Le aziende di intelligenza artificiale hanno promesso più di quanto siano riuscite finora a mantenere. E questa distanza tra attese e risultati alimenta un clima di sfiducia verso l’IA sul piano tecnologico e sociale, accompagnata da crescenti dubbi sulla sostenibilità finanziaria degli investimenti nel settore, sempre in crescita. A denunciare lo stato di difficoltà del mondo dell’IA è uno dei suoi protagonisti, DarioAmodei, l’amministratore delegato della statunitense Anthropic.
Lo ha fatto in una serie di messaggi pubblicati sul social X: l’ex vicepresidente della ricerca di OpenAI ha sottolineato come la critica più fondata che si possa muovere oggi alle aziende IA sia quella di aver alimentato molte illusioni riguardo all’impatto positivo che avrebbe avuto questa tecnologia. “La responsabilità è interamente nostra”, ha spiegato, aggiungendo che è su questo, e non sui messaggi di marketing, che si dovrebbe concentrare lo sviluppo delle soluzioni di IA.
Il punto debole è, per l’ad, continuare a fare parallelismi con strumenti che attualmente non esistono, non pubblicamente almeno, come quelli per alcune importanti applicazioni mediche. “L’unica cosa che funzionerà davvero sarà curare il cancro“, ha ribadito, “con le sole promesse, molti pensano che l’IA sia solo un inganno”. A tal proposito, Anthropic sta accelerando gli sforzi in biologia e medicina, con i “primi segnali tangibili” previsti nei prossimi mesi.
Amodei è intervenuto rispondendo all’investitore GavinBaker, secondo cui i toni allarmistici del manager sui rischi dell’IA – soprattutto quelli derivanti dall’Agi, la prossima intelligenza artificiale “generale”, che potrebbe pensare e agire come e meglio degli uomini – avrebbero contribuito alla sfiducia pubblica verso la tecnologia. L’ad ha respinto l’accusa, parlando di una crisi più ampia.
Ammissioni simili sono arrivate negli ultimi dodici mesi anche da altri vertici del settore. L’amministratore delegato di OpenAI, SamAltman, lo scorso agosto aveva paragonato il clima attuale a quello della bolla delle “dot-com” di fine anni novanta, definendo “non razionale” il fatto che startup di poche persone raccolgano finanziamenti miliardari e prevedendo che “qualcuno perderà somme ingenti di denaro”. Nonostante l’ammissione, OpenAI ha confermato piani di spesa per trilioni di dollari in infrastrutture.
A conclusioni simili era arrivato l’amministratore delegato di Alphabet, SundarPichai, che in un’intervista alla Bbc aveva riconosciuto “elementi di irrazionalità” nel ciclo di investimenti sull’IA, proprio come agli albori di internet. Pichai aveva ammesso che nessuna azienda sarebbe immune, Google compresa, in caso di scoppio della bolla. Quattro anni fa, Big G spendeva meno di 30 miliardi di dollari l’anno in IA. Quest’anno, la cifra ha superato i 90 miliardi di dollari. Peraltro, in un suo recente articolo, la Bce ha sottolineato come il “rally innescato dall’intelligenza artificiale nel settore tecnologico”, abbia portato le valutazioni di Borsa a livelli “che non si vedevano dalla bolla delle dot-com”, esponendo le famiglie europee alla tecnologia statunitense, “valutata in 440 miliardi di euro”.
Il tema di fondo, secondo molti analisti, riguarda lo scarto tra le promesse comunicate al pubblico e i risultati finora verificabili. L’indagine 2026 AI-Powered Consumer Report, dei ricercatori di Prophet, segnala che l’uso dell’IA generativa tra i consumatori è salito al 73%, dal 45% del 2024, ma con un calo del 30% nell’entusiasmo verso la tecnologia. Per il Pew Research Center, il 50% degli adulti statunitensi si dice più preoccupato che ottimista per la diffusione dell’IA nella vita quotidiana, contro il 10% di pareri favorevoli. Nel 2021 la quota dei timorosi era al 37%.
E per le aziende non va meglio: se in passato si pensava che l’uso dell’intelligenza artificiale potesse permettere alle imprese di incrementare produttività e ricavi, una ricerca del Mit ha capovolto le attese, dimostrando come solo il 5% dei progetti basati sull’IA raggiunga un impatto significativo. Stessa sorte di un report di S&P Global Market Intelligence, per il quale il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior parte delle proprie iniziative di IA nel 2025, in aumento rispetto al 17% del 2024. Il 46% dei progetti viene scartato prima ancora di arrivare in produzione a causa di costi elevati, problemi di sicurezza e difficoltà nel gestire la privacy dei dati condivisi.
Il prossimo 31 agosto si vedrà se il debito pubblico degli Stati Uniti, secondo le previsioni del Joint Economic Committee, avrà raggiunto la fantastica cifra di 40.000 miliardi di dollari. Un record mai visto prima. In termini di Pil quella livella ha già superato il 120%. Calma e gesso: direbbe un analista italiano, considerando la dinamica del debito nostrano: 3.200 miliardi lo scorso giugno. Oltre il 137 per cento all fine dello scorso anno ed ancora in crescita. Ma gli Stati Uniti non sono l’Italia. Un loro semplice raffreddore può alimentare una polmonite planetaria.
Preoccupazioni giustificate, quindi. Anche perché il trend ascensionale del debito pubblico americano è un fenomeno relativamente recente. Era rimasto pari al 60% del Pil, fino al 2008, per poi salire gradualmente fino a raggiungere il 100% alla fine del 2019. Infine la grande epidemia di Covid aveva rotto gli argini. Un balzo di quasi 20 punti e il tracciamento di un nuovo trend. Da allora variazioni marginali lungo quella linea di tendenza. Grande attenzione quindi al deficit di bilancio che è uno degli elementi chiave della crescita del debito. Contrastato o supportato dalla dinamica del Pil nominale, che agisce in senso contrario, e da quella degli interessi sullo stock che opera per allungarne la corsa.
In questi ultimi mesi il deficit mensile è progressivamente aumentato. A luglio è balzato all’impressionante cifra di 432,3 miliardi di dollari, segnando un drammatico incremento del 48% rispetto all’analogo mese del 2025 e riportando il disavanzo ai livelli massimi dal marzo 2021, epoca in cui l’economia americana era ancora profondamente segnata dagli straordinari stimoli fiscali legati all’emergenza pandemica. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale (iniziato tradizionalmente il primo ottobre) il deficit ha sfiorato i 1.800 miliardi di dollari superando ampiamente il dato del corrispondente periodo dell’anno precedente.
Il maggior tiraggio si deve ai costi di Medicare, il programma federale di assicurazione sanitaria destinato prevalentemente agli over 65 e alle categorie più fragili, le cui spese a luglio hanno toccato il record di 174 miliardi di dollari, in nettissimo rialzo rispetto ai 103 miliardi di giugno, portando il totale oltre la soglia di 955 miliardi. Questo esborso ha reso Medicare la singola voce di spesa più consistente del mese, capace di oscurare persino i 141 miliardi destinati alla previdenza sociale e i 104 miliardi assorbiti dagli interessi netti sul debito pubblico.
In una situazione già particolarmente stressata sono intervenuti due fattori contingenti che hanno alzato il livello di allarme. Per effetto del calendario, si è avuto un aggravio tecnico di spesa per 99 miliardi di dollari, dovuto alle anticipazioni concesse per vari sussidi, inclusi quelli per la Supplemental Security. Il rimborso dei dazi è costato, invece, altri 33 miliardi al netto dei possibili rimborsi che l’Amministrazione dovrà erogare sui prelievi precedenti, dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema.
Gli ultimi dati, come detto in precedenza, indicano un deficit annuo pari a 1.799 miliardi di dollari. Rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente l’incremento è del 10,46%. Ciò significa che il 28,62% delle spese nell’anno fiscale 2026 non è stato coperto dalle entrate e che per ogni dollaro di entrate incassato dal governo federale, ne sono stati spesi 1,40. Le più recenti proiezioni di bilancio decennali del CBO prevedono che il deficit totale sarà di 1.853 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2026, 1.887 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2027 e 2.080 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2028.
Altro elemento preoccupante è la forte crescita della spesa per gli interessi sul debito pubblico. Negli ultimi 12 mesi le relative uscite sono state pari a più di 1.000 miliardi, con un aumento rispetto al periodo precedente del 14,5%. Un importo che è superiore a quello delle spese militari che è risultato pari a poco più di 948 miliardi di dollari. In larga misura per rispettare gli impegni NATO. La maggior spesa per interessi dimostra che il sistema finanziario americano è destinato ad essere sempre di più un mercato dei compratori. Saranno quindi questi ultimi, con la loro domanda di titoli, a dettare le condizioni per il mantenimento di un debito che per una percentuale intorno al 25% è in mano ad investitori esteri.
I dati appena illustrati forniscono una spiegazione logica di alcuni comportamenti illogici di Donald Trump. Che l’economia, ma sarebbe meglio dire la società, americana non sia più quella di una decina di anni fa è del tutto evidente. I costi della sua egemonia sul piano internazionali sono enormemente cresciuti. Ma gli alleati occidentali hanno fatto finta di niente. Eppure le richieste di aiuto, si pensi solo all’aumento del contributo per le spese Nato, erano state più volte avanzate dai Presidenti pro-tempore: da Barack Obama, allo stesso Trump nel suo primo mandato, per giungere fino a Joe Biden. Risultato? Un niente di fatto.
Anzi, oggi, specie a sinistra si assiste ad una vera e propria levata di scudi, all’insegna dello slogan: “Neppure un cent di aumento per le spese militari”. La zuppa rancida che propone soprattutto Giuseppe Conte, che non esita a taroccare le cifre dell’intervento: 500 miliardi da qui al 2035, quando la cifra reale, da spalmare in 10 anni, sarebbe, alla fine, di poco superiore agli 80 miliardi di euro. Cifra ovviamente ragguardevole. Ma quanto vale la libertà di una Nazione? Quanto la difesa di un patrimonio politico-culturale irripetibile? Una domanda alla quale dovrebbe rispondere soprattutto Elly Schlein uscendo dalla modalità “sfinge”.
E invece nel silenzio degli ignavi prosperano le tesi più stravaganti. Come quelle raccolte da Il Fatto quotidiano secondo il quale gli Stati Uniti d’America sarebbero solo imperialismo. Ovviamente lo sarebbero stati anche nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, quando traversarono l’Atlantico per contribuire a sconfiggere in Europa quella deriva illiberale, ch’era stata il parto delle contraddizioni del Vecchio continente. Altro che imperialismo! Ma che la relativa accusa possa avere l’onore – si fa per dire – delle pagine di un quotidiano nazionale, la dice lunga sul grado di confusione che alberga nel cuore della sinistra italiana.
Più che il caldo, è il freddo a preoccupare l’Europa. La prossima stagione invernale potrebbe essere la più difficile dal 2021 per le forniture energetiche. È l’allarme lanciato dagli analisti di Oxford Economics, secondo cui “la nuova ondata di calore è poca cosa rispetto a quello che succederà il prossimo inverno”. A pochi mesi dall’arrivo del freddo, infatti, le scorte di gas sono su livelli storicamente bassi e diversi rischi sul fronte delle forniture si sono già materializzati.
Lo scenario potrebbe avere conseguenze anche sull’inflazione: secondo Oxford Economics, un inverno particolarmente rigido potrebbe spingere il tasso oltre il 3,5% a fine anno, mantenendolo sopra il 3% anche nel 2027. Le riserve di gas stanno diminuendo in tutta Europa. Al 13 agosto, gli stoccaggi italiani risultavano pieni al 78,22%, contro l’84% circa dello stesso periodo dell’anno scorso. In Germania il livello era al 49%, rispetto al 65,77% del 2025. Nell’insieme dell’Unione europea le scorte si attestavano al 59,92%, contro il 72,9% di fine 2025. Il quadro tuttavia è diverso da quello dell’inverno 2021-2022. La possibilità di una vera e propria carenza fisica di gas viene considerata dagli analisti un rischio remoto, grazie a un’offerta globale più ampia di gas naturale liquefatto (Gnl) e alla maggiore disponibilità di terminali di importazione. Restano però diversi fattori di rischio. “Lo stretto di Hormuz rimane effettivamente chiuso” osservano gli analisti, mentre sono aumentate le interruzioni della produzione norvegese di gas. Allo stesso tempo, il gas naturale ha dovuto compensare la minore produzione idroelettrica e nucleare.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha ridotto i consumi di gas del 15-20%, ma il continente resta fortemente esposto all’andamento delle temperature nei mesi invernali. Una stagione più fredda della norma potrebbe quindi provocare un’impennata dei prezzi. A rendere più incerto lo scenario c’è anche la Russia, che rappresenta ancora circa il 15% delle importazioni europee di gas. Un nuovo taglio unilaterale delle forniture, sul modello di quanto accaduto nel 2021-2022, potrebbe innescare “una nuova spirale dei prezzi” alimentando i timori di una carenza materiale di gas. In uno scenario estremo, l’Ue potrebbe essere costretta a riconsiderare anche l’embargo sul gas russo. Tra le economie europee, l’Italia è quella che secondo Oxford Economics risulta maggiormente esposta a improvvisi rincari del gas, anche per il peso che il combustibile continua ad avere nel sistema energetico nazionale. A fare la differenza sarà anche la velocità con cui gli aumenti all’ingrosso si trasferiranno sulle bollette e sui prezzi al consumo. In Europa, infatti, i tempi di trasmissione sono molto diversi da Paese a Paese. “La struttura prevalente del mercato – spiegano gli analisti – è caratterizzata da una predominanza di contratti a prezzo fisso a 12 o 24 mesi” che consentono di trasferire gli aumenti con un ritardo anche di un anno, come avviene in Austria e Germania. In Francia, Italia e Spagna, invece, i prezzi al dettaglio si adeguano nell’arco di circa un mese. Nei Paesi Bassi infine la risposta è quasi immediata.
La corsa dell’intelligenza artificiale ha acceso i mercati azionari spingendo Wall Street e le borse europee verso nuovi record. Intanto cresce però l’attenzione delle autorità monetarie per il rischio di una correzione delle valutazioni raggiunte dalle grandi società tecnologiche americane. Secondo la Banca centrale europea, famiglie, compagnie assicurative e fondi pensione dell’area euro detengono infatti circa 440 miliardi di euro collegati ai titoli delle sette grandi società tecnologiche statunitensi, Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla. Una quota rilevante di questa esposizione passa attraverso fondi di investimento ed Etf, strumenti che incorporano automaticamente nei portafogli le società con maggiore peso negli indici internazionali.
Il timore espresso in un articolo sul blog della Banca centrale riguarda il possibile effetto domino sui mercati. Una brusca discesa delle quotazioni delle Big Tech potrebbe spingere alcuni fondi a vendere attività per far fronte alle richieste di rimborso degli investitori. Le vendite alimenterebbero ulteriori pressioni sui prezzi, amplificando la correzione iniziale. “Una correzione delle Magnifiche 7 è una questione di stabilità finanziaria per l’area euro, non solo per il settore privato”, osserva Francoforte. Il rischio maggiore emergerebbe in uno scenario in cui la correzione coincide “con una più ampia instabilità del mercato, che i responsabili delle politiche economiche non possono facilmente placare”: infatti, a differenza che nella crisi delle dot-com nel 2000, “il punto di partenza odierno lascia decisamente meno margine per tagliare i tassi di interesse o utilizzare la politica fiscale per attutire le conseguenze”. A differenza delle dot-com, ovviamente, le società protagoniste della rivoluzione dell’intelligenza artificiale sono aziende globali consolidate, con ricavi miliardari, profitti elevati e posizioni dominanti nei rispettivi mercati. La questione per gli investitori riguarda soprattutto il rapporto tra le aspettative incorporate nei prezzi e la capacità futura di trasformare l’innovazione in utili.
La Bce segnala anche le differenze tra Stati Uniti ed Europa. La corsa dell’IA ha portato le valutazioni di Wall Street su livelli elevati, con multipli prezzo/utili superiori a quelli dei mercati europei. Le borse del Vecchio continente hanno beneficiato del rialzo degli ultimi anni, ma restano caratterizzate da una maggiore presenza di settori tradizionali, dall’industria alla finanza, e da una minore concentrazione sui titoli tecnologici. Il risultato – si riconosce – è che “la trasformazione dell’IA nell’area euro sta procedendo a un ritmo costante, seppur non spettacolare” con mercati azionari ” dominati da titoli della ‘vecchia economia’, riducendo il rischio di una futura correzione”. In ogni caso, ammonisce la Bce, un calo dei titoli tecnologici negli Stati Uniti “non lascerà indenne l’area euro”. I fondi europei investono infatti in portafogli internazionali e risentono delle oscillazioni dei grandi titoli americani.
Il rientro dalle vacanze potrebbe portare una nuova pressione sui conti domestici. Sulla base dei prezzi energetici attesi a settembre, Nomisma Energia stima fino a 515 euro in più nell’anno per luce e gas rispetto al 2025.
Il gas può pesare 429 euro in più nell’anno e l’elettricità altri 86: la stima dipende dai prezzi all’ingrosso
La bolletta del gas rischia di assorbire la parte maggiore degli aumenti previsti per il rientro. La simulazione di Nomisma Energia indica per settembre un prezzo del gas intorno a 137 centesimi al metro cubo, contro 106 centesimi nello stesso mese del 2025. Per una famiglia tipo, la differenza porterebbe la spesa complessiva del 2026 a crescere di circa 429 euro, pari al 29%.
L’elettricità inciderebbe meno, ma continuerebbe a salire. La stima indica 31,93 centesimi per kWh a settembre, rispetto ai 28,75 centesimi di un anno prima. Su base annuale l’aggravio stimato per una famiglia tipo è di circa 85,9 euro, l’11% in più. Sommando le due componenti, il conto arriva a circa 515 euro in più nel 2026, con una crescita del 23% rispetto al 2025. La percentuale non significa che ogni singola bolletta di settembre aumenterà automaticamente del 23%: è la variazione stimata della spesa annuale sulla base dell’andamento dei prezzi all’ingrosso preso come riferimento da Nomisma Energia.
Anche le imprese sono esposte ai rincari. La stessa simulazione valuta un incremento complessivo della spesa energetica nell’ordine del 54% rispetto all’anno precedente per il profilo aziendale preso a riferimento. Ai costi di luce e gas si aggiunge il carburante. Nomisma Energia stima per settembre una benzina media sopra i 2 euro al litro e calcola, sommando energia e carburanti, un maggior esborso familiare che potrebbe avvicinarsi a 877 euro nell’intero 2026 rispetto al 2025. Le cifre restano legate ai prezzi all’ingrosso e possono quindi cambiare nelle prossime settimane. Per le famiglie, il dato da seguire al rientro è soprattutto quello del gas, che nella simulazione produce quasi quattro quinti dell’aumento complessivo attribuito alle utenze domestiche.
Il conto alla rovescia è finito per le famiglie che ricevono regolarmente l’Assegno unico. Gli accrediti di agosto sono programmati per martedì 18 e mercoledì 19. Chi ha una pratica nuova o modificata può invece ricevere il pagamento più avanti.
Le famiglie con pratica invariata ricevono l’accredito per prime, gli altri pagamenti slittano a fine mese
L’Assegno unico di agosto arriva il 18 e 19 per i beneficiari con una prestazione già in corso che non ha subito variazioni rispetto al mese precedente. Il calendario 2026 è stato stabilito dall’INPS per consentire alle famiglie di conoscere in anticipo le finestre ordinarie di pagamento.
Le due date non valgono indistintamente per ogni pratica. I nuclei che hanno presentato una nuova domanda oppure sono interessati da variazioni, conguagli o ricalcoli possono ricevere l’importo nell’ultima parte del mese. Anche l’ISEE continua a incidere sull’importo. Nel 2026 l’Assegno unico può essere richiesto anche senza ISEE, ma in quel caso viene riconosciuta la quota minima. Per l’anno in corso l’importo base per un figlio minore varia in funzione della situazione economica del nucleo, con valori rivalutati dell’1,4%.
Chi non vede l’accredito nelle due giornate previste non deve quindi considerarlo automaticamente un pagamento mancato. La verifica va effettuata nel Fascicolo previdenziale o nei servizi INPS dedicati, soprattutto quando durante l’ultimo mese sono intervenute modifiche alla domanda o alla situazione familiare. Per le pratiche ordinarie senza cambiamenti, invece, 18 e 19 agosto sono le due date indicate per il pagamento della mensilità.
Per alcuni pensionati il cedolino di settembre sarà ancora più basso del normale. L’INPS applica una trattenuta del 5% a chi non ha trasmesso determinati dati reddituali. Il termine per regolarizzare la posizione scade il 15 settembre.
La trattenuta colpisce agosto e settembre, poi l’INPS può revocare la prestazione e recuperare le somme
La trattenuta comparsa ad agosto torna anche sulla pensione di settembre. Riguarda i pensionati residenti in Italia titolari di prestazioni totalmente o parzialmente collegate al reddito che, nonostante i solleciti, non hanno comunicato all’INPS i dati reddituali relativi al 2022 richiesti dalla campagna RED 2023. L’Istituto applica una riduzione pari al 5% dell’imponibile pensionistico lordo del mese di luglio 2026 sia sul rateo di agosto sia su quello di settembre. Sul cedolino compare una specifica indicazione relativa alla mancata comunicazione reddituale.
Le pensioni di importo mensile fino a 100 euro non subiscono questa trattenuta. L’esenzione dalla decurtazione temporanea non elimina però il problema della mancata dichiarazione: anche per questi trattamenti l’INPS può procedere successivamente alla revoca se il pensionato non regolarizza la propria posizione. La data da segnare è 15 settembre 2026. Entro quel giorno è possibile presentare la domanda di “Ricostituzione reddituale per sospensione art. 35, comma 10-bis, D.L. n. 207/2008”, utilizzando il servizio online dell’INPS oppure rivolgendosi a un patronato.
Se il pensionato non interviene entro il termine, l’Istituto può revocare definitivamente la prestazione collegata al reddito e recuperare le somme considerate non dovute. Il controllo del cedolino e delle comunicazioni disponibili nell’area MyINPS permette di verificare se la trattenuta riguarda la propria posizione.
Al rientro dalle vacanze la busta paga può essere diversa da quella di un mese lavorato normalmente. La Cassazione ha chiarito che alcune componenti variabili possono essere escluse, ma la riduzione non deve penalizzare il diritto alle ferie.
Nel caso esaminato due indennità valevano il 3,37%: per i giudici la riduzione non era dissuasiva
Uno stipendio leggermente più basso durante il periodo di ferie non è automaticamente irregolare. La Cassazione, con l’ordinanza 18529 dell’8 giugno 2026, ha confermato che la retribuzione feriale deve restare sostanzialmente paragonabile a quella ordinaria, senza imporre una coincidenza perfetta tra tutte le componenti della busta paga.
Il procedimento riguardava un macchinista di Mercitalia Rail. Il lavoratore chiedeva che durante le ferie venissero considerate integralmente anche la parte variabile dell’indennità di utilizzazione professionale e l’indennità per assenza dalla residenza. La Corte d’Appello di Torino aveva escluso il diritto alle differenze e la Cassazione ha respinto il ricorso. Nel caso specifico, le due componenti rappresentavano circa il 3,37% della retribuzione complessiva. I giudici hanno ritenuto lo scarto troppo contenuto per produrre un effetto capace di scoraggiare il dipendente dal prendere le ferie.
Quel 3,37% non diventa però una franchigia valida per ogni lavoratore. La valutazione deve tenere conto del tipo di indennità, della continuità con cui viene percepita, del suo collegamento con le mansioni e dell’effetto economico concreto prodotto dalla sua esclusione. Chi trova meno soldi nel cedolino dopo le vacanze deve quindi verificare quale voce è diminuita o scomparsa. Un’indennità occasionale legata a una condizione che durante le ferie non si verifica può avere un trattamento diverso rispetto a una componente stabilmente collegata alle mansioni o alla posizione professionale.
Il confronto utile non consiste nel guardare soltanto il totale del mese, ma nel capire quali elementi hanno prodotto la differenza e se la perdita economica incide concretamente sul diritto del dipendente al riposo.
LOS ANGELES (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Il fiore all’occhiello in questa settimana di Monterey è la presentazione della nuova Revuelto SV, che rappresenta il pinnacle della nostra gamma, innalza il livello già molto alto della Revuelto grazie a una serie di interventi”. Lo ha detto Federico Foschini, Chief Marketing & Sales Officer Automobili Lamborghini, in occasione della Monterey Car week 2026.
f11/fsc/gtr
LOS ANGELES (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Per quanto riguarda il fatturato abbiamo avuto un altro semestre da record. Monterey Car Week è l’evento più importante negli Stati Uniti e lo utilizziamo per far vedere anche delle anteprime mondiali”. Lo ha detto Stephan Winkelmann, Chairman & Chief Executive Officer di Automobili Lamborghini, in occasione della Monterey Car week 2026.
f11/fsc/gtr
L’estate del 2026 non lascerà solo il segno nelle cronache meteorologiche per il suo caldo estremo e prolungato, manifestazione incontrovertibile della crisi climatica, ma si presenta come un pesante macigno sui bilanci dell’Unione Europea. Secondo un recente studio di Triodos Bank, il costo si aggira intorno a 180 miliardi di euro, oltre l’1% del Pil comunitario. In questo scenario l’Italia è uno dei Paesi più vulnerabili: “Con un danno stimato intorno ai 22 miliardi di euro, il conto del clima per il nostro Paese equivale quasi a una manovra finanziaria”, ha commentato il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli.
La produttività in ginocchio
L’analisi condotta dagli esperti di Triodos Investment Management evidenzia come l’impatto del caldo non sia uniforme, ma colpisca diversi nodi vitali dell’economia. Il fattore determinante è il crollo della produttività del lavoro. Superata la soglia dei 30 gradi, il rendimento dei lavoratori cala drasticamente e perlopiù nei settori esposti all’aperto come l’edilizia e l’agricoltura. Allianz stima infatti una perdita di circa il 3% della produzione per ogni grado che supera i 30 e sostenuto per più giorni. La bolletta climatica è però gonfiata anche dai costi dell’energia: se l’efficienza dei pannelli solari diminuisce con le temperature estreme, la domanda di elettricità per il raffrescamento tocca picchi record proprio quando la produzione idroelettrica e nucleare (quest’ultima colpita dalla scarsità d’acqua per il raffreddamento dei reattori) è più in difficoltà. Il risultato è quindi un aumento dei prezzi all’ingrosso che grava sia sulle imprese che sulle famiglie.
La geografia del danno vede la Francia come il Paese più colpito (con una perdita stimata dell’1,4% del Pil), seguita dall’Italia e dalla Spagna. Se la Polonia appare meno colpita per un numero inferiore di giornate torride, per l’Italia il peso della struttura economica e la durata dell’ondata di calore rendono la situazione molto critica. A questo poi si aggiunge un drammatico costo umano: solo nell’ultima settimana di giugno di quest’anno sono stati stimati oltre 20mila decessi legati al caldo tra Francia, Germania, Spagna e Italia.
Il circolo vizioso europeo
“Un’estate così calda avrebbe dovuto segnare la fine di ogni astrazione”, si legge nello studio. “Assistiamo a vaste aree in fiamme mentre le centrali elettriche vengono chiuse per mancanza d’acqua. Questo dovrebbe essere lo shock che spinge le persone, e le istituzioni che le rappresentano, ad agire”. Non è ancora successo. Anzi. “Il 17 luglio, all’incirca nello stesso periodo in cui l’EFFIS registrava ettari record bruciati e i ministeri della salute contavano i morti, la Commissione europea ha proposto un indebolimento del principale strumento di tariffazione del carbonio dell’UE, allentando la traiettoria del tetto massimo alle emissioni fino al 2030. La ragione dichiarata era la competitività“. Un paradosso: “La risposta politica è quella di allentare proprio le politiche volte a prevenire i danni, in nome della tutela della crescita; di conseguenza, sia le emissioni che l’esposizione aumentano; e la successiva ondata di calore, con una temperatura di riferimento più elevata, costa di più. Chiamiamo le cose con il loro nome: un circolo vizioso”.
L’allarme di Coldiretti per l’Italia
L’inazione politica rischia di alimentare quello che gli analisti definiscono un circuito vizioso o doom loop. In pratica il danno climatico rallenta l’economia e la risposta politica è spesso quella di allentare le normative ambientali in nome della crescita, accelerando così le emissioni e i danni futuri. In Italia il dibattito è acceso, con critiche rivolte al governo per il contrasto a misure come il Green Deal e la legge europea sul ripristino della natura. Secondo Coldiretti, i danni all’agricoltura italiana hanno già superato i 3 miliardi di euro.
La siccità sta mettendo a rischio intere filiere con il bacino del Po che vede la disponibilità d’acqua ridotta della metà. Le colture di mais e riso sono al collasso, con cali dei raccolti che in alcune zone raggiungono il 40-70%. Al quadro si aggiunge infine l’emergenza incendi: dall’inizio dell’anno secondo EFFIS almeno 80mila ettari di boschi e terreni sono andati in fumo, devastando pascoli e strutture agricole.
Alti funzionari governativi della Germania sarebbero aperti a discutere una potenziale vendita della quota del 12,7% in Commerzbank a Unicredit se i due istituti di credito riusciranno a concordare una strategia comune e con garanzie per il futuro della banca. Lo riferisce Bloomberg, pur sottolineando che questa posizione non rappresenta la linea ufficiale del governo tedesco, che come è noto è stato finora fermo nell’intenzione di preservare l’indipendenza dell’istituto salvato durante la crisi finanziaria e dire no all’offerta di Andrea Orcel.
La cessione di una quota in cambio della garanzia che Commerzbank continuerà a svolgere un ruolo “importante nel finanziamento dell’economia consentirebbe a Berlino di realizzare alcune delle sue priorità per l’istituto di credito, dopo che non è riuscita a impedire a Unicredit di assumerne il controllo”, sottolinea Bloomberg.
Un portavoce del governo tedesco ha dichiarato a Bloomberg che la posizione non è cambiata, rifiutandosi di commentare. Nessun commento anche dai rappresentanti di Commerzbank e Unicredit.
Alcuni funzionari del governo tedesco sono disponibili a discutere la cessione a UniCredit del 12,7% di Commerzbank ancora controllato da Berlino. Prima serve però un’intesa tra i due istituti sulla strategia e sul futuro della banca tedesca.
Il governo chiede garanzie sul futuro della banca e un’intesa tra Orcel e l’attuale management
Berlino potrebbe vendere a UniCredit il 12,7% di Commerzbank ancora nelle mani dello Stato tedesco. L’apertura arriva da alcuni funzionari governativi, ma al momento non rappresenta la posizione ufficiale dell’esecutivo.
Una cessione viene considerata accettabile da alcuni esponenti del governo a due condizioni: un prezzo ritenuto adeguato e precise garanzie sul futuro di Commerzbank. Prima di arrivare a un eventuale confronto sulla partecipazione pubblica, UniCredit dovrebbe inoltre trovare un’intesa con l’attuale management della banca tedesca sui propri progetti.
Tra i funzionari tedeschi viene valutata anche la possibilità che UniCredit riesca comunque a ottenere il controllo di Commerzbank. Questo renderebbe più concreta l’ipotesi di una vendita della quota ancora detenuta da Berlino, purché l’operazione venga accompagnata da un accordo sulla strategia dell’istituto. Gli eventuali colloqui tra Piazza Gae Aulenti e Berlino dipenderanno quindi dal confronto tra UniCredit e i vertici di Commerzbank. Solo con il via libera del management ai progetti della banca italiana il governo tedesco prenderebbe in considerazione una trattativa sulla propria partecipazione.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) interviene sul grave disagio economico che interessa i docenti di ruolo fuorisede, per i quali la distanza tra sede di servizio e residenza si traduce in un costo permanente, destinato a incidere in misura sempre più significativa sul potere d’acquisto dello stipendio.
L’aumento del costo della vita, i canoni di locazione, le utenze, le spese quotidiane e i trasporti necessari per raggiungere periodicamente la propria famiglia assorbono una parte rilevante della retribuzione. In tale contesto, per molti docenti di ruolo fuorisede anche la possibilità di trascorrere un periodo di vacanza è stata fortemente ridimensionata o, in alcuni casi, esclusa.
Il fenomeno si colloca in un quadro nazionale già segnato da evidenti difficoltà economiche. Secondo l’indagine Tecnè per Federalberghi relativa all’estate 2026, 36,2 milioni di italiani trascorreranno almeno un periodo di vacanza fuori casa tra giugno e settembre, mentre il 48,5% della popolazione non farà vacanze estive. Tra quanti resteranno a casa, il 52,8% indica nella mancanza di liquidità la principale ragione della rinuncia.
Per il personale docente esiste, inoltre, una specifica criticità. Le ferie, in ragione dell’organizzazione del calendario scolastico, possono essere fruite prevalentemente nei periodi di sospensione delle attività didattiche e soprattutto durante l’estate. La principale possibilità di riposo prolungato coincide quindi proprio con l’alta stagione, quando la crescita della domanda determina condizioni generalmente più onerose per trasporti, soggiorni e servizi legati alle vacanze.
Gli insegnanti dispongono, pertanto, di margini limitati per scegliere periodi dell’anno economicamente più convenienti. Questa circostanza assume un peso ancora maggiore per i docenti di ruolo fuorisede, poiché ai maggiori costi stagionali si sommano le spese sostenute durante tutto l’anno per lavorare lontano dalla propria città.
L’immissione in ruolo garantisce la stabilità del rapporto di lavoro, ma non elimina gli effetti economici della distanza. Quando la sede di servizio si trova a centinaia di chilometri dalla residenza, una parte dello stipendio deve essere destinata all’affitto di un secondo alloggio o di una stanza, alle relative utenze e ai viaggi necessari per mantenere i rapporti con il nucleo familiare.
Tali costi continuano a gravare anche durante l’estate. Il docente che rientra nella propria città continua generalmente a pagare il canone di locazione e le spese fisse dell’alloggio nella sede di servizio, mentre deve contemporaneamente sostenere il costo del viaggio per tornare dalla propria famiglia.
È necessario distinguere con chiarezza il ricongiungimento familiare dalla vacanza. Tornare dai figli, dal coniuge, dai genitori o nella propria abitazione dopo mesi trascorsi altrove per ragioni di servizio non equivale a partire per un soggiorno turistico. È il ritorno a casa, ma anch’esso comporta un costo, spesso sostenuto proprio nei periodi in cui le tariffe dei trasporti risultano maggiormente esposte alla pressione della domanda.
La rinuncia alle vacanze diventa così uno degli effetti più visibili di una questione più ampia: l’erosione del reddito disponibile determinata dalla sovrapposizione tra caro vita e costi strutturali della mobilità professionale. A parità di trattamento economico, il docente costretto a mantenere una seconda domiciliazione e ad affrontare frequenti spostamenti dispone inevitabilmente di un potere d’acquisto inferiore rispetto al collega che presta servizio nel territorio di residenza.
Il CNDDU ritiene che questa condizione richieda un cambiamento di prospettiva nelle politiche scolastiche. La mobilità del personale non può essere considerata esclusivamente sotto il profilo amministrativo dei trasferimenti, delle assegnazioni e della distribuzione delle cattedre. Occorre affrontarne anche la sostenibilità economica.
Se il sistema nazionale di istruzione necessita della disponibilità di docenti a prestare servizio lontano dalla propria residenza per garantire la copertura delle cattedre e la continuità del servizio, il costo di tale mobilità non può essere lasciato interamente a carico del lavoratore.
Il CNDDU ritiene quindi necessarie politiche strutturali di sostegno alla mobilità del personale scolastico, con particolare attenzione ai docenti di ruolo fuorisede. Il costo dell’abitare dovrebbe entrare stabilmente nelle politiche dedicate al personale, soprattutto nei territori caratterizzati da forte tensione abitativa, individuando strumenti capaci di contenere l’incidenza dei canoni di locazione sul reddito e di favorire l’accesso ad alloggi economicamente sostenibili.
Analoga attenzione dovrebbe essere riservata ai trasporti attraverso accordi e convenzioni nazionali in grado di ridurre il costo degli spostamenti ferroviari, aerei o marittimi sostenuti dal personale fuorisede per il ricongiungimento familiare. Per chi lavora a centinaia di chilometri dalla propria residenza, tali spostamenti non rappresentano infatti un consumo occasionale, ma una conseguenza diretta della collocazione lavorativa.
Occorre, inoltre, disporre di una ricognizione nazionale capace di misurare la reale dimensione economica del fenomeno, considerando la distanza tra residenza e sede di servizio, l’incidenza degli affitti e dei trasporti sullo stipendio, la durata della condizione di fuorisede e le differenze territoriali nel costo dell’abitare.
Conoscere questi elementi consentirebbe di definire interventi proporzionati alle effettive condizioni dei lavoratori e, nello stesso tempo, di sostenere la permanenza del personale nelle sedi nelle quali il costo della vita rende oggi più difficile garantire stabilità agli organici.
La questione, infatti, non riguarda soltanto la tutela economica dei docenti. Quando una sede diventa difficilmente sostenibile a causa degli affitti e dei costi di trasporto, aumenta la necessità di cercare un trasferimento verso territori meno onerosi o più vicini alla propria residenza, con possibili ripercussioni sulla continuità didattica e sulla stabilità delle istituzioni scolastiche.
Per queste ragioni il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, di promuovere una politica organica e strutturale di sostegno alla mobilità del personale scolastico, nella quale il costo dell’abitare, dei trasporti e della distanza dalla famiglia sia riconosciuto come elemento rilevante della condizione professionale dei docenti di ruolo fuorisede.
Non si tratta di introdurre privilegi, ma di riconoscere una condizione oggettiva: la medesima retribuzione non determina lo stesso potere d’acquisto quando una parte significativa dello stipendio deve essere utilizzata semplicemente per poter vivere nel luogo nel quale si presta servizio.
La rinuncia alle vacanze è soltanto la manifestazione più immediata di tale squilibrio. Per il docente di ruolo fuorisede, dopo un anno di affitto, utenze e viaggi per tornare dalla famiglia, le ferie arrivano proprio nel periodo in cui i costi degli spostamenti e dei soggiorni sono più elevati. Il diritto al riposo rimane formalmente garantito, ma la sua concreta fruizione può diventare economicamente difficile.
La scuola pubblica ha bisogno della mobilità dei propri docenti per garantire il diritto all’istruzione sull’intero territorio nazionale. Tale disponibilità deve essere accompagnata da politiche capaci di renderne sostenibile il costo.
Sostenere la mobilità dei docenti di ruolo fuorisede significa tutelare i lavoratori, ma anche favorire la stabilità degli organici, la continuità didattica e la qualità del sistema nazionale di istruzione.
NAPOLI (ITALPRESS) – L’economia del mare si conferma una delle principali piattaforme industriali del Paese, con un valore complessivo di oltre 200 miliardi di euro e una dinamica occupazionale che cresce quattro volte più rapidamente rispetto al resto dell’economia italiana. Ne parla l’economista Gianni Lepre.
fsc/gtr
Nonostante la nostra denuncia e l’intervento della Prefettura, ANAS non interviene. Sicurezza stradale a rischio. A distanza di venti giorni dal nostro esposto del 28/07/2026 indirizzato a S.E. il Prefetto di Frosinone Dr. Giuseppe Ranieri e per conoscenza al Sig. Questore Dr. Stanislao Caruso e alla Dirigente della Sezione Polizia Stradale Dr.ssa Valentina Lollobbattista, nulla è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata.
Come Organizzazione Sindacale avevamo denunciato il grave stato di incuria e pericolo per la sicurezza stradale sulle arterie S.S.V. Sora-Frosinone-Ferentino e Sora-Avezzano-Cassino, invase da sterpaglie, rovi e rami sporgenti che occupano le banchine e, in diversi tratti, invadono quasi totalmente la corsia di sorpasso.
La sola Prefettura di Frosinone ha dato seguito alla nostra segnalazione, trasmettendo con nota a firma del Viceprefetto Vicario la nostra denuncia al Responsabile Area Gestione Rete Lazio dell’Anas S.p.A. di Roma, con preghiera di urgenti notizie e per quanto di competenza. Ebbene, a tutt’oggi, da parte dell’Ente proprietario della strada, nessun intervento è stato eseguito. Sulla superstrada Sora-Frosinone-Ferentino le sterpaglie sono ulteriormente cresciute, aumentando esponenzialmente il pericolo per chi percorre quotidianamente quell’arteria e per gli stessi appartenenti alle Forze dell’Ordine – Polizia Stradale e Carabinieri – che sono costretti ad operare in condizioni di estremo rischio per soccorsi, rilievi di sinistri stradali e controlli di polizia stradale.
Permane inoltre una gravissima criticità: numerosi segnali stradali verticali risultano completamente coperti dalla vegetazione infestante e quindi di fatto invisibili. Questo non solo mette a repentaglio la sicurezza, ma pone in grave difficoltà gli operatori che devono contestare violazioni al Codice della Strada destinate poi ad essere annullate in sede di ricorso per l’oggettiva impossibilità di percepire la segnaletica, vanificando anche il ritiro di patente e le sanzioni accessorie nei confronti di automobilisti indisciplinati. Strade che, come noto, sono purtroppo alla ribalta della cronaca per gravi incidenti, anche mortali, e che per la loro importanza strategica e per l’elevatissimo volume di traffico estivo necessiterebbero di manutenzione costante e programmata.
La sicurezza è un bene comune, ma deve esserlo per tutti. Non è più tollerabile che nonostante la nostra denuncia e nonostante la richiesta di intervento urgente della stessa Prefettura, l’Ente proprietario resti inerte di fronte a un pericolo concreto e documentato. Per questo, come UIL Polizia Federazione di Frosinone:
CI RIVOLGIAMO al Responsabile della Regione Lazio competente in materia di Infrastrutture e Lavori Pubblici affinché solleciti con immediatezza ANAS S.p.A. alla pulizia immediata, al diserbo, alla potatura e al ripristino della visibilità di tutta la segnaletica su entrambe le arterie.
CHIEDIAMO ai Vertici delle Forze dell’Ordine, le cui pattuglie transitano quotidianamente su detta strada e constatano lo stato dei luoghi, di voler procedere ai contesti previsti dal Codice della Strada – in particolare ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. 285/92 che impone all’Ente proprietario l’obbligo di manutenzione – nei confronti di chi è preposto alla manutenzione e non provvede. Non possiamo attendere che si verifichi l’ennesima tragedia per intervenire.
La UIL Polizia a tutela della sicurezza dei cittadini e dei propri iscritti e di tutti gli operatori delle Forze dell’Ordine che operano su strada, si riserva di adire le competenti sedi giudiziarie qualora non si provveda immediatamente.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene necessario intervenire su una criticità che, in vista dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, assume particolare urgenza e riguarda migliaia di insegnanti costretti, per ragioni di servizio, a vivere e lavorare a centinaia di chilometri dal proprio luogo di residenza.
Una condizione che non interessa soltanto il personale precario, ma anche numerosi docenti di ruolo che da anni prestano servizio stabilmente in regioni diverse da quelle di provenienza, sostenendo personalmente costi considerevoli per mantenere i rapporti con la propria famiglia e il proprio territorio.
Per questi lavoratori la mobilità non rappresenta un’esigenza occasionale. Nel corso degli anni, le spese sostenute per treni, aerei e altri mezzi di trasporto possono raggiungere importi molto rilevanti, ai quali si aggiungono frequentemente il costo di un secondo domicilio e le ulteriori spese derivanti dalla permanenza lontano dalla propria residenza.
La situazione diventa particolarmente gravosa proprio nei periodi che coincidono con i principali momenti della vita scolastica. L’avvio delle attività nel mese di settembre, le festività natalizie e pasquali e gli altri periodi di rientro concentrano gli spostamenti in date difficilmente modificabili per chi lavora nella scuola. In tali circostanze, i prezzi dei titoli di viaggio, soprattutto sulle tratte ferroviarie a lunga percorrenza e sui collegamenti aerei, possono registrare incrementi significativi, con conseguenze particolarmente pesanti per chi deve attraversare il Paese più volte nel corso dell’anno.
Con l’imminente apertura dell’anno scolastico 2026/2027, il problema torna dunque a manifestarsi in tutta la sua evidenza. Migliaia di docenti saranno nuovamente chiamati a raggiungere le sedi di servizio, spesso affrontando spese elevate proprio in una fase dell’anno caratterizzata da forte domanda di mobilità.
La questione assume particolare rilievo alla luce delle modifiche introdotte dalla legge 30 ottobre 2025, n. 164, di conversione del decreto-legge 9 settembre 2025, n. 127, che hanno ampliato le possibilità di utilizzo della Carta del Docente includendo i servizi di trasporto di persone. Si tratta di una scelta normativa significativa, che può rappresentare una prima risposta concreta al peso economico della mobilità sul personale scolastico.
Alla previsione normativa deve tuttavia corrispondere una possibilità effettiva di utilizzo. Le difficoltà che ancora interessano l’acquisto dei titoli di viaggio attraverso la Carta rischiano di determinare una distanza tra il beneficio riconosciuto e la sua concreta fruizione.
Il problema riguarda in particolare i collegamenti ferroviari a media e lunga percorrenza e quelli ad alta velocità. Il CNDDU ritiene pertanto necessario che siano definite con chiarezza le condizioni che consentano ai docenti di utilizzare la Carta per l’acquisto di biglietti presso i principali operatori nazionali, a partire da Trenitalia e Italo, favorendo il completamento delle procedure necessarie e assicurando informazioni certe sullo stato degli accreditamenti.
Accanto al trasporto ferroviario permane inoltre la questione del trasporto aereo, che merita una specifica riflessione istituzionale. Per moltissimi docenti provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, così come per coloro che prestano servizio in regioni molto distanti dalla propria residenza, l’aereo non costituisce una modalità di viaggio accessoria, ma può rappresentare l’unica soluzione concretamente sostenibile in termini di tempi e distanze.
Una disciplina che non tenesse conto di tale realtà rischierebbe di produrre una disparità tra lavoratori che si trovano nella medesima condizione professionale di lontananza, ma dispongono di possibilità di collegamento profondamente differenti. La condizione di insularità, in particolare, non può tradursi in una penalizzazione indiretta per il personale della scuola.
Alla luce dell’avvio dell’anno scolastico 2026/2027, il CNDDU rivolge pertanto un formale sollecito al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché venga verificato con urgenza lo stato di attuazione delle nuove disposizioni e siano promosse le necessarie interlocuzioni con le amministrazioni competenti e con i principali operatori del trasporto nazionale.
È necessario che il personale docente possa conoscere con certezza quali servizi siano ammessi, quali operatori risultino effettivamente accreditati e quali siano i tempi previsti per la piena operatività della misura. Una disposizione destinata ad alleviare il peso economico della mobilità perde inevitabilmente parte della propria efficacia se i suoi destinatari non sono posti nelle condizioni di utilizzarla proprio nel momento in cui ne avrebbero maggiore necessità.
La scuola italiana continua a garantire il proprio funzionamento anche grazie a migliaia di insegnanti, precari e di ruolo, che hanno accettato di costruire una parte significativa della propria vita professionale lontano dalla regione di origine. Dietro questa mobilità esistono anni di biglietti ferroviari e aerei, affitti, spostamenti e rinunce personali e familiari che rappresentano una componente spesso poco visibile del contributo offerto da questi lavoratori al sistema nazionale di istruzione.
Il CNDDU auspica pertanto che l’anno scolastico 2026/2027 possa segnare il passaggio dalla previsione normativa alla piena effettività della misura, sia per il trasporto ferroviario sia attraverso una definizione chiara della questione relativa al trasporto aereo.
Garantire un sostegno concreto alla mobilità significa riconoscere una condizione professionale che, per molti docenti di ruolo, non dura alcuni mesi ma accompagna anni della loro carriera. L’effettività di una misura non dovrebbe dipendere dalla distanza percorsa né dalla geografia del luogo dal quale un insegnante proviene.
Partenza positiva per Piazza Affari nella seduta del 17 agosto. Il Ftse Mib guadagna lo 0,43% e raggiunge 53.812 punti, con Stm e Prysmian davanti alle altre blue chip. Fincantieri apre invece in calo dell’1,51%.
Fincantieri cede l’1,51%, in calo anche Campari, Amplifon e Brunello Cucinelli a Piazza Affari
Stm e Prysmian prendono subito la testa del Ftse Mib. Nelle prime battute della seduta Stm guadagna il 3,34%, mentre Prysmian avanza del 2,62%.
Gli acquisti contribuiscono alla partenza positiva di Piazza Affari, con il Ftse Mib a 53.812 punti, in rialzo dello 0,43%. Segno più anche per Ferrari, che sale dell’1,22%, e Saipem, avanti dello 0,86%.
Tra i titoli in rosso, Fincantieri perde l’1,51%. Seguono Campari a -0,89%, Amplifon a -0,60% e Brunello Cucinelli a -0,54% nelle prime contrattazioni della giornata.
Ormai da anni l’impatto dell’IA sulle disuguaglianze sociali è uno dei temi principali che si legano alle incertezze, speranze e paure di milioni di lavoratori per il proprio futuro. Due report pubblicati l’ultima settimana di Luglio 2026 da Indeed e dal giornale del partito comunista cinese Qiushi, confermano ciò che in realtà molti prevedevano già da tempo: lo sviluppo dell’IA tende a creare mercati a due velocità, che rischiano di esacerbare la pesante diseguaglianza socioeconomica già presente nella società.
Il report pubblicato da Indeed , che si focalizza sul mercato del lavoro nello UK e sulle assunzioni a partire dal gennaio 2025, descrive come la recente crescita di posti di lavoro nel Regno Unito sia spinta dall’offerta lavorativa per sviluppatori e informatici esperti con mansioni direttamente legate allo sviluppo dell’IA.
Al contrario sono in netto calo i posti di lavoro destinati a figure amministrative, nella contabilità e nel marketing, e ai giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. I dati forniti da Qiushi riguardano invece la competitività aziendale interna alla Repubblica Popolare, ed evidenziano come le principali aziende cinesi legate all’IA stiano raggiungendo picchi di crescita sempre più elevati in termini di profitti e investimenti mentre le aziende più piccole e quelle legate a settori più tradizionali, come il settore agricolo o l’automotive, sono in una fase di stagnazione o in rallentamento. Questo mercato a due velocità sarebbe in parte responsabile, secondo Qiushi, del rallentamento della crescita dell’economia cinese.
“Questi dati non sono inattesi – ha dichiarato al FattoQuotidino.itCamilla Lenzi, professoressa titolare del corso di Artificial Intelligence and Socio-Economic Transformations al Politecnico di Milano – e dimostrano che l’IA non distrugge necessariamente il lavoro, ma lo cambia radicalmente dal punto di vista qualitativo. I nostri studi in Europa e in Italia dimostrano infatti che l’introduzione dell’IA porta a una netta perdita della qualità del lavoro, dal punto di vista contrattuale e salariale, contribuendo a un trend in essere collegato anche a scelte politiche e istituzionali”.
Gli effetti della diffusione dell’IA in Europa non colpiscono tutti allo stesso modo, e sono particolarmente rilevanti per quanto riguarda le categorie più precarie e meno sindacalizzate. “In Europa, abbiamo delle leggi abbastanza stringenti per quanto riguarda il salario minimo, con alcune eccezioni tra cui l’Italia – ha continuato Lenzi – per questo, nonostante gli effetti negativi riguardino tutti i lavoratori, a essere colpita in modo più evidente è quella che una volta era considerata la cosiddetta ‘classe media’ e soprattutto quella medio alta. Sono le classi di reddito meno sindacalizzate e con tipologie di lavoro più destrutturato, che sono in aumento. Fa eccezione il livello salariale più alto, oltre il novantesimo percentile, che non subisce effetti negativi.”
“Per quanto riguarda l’Italia– spiega ancora Lenzi- secondo i dati che abbiamo raccolto è chiaro che i lavoratori meno istruiti e con lavori meno professionalizzati sono colpiti in modo più ampio. È da notare che questa tendenza diminuisce quando si vanno a prendere in considerazione aziende ed elementi del distretto industriale italiano più legati al territorio e animati da uno spirito cooperativo, che tuttavia sono in diminuzione”.
Bisogna sottolineare che la diffusione dell’IA non sta esclusivamente agendo da moltiplicatore di diseguaglianze socio-economiche , ma rischia di fare implodere le diseguaglianze politiche a livello internazionale. Come infatti testimonia il report preliminare sugli effetti dell’IA pubblicato lo scorso 1 Luglio dall’ONU, il 90% della potenza di calcolo mondiale risiede negli Stati Uniti e in Cina (rispettivamente 75% e 15%).
L’accesso all’IA a livello mondiale viene dunque controllato da un numero molto limitato di stati e da un numero limitato di aziende. Cosa che renderebbe dipendenti molti stati, anche con economie avanzate, che non avrebbero le esperienze tecniche per governare una tecnologia in continua evoluzione. Questo fenomeno, secondo il report, “potrebbe favorire colpi di stato autoritari e indebolire le istituzioni democratiche”. “Se l’IA continuerà ad evolversi senza regole condivise – ha affermato il Segretario Generale dell’Onu Antonio Guterres in seguito alla pubblicazione del report – governi e persone avranno sempre meno controllo. Per questo dico ai governi: non aspettate (…) non possiamo più sostenere di non sapere ciò che stiamo facendo”.
«Situazione critica: i conflitti geopolitici impattano sul trasporto di cereali» è il titolo del numero di luglio 2026 di una rivista mensile internazionale di economia, edita in Missouri e specializzata nel settore mondiale dei cereali, della farina e dei mangimi.
Secondo l’articolo della pubblicazione specialistica delle grannaglie, l’impatto a livello mondiale delle gravi interruzioni alla produzione e alla logistica alimentare e agricola, determinate da molteplici fattori – tra cui la guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la guerra per procura dell’Ucraina contro la Russia e l’imperialismo di Washington nell’emisfero occidentale – si intensifica di ora in ora, aggravandosi ulteriormente dopo decenni di carenza di infrastrutture per l’ampliamento delle risorse idriche, di repressione dello sviluppo economico nazionale, di sanzioni e di caos.
Questa analisi specialistica, insieme ai recenti rapporti dei leader del settore agricolo alla Coalizione Internazionale per la Pace, mette in luce l’ampiezza del problema, ben superiore a quanto appaia evidente, riguardo al blocco dei vari «stretti» – Hormuz, Bab el Mandeb, Bosforo, Baltico, Caraibi e altri. Certo, ad esempio, si conosce qualcosa del volume dei flussi di materie prime interrotti a causa del blocco dello Stretto di Ormuzzo, che di norma rappresentava il flusso annuo del 35 % del petrolio greggio mondiale, del 20 % del GNL e del 20-30 % dei fertilizzanti.
Tuttavia la situazione è ben più grave di quanto sembri, scrive EIRN. Sono urgentemente necessari dibattiti multinazionali su come massimizzare la produzione, ad esempio attraverso la fornitura di fertilizzanti in aree specifiche, la riduzione dell’utilizzo di risorse alimentari potenzialmente destinate alla produzione di biocarburanti e altre misure, che devono essere avviate immediatamente.
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Sono vari i punti che rendono la situazione critica.
I magazzini di cereali sono al limite della capacità. Senza interventi, i silos di grano in Ucraina, ad esempio, risulteranno ben al di sotto della capacità di stoccaggio per il raccolto di questa stagione che non verrà destinato alle destinazioni mondiali.
L’impennata nell’utilizzo di biocarburanti in Brasile, negli Stati Uniti e altrove sta dirottando cereali, soia e canna da zucchero, di cui c’è disperatamente bisogno, dall’alimentazione umana e animale verso la produzione di etanolo e biodiesel, nel folle tentativo di attutire le perturbazioni globali del settore petrolifero e del gas. Già nel 2025 gli Stati Uniti erano il primo produttore mondiale di etanolo, con il 52 % della produzione globale, grazie agli ingenti quantitativi di mais impiegati come materia prima.
L’utilizzo di soia per la produzione di biodiesel negli Stati Uniti è in forte aumento, in parte perché questa coltura non necessita di fertilizzanti azotati. ADM, una delle principali società di commercio e trasformazione di cereali a livello mondiale, ha effettuato questo mese un test di 5 giorni con una nave cargo alimentata esclusivamente a biocarburante B100.
La carenza mondiale di zolfo è estrema, poiché il 50 % dello zolfo presente sul mercato mondiale negli ultimi anni proveniva dalla regione del Golfo Persico, ora bloccata, dove era un sottoprodotto della conversione del petrolio acido in petrolio dolce mediante la rimozione del solfuro di idrogeno. Lo zolfo, oltre ai suoi usi in campo chimico, metallurgico e in altri settori industriali, è essenziale per la produzione di fertilizzanti fosfatici e per l’applicazione diretta dello zolfo.
Mi è sempre stata cara un’espressione dalla forte carica evocativa usata nel Codice Civile: la diligenza del buon padre di famiglia. Una linea di condotta prescritta dal Codice a qualunque cittadino nell’adempimento di un’obbligazione e in particolare al mandatario nell’esecuzione del mandato ma che dovrebbe valere tanto più per chi ricopre funzioni pubbliche.
Ciononostante, nell’agire di questo Governo si fa fatica a riscontrare sia la diligenza sia l’emulazione del buon padre di famiglia e mi riferisco, in particolare, alla scelta dell’Esecutivo di chiedere all’Ue l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale al fine di consentire uno scostamento di bilancio di circa 36 miliardi di euro.
Cioè, siccome il bilancio italiano presenta attualmente un deficit superiore al 3% del Pil, motivo per cui è in corso una procedura d’infrazione che non consente di aumentare le spese, si chiede all’Ue un’autorizzazione “eccezionale” a spendere quest’anno e nei prossimi due 14 miliardi per la transizione energetica e 22 miliardi per la difesa.
Eppure i problemi veri e gravi del Paese sarebbero altri: i salari e gli stipendi reali sempre più bassi, con impoverimento di lavoratori dipendenti e pensionati (un docente di scuola media superiore tra il 1990 e il 2026 ha visto ridursi il potere d’acquisto del suo stipendio del 29,7%); i prezzi dei carburanti e dell’energia a livelli record e sui quali nessun impatto nel breve e medio periodo avrebbero gli eventuali fondi per la transizione energetica (Nomisma stima rincari annuali delle bollette del 54% per le imprese e del 23% per le famiglie che, pertanto, dovranno sopportare un aggravio medio di 1.000 euro su base annuale); i bassissimi livelli di crescita del Pil (+0,5% nel 2025 nonostante le iniezioni dei fondi Pnrr che solo in quell’anno sono stati di 31,1 miliardi di euro); il Sistema Sanitario Nazionale, questo sì, in disarmo (nel 2024 le famiglie hanno dovuto sostenere direttamente il 22% delle spese per le cure e sono in aumento gli italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria). Ma la lista è molto più lunga.
Un solo dato a riprova delle difficoltà: per abbassare per pochi giorni le accise e, quindi, il prezzo del gasolio di appena 17 centesimi è stato necessario tagliare 245 milioni alle spese dei ministeri.
Di fronte a tutto ciò il Ministro Giorgetti, nel motivare la richiesta di scostamento, si è riconosciuto il coraggio di fare scelte impopolari e ha rivendicato la coerenza rispetto al suo senso del dovere e al giuramento prestato sulla Costituzione con riferimento al dovere di difesa della Patria (art. 52 Cost.).
Per chiarezza e completezza avrebbe dovuto anche dire da chi e da che cosa difendere la Patria. Ma è un particolare che non è dato sapere neanche leggendo le Faq sul “ReArm Europe Plan/Readiness 2030” disponibili sul sito della Commissione Europea ma solo in inglese, tedesco e francese, giusto per invogliare l’italiano medio a leggerle.
Se il non detto alluderebbe ad una presunta minaccia russa può essere rassicurante la dichiarazione “Russia is not looking for conflict” del generale americano Grynkewich: un giudizio probabilmente condiviso dalla maggioranza degli italiani o perlomeno da quelli che conoscono un po’ di storia (intese Gorbaciov-Nato, fatti di Maidan, accordi di Minsk, ecc.).
Nell’attuale contesto, far indebitare lo Stato italiano di ulteriori 22 miliardi di euro (Safe o titoli del debito pubblico è una questione poco rilevante) per spese militari non è una scelta coraggiosa ma semplicemente assurda. E pare quanto meno fuori luogo invocare l’art. 52 della Costituzione in mancanza di un reale, attuale e concreto pericolo per la Patria; piuttosto si applichi l’art. 11 della Costituzione, non solo come mera enunciazione di un principio ma come divieto cogente di porre in essere azioni che anziché scoraggiare i conflitti armati ne possano essere pericolose incubatrici. E su questo il buon padre di famiglia non avrebbe avuto alcun dubbio.
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L’episodio che si è verificato in Francia, in cui 32 alpinisti hanno dovuto pagare di tasca propria l’elisoccorso sul Monte Bianco per non aver ascoltato le raccomandazioni delle guide di non continuare la salita per il pericolo di caduta di sassi, ha riacceso la polemica anche in Italia.
Da inizio anno, infatti, lo Stato non paga più per qualsiasi intervento di soccorso: chi chiama “senza motivo” o provoca un’operazione della Guardia di finanza intenzionalmente o per una grave disattenzione deve pagare. Lo prevede la legge di bilancio 2026, con cui il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha introdotto un sistema di tariffe per quantificare le spese e recuperare i costi sostenuti durante le missioni di emergenza secondo un sistema di criteri oggettivi che attribuiscono un valore economico al personale e ai mezzi impiegati, oltre alla durata dell’operazione.
Per quanto riguarda il personale, il costo cambia in base al grado e alla specializzazione: 30 euro all’ora per appuntati e finanzieri, 60 euro per gli ufficiali superiori, 70 euro per reparti specializzati come quelli aeronavali. Gli interventi di durata inferiore o uguale a 60 minuti vengono conteggiati come un’ora intera, dopo la quale il prezzo cresce ogni mezz’ora.
I mezzi che pesano di più sul costo sono quelli aerei: un elicottero della guardia di finanza può costare fino a 4mila euro all’ora, un aeroplano turboelica può sfiorare i 5mila. Molto più bassi i costi dei droni per interventi rapidi in mare, in montagna e nelle aree più difficili da raggiungere, che vanno da meno di 100 euro a poche centinaia di euro in base al modello. Per quanto riguarda i mezzi di terra, il costo dipende dai chilometri percorsi e dalla tipologia di alimentazione. Gli autofurgoni diesel sono tra i mezzi più economici, mentre per veicoli a benzina o ibridi il prezzo oscilla di molto. Tra i mezzi più onerosi c’è la motoslitta, utilizzata soprattutto negli interventi in ambiente montano, con un costo che può arrivare a circa 1,50 euro per chilometro, seguita dai quad Atv e dagli altri veicoli speciali. Anche in mare i prezzi variano molto: i pattugliatori di ultima generazione superano i 1.000 euro all’ora, mentre le vedette costiere hanno costi molto inferiori.
La misura ha l’obiettivo di scoraggiare le richieste di soccorso infondate e recuperare le risorse pubbliche impiegate per quelle causate da comportamenti gravemente irresponsabili, ma non riguarderà gli interventi effettivamente necessari. Il punto è responsabilizzare i cittadini e far passare il messaggio che i soccorsi restano un servizio fondamentale per la collettività, ma richiedono molte risorse pubbliche in termini di mezzi, personale e ore lavoro che vanno tutelate, anche trasformandosi in un onere economico per chi ne abusa.
ROMA (ITALPRESS) – L’amministratore delegato della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, fa il punto sul recente parere positivo da parte del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il massimo organo tecnico consultivo del Paese.
“La stragrande maggioranza delle prescrizioni confermano le raccomandazioni del Comitato Scientifico, l’organo indipendente previsto dalla legge. Si tratta di temi sui quali stavamo già lavorando, perché avevamo già previsto una serie di approfondimenti da sviluppare in fase di esecutivo. Trattandosi di temi a noi già noti e sui quali erano già previsti i doverosi approfondimenti che una progettazione esecutiva comporta, non prevediamo incrementi di costi rispetto ai 13,5 miliardi preventivati. E lo stesso discorso riguarda le tempistiche. Rimane fermo l’obiettivo dell’apertura al traffico nel 2034. Ricordo che a quest’Opera lavorano da anni i massimi esperti nella progettazione e costruzione di ponti sospesi. All’estero vedono il Ponte come un banco di prova per il Paese. Cerchiamo tutti insieme di raggiungere l’obiettivo.”
In questi giorni di Ferragosto molte attività artigiane hanno abbassato le serrande per ferie. Per tante botteghe quelle saracinesche si sono chiuse da tempo e, purtroppo, per sempre. Non hanno retto il peso di una concorrenza sempre più aggressiva, dei costi crescenti e di una domanda che è cambiata profondamente che spesso penalizza proprio le piccole realtà. Il picco massimo Continue Reading
C’è un tempo dell’attesa che non appartiene alla frenesia quotidiana, ma al ritmo lento del lievito che cresce e del calore che trasforma la farina. Attorno al forno a legna di Rigenera, l’azienda agricola della cooperativa sociale Nazareth alla periferia di Cremona, questo tempo si è trasformato in uno spazio politico e umano di rara densità. La cooperativa sociale che gestisce il luogo nasce storicamente con una vocazione chiara e strutturata verso l’accoglienza dei migranti, il lavoro socio-educativo con gli adolescenti e la ricerca di risposte innovative ai bisogni dell’abitare. Negli ultimi anni, tuttavia, il perimetro delle attività si è allargato verso l’agricoltura sociale e l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, in particolare detenuti ed ex detenuti, trovando nell’acquisto e nel restauro di una vecchia casa padronale il proprio baricentro fisico e simbolico.
C’è un’Italia che resiste allo spopolamento, rigenera i territori e trasforma il turismo in occasione di incontro. È l’Italia dei “paesi-persona”. Nel nuovo numero di VITA magazine raccontiamo 100 esperienze da conoscere e da visitare. NELL’ITALIA DEI PAESI-PERSONA
La ristrutturazione della cascina ha seguito una doppia direttrice progettuale: al piano superiore sono stati ricavati alloggi protetti dedicati alle persone accolte nei diversi percorsi della cooperativa, mentre il piano terra è stato interamente pensato come presidio comunitario. Una cucina capiente, ampie sale per incontri e un giardino attrezzato con zona barbecue costituiscono la cornice logistica. È in questo contesto che si è deciso di installare un forno a legna, avviando un’iniziativa apparentemente semplice ma rivoluzionaria nelle sue implicazioni: il forno di comunità. L’intenzione di fondo era evitare che l’azienda agricola rimanesse un luogo confinato ai soli addetti ai lavori o agli utenti dei servizi, aprendola invece alle visite, alla frequentazione libera e allo scambio quotidiano con l’intera cittadinanza.
La democrazia della farina
Ogni sabato mattina un gruppo di volontari accende il fuoco e prepara le braci. Chiunque lo desideri può presentarsi con il proprio impasto, portando pane, pizze o biscotti da cuocere negli spazi condivisi. Tuttavia, il valore profondo dell’esperienza risiede in tutto ciò che accade a margine della cottura. I tempi morti necessari alla lievitazione e il monitoraggio del calore diventano l’occasione per sostare, conoscersi e superare quella distanza diffidente che spesso separa la cittadinanza dalle realtà del Terzo settore dedicate all’emarginazione. «Poter ospitare tutti insieme, sia persone migranti che residenti, per fare qualcosa insieme diventa uno spazio molto normalizzante per tutti», racconta Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth. «È uno spazio di grande parità: attorno al pretesto del pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai».
È uno spazio di grande parità: attorno al pane ciascuno porta la sua storia, la sua narrazione e le sue tradizioni. In questo contesto tutti diventano semplicemente dei fornai
Giusi Biaggi, direttrice generale della cooperativa sociale Nazareth
La cooperativa, spesso etichettata nell’opinione pubblica locale come la cooperativa dei migranti per via delle sue origini storiche, ha trovato nel forno uno strumento straordinario di normalizzazione e pari dignità. Attorno alla pala si incrociano le ricette delle mamme e delle donne pakistane con le tradizioni panificatrici delle diverse regioni d’Italia portate dai residenti di lunga data. La curiosità per le tecniche di impasto altrui sostituisce il pregiudizio e il pane si conferma un linguaggio universale, presente in ogni cultura e capace di restituire ad ognuno una parola e una competenza da condividere su un piano di assoluta parità. «Il pane è davvero qualcosa che unisce», aggiunge Biaggi. «È un diffuso in tutte le culture, quindi tutti hanno qualcosa da dire, da fare o da cucinare su questo tema».
La 24 ore di pane
L’impatto del forno ha rapidamente travalicato l’appuntamento del fine settimana, diventando un pretesto educativo permanente per le scuole di ogni ordine e grado del circondario, dagli asili nidi fino alle scuole secondarie di primo grado. Bambini e studenti vengono accolti in cascina per sporcarsi le mani di farina, imparare i segreti della panificazione e comprendere il valore dell’agricoltura sociale. Parallelamente, lo spazio è diventato un punto di approdo per le altre realtà del consorzio cooperativo, ospitando gli utenti dei centri diurni, gli anziani delle rsa e le persone seguite dalle comunità terapeutiche in momenti di festa e laboratori integrati.
In occasione del primo anniversario del forno di comunità, la cooperativa ha promosso la “24 ore di pane”. Si è trattato di un’intensa due giorni che ha intrecciato un convegno tematico, momenti di spiritualità, spettacoli dal vivo, workshop pratici sulla pasta madre e spazi di conviviale condivisione del cibo dalla colazione alla cena.
L’esperienza di Cremona mostra come l’agricoltura sociale possa superare l’approccio puramente assistenziale per farsi generatrice di welfare culturale e di comunità. Trasformando un alimento primario in un’occasione di incontro informale, Rigenera continua a dimostrare che impastare insieme non è soltanto un atto gastronomico, ma la forma più concreta ed efficace per impastare nuove relazioni sociali.
In apertura, il forno di Rigenera La fotografia è stata fornita dall’intervistata
Sua mamma ha paura di uscire di casa, perché il cellulare le dice che la città in cui vive non è sicura. Il figlio al contrario la informa che i dati mostrano che nella città in questione si registra un calo dei reati. Ma le notifiche di Facebook sono più credibili. Perché «gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura, causata da una mancanza di sicurezza». Lui – il figlio – lo sa bene, dato che è uno dei migliori giornalisti italiani, specializzato in innovazione tecnologica. Per esempio è stato il primo direttore dell’edizione italiana di Wired, nonché promotore della candidatura di Internet al Premio Nobel per la Pace nel 2009 e pure “Digital Champion” del governo italiano dal 2014 al 2016. Riccardo Luna oggi è editorialista del Corriere della Sera; oltre a leggerlo possiamo anche ascoltarlo in Fly Me to the Moon, il podcast che racconta le idee sul futuro degli innovatori italiani.
Non sappiamo se sua mamma abbia letto l’ultimo libro Qualcosa è andato storto. Come i social network e l’intelligenza artificiale ci hanno rubato il futuro (Solferino, 2025). Noi lo abbiamo fatto, perché Luna racconta la storia dei social network, analizzando quando e perché hanno smesso di connettere le persone e come sono diventati strumenti delle big tech per massimizzare il profitto, speculando sulle emozioni degli utenti.
Cosa è andato storto da quando il web era una grande comunità fino ad arrivare alle paure infondate di sua madre?
In due parole: il modello di business. È stata una sete di profitto senza limiti da parte delle grandi aziende che gestiscono i social ad aver corrotto quella che resta una formidabile invenzione: Internet resta, come disse Rita Levi Montalcini, la più grande invenzione del Novecento. E il web è stato il dono di un singolo, Tim Berners Lee, a tutti noi, affinché il mondo fosse migliore. Poi, quando qualche miliardo di persone si è ritrovata nei social, in Silicon Valley è stato deciso di affidare quello che vediamo ogni giorno ad algoritmi che non si preoccupano di premiare la verità, la serietà, il rispetto reciproco, ma che incentivano i nostri lati peggiori, le nostre paure, la nostra rabbia, il narcisismo. E lo fanno per una ragione semplice e persino banale: perché in questo modo le big tech guadagnano di più. E noi tutti perdiamo qualcosa di fondamentale. Direi la felicità. Un certo modo di stare al mondo.
Può approfondire il tema degli anziani online? Si parla sempre dei rischi per i giovani, ma una categoria generazionale, peraltro molto ampia, è ugualmente esposta.
Gli anziani sono diventati utenti dei social in massa in un momento storico preciso: durante il Covid. Prima di allora gli utenti over65 erano pochissimi. Con la pandemia e il lockdown tutti hanno scoperto le meraviglie della rete e hanno capito che, tramite i social, potevano combattere uno dei mali del nostro tempo: la solitudine. Solo che gli algoritmi basati sull’engagement hanno scoperto presto che a una certa età l’emozione più forte che provi è la paura causata da una mancanza di sicurezza. Il feed dei contenuti degli anziani è spaventoso: ci sono solo omicidi, furti, rapine e immigrazione incontrollata. Tutto esagerato e spesso falso, ma verosimile. Questo fatto ha cambiato il modo di vedere il mondo di milioni di persone anziane, il loro modo di vivere, il loro modo di votare. E alla fine ha cambiato il mondo in peggio. L’allarme sicurezza, sebbene tutti gli indicatori dicano che non siamo mai stati tanto sicuri, ha innescato una serie di chiusure che stanno rendendo la convivenza nelle nostre città sempre meno facile.
Adesso cosa deve andare nella giusta direzione? E come?
La risposta è complessa, perché complessa è la situazione in cui ci troviamo. C’è un tema di tenuta della democrazia proprio nel Paese, gli Stati Uniti, che vantano la più antica democrazia del mondo. Senza l’amplificazione della rabbia, operata dai social, il populismo non avrebbe mai raggiunto queste dimensioni. Sarà possibile tornare indietro? Le elezioni di midterm sono il primo banco di prova. C’è un tema di sovranità tecnologica europea senza la quale non c’è nessuna sovranità: oggi gli Stati Uniti possono spegnere a piacimento una delle loro tecnologie e lasciarci al buio. È perciò urgente che l’Unione Europea costruisca una filiera industriale digitale, dal cloud all’intelligenza artificiale. E c’è infine un tema che riguarda la scuola e le famiglie.
Quale?
La pandemia di ansia e insicurezze che vivono gli adolescenti va affrontata, partendo da un presupposto indiscutibile: per quanto a volte i loro comportamenti ci appaiano sbagliati e ingiustificabili, non è colpa loro quello che è accaduto. Siamo noi ad aver dato loro troppo presto uno smartphone e degli account social. Se ci dimentichiamo questo peccato originale non troveremo alcuna soluzione.
Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo
Riccardo Luna
Paolo Benanti nella postfazione del suo libro parla di «cambio di paradigma antropologico» e Luca Sofri nella prefazione scrive: «Ogni cambiamento porta con sé una perdita». Dunque a cosa non possiamo rinunciare per restare umani?
Io non vorrei rinunciare a Internet, al web e neppure ai social, sebbene pretenda algoritmi più responsabili e attenti al benessere delle persone. Ma non rinuncio nemmeno all’intelligenza artificiale che si sta rivelando uno strumento straordinario per amplificare le nostre capacità. Resta però un tema di regole: il controllo finale di queste tecnologie non può restare nelle mani di tre o quattro individui privati sulla faccia della Terra. Regole, trasparenza ed etica sono fondamentali.
Qual è allora il confine tra l’Ai che serve le persone e l’Ai che le manipola?
L’Ai sta entrando nel mondo del lavoro più velocemente di quanto venga detto e l’impatto sarà enorme. Si tratta di gestire le conseguenze che in qualche caso saranno positive in altri no. Il primo problema che vedo è sull’ingresso nel mondo del lavoro dei più giovani. Oggi per moltissime professioni intellettuali i chatbot svolgono tutte quelle mansioni che prima venivano affidate ai neo-assunti. Ma i chatbot le fanno prima e meglio. Ci saranno ancora neo assunti? Per fare cosa? D’altro canto l’Ai usata bene è un moltiplicatore di conoscenza ed efficienza che non ha eguali: ci si attendono grandi cose sul fronte della ricerca scientifica e per la creazione di nuovi farmaci.
Quale tipo di informazione può ancora essere un bene pubblico o comunque un servizio nell’era degli algoritmi e dell’Ai?
Io penso che la crisi che stiamo vivendo non debba farci perdere la necessaria passione per l’innovazione, per la capacità di noi esseri umani di immaginare un cambiamento che migliorerà la vita di milioni di persone. Abbiamo bisogno di storie così: storie di persone che hanno a cuore una innovazione che fa bene a tutti, non solo al conto in banca di qualcuno.
C’è stato il primo caso in Italia di dipendenza da Ai. Come inquadra questo fenomeno?
Anche qui: è una conseguenza della malafede di certe aziende, del loro voler mettere il profitto davanti a tutto. Non era necessario progettare questi chatbot in modo che assomigliassero a degli esseri umani, che parlassero come noi, simulando emozioni e compiacendoci a ogni passo. E stato fatto per aumentare la nostra dipendenza da questi strumenti, per tenerci agganciati più a lungo. Anche se questo in alcuni casi, nei casi dei soggetti più fragili, genera una dipendenza patologica.
Papa Francesco nel 2014 ha definito Internet «un dono di Dio». Negli ultimi anni del suo pontificato ha invece denunciato la «distorsione collettiva della realtà» prodotta dai social e la «dissolvenza dei volti» quando l’altro viene ridotto a nemico. E oggi il nuovo Papa ci ha scritto una enciclica. L’ha letta? Cosa ne pensa?
Magnifica Humanitas è un documento formidabile, lo dico da laico. Ancora una volta la Chiesa cattolica si dimostra il migliore think tank del mondo. Nel 2015 Papa Francesco racchiuse il senso della sfida del cambiamento climatico con la Laudato Si; adesso Papa Leone spiega i rischi e le opportunità dell’intelligenza artificiale con una chiarezza e una profondità che fin qui non aveva avuto nessuno. Come tutti i documenti della Chiesa, l’impatto di questa enciclica non si misurerà in giorni o mesi, ma in anni: ci vorrà del tempo per vedere se e come Papa Leone sarà riuscito a rimettere al centro delle nostre strategie la magnifica umanità invece del mero profitto di pochi. Ma nel frattempo è importante che quel documento ci sia. Consente ai tanti che hanno capito che qualcosa è andato storto di dire: “Lo dice anche il Papa, dobbiamo cambiare qualcosa”.
Nella fotografia in apertura, Riccardo Luna. (La fotografia è stata fornita dall’intervistato)
Maggio Musicale, polemica Spc-Comune su risorse per rinnovo contratti. ‘Aumento costi non consente accantonamenti’ dice il capogruppo di Sinistra progetto Comune, Dmitij Palagi. La replica dell’assessore alla cultura Giovanni Bettarini: “i fondi deve stanziarli ministero Cultura’
“Nella scheda dedicata alla Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – afferma Palagi – tra gli ‘elementi di attenzione’, si legge che l’aumento dei costi di produzione ‘comprime l’Ebitda e non consente accantonamenti per i rinnovi contrattuali del personale’. E’ polemica a distanza sulle risorse per i rinnovi contrattuali del personale del Maggio Musicale tra il consigliere di Spc Dmitrij Palagi e Palazzo Vecchio dopo la relazione sui bilanci di esercizi 2025 pubblicata dalla direzione Società partecipate del Comune di Firenze.
“Sono cose che abbiamo sempre detto – denuncia Palagi- e sono per noi confermate dal socio fondatore, nel documento con cui dichiara al Consiglio comunale la coerenza delle partecipate con gli indirizzi ricevuti”. Nella nota il capogruppo di Spc sottolinea come “l’organico cresce di 27,38 unità equivalenti, ma l’80% della crescita è lavoro a termine: il personale stabile aumenta dell’1,7%, quello a tempo determinato del 30,6%” e il fatto che il contributo comunale sia “fermo a 4.500.000 euro dal 2021: con l’inflazione ci risulta aver perso il 14,8% del proprio valore reale, circa 666.000 euro”.
Per l’assessore alle partecipate Giovanni Bettarini sui rinnovi contrattuali “è necessario dire le cose come stanno. Il tema delle risorse riguarda l’intero sistema delle Fondazioni lirico-sinfoniche italiane e non può essere scaricato su una singola Fondazione. Le risorse necessarie devono essere messe a disposizione dal ministero della Cultura. Il Comune di Firenze non si è sottratto e non si sottrae alle proprie responsabilità. Ha sostenuto concretamente il risanamento del Maggio e continua a garantire alla Fondazione un contributo significativo. Le scelte di bilancio vanno lette nella loro interezza e tenendo conto degli obblighi e degli equilibri complessivi dell’ente”. Secondo l’assessore “siamo ormai alla strumentalizzazione sistematica di qualsiasi documento amministrativo” e “stupisce che il consigliere Palagi scelga ancora una volta di trasformare una normale attività di analisi e monitoraggio della pubblica amministrazione in una narrazione allarmistica”.
C’erano una volta le piaghe d’Egitto, ma oggi dobbiamo accontentarci delle piaghe venete.Anche i grilli, nel loro piccolo, s'incazzano e diventano un'emergenza da codice rosso.Gli amministratori del Comune di Treviso e dell'Ulss 2, sulla scia dell'ultimo film di Nolan "Odissea", si sono armati e scesi in campo per combattere questa epica invasione.C'è da dire che ...continua a leggere "Allarme rosso a Treviso: l’invasione dei grilli"
U
n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima. Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli “aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile. Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot. Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud. Risposte che non bastano Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta della rivista PoliticoEurope, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta, si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione indipendente Transport & Environment.
Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio, Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro negativo.
Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti. “Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici, che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment, ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo 0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle, ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali, prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle campagne.
Quando il ricino scarseggia C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti, energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi. Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya, mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti, chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport & Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non “passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre, gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario, in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto forti”, spiega Carlo Tritto.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee. L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo, sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960 tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica. Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia, con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali. L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e, dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI), Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030 anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa, in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a controllo pubblico di fatto.
L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse: circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata, come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria, superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche, infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026, però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire […] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa indossa una maschera ambigua.
Nell’ultimo decennio – dopo la crisi finanziaria del 2008, la pandemia e il ritorno della guerra ai margini dell’Occidente – la globalizzazione è entrata in una fase di diffusa incertezza. Grazie al clima di fiducia instaurato negli anni Ottanta e alle regole internazionali favorevoli al multilateralismo del mondo occidentale si sono ampliati gli scambi commerciali, finanziari, di merci e di persone a livello mondiale, offrendo opportunità di crescita a molte economie arretrate, migliorandone le prospettive di reddito e benessere. Tuttavia, la riorganizzazione produttiva accentrata lungo le nuove filiere tecnologiche e logistiche globali, sostenuta da una finanza sempre più internazionale, ha trasformato profondamente gli apparati produttivi nazionali soprattutto occidentali, incidendo sugli equilibri politici interni con costi significativi in termini di occupazione, di diseguaglianze e di esposizione a shock esterni. Ne è derivato, per ampi gruppi sociali, l’indebolimento della fiducia nella promessa neoliberista di quel trickle-down secondo cui le politiche economiche favorevoli a imprese e fasce più ricche avrebbero stimolato una crescita destinata poi a beneficiare l’intera società.
Porre l’accento sulla “fiducia” come necessario “collante” della società e del processo che ne orienta il futuro implica che di essa non si possa prescindere quando si intenda valutare la formazione e gli effetti della politica economica. In effetti, senza una precisa forma storica di fiducia, difficilmente si sarebbero formate e mantenute le innumerevoli relazioni di mercato tra paesi, imprese e persone che hanno reso credibile, accettabile e condiviso l’ordine economico degli ultimi decenni. Ma, allora, sorgono alcune domande: la crisi dell’attuale assetto interno e internazionale non può essere letta come una crisi di fiducia? E, da questa prospettiva, non si possono comprendere meglio le dinamiche politiche in corso e le loro ricadute economiche e sociali? Sono domande poste da Dario Togati in Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella, Diarkos, 2026), dove la fiducia è utilizzata come chiave interpretativa del presente per spiegare “perché Trump ha vinto le elezioni” e leggere le sue politiche come risposta, coerente o meno, a una crisi che interroga il futuro del capitalismo e della democrazia in Occidente.
1. La tesi di Togati, secondo cui la politica di Trump non sia (del tutto) folle e meriti di essere presa “sul serio”, gli impone di precisare, nelle prime parti del libro, i due aspetti che saranno cruciali per la sua successiva analisi: la fiducia come categoria utilizzabile per l’analisi economica e, di conseguenza, la necessità di un approccio si analisi che riconduce al “vero” pensiero di Keynes.
Non basta affermare che l’economia si regge sulla fiducia tra le persone, che essa è la “colla” che tiene insieme la società, ma occorre chiarire di cosa sia fatta quella colla e in quale ruolo incida sugli esiti del sistema. Non sorprende allora che gran parte del libro sia dedicata all’analisi di come i soggetti utilizzino le fonti di informazione quando le loro scelte devono essere effettuate in condizioni di incertezza. Nella distinzione tra una fiducia individuale e interindividuale, tipica delle decisioni di routine, e una fiducia sistemica o istituzionale) nei riguardi delle informazioni fornite da istituzioni (pubbliche e private), la sua attenzione è rivolta soprattutto a quest’ultima poiché su di essa si fonda principalmente l’aspettativa dei soggetti economici nella stabilità dell’ordine vigente e delle sue necessarie regole. Quando “[g]li agenti economici del mondo reale sono costretti a fidarsi degli altri perché ‘non sanno abbastanza’ (…) e quando fanno incontri nuovi o pericolosi, difficili da interpretare [non potendo] cavarsela da soli”, sono costretti a ricorrere a stratagemmi (definiti “trucchi di fiducia” nel libro) che consistono di affidarsi alle conoscenze di altre persone o istituzioni. Cosa particolarmente evidente per le scelte strategico-innovative – tipiche degli investimenti produttivi e finanziari – che, per il loro orizzonte di lungo periodo, devono essere assunte in condizioni di forte incertezza. Spesso, in questi casi in cui mancano punti di riferimento affidabili, i soggetti assumono come segnale “oggettivo” del futuro le opinioni “soggettive” della maggioranza degli altri operatori, specie quando, come avviene nei mercati finanziari, esse si traducono in “convincenti” valori (medi) di mercato.
La fiducia è in questi casi una “costruzione sociale” la cui esistenza, introiettata culturalmente, è percepita dagli interessati come fondata su una realtà “naturale”, le cui informazioni sono considerate un’espressione dell’ordine che regola l’esistente. Una fiducia costruita sulla base di una razionalità “collettiva” introduce, per un verso, un elemento di inerzia nei comportamenti individuali che, soggettivamente, permette ai singoli di superare l’impasse dovuto a un futuro oggettivamente non pienamente conoscibile, ma, per un altro verso, per fragilità o disfunzionalità del processo su cui essa si fonda, non esclude che si creino situazioni “particolarmente vulnerabili o instabili”.
Queste sono le ragioni per cui l’economista nella sua analisi dei comportamenti individuali e degli equilibri macroeconomici non può prescindere dal ruolo che vi svolge la fiducia e la sua evoluzione. Per fornire una immagine del processo economico che l’economista deve interpretare, l’autore utilizza la metafora del “viaggio di Ulisse”. L’eroe dell’Odissea nell’indirizzare la sua rotta verso la mitica Itaca − porto sicuro e casa accogliente − deve affrontare mari dalle sponde inesplorate, essere soggetto ai capricci degli déi che, improvvisando tempeste e naufragi, lo costringono ad approdi dalle conseguenze inaspettate. Per definire la rotta non gli è sufficiente adottare le procedure abituali della navigazione. Egli deve costantemente rimanere in guardia su cosa di nuovo può accadere, pronto a cambiare rotta, ancorché sulla base di informazioni incomplete, per sottrarsi ai pericoli emergenti o per cogliere opportunità inattese. Il valore della sua guida, specie in un viaggio turbolento, è la capacità di interpretare l’ambiente in cui si muove, vagliare le novità rilevanti, adottare gli strumenti più adeguati; in altre parole, è l’abilità di impiegare la strategia che minimizza il pericolo di disperdere equipaggio e carico della nave prima di attraccare alla mitica Itaca, realtà, nel racconto di Omero, meno serena e confortante della prospettiva agognata.
La metafora del viaggio di Ulisse e di Itaca come meta serve a Togati per sottolineare che la realtà che l’economista deve indagare presenta strette analogie con il viaggio turbolento di Ulisse coinvolto in continue sfide e pericoli. Il modo in cui l’economia “viene spesso insegnata” non è sufficiente in quanto dà per scontato che, assunto un sistema di mercato ben funzionante, gli agenti economici non abbiano bisogno di fiducia poiché imparano spontaneamente a fidarsi gli uni degli altri; a priori, essi sanno “già quasi tutto”, si formano aspettative “razionali” sul futuro, non commettono errori sistematici: la rotta ottimale è tracciata e, per l’irrilevanza degli eventi inaspettati, conduce di sicuro all’obiettivo. Se, in un mondo simile, la fiducia non è un problema, lo è però in un contesto in cui la realtà, presente e futura, non è pienamente conosciuta; in cui il “materiale” che essa offre, inclusa la solidità dei “trucchi” utilizzabili, è molteplice e contradditorio. Il contesto corrente, l’obiettivo da perseguire, le informazioni da selezionare, gli strumenti da attivare non sono dati forniti una volta per tutte, ma sono il risultato della continua costruzione di “credenze argomentate” − dotate di un certo grado di probabilità (di un certo grado di fiducia) − che sono alla base delle scelte economiche strategiche; scelte che innovano la realtà corrente e modificano il quadro informativo delle decisioni future. L’ordine economico risultante non è l’esito preordinato di automatismi razionali di lungo periodo, ma l’espressione della scoperta della situazione emergente determinato dalle condizioni iniziali e dell’azione dei soggetti. Affinché la fiducia abbia il suo adeguato ruolo nell’interpretazione del processo economico, l’analisi non può essere quella tradizionale, ma quella, esistente anche se non maggioritaria nel dibattito di economia politica, che l’autore definisce come il “nostro Keynes”, ovvero quel Keynes che, a differenza di altri “keynesismi”, integra l’analisi con il ruolo determinante “delle istituzioni e della politica in generale”.
2. Arriviamo così al punto cruciale del libro, l’interpretazione della politica economica di Trump. Sebbene questa sia manifestamente in contrasto con i dettami del pensiero economico corrente, Togati non ritiene utile bollarla come “folle”, ritenendo invece che vada compresa meglio anche per contrastarla più efficacemente. La sua argomentazione – che si sviluppa nella terza parte del libro – riguarda tre punti: il “contesto” che ha reso possibile la sua ascesa; il senso della sua politica economica; la possibile realtà che ne può risultare.
Per quanto riguarda le “ragioni” che sono alla base del fenomeno-Trump, è difficile non essere d’accordo con la tesi che esse vadano rintracciate nella crisi di fiducia di settori crescenti della popolazione americana sulla capacità-volontà della classe politica di contrastare il continuo deterioramento dell’american way of life. Facendo retoricamente riferimento al buono stato dell’economia USA al momento del voto presidenziale del 2016 e del 2024 (crescita buona del PIL, bassa disoccupazione, bassa inflazione o in calo, aumento dei salari reali) l’élite politico-economica non disponeva degli strumenti per rendersi conto di quanto si stesse inaridendo, in ampie fasce sociali, il “sogno americano”; in altre parole, di veder “arrivare Trump”.
I successi del neoliberismo che, a cavallo del millennio, avevano rafforzato la centralità dell’economia americana sono stati accompagnati da una crescente disuguaglianza nei redditi e nella ricchezza e da un accentuato impoverimento di una parte della popolazione per il modo in cui sono state affrontate le debolezze strutturali dell’economia USA: la lunga deindustrializzazione, la crescita lenta e settorialmente concentrata della produttività, l’incertezza dei redditi e la loro disparità, la dipendenza dalla finanza delle prospettive di vita comune, il ricorrente rischio di una sua crisi. Negli strati sociali degli americani bianchi meno avvantaggiati si era via via rafforzato il convincimento che il peggioramento della loro posizione sociale fosse strettamente collegato al processo di globalizzazione sostenuta dalle classi dirigenti per ridefinire il meccanismo economico a loro favore. Per un’ampia parte della popolazione si era venuta esaurendo la fiducia nella capacità dell’attuale forma sociale di garantire quegli obiettivi di benessere e prospettive di vita futura su cui si è fondato per lungo tempo un consenso maggioritario; da qui il “risentimento persistente” nei confronti dell’élite politica, responsabile di aver truccato il gioco del capitalismo “ideale”, infrangendo il “sogno americano”. Una tesi accettabile, se non addirittura scontata, che “Trump [sia] arrivato alla Casa Bianca perché ha saputo interpretare la crisi di fiducia degli elettori americani (…) provocata [dal]l’incapacità del libero mercato di risolvere da solo i problemi del salario giusto (…), [di] eliminare il forte deficit commerciale americano e [di] garantire un sufficiente livello di investimenti per ricostruire la base industriale di quel Paese”. La soluzione di Trump alla crisi di fiducia della società americana non può che risiedere in una politica economica – “anche se grossolana e istintiva, e perfino incoerente” – che ricrei la fiducia in quel “sogno”.
Il suo tentativo può essere interpretato presentando le tre questioni più qualificanti: il salario giusto; il ruolo della finanza; la questione della moneta”. Per quanto riguarda l’obiettivo di migliorare la fiducia nel salario giusto dei “suoi” lavoratori, la soluzione dipende, di fatto, dagli effetti indiretti di interventi strutturali intrapresi in altre parti del sistema: i dazi per l’industrializzazione e la lotta agli immigrati dovrebbero rafforzare la domanda e l’offerta del lavoro, portare a un aumento della produzione interna, un miglioramento sia occupazionale che dei redditi interni per gli “americani di Trump”. Una tale visione politica riflette un’interpretazione della crisi del sogno americano che ha le radici all’esterno dell’economia americana: gli immigrati e gli “scrocconi” europei e cinesi. Si capisce allora come la punizione “[de]i poteri forti e [de]lle élite non solo nazionali, ma anche estere” vada ostentata quale indennizzo morale per coloro che ritengono di essere stati truffati nel passato. È una considerazione che induce l’autore ad assumere, come concetto cruciale per comprendere la politica di Trump, quello di “salario ideologico” che integrerebbe – per i lavoratori che si riconoscono nel movimento Maga – la parte di salario costituita dal reddito percepito e dal pacchetto di servizi pubblici ricevuti, con una sorta di “compensazione” alla loro passata passiva subordinazione alla crescita della forbice tra redditi alti e redditi bassi, e alla loro collocazione in più basse fasce sociali e intellettuali. Il riconoscimento del legittimo “risentimento persistente” di ripulsa dell’élite, che si pone più sul piano morale e politico che su quello economico, spiega perché “Trump persegua con ferrea determinazione un’agenda autoritaria a sfondo religioso basata su politiche di deportazione, militarizzazione, dazi e attacchi alle élite”.
La questione non è allora quella di chiedersi quanto siano razionali i provvedimenti di Trump per risolvere gli squilibri interni provocati dalla globalizzazione e se sia accettabile la critica della globalizzazione da parte di chi, gli Stati Uniti, ne ha maggiormente beneficiato; interessante è notare come, di fronte ai problemi creati dal neoliberismo globalizzato, i suoi interventi siano tutti interni a una politica dell’offerta che si rifà al neoliberismo stesso. Una prospettiva che appare immediata dalle sue relazioni con le grandi imprese dell’intelligenza artificiale e del capitalismo bellico alle quali affida, di fatto, il compito di sostenere con i loro investimenti l’economia americana; d’altra parte, non mancano le attenzioni nei confronti delle grandi istituzioni finanziarie e per la solidità del mercato azionario.
Anche per queste realtà la fiducia gioca un ruolo rilevante. Per le decisioni degli operatori del mercato azionario incide certamente la fiducia da loro acquisita attraverso l’esperienza, ma incide in misura forse maggiore la suggestione che siano fondate le informazioni sullo sviluppo futuro del capitale e della ricchezza privata che si traggono dall’andamento del mercato. Quanto più è ritenuta affidabile la “convenzione” secondo cui la convinzione (media) della maggioranza è la più attendibile, tanto più si uniformano i comportamenti e tanto più la convenzione si rafforza. Il “capitalismo della rendita” – “cioè il fatto che i ‘potenti’ (soprattutto grandi imprese e banche) riescono (…) ad estrarre rendite dall’economia e ad impiegarle per controllare il regime politico, mettendo fatalmente a rischio i valori morali fondativi del capitalismo” [da Martin Wolf, La crisi del capitalismo democratico, citato in Togati D., Il fenomeno Trump. Il metodo dietro la follia, in «Menabò» di Etica ed Economia, n.257/2026 del 15 aprile 2026] – non è un prodotto della politica di Trump, ma spiega la sua esortazione di Trump all’enrichissez-vous! volta ad aggregare un più ampio ceto medio di lavoratoti bianchi alla grande proprietà e con ciò spiega anche la pressante necessità politica di garantire una crescita forte e stabile del mercato azionario.
È questa la condizione per prolungare l’adesione a un modello che fa assegnamento su un’economia guidata dagli interessi privati come occasione di continuo e rapido arricchimento. In una cultura, come quella dei nostri tempi, in cui è l’andamento della Borsa piuttosto che la crescita del Pil ad essere l’indice della prosperità del paese, una crisi di Borsa costituisce un pericolo esiziale poiché un dissesto finanziario minerebbero le basi della fiducia posta in Trump e nella sua politica. Di ciò si ha un’esemplificazione sul ruolo che assumono al riguardo le criptovalute.
Come sufficientemente noto, le criptovalute sono delle attività prodotte in automatico dalla tecnologia che possono essere acquistate e vendute a un prezzo corrente caratterizzato da fluttuazioni anche piuttosto ampie. Si tratta di un’attività tipicamente speculativa il cui mercato, per sostenere la crescita delle quotazioni, richiede un costante aumento della domanda assistita da afflussi di liquidità proveniente o da nuovi entranti o dal supporto del sistema finanziario. “[Q]uesto mondo delle criptovalute è entrato nei portafogli dei grandi fondi e aspira alla funzione di moneta a tutto tondo” nonostante che il mercato in cui sono trattate non sia un mercato regolamentato, quindi privo di un controllo a garanzia della stabilità del suo valore monetario. La fiducia di coloro che vi operano conta sull’affidabilità di quel mondo e delle sue regole interne. Anche in questo caso, Trump non ha ovviamente inventato questo mondo, ma lo utilizza e se ne è fatto padrino perché può facilitargli la soluzione della crisi del salario giusto e dell’instabilità degli investimenti: “si tratta di sostituire il vecchio sogno americano, legato alla crescita del settore manifatturiero (…) con un nuovo sogno: quello dell’arricchimento a portata di tutti, grazie al potente connubio tra nuove tecnologie e finanza”.
L’obiettivo ambizioso dello sviluppo delle valute digitali è però quello di trasformare il sistema monetario esistente in un sistema decentralizzato, sostituendo le monete nazionali con una moneta privata, ovvero un dollaro prodotto da una tecnologia “neutrale” e indipendente dal controllo della Fed; un risultato che assumerebbe il simbolo di “un mondo Maga che diventa Stato nello Stato”. L’instabilità del valore delle criptovalute le rendono però inadeguate come strumento normale di mezzo di pagamento. Per superare questo inconveniente, sono state emesse delle attività finanziarie innovative, le stablecoin, che, garantendo un aggancio stretto al dollaro, potrebbero essere un mezzo di pagamento che fornisce liquidità al mercato delle criptovalute. Dato che il pieno rimborso in dollari delle stablecoin è sostenuto dalle loro riserve frazionarie in titoli pubblici statunitensi, la mancanza di informazioni più precise sulla struttura della loro attività (precluse peraltro alle Autorità monetarie), rende difficile il giudizio sulla solidità. L’unica certezza è che le criptovalute vanno sostenute e protette in modo che la gente continui a fidarsi della Borsa, del dollaro e dei titoli di Stato americani sui mercati finanziari di tutto il mondo; Trump “non può permettere che [la finanza] crolli, come è già successo più volte in tempi recenti: quel mondo deve essere salvato”.
Si apre così la spiegazione del contenzioso con la Federal Reserve. Il Sistema di banche centrali che, per tenere sotto controllo l’inflazione dei prezzi, ha fatto resistenza sia all’estensione del sistema bancario non sottoposto al suo controllo, sia alla piena integrazione delle criptovalute private nel mondo finanziario e monetario, ora deve essere reindirizzato politicamente affinché il mondo delle criptovalute disponga di un “ombrello di salvataggio ufficiale, un bail out (…)giustificato (…) dal fatto che tale mondo è diventato too big to fail, come lo erano i colossi di Wall Street nella crisi del 2008, ma con un’importante differenza: (…) salvando le criptovalute si salva in realtà la gente del mondo Maga che le compra, per cui non si fa un favore all’élite finanziaria ma all’intera collettività”.
Si tratta di una linea di politica finanziaria fortemente innovativa: non sono più i prezzi industriali (e relativi interessi) a dover essere stabilizzati, ma lo sono i valori finanziari (e i relativi interessi). A tale fine, le trasformazioni tecnologiche-finanziari la cui punta sono le criptovalute, non solo rendono possibile una più diffusa privatizzazione della finanza, ma rendono necessaria una privatizzazione delle relazioni monetarie. Non solo a livello interno, ma, come osserva Togati, anche a livello internazionale dove, di fatto, si assiste alla rinuncia degli Usa a governare la moneta mondiale in quanto viene delegata al “settore privato”, al connubio grandi società e grande finanza privata. L’obiettivo di una moneta forte all’interno e all’estero non è più espressione della forza economica, ma della forza politica del governo degli Stati Uniti. Il ridimensionamento perseguito dell’immagine dell’Europa e della sua moneta è espressione dell’instaurarsi di una forma di “criptomercantilismo” che, attraverso l’esportazione dei sistemi di pagamento, rafforza l’influenza economica degli Stati Uniti riducendo il potere di controllo delle altre nazioni sulla propria moneta interna.
3. La ricostruzione dei punti essenziali della visione di politica (economica) di Trump per dare soluzione alla crisi di fiducia della società americana è utile per valutare il titolo posto al libro; in altre parole, per comprendere perché Togati parla di “capitalismo fragile”. Nella visione corrente degli economisti – anche keynesiani, sebbene non del “nostro” Keynes, come Krugman, peraltro molto apprezzato e citato nel libro – la fragilità è un’espressione azzeccata perché nella loro concezione la crisi seguirà inevitabilmente dal fallimento dei singoli interventi adottati: la politica dei dazi, il Genius Act, la politica monetaria con le loro ricadute sull’occupazione, sull’inflazione. Fallimenti dai quali non può che discendere il rigetto dell’elettorato dell’intera politica trumpiana. Togati non è però convinto che una tale lettura “lineare” che procede dal singolo intervento al suo fallimento e, da qui, al rifiuto dell’intera politica sia quella decisiva: la fiducia di cui gode Trump fa riferimento alla sua politica complessiva e può non dipendere strettamente dai risultati dei singoli interventi, comunque settoriali.
Dalla precedente analisi, si comprende bene come, nella visione di Trump, la sua politica miri a far coesistere interessi ben diversi: il sostegno alla visione neoliberista delle grandi corporations e della grande finanza; l’ombrello finanziario a garanzia dei settori che mirano ad arricchirsi con la speculazione di mercato; la fornitura di un salario “ideologico” come riscatto per i lavoratori generalmente bianchi. Si tratta di interessi eterogenei che hanno necessità di sostenersi vicendevolmente; per cui una crisi “locale” può essere sottovalutata dalla maggioranza (elettorale) della popolazione, purché preservi l’intero sistema.
Non significa, tuttavia, che il libro escluda che il modello-Trump possa essere investito da una crisi di fiducia. Anzi, per coglierne l’emergere, sollecita a fare attenzione a quando le scelte di Trump rischiano di spingere il sistema oltre a una o più delle situazioni indicate come le “linee rosse” della sua politica. Si tratta di soglie critiche all’evoluzione di parti del sistema che, se non vengono contenute o compensate, rischiano di sciogliere il collante che lega gli interessi delle diverse parti sociali accomunate dalla politica trumpiana. Non a caso – con un’evidente analogia con la metafora del viaggio di Ulisse – le scelte presidenziali sono spesso segnate da improvvisazioni e da correzioni di rotta, dovute alla necessità di contrastare improvvisi e imprevisti effetti delle proprie iniziative ridefinendo, anche radicalmente, la propria direzione. La fragilità non è quindi una conseguenza strutturale dell’economia, ma è frutto di un’incompatibilità politica, l’incapacità di mantenere unita una (maggioranza della) popolazione attorno a una visione del futuro che è sociale e culturale prima ancora che economico.
La fiducia nella politica di Trump è una commistione di fattori non strettamente economici, come, del resto, dimostra la necessità della politica di Trump di innovare le regole del passato: La liberalizzazione offerta alle corporations e l’aggregazione intorno ad esse sia degli interessi finanziari di ampi settori della popolazione, sia del desidero di riscatto politico delle masse lavoratrici bianche, comporta che la fiducia risulti funzionale a una trasformazione strutturale politica; funzionale al consenso di una parte della società per una innovazione “costituzionale” in cui le libertà individuali sono riformulate e il potere sovrano, seppur elettorale, possa assumere forme che trova un limite solo in se stesso. Si tratta di una prospettiva in cui il pensiero economico, per le molte radici che ha in quello liberale e socialista, fa fatica ad affrontare e pone un punto problematico: come gli studiosi sociali (e gli economisti nel caso in discussione) sono in grado di adattare la loro strumentazione analitica per approfondire il formarsi e il dissolversi delle “linee rosse”, poiché solo comprendendo la flessibilità dei parametri che condizionano lo sviluppo di un’economia (e di una società) è possibile formulare proposte in grado di ridefinirli per renderli coerenti con la visione del futuro che ispira la politica economica.
Introducendola terza parte del libro, Togati dichiara che il suo tentativo era quello di “affrontare una doppia sfida [sia quella] empirica o descrittiva di riuscire a cogliere le “nuove regole del gioco”, cioè cosa sta cambiando nell’economia e nella società attuali (…) dopo l’elezione del Tycoon [sia quella] intellettuale di adeguare il modo di pensare l’economia per comprendere e governare questi cambiamenti”. Per l’efficace presentazione del quadro generale e delle numerose questioni di dibattito, nonché per la piacevole esposizione, il libro testimonia che la sfida è stata efficacemente raccolta.
Dario Togati, Capitalismo fragile. La crisi di fiducia e l’America di Trump (con illustrazioni di Davide Borella), Diarkos, 2026.
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Primo maggio alle porte, e il governo gioca d’anticipo: arriva il decreto lavoro con il sigillo del Consiglio dei ministri. Dentro c’è una parola chiave che prova a cambiare il lessico del dibattito: non più salario minimo, ma “salario giusto”. Un’etichetta che pesa, perché sposta il...
Il telemarketing selvaggio ha i giorni contati. Dal 19 giugno scatta una stretta che cambia le regole del gioco per luce e gas: meno telefonate indesiderate, più tutele per i consumatori. E soprattutto, contratti a rischio nullità. A ridisegnare il perimetro è il nuovo decreto bollette del...
Il conto arriva sempre alla fine. E quest’estate rischia di essere più salato del previsto. Tra caro carburante, tensioni sull’approvvigionamento di jet fuel e strategie delle compagnie, il prezzo dei voli potrebbe lievitare non tanto sul biglietto base, quanto su tutto ciò che ci gira...
Il fisco riapre le porte digitali. Ma il calendario non perdona: chi arriva tardi, resta fuori. Il Modello 730/2026 torna online e con lui una stagione fatta di scadenze, detrazioni e qualche nuova regola che può cambiare il saldo finale. Dal 30 aprile l’Agenzia delle Entrate metterà a...
L’obblio dell’Rc auto per i monopattini è stata prorogato di 2 mesi, scatterà quindi il prossimo 16 luglio. La notizia ha suscitato molte perplessità nei consumatori e negli operatori del settore. I primi temono aumenti delle nuove polizze. Assosharing punta invece il dito sul fatto che non...
Non c’è pace per chi, per piacere o per lavoro, è costretto a spostarsi in aereo. Dal 10 novembre Ryanair cambierà infatti gli orari di chiusura di check-in e bag drop. La compagnia ha comunicato che i due servizi si fermeranno 60 minuti prima della partenza programmata, mentre oggi la...
Importante passaggio di proprietà di Lucky Red, la nota casa di produzione cinematografica fondata da Andrea Occhipinti che ne era amministratore unico e socio di controllo con l’89% tramite la Keyek, e che ora passa sotto il controllo del gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré.
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Forse era troppo bello per essere vero: un polo della componentistica “alto di gamma” per il settore auto. Gli pneumatici della Formula 1 insieme ai freni forniti ai bolidi guidati da Leclerc&soci.
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Dallo sbarco in Borsa del ’97, al “piano Rovati”, alla rete unica di Conte e Draghi, fino al tentativo di Meloni: lo scorporo è un problema eterno. Vademecum per capirci qualcosa (con l’aiuto di Gamberale)