentele provenienti da associazioni di categoria e dagli Stati hanno portato a iniziative bipartisan volte a recuperare fondi per la Noaa. Ad esempio, dopo le inondazioni mortali avvenute in Texas la scorsa estate, il NWS è stato autorizzato ad assumere 450 dipendenti, ma sembra averne assunti solo circa 275 fino alla fine di giugno. La maggior parte di questi ha meno esperienza rispetto al personale che ha accettato l’offerta di esodo volontario lo scorso anno, ha affermato Margaret Cooney, esperta di politiche energetiche e climatiche presso il Center for American Progress, un think tank di orientamento progressista.

“Sono entrati in questa stagione di eventi meteorologici estremi con ben 300 dipendenti in meno e con una conoscenza istituzionale ridotta rispetto a quella che avevano prima dell’uragano Doge”, ha affermato. “E con meno risorse e personale, i dipendenti attuali sono oberati di lavoro e privi degli strumenti necessari per svolgere con successo e in modo costante il proprio lavoro”.

Oggi, ai ricercatori della Noaa spesso non viene concesso di recarsi presso i siti di misurazione a lungo termine – come quella stazione meteorologica a Homer, in Alaska – per effettuare operazioni di calibrazione e manutenzione, secondo quanto riferito da un membro del personale della Noaa che ha chiesto di rimanere anonimo.
Negli ultimi 18 mesi, i siti di dati della Noaa, tra cui Climate.gov, “Billion Dollar Weather and Climate Disasters”, “Radar Next” e i set di dati regionali sul clima e sull’ambiente marino, sono stati disattivati (sebbene parte della ricerca venga portata avanti da volontari esterni su siti web non governativi).

“L’ultimo anno è stato un vero e proprio giro sulle montagne russe”, ha affermato Chad Berginnis, direttore esecutivo dell’Association of State Floodplain Managers. La sua organizzazione si affida ai dati della Noaa per orientare la progettazione di infrastrutture quali canali di scolo, fognature e canali di drenaggio in grado di resistere a piogge intense e inondazioni. A seguito dei tagli al personale, i rapporti sullo stato di avanzamento di un aggiornamento fondamentale di tale database, noto come Atlas-15, si sono interrotti per mesi, sebbene ora il progetto sia tornato in carreggiata.

Allo stesso modo, i satelliti meteorologici, la cui progettazione richiede anni, sono funzionanti, ma al momento non sono in corso aggiornamenti futuri, ha affermato Volz, ex vicedirettore della Noaa. “I programmi satellitari richiedono molto tempo per essere realizzati. Si tratta di sistemi spaziali generazionali – aggiornamenti a blocchi che si effettuano ogni 10-20 anni. E siamo circa a metà, forse a due terzi del percorso di implementazione a blocchi per i satelliti in orbita terrestre bassa”, ha detto. Ma la pianificazione delle sostituzioni si è interrotta la scorsa primavera, dopo l’arrivo del team Doge, e “la mia più grande preoccupazione è che non saranno pronti… quando sarà necessario, nel 2032“, ha detto Volz.

Non tutti stanno subendo interruzioni. Carolyn Olson, che coltiva mais, soia, grano ed erba medica biologici a Cottonwood, nel Minnesota, ed è vicepresidente del Minnesota Farmers Bureau, ha affermato che le previsioni a 10 giorni del NWS su cui fa affidamento per stabilire quando seminare non sono state influenzate dai tagli al bilancio o al personale. E la stazione del NWS di Sioux Falls, nel South Dakota, che le produce, “ha persino subito un importante potenziamento del radar quest’estate”, ha aggiunto. “Forse sono più fortunata di altri in altre zone”, ha detto Olson, che si definisce un’appassionata di meteorologia, è stata addestrata dal NWS come osservatrice di tempeste e fornisce dati giornalieri sulle precipitazioni dalla sua fattoria alla rete CoCoRaHS della Noaa.

Ulteriori tagli

Nonostante il valore della Noaa per l’economia, l’amministrazione Trump intende estendere i tagli al bilancio e al personale del Doge. Prima di ricoprire il suo attuale ruolo di direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio, Russell Vought è stato l’artefice del Progetto 2025, una controversa raccolta di proposte per il secondo mandato di Trump di cui ha negato di essere a conoscenza durante la campagna elettorale, ma a cui ha ampiamente aderito una volta diventato presidente.

La Noaa “dovrebbe essere smantellata e molte delle sue funzioni eliminate, trasferite ad altre agenzie, privatizzate o poste sotto il controllo degli Stati e dei territori”, ha dichiarato. Ciò non è avvenuto sotto Musk, ma Vought continua a insistere in tal senso nella richiesta di bilancio per il 2027 che ha presentato al Congresso ad aprile.
La proposta, che mira a tagliare il bilancio della Noaa di 1,6 miliardi di dollari aumentando al contempo la spesa per la difesa da 500 miliardi a 1,5 trilioni di dollari nell’anno fiscale 2027, porrebbe fine a quelli che Vought definisce “i programmi della Green New Scam alla Noaa”, come le sovvenzioni per l’istruzione che “hanno costantemente finanziato iniziative volte a radicalizzare gli studenti contro i mercati, promuovere la DEI e diffondere allarmismo ambientale infondato”.
“Abbiamo dovuto dedicare tempo extra a aggirare la parola ‘clima’ ” per eludere l’orientamento anti-scienza del clima dell’amministrazione.

Il rifiuto della scienza del clima da parte dell’amministrazione ha costretto il personale rimanente della Noaa a superare ostacoli linguistici. “Abbiamo dovuto dedicare più tempo a trovare alternative alla parola ‘clima’”, secondo commenti anonimi di membri del personale condivisi con Forbes. Nella ricerca di finanziamenti per la ricerca, ad esempio, ciò significa sostituire la parola “clima” con “ecosistemi in evoluzione” o “cambiamenti stagionali”, secondo persone informate sulla questione.

“Stiamo cercando di svolgere lo stesso tipo di lavoro sul clima (anche se con meno persone), ma dobbiamo muoverci con estrema cautela per non dare nell’occhio”, ha affermato una persona.
Questa ostilità nei confronti delle iniziative climatiche ha colpito anche progetti che non hanno nulla a che vedere con la scienza del clima. Bill Dewey, portavoce dell’azienda di acquacoltura Taylor Seafood, che gestisce anche un proprio allevamento di molluschi al largo della costa dello Stato di Washington, afferma che il suo allevamento faceva parte di un progetto finanziato dalla Noaa per la raccolta di alghe e il loro trasferimento nei campi terrestri al fine di migliorare il suolo.

“Ma poiché il titolo del progetto era ‘Blue Carbon to Green Fields’ (Dal carbonio blu ai campi verdi), è stato cancellato dall’amministrazione”, ha affermato. La sovvenzione della Noaa, pari a 5 milioni di dollari, destinata a uno studio che avrebbe dovuto essere condotto dall’Università di Washington, aveva lo scopo di determinare se le alghe fossero benefiche per le colture agricole. È stata parzialmente ripristinata, ma senza finanziamenti per la ricerca scientifica.

“Mi daranno un po’ di soldi per raccogliere le mie alghe e fornirle ad alcuni agricoltori”, ha detto Dewey. “Speriamo di poter condurre qualche ricerca per capire se effettivamente ne derivi un beneficio o meno”.
Le difficoltà della Noaa stanno avendo ripercussioni anche sulla Taylor Seafood, che vende ogni anno per 80 milioni di dollari di ostriche, vongole, cozze allevati al largo delle coste dello Stato di Washington. Dewey ha affermato che la ricerca della Noaa sull’acidificazione degli oceani, che danneggia il suo raccolto, probabilmente ha salvato l’azienda, fondata 136 anni fa, nel 2009. Ma ora un nuovo piano di ricerca sul ripristino degli habitat presentato da Taylor alla Noaa non sta procedendo con la rapidità sperata, apparentemente a causa della riduzione delle risorse scientifiche dell’agenzia.
“Siamo frustrati dal ritmo con cui procedono le cose”, ha detto.

Senza Noaa, gli Stati devono pagare società private di dati

La proposta di Vought di smantellare la Noaa si basa in parte sul suo desiderio che le funzioni dell’agenzia vengano privatizzate. I responsabili della gestione delle pianure alluvionali come Berginnis, così come gli ingegneri civili e gli urbanisti, temono che ciò aumenterebbe i costi e porterebbe a dati inaffidabili.
Le città e gli Stati dovrebbero iniziare a pagare società private di dati per informazioni che in precedenza erano finanziate dalle tasse federali, ha affermato Marsha Anderson Bomar, presidente dell’American Society of Civil Engineers e ingegnere di lunga data per la città di Atlanta e la sua agenzia dei trasporti. Sia lei che Berginnis temono inoltre che le società private non siano così trasparenti riguardo alla loro metodologia come la Noaa, rendendo i dati meno affidabili.

“Quanto sei sicura che dispongano degli esperti in grado di garantire che i dati siano corretti, nel formato giusto, accurati, verificati e convalidati? Tutte quelle cose di cui si preoccupano gli ingegneri”, ha dichiarato a Forbes. “Perché se utilizzo una fonte di dati di cui non ho la certezza che sia stata convalidata, potrei sbagliare di grosso. Basta un piccolo errore in un calcolo iniziale perché qualcosa vada completamente storto“.

Musk e Vought potrebbero non apprezzare il lavoro della Noaa, ma mantenere l’ampiezza del suo operato è una priorità in numerosi settori. “La raccolta di dati di base non è affascinante, quindi non cattura l’attenzione o l’interesse del pubblico, ma vi garantisco che è fondamentale non solo per i nostri sforzi di riduzione dei rischi, ma credo anche per il nostro stesso successo come nazione”, ha affermato Berginnis, responsabile delle pianure alluvionali.
Disporre di dati e conoscenze scientifiche validi e solidi ci permette di elaborare programmi, politiche e tutto ciò che ne consegue. Se si elimina quella base, sono molto, molto preoccupato per la direzione che potremmo prendere”.

L’articolo I tagli del Doge di Musk colpiscono pescatori e agricoltori è tratto da Forbes Italia.

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Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos

“La fase del dialogo è completamente esaurita“. Dalla città di Cali, in una Valle del Cauca dilaniata dal conflitto armato, Abelardo De La Espriella chiude le trattative di pace in corso dal 2016 tra Stato e gruppi armati e promette di “sconfiggere senza tregua il narcoterrorismo e le organizzazioni criminali” che a suo avviso “minacciano la Colombia”. Poi, sulla falsariga del modello salvadoregno, il presidente conferma la costruzione di “mega carceri” per coloro che “rappresentano una maggiore minaccia per la sicurezza del Paese”. El Tigre volta così le spalle alla classe politica e tende la mano alle Forze dell’ordine assicurando “garanzie politiche” affinché “non siano condannate” dalla legge a causa dell'”compimento del loro dovere”. “Questo governo vi proteggerà come va fatto con gli eroi della Colombia”, ribadisce De La Espriella rivolgendosi a militari e agenti di polizia, che hanno l’ordine di “combattere tutte le strutture criminali”.

La reazione militare, tanto temuta dai progressisti, è servita e conta sul sostegno delle forze conservatrici. “Oggi la Colombia recupera la propria autorità e il rispetto le forze militari”, commenta la senatrice Maria Fernanda Cabal (Centro democratico). Della stessa opinione la governatrice della Valle del Cauca, Dilian Francisca Toro, che plaude la priorità data dal nuovo governo alla sicurezza della regione. “Tuttavia – ammonisce – abbiamo bisogno che gli investimenti sul sociale vadano di pari passo con le truppe”. Ma non sarà possibile, visto l’imminente “congelamento della spesa pubblica” che sarà imposto via decreto.

La cerimonia ufficiale di insediamento si è tenuta all’Università di Cali, ma il discorso relativo al piano securitario è stato pronunciato presso il Cantón militar Pichincha, sede della Terza brigata di Cali, alla presenza di cinquecento militari. Il tutto direttamente sorvegliato dall’amministrazione Trump, che ha inviato un B-2 Spirit a sorvolare la città in coordinamento con le Forze aeree locali. L’operazione è stata un primo banco di prova della futura integrazione militare Bogotà-Washington sotto il cappello della coalizione Shield of Americas. Il Dipartimento di Stato ha inoltre stanziato un miliardo di dollari in favore del nuovo alleato come “parte di un pacchetto di sicurezza” iniziale.

Per Washington, i punti chiave dell’alleanza sono la lotta alle “spietate organizzazioni narcoterroriste e criminali” e un’agenda di “crescita economica” che apre a ulteriori investimenti Usa nel Paese. In programma anche “aiuti umanitari” e iniziative di “cooperazione bilaterale in materia di energia nucleare” a scopi “civili e pacifici”. Ma i gruppi armati non si fanno intimidire dal ritorno dello zio Sam e alzano la posta in gioco. “La superbia dell’estrema destra che oggi assume il potere non farà che approfondire la guerra nei territori – si legge in un comunicato diffuso dall’Ejército de liberación nacional (Eln) -. Risponderemo con la stessa violenza armata che verrà applicata nei nostri confronti”.

Anche le dissidenze Farc, contrarie al dialogo di pace, attraverso il loro Stato maggiore centrale, assicurano che le loro unità “non si piegheranno dinanzi a un governo che cerca la via militare”. E rivendicano: “Il controllo delle cordigliere resterà nelle mani del popolo in armi”. Avvisaglie della futura escalation si sono verificate prima e durante l’insediamento, con la presenza di cilindri sospetti sparsi nelle vie del Cauca e droni manipolati dalle guerriglie, oltre al sequestro di un bus carico di 420 chili di nitrato di ammonio che era pronto a esplodere a Cali. Cresce la tensione anche al confine est, quello con il Venezuela, dove il 1° agosto è esplosa un’autobomba davanti a un comando di polizia a Cúcuta. Il malcontento si estende anche ad alcuni settori della popolazione, in particolar modo i sostenitori del Pacto Histórico, che nelle strade di Cali contestavano la linea dura del nuovo governo.

La tensione è cresciuta dopo che il presidente uscente Gustavo Petro ha denunciato una “frode elettorale massiccia e algoritmica” perpetrata attraverso l’azienda israeliana BlackCore e l’agenzia di Intelligence Black Cube, legata al Mossad. I brogli, secondo alcuni orchestrati dalla ditta Thomas Greg & Sons e da altri privati, avrebbero inciso su oltre mille seggi equivalenti a circa 7 milioni di voti. L’ex presidente ha persino presentato una domanda di nullità elettorale, ammessa dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato colombiano, che però si limita a chiedere un’audizione giudiziaria sulle elezioni.

Nello stesso tempo, l’ex candidato presidenziale Iván Cepeda ha nominato un gabinetto parallelo a quello di De La Espriella con la finalità di “contrastare” le decisioni del governo di estrema destra con “solidi argomenti” affinché “nulla di ciò che è stato raggiunto” durante l’unico governo progressista del Paese “vada perduto”. Sottovoce, anche la destra moderata, memore del fallimento del Plan Colombia e delle sue vittime, si dice preoccupata a causa della svolta militare.

L'articolo Colombia, finisce l’era del dialogo: De La Espriella “arruola” i militari e dichiara guerra ai narcos proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Vaccini e autismo, Trump riapre un dibattito che per la scienza è già chiuso

«Prima del vaccino, mio figlio era proprio come tutti gli altri. Ora è autistico». I social pullulano di mamme e papà che, di fronte a una diagnosi che li spiazza, si rifugiano nelle più diverse teorie, anche se pseudoscientifiche. Cercare una causa e dei colpevoli, in una situazione complessa, è umano. Il problema nasce quando un’ipotesi già abbondantemente smentita da autorevoli ricerche, come quella della correlazione tra vaccini e autismo, viene ripresa e diffusa da chi, come il presidente degli Usa, ha la responsabilità e il potere di orientare milioni di persone.

Donald Trump, con un ordine esecutivo, ha ridisegnato il calendario vaccinale per i bambini statunitensi, rendendolo meno serrato, scindendo il trivalente – valido contro morbillo, rosolia e parotite – in tre iniezioni separate e abbassando i vaccini consigliati da 18 a 11. Nel farlo, il Tycoon ha dichiarato che questi medicinali sarebbero legati all’autismo.

«Purtroppo Trump ha riportato quelli che possono essere dubbi o opinioni personali come assunti generali», dice Luigi Mazzone, responsabile della Uosd di Neuropsichiatria Infantile del Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore della scuola di specializzazione in Neuropsichiatria infantile dell’Università Tor Vergata, «creando allarmismo tra i genitori e disseminando sospetti. Questo è gravissimo».

Il presidente statunitense è partito da un dato reale: l’aumento delle diagnosi di autismo. Ma è giunto a una conclusione che la ricerca scientifica ha di fatto già escluso da molto tempo. «In medicina non possiamo stabilire un nesso causale solo perché due fenomeni aumentano nello stesso periodo», continua Mazzone. «Bisogna verificare se i bambini vaccinati hanno effettivamente un rischio maggiore di essere nello spettro autistico. La maggior parte degli studi condotti, insieme a una revisione sistematica del 2025 dell’Oms, dimostrano che non è così». A sfatare la presenza di un nesso tra vaccini e autismo, ricerche condotte su campioni decisamente significativi. Una meta-analisi del 2014 su 1,2 milioni di bambini, dal titolo Vaccines are not associated with autism: an evidence-based meta-analysis of case-control and cohort studies, per esempio. O uno studio danese del 2019 sullo stesso argomento che ha coinvolto 650mila soggetti.

Ma da dove nasce questo mito estremamente radicato nelle correnti no-vax? Nel 1998 il gastroenterologo britannico Andrew Wakefield ha pubblicato su Lancet uno studio – effettuato su un campione davvero piccolo, appena 12 bambini – in cui sono stati messi in relazione alcuni disturbi intestinali collegati all’autismo e il vaccino trivalente. In realtà, i risultati erano stati falsati, alcune cartelle cliniche erano state omesse e c’era un conflitto di interessi da parte dell’autore, pagato da persone che volevano dimostrare la pericolosità del medicinale. Ma ormai il danno era fatto: da una trentina d’anni questa teoria continua a circolare. E ora, purtroppo, viene rilanciata da una delle massime autorità mondiali. «Questo modo di diffondere opinioni non supportate da studi scientifici è pericoloso per la salute, ma anche in altri contesti», commenta Antonella Costantino, direttrice dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza della Fondazione Irccs Ca’ Granda del Policlinico di Milano. «Perché distoglie l’attenzione dal fatto che esistono delle competenze e delle modalità con le quali dimostrare le teorie. Il fatto che qualunque “bufala”, purché venga fatta risuonare a sufficienza, diventi valida, è estremamente rischioso. Anche perché le conseguenze sulle persone non sono sempre immediatamente evidenti, ma possono essere devastanti, soprattutto per le persone più fragili e più vulnerabili».

Che i genitori scelgano di non vaccinare i bambini, infatti, non fa danni solo al singolo, che ha più possibilità di contrarre malattie potenzialmente pericolose, ma anche agli altri. Esistono individui che, per motivi medici, non possono ricevere vaccini e che beneficiano della cosiddetta “immunità di gregge”. È evidente che meno persone si proteggono, minore è la rete di protezione che si crea intorno ai soggetti più delicati. In più, infezioni come il morbillo potrebbero avere conseguenze importanti sia a breve che a lungo termine – encefaliti, per esempio, ma anche cecità e danni legati alla disidratazione e alla febbre – che rischiano di colpire maggiormente chi abita in zone marginali e in stato di povertà, per la scarsa capacità di ricevere cure appropriate.

Insomma, creare allarmismo intorno a medicinali sicuri e ben studiati è estremamente dannoso. Questo non significa che i vaccini non possano, in rari casi, avere effetti collaterali – basta leggere il bugiardino della Tachipirina per rendersi conto che anche il farmaco più utilizzato ne ha -, ma che i benefici superano di gran lunga i rischi. Tra i quali, comunque, non c’è quello di diventare autistici. «L’autismo è un disturbo del neurosviluppo, di eziologia multifattoriale, che non ha alcun nesso coi vaccini», spiega Mazzone. «Donald Trump ha presentato come ancora dibattuta una questione che non lo è affatto: è un argomento più che studiato. Questo non vuol dire che siamo dogmatici – per come funziona la medicina, se dovessero esserci delle evidenze serie che dicono il contrario ne prenderemmo atto – ma seguire quello che dice la scienza. È vero che nelle diagnosi c’è un aumento, ma l’atteggiamento giusto sarebbe ricercare altre possibili correlazioni e cause, non concentrarsi su una che è stata ampiamente sfatata».

Più che un problema di salute, quella che si è manifestata con le parole del presidente degli Usa è una criticità sociale. «Il rischio che queste teorie si diffondano aumenta con i social e soprattutto ora con l’intelligenza artificiale», conclude Costantino. «Se sempre più persone scrivono online che i vaccini causano l’autismo, l’Ai può utilizzare queste informazioni nelle proprie risposte, se la domanda è formulata in un certo modo. Sono modelli probabilistici e linguistici, non tengono conto del contenuto. Quello che servirebbe, per creare degli anticorpi sociali per queste “bufale” è aiutare i ragazzi, fin dalle scuole, a sviluppare un pensiero critico, a comprendere come si dimostra un assunto e quali sono le basi che portano alle evidenze scientifiche».


In apertura, il presidente Donald Trump cammina dal Marine One a bordo dell’Air Force One all’aeroporto di Morristown, domenica 9 agosto 2026, a Morristown, NJ. (Foto AP/Julia Demaree Nikhinson)

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Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

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Perché gli attacchi di Trump dimostrano la devastante sconfitta di Meloni in politica estera

Se fin qui aveva usato la mazza, adesso Donald Trump è passato direttamente alla clava. Il meme, che dovrebbe avere diffusione molto maggiore di un semplice post, messo in rete dal presidente americano nella notte tra domenica e lunedì equivale a una bomba di profondità mediatica. Giusto un’istantanea di Giorgia che guarda adorante l’americano preso di spalle e un laconico commento: “Restraining Order Needed”. Traduzione letterale: “È necessaria un’ordinanza restrittiva”. Traduzione in italiano corrente: “Toglietemela dai piedi”. A confronto la nota intervista telefonica con la quale il presidente aveva aperto le ostilità, quella del ‘ho accettato la foto perché mi faceva pena’ è una carezza.

A palazzo Chigi e nel governo la nuova carica non se l’aspettava nessuno. In vista del vertice di Ankara di domani promette malissimo. Se The Donald picchia così sulla leader che si è scelto come vittima preferita per bastonare l’intera Europa è probabile che arrivi in Turchia deciso a litigare e non è affatto escluso che per aprire le danze se la prenda di nuovo con Giorgia, e stavolta dal vivo. La decisione della premier era prevedibile. Non reagire. Non replicare. Non prestarsi al gioco e tenere le dita ben intrecciate augurandosi che l’americano non vada oltre. In privato i pezzi da novanta della maggioranza bersagliano l’ex idolo Maga. In pubblico restano muti come la stessa premier o commentano flautati. Lo fa Tajani:Parole che si commentano da sole ma le relazioni transatlantiche vanno al di là delle semplici dichiarazioni”. Lo fa anche Crosetto:Bisogna mantenere i rapporti con un alleato storico come gli Usa. Le persone passano, i rapporti restano”. Parole molto caute che proprio per questo mettono in risalto il silenzio del vicepremier Salvini che non arriva neppure a tanto e si barrica dietro un imbarazzante ‘No Comment’.

Mantenere la stessa cautela ad Ankara sarà più difficile, dal momento che per quanto si sforzi di star lontana dal nemico americano Meloni non potrà evitarlo soprattutto se a scegliere lo scontro fosse lui, come è in realtà improbabile ma non impossibile. Ma il punto critico non sono le eventuali villanie di Trump: è la concretissima materia del contendere, cioè le spese militari. Perché proprio su quel fronte l’Italia arriva ad Ankara ancora più esposta del resto d’Europa che già non scherza. Un anno fa, a L’Aja, tutti, con l’esplicito intento di ingraziarsi il rissoso Donald, avevano accettato l’impegno di portare le spese per la difesa sino al 3,5% e quelle per la sicurezza all’1,5% entro il 2035. Detto e non fatto, soprattutto dall’Italia.

La premier arriverà vantando un salto dall’ 1,6% al 2,8% nell’ultimo anno e promettendo di “proseguire in questa traiettoria”, cioè confermando quanto meno esplicitamente possibile il proibitivo impegno. Quelle percentuali però sono in buona parte taroccate. La spesa italiana va divisa in un 2,09% per la difesa propriamente detta e in uno 0,71% per la sicurezza intesa in senso molto lato. La prima percentuale supera di poco quella del 2025, 2% e anche allora il salto di quattro decimali era dovuto non a veri nuovi investimenti ma a un riconteggio di spese precedenti che, tirando un po’ le cose per i capelli, possono rientrare comunque negli standard Nato. La percentuale investita in sicurezza, poi, stata raggiunta considerando “sicurezza” davvero di tutto e di più. Lo sanno tutti in Italia. Difficile credere che non lo sappia Trump.

Bisogna aggiungere due particolari decisivi. L’Italia ha scelto di non aderire al Purl, il piano di acquisti di armi americane da inviare all’Ucraina. Soprattutto, dopo aver prenotato in autunno 14,9 mld per le armi con il SAFE, il prestito molto agevolato europeo, tutto è stato congelato e, nonostante le recenti e volutamente ambigue dichiarazioni, non è affatto detto che il governo scelga di accedere a quel prestito. Conclusione: anche al di là del personale malanimo di Trump nei confronti della ex pupilla che considera oggi una traditrice, l’Italia è davvero l’anello più debole della catena europea e si presterebbe pertanto comunque a fare da primo bersaglio se il presidente americano decidesse, come è probabile che faccia, di attaccare a testa bassa. La premier mira a parare il colpo con la promessa di investire lo 0,55% in più entro il 2028. Sono 17 mld e trovarli in piena campagna elettorale non sarà né facile né indolore.

In casa l’opposizione tutta offre solidarietà alla premier. Schlein e Conte adoperano quasi le stessa formula: le parole di Trump sono inaccettabili ma a prestare il fianco facendosi incantare dalla propaganda Maga invece di scegliere risolutamente l’Europa è stata proprio la maltrattata. Piena solidarietà ma è ora che si svegli. Non che Giorgia possa battere altre strade. A questo punto fidarsi ancora della Casa Bianca indicherebbe solo tendenze suicide e cercare riparo dietro l’Europa è l’unica possibilità per Giorgia. È una devastante sconfitta di tutta la sua strategia in politica estera ma è anche una strada a modo suo comunque impervia. Perché sia per quanto riguarda l’Ucraina che il riarmo anche i partner europei pretendono a questo punto molto più che belle e molto economiche parole.

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VANCE, IL REPUBBLICANO NUOVO


La corsa di J. D. Vance verso Donald Trump non è stata breve né facile: l’endorsement che gli ha fatto conquistare l’Ohio, il noto autore di Hillbilly Elegy lo ha dovuto sospirare. Ma una volta espiati i precedenti da Never Trumper, la nomina di candidato vice del Tycoon poteva in effetti calzargli a pennello per una serie di ragioni. Per la campagna elettorale orchestrata da Luke Thompson – aggressiva, spericolata ma efficace – che ne ha messo in luce tutto il potenziale. Per l’abilità con cui racconta il redneck e le sue frustrazioni profonde, ma in una favola che rispolvera il più classico sogno americano e con un linguaggio che parla anche al laureato suburbano.

Soprattutto, però, per la sua capacità di attrarre fondi, dati anche i legami con settori dell’economia verso cui Trump, evidentemente, ha uno sguardo sempre più attento. C’è il mondo delle criptovalute ad esempio, con cui Vance ha entusiastici rapporti e le cui aspettative nei confronti di Trump – dopo quattro anni di bastonature democratiche – sembrano alte. E c’è una Silicon Valley sempre meno dem.



Elon Musk
Tecno-ottimisti per Trump

“Certo” – commenta l’informatissimo Teddy Schleifer – “il vostro vicepresidente medio di Google crede ancora nel cambiamento climatico o nei visti H-1B, e andrà a San Francisco per protestare contro il divieto anti-islamico. Ai livelli più alti e più ricchi dell’industria, però, i creatori di tendenze culturali hanno ingoiato la pillola rossa”. Anche perché, a differenza che nel 2016, oggi essere presi di mira da persone di sinistra sui social potrebbe essere commercialmente un vantaggio. Ma al di là di un crescente fastidio per il fanatismo ricattatorio di marca woke, ciò che irrita i magnati del tecno-ottimismo è la stretta fiscale sulle startup o la prospettiva di una IA rigidamente controllata. La proposta di un’imposta sulle plusvalenze non realizzate, ad esempio, è stata la goccia di troppo per Marc Andreessen e Ben Horowitz, fondatori di una delle più importanti società di venture capital della Silicon Valley. E analoghi sono i discorsi che si fanno al Cicero Institute di John Lonsdale o dalle parti del suo amico Elon Musk, che oggi incassa contro Biden anche l’appoggio di un megadonatore democratico come Jeff Skoll. Siamo nel mondo della Little Tech Agenda che scalpita sotto i tacchi del GAFAM. Dove Meta o Google – che da anni mantengono, insieme alle loro posizioni dominanti, il baraccone della censura progressista – vengono liquidati come modelli obsoleti. E in cui libertà d’espressione fa rima con libertà dalla stretta politica che si traduce in tasse e burocrazia. Una prospettiva integralmente libertaria e liberista, quindi. Ma non massimalista. Anzi, strategicamente molto scaltra.



Lina Khan, presidente della Federal Trade Commission

Ci si potrebbe stupire ad esempio che la corte trumpiana – pur unita dalla richiesta di un laissez faire radicale – stia imparando a tollerare figure come Lina Khan, l’agguerrita presidente della Federal Trade Commission. Che sostiene da tempo l’idea di una legge sull’antitrust potenziata. Non focalizzata solo su prezzi e tariffe, ma su natura e qualità dei servizi, sul pluralismo dell’offerta, sull’equilibrio tra piccole e grandi aziende. In realtà si capisce che quella suggestione oggi si insinui anche in ambienti conservatori, dove matura la consapevolezza che il modello progressista non si sconfigge depotenziandone le casematte. Semmai, anzi, rafforzandole e sfruttandole.



I conservatori non possono disarmare unilateralmente o non usare il potere del governo per promuovere il loro programma. Lo dice l’esperienza: la struttura amministrativa porterebbe avanti la propria agenda, spesso in contrasto con quella conservatrice, anche sotto un governo conservatore. A meno che non mettano in mano alla burocrazia il potere di promuovere un programma di libertà, non fermeranno la sua marcia anti-libero mercato e di sinistra


Così si legge nel voluminoso Project 2025, patrocinato dalla Heritage Foundation. Ritorcere contro i democratici gli odiati residui post New Deal è il momento tattico fondamentale. Ben venga dunque un antitrust che colpisca gli oligopoli a dispetto dei cavilli. In quanto pericolosi non solo per il consumatore di merci ma anche per il cittadino, fruitore del mercato delle idee. Quindi ben vengano le bordate (quantomeno rumorose) della Khan al GAFAM e il modello teorico che le sostiene. Perché “è ora di smantellare Google”, come dice senza mezzi termini Vance. Il quale del resto appoggia la proposta di revisione della Sezione 230 del Communication Decency Act, che tanto dispiacerebbe a Microsoft. E da tempo è investitore di Rumble, piattaforma alternativa a YouTube.





Giovani Repubblicani crescono

Questa Silicon Valley sempre più plurale, pro-crypto, pro-business, ma disposta alla strategia politica, in Vance trova l’uomo ideale. Perché è essenzialmente uno di loro, ed è capace di tradurne le aspirazioni in parole d’ordine efficaci. Oltretutto non ha ancora quarant’anni, guarda al lungo periodo e ha una vasta rete di relazioni. Non ultima, peraltro, l’amicizia col magnate visionario (e suo megafinanziatore) Alex Thiel, con cui Trump evidentemente mira a ricucire rapporti da tempo gelidi (ne abbiamo parlato qui).Inoltre, Vance incarna un nuovo tipo di attivista repubblicano. Quello rappresentato da gruppi come il Rockbridge Network, di cui è co-fondatore. Una rete di facoltosi sostenitori del GOP che ama la discrezione (il New York Times parlò di Secret Coalition). Ma che in uno dei rari documenti resi pubblici, risalente al 2021, già dichiarava a chiare lettere la propria mission: “sostituire l’attuale ecosistema repubblicano di think tank, organizzazioni mediatiche e gruppi di attivisti che hanno contribuito al declino del Partito con persone e istituzioni più orientate all’azione, più efficaci e focalizzate sulla vittoria”. Concretamente: rinnovare la rete dei media conservatori e le modalità di comunicazione, lavorare su contenziosi strategici, formare nuovo personale politico, strutturarsi capillarmente sui territori. Cultura di governo, non solo vittorie elettorali. E vittorie con largo margine, per assicurarsi spazi egemonici sufficienti. Ma soprattutto declinazione di strategie, obiettivi e risorse come in una sorta di political venture capital, dove ogni donatore è un azionista. Un modello potrebbe offrirlo il fondo d’investimento anti-woke Capital 1789 di Christopher Buskirk e Omeed Malik (non senza i fondi di Mercer e del solito Thiel). L’obiettivo allora era rompere il muro dei tradizionali donatori, scettici su Trump. E lo è verosimilmente anche oggi, dato che i Rockbridge – di solito restii ad invitare candidati in corsa alle loro iniziative – qualche mese fa hanno voluto il Tycoon in un incontro a porte chiuse. Ma oltre questo, c’è la volontà di rimettere in gioco forze giovani per destrutturare le obsolete liturgie repubblicane. “La si potrebbe pensare” avrebbe detto uno dei partecipanti “come una sorta di ambiziosa coalizione di destra che mescola dinamismo americano, nuova tecnologia spaziale, infrastrutture di sicurezza nazionale e innovazione con la politica repubblicana. Tutto molto più cool, sotto ogni punto di vista, rispetto ai tradizionali eventi e alle coalizioni repubblicane che ovviamente non sono cool per definizione“.Di “tecno-populismo” ha parlato subito la stampa liberal. In realtà la prospettiva di Vance – forse contraddittoria, a tratti propagandistica – è esplosiva. E ispirata da un’elaborazione non improvvisata. Nulla di paragonabile alla rete Koch o al Growth Club, polverosi monumenti al GOP che fu, con cui pure ovviamente Trump non disdegna interlocuzioni. Questa è la cifra che distingue Vance da quelli che la stampa dava come i suoi principali concorrenti, Nikki Haley o Tim Scott. Con lui, Trump ha fatto una scelta di campo, anche in questo senso. Vance, in sostanza, si candida ad essere il volto di un trumpismo che ormai sembra definitivamente uscito dalla fase delle malattie infantili.






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E’ LA VALMY ASIATICA. LA CINA SI FA PORTAVOCE DI DUE TERZI DEL MONDO: DALLA RUSSIA ALL’INDIA, DALL’AZERBAJAN ALLO YEMEN.

Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.

A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.

L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.

Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.

Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.

Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.

Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.

Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.

Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.

Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.

Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.

Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.

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