What if the A.I. Economy Crashes?

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I leader dell’intelligenza artificiale invocano una pausa nello sviluppo dei modelli avanzati, ma l’allarme sulla perdita di controllo intreccia sicurezza, interessi industriali e strategie oligopolistiche, mentre cresce il rischio che le decisioni tecnologiche sfuggano alla verifica democratica e si concentrino nelle mani delle grandi piattaforme
L'articolo Chi controlla l’IA? Tecnologia, potere e legittimazione sociale proviene da Agenda Digitale.
Produttore cinematografico, manager globale e attivista per i diritti umani. Nicola Paparusso, fondatore della Paparusso Communication, è l’uomo che ha saputo anticipare le dinamiche della creator economy globale, guidando per anni come manager la crescita di fenomeni planetari come Khaby Lame.
Attivo socialmente con la piattaforma internazionale da lui guidata All Future Generations (Afg), è attualmente impegnato nella produzione internazionale del docufilm One Heart, che unisce grandi stelle del cinema mondiale, sostenibilità e diplomazia culturale.
Paparusso Communication si è imposta come un punto di riferimento globale nel digital management e nelle produzioni audiovisive internazionali. Come si tengono uniti settori apparentemente così distanti?
Il segreto è vedere le connessioni dove altri vedono barriere. Quando gestiamo grandi talenti o produciamo un’opera cinematografica, non ci limitiamo alla massimizzazione del profitto, ma cerchiamo un valore immateriale che possa trasformarsi in un asset concreto. Muoversi tra la gestione di grandi star, la produzione cinematografica internazionale e i tavoli della cooperazione globale richiede una struttura aziendale agile e una reputazione fondata sulla trasparenza. I partner finanziari ed etici internazionali riconoscono questo approccio e investono sui nostri progetti perché sanno che la sostenibilità dei valori si traduce in una solida sostenibilità economica.
A breve presenterete a Parigi One Heart. Questo progetto ha un’anima profondamente familiare, ma è anche segnato da un recente, doloroso lutto. Ce ne può parlare?
È un progetto nato dal cuore e dalla visione di mio figlio Axel. È stato lui a scriverne il soggetto, dimostrando una sensibilità straordinaria nel connettere la salvaguardia del pianeta alle tradizioni dei nativi americani. Abbiamo messo insieme un cast d’eccezione, dal premio Oscar Wes Studi a Mo Brings Plenty, volto della serie Yellowstone, fino a Marshall e Crystle Lightning. Colgo questa occasione per ricordare la nostra regista, una donna straordinaria. Nonostante stesse combattendo una dura battaglia contro il cancro e affrontasse cure estremamente invasive, continuava a venire sul set con un’energia instancabile. Purtroppo, ci ha lasciati a causa di un tragico incidente a cavallo. Non ce ne facciamo ancora una ragione, il dolore è immenso. Questo documentario è interamente dedicato a lei, alla sua memoria e alla sua straordinaria lezione di vita.
Nella creator economy, che oggi muove miliardi a livello globale, lei ha un osservatorio privilegiato: si pensi al suo ruolo di manager di Khaby Lame. Come si può conciliare la monetizzazione con il suo imperativo di guidare i grandi talenti verso l’attivismo sociale?
La creator economy è oggi una solida realtà finanziaria globale, ma rischia il collasso di credibilità se si limita alla sterile sponsorizzazione di prodotti. L’esperienza di aver guidato e gestito per anni un talento straordinario come Khaby Lame mi ha confermato che, quando si raggiungono tali livelli di visibilità planetaria, i grandi numeri devono necessariamente comportare grandi responsabilità. Una reach multimilionaria deve trasformarsi in un veicolo per lanciare messaggi universali, positivi e accessibili a tutti. La mia filosofia di management è chiara: aiutiamo i creatori di contenuti a capitalizzare la loro influenza globale orientandoli verso cause umanitarie, l’inclusione e il contrasto al razzismo. Un posizionamento etico a lungo termine vince sempre sulla monetizzazione speculativa a breve termine.
Lei ha all’attivo collaborazioni negli Stati Uniti al fianco di star hollywoodiane. Lavorare a questi livelli cambia la prospettiva di un produttore?
Confrontarsi con l’industria americana, osservare sul set artisti del calibro di Will Smith, Martin Lawrence, Kevin Hart e Ryan Gosling, per citarne alcuni, ti regala una preziosa comprensione della scala industriale dell’intrattenimento. Eppure, se devo guardare indietro e scegliere le collaborazioni che hanno davvero forgiato la mia identità, che mi hanno arricchito dentro e da cui ho imparato di più, devo tornare alle mie radici, in Italia. Penso, innanzitutto, al mio socio Gian Carlo Nicotra, lo storico regista scomparso nel 2013, un genio assoluto con cui ho condiviso la scrittura e la produzione di Sua Eccellenza Italia – Il Galà del Made in Italy per Rai Uno. E penso a Pippo Baudo, che di quel grande show fu lo straordinario conduttore. Lavorare al loro fianco è stata la mia vera università.
La sua organizzazione, All Future Generations, ha all’attivo collaborazioni come quelle con Unesco, Unar e Parlamento europeo. In che modo queste sinergie istituzionali trasformano l’attivismo in un motore di crescita sociale ed economica?
Abbiamo strutturato Afg come una piattaforma di cooperazione internazionale ad altissimo livello. Queste partnership testimoniano che la lotta per l’uguaglianza, contro il razzismo e per la valorizzazione delle diversità non è solo uno slogan, ma una necessità strutturale delle società moderne. Portare questi temi ai tavoli delle massime istituzioni e integrarli nelle filiere creative della moda e dell’arte permette di creare opportunità reali per i mercati emergenti. L’inclusione crea valore economico reale, apre nuovi mercati e forma una nuova generazione di cittadini e professionisti globali.
Ci risulta che Paparusso Communication stia lavorando a un nuovo progetto, questa volta tutto al femminile. Che cosa può anticiparci?
È tra i progetti in fieri: una docuserie dedicata alle donne e al loro successo, dove ogni puntata sarà dedicata a un personaggio contemporaneo. Ad aprire la serie sarà Jasmine Haffadi, fondatrice di StoreFit, imprenditrice di successo nel mondo fitness italiano.
L’articolo Dal management di Khaby Lame al cinema internazionale: l’imprenditore che unisce business e diritti umani è tratto da Forbes Italia.

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© Athit Perawongmetha/Reuters

Il recente tentativo di tre eurodeputati del Partito Popolare Europeo (PPE) di silurare l’Industrial Accelerator Act, disegno di legge chiave dell’UE sull’industria, ha messo a nudo profonde divisioni interne al Parlamento su quanto l’Europa debba spingersi per proteggere i propri produttori dalla concorrenza straniera.
L’Industrial Accelerator Act (IAA), presentato dalla Commissione Europea il 4 marzo 2026 e nato sulla scia del Rapporto Draghi nell’Europa del 2024, schiacciata tra l’aggressività degli Stati Uniti (con i massicci sussidi dell’Inflation Reduction Act) e il dominio industriale della Cina, vuole segnare il passaggio da un modello di mercato aperto e non discriminatorio ad uno volto a rafforzare e tutelare la produzione manifatturiera interna, a creare nuovi posti di lavoro nell’UE sostenendo, al contempo, l’adozione da parte dell’industria di tecnologie più pulite.
In sostanza, si propone di indirizzare appalti pubblici e sussidi verso imprese che operano in settori che “rivestono un’importanza strategica per l’economia dell’UE”, quelli ad alta intensità energetica (acciaio, cemento, alluminio, prodotti chimici), tecnologie a zero emissioni nette, e componenti automobilistici; che fanno fronte a forti pressioni competitive e strutturali. L’obbiettivo è quello di ridurre la dipendenza produttiva dall’estero, portando la quota del settore manifatturiero sul PIL dell’UE al 20 % entro il 2035, rispetto al 14,3% del 2024.
La spesa del denaro pubblico dovrebbe essere vincolata a quote minime di produzione interna, limiti temporali e geografici, legata a vincoli molto stringenti, formalizzati per la prima volta nel criterio del Made in EU.
Ma cosa significa? Significa che, ad esempio, i produttori di veicoli elettrici per ricevere denaro pubblico dovrebbero assicurare che tali veicoli siano assemblati nell’Unione e che il 70% dei loro componenti, escludendo la batteria, sia prodotto in Europa sei mesi dopo l’entrata in vigore della legge.
Per conoscere gli altri vincoli: https://www.rinnovabili.it/mercato/politiche-e-normativa/industrial-accelerator-act-legge-ue/.
Per quanto riguarda la delimitazione territoriale prevista dal disegno originario, i Paesi che accordano alle imprese dell’UE accesso libero ai propri mercati sono considerati alla stregua dei Paesi dell’Unione, al fine di favorire una maggiore reciprocità negli appalti pubblici. Allo stesso modo i prodotti provenienti da partner con i quali l’Unione Europea ha concluso un accordo che istituisce una zona di libero scambio o un’unione doganale, o che arrivano dai 21 paesi non UE firmatari dell’Accordo sugli appalti pubblici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, sono considerati Made in Europe.
La definizione del Made in Europe ha costituito da subito un terreno di scontro tra le correnti politiche e gli Stati europei, che non riuscivano a trovare un’accordo su una definizione univoca per il disegno di legge.
Anche in questa occasione, l’emendamento firmato da 20 eurodeputati del PPE, presentato martedì scorso da Christian Ehler, Angelika Niebler e Jörgen Warborn, è stato motivato dal fatto che un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe “far sprofondare il blocco in molteplici guerre commerciali con alcuni dei nostri partner più stretti”.
È evidente che la possibilità di affossare definitivamente la legislazione non si concretizzerà, vista l’esigua minoranza di 20 eurodeputati su 184 che hanno firmato l’emendamento di reiezione. Tale iniziativa va intesa, piuttosto, come un “segnale politico”, dato che più della metà del gruppo di Ursula von der Leyen sostiene una definizione più ampia di Made in Europe, secondo un funzionario del Parlamento informato sui negoziati.
D’altra parte gli eurodeputati— Christophe Grudler di Renew, il socialista Pierre Jouvet e la verde Anna Cavazzini — che guidano i lavori del Parlamento sul testo dell’IAA sostengono che estendere troppo il trattamento preferenziale vanificherebbe lo scopo della legislazione.
Tra i vari attori che si esprimono in merito, vanno considerate anche le posizioni delle organizzazioni ambientaliste che contestano l’impostazione “Buy European” dell’IAA, chiedendo criteri ambientali più stringenti, non basati sulla provenienza geografica, e quelle di chi evidenzia il rischio che il provvedimento favorisca alcune filiere industriali senza una reale spinta alla circolarità e alla riduzione delle emissioni.
I sostenitori del libero mercato e i rappresentanti dei consumatori, invece, temono che l’obbligo di comprare europeo provochi un aumento eccessivo dei costi per le opere pubbliche e la transizione verde (sebbene recenti studi del Jacques Delors Centre tendano a ridimensionare questo allarme).
Le fratture sulle disposizioni centrali del Made in Europe arrivano da diverse parti e rischiano di paralizzare i negoziati all’interno del Parlamento europeo, ma anche i governi dell’UE stanno faticando a trovare un accordo su quanto restrittiva debba essere la definizione di Made in Europe: la Francia spinge per riservare il trattamento preferenziale a un gruppo relativamente ristretto di Paesi, con il sostegno di Italia, Grecia e Cipro, mentre la Germania, con 13 Paesi membri al seguito, è più orientata al libero scambio e vorrebbe estendere la denominazione ad una gamma più ampia di partner commerciali, trasformandola piuttosto in un Made with Europe.
La posizione della Germania è facilmente riconducibile alla rilevanza del settore siderurgico ed automotive per l’Economia del Paese, trainati da grandi gruppi industriali (come Volkswagen) ormai multinazionali che esercitando forti pressioni per modificare, in senso estensivo, il “Made in Europe”, chiedendo che non consideri unicamente il luogo di fabbricazione dei componenti, ma che venga valorizzato l’intero ecosistema di valore creato in UE, includendo investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S), ingegneria e progettazione.
La distinzione è importante anche oltre i confini dell’UE. Sebbene la Cina sia il bersaglio principale delle misure proposte, un’interpretazione restrittiva del Made in Europe potrebbe penalizzare partner stretti come il Regno Unito, che sta facendo pressioni per ottenere un trattamento favorevole in vista del vertice di novembre sul riavvio delle relazioni con l’UE.
Cos’è cambiato oggi? Il dibattito e i negoziati correnti
I 5.300 emendamenti alla bozza di relazione redatta da Grudler, Jouvet e Cavazzini rivelano modelli concorrenti ed esplicitando la difficoltà di trovare un compromesso praticabile su una proposta unica.
A distanza di mesi dalla proposta iniziale, il testo al centro di una serrata trattativa e di forti scontri politici nel Consiglio dell’Unione Europea e nel Parlamento Europeo, è atteso al voto definitivo per entrare in vigore tra il 2027 e il 2028. I testi di compromesso elaborati in sede di Consiglio UE stanno introducendo modifiche significative rispetto alla proposta originaria della Commissione per rendere i requisiti applicabili ed evitare paralisi commerciali.
La domanda rimane: l’Industrial Accelerator Act riuscirà veramente a sancire la fine della neutralità commerciale dell’Europa di fronte alle guerre dei sussidi globali, attraverso un compromesso equilibrato che protegga la sovranità produttiva europea senza scivolare in un protezionismo inefficiente che finirebbe per rallentare o rendere troppo costosa la stessa transizione energetica?
L'articolo Made in Europe: la frammentazione interna rischia di paralizzare l’industria UE proviene da InsideOver.

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Una restrizione improvvisa della velocità dei terminali Starlink e Starshield ha interrotto missioni con i droni ucraini. Il servizio è stato ripristinato il 15 ottobre, ma resta senza spiegazione pubblica chi abbia deciso i limiti. Ecco il senso di quanto accaduto e le implicazioni per la sovranità digitale e militare dell'UE
L'articolo Musk limita Starlink all’Ucraina: in gioco anche la nostra sovranità proviene da Agenda Digitale.
Infrastrutture, trasporti e logistica sono la base su cui si regge la competitività delle imprese italiane, e a Roma nel Palazzo Wedekind, Forbes Italia ha deciso di metterli al centro del dibattito: istituzioni, imprese e professionisti si sono confrontati sulle arterie, visibili e invisibili, che muovono il Paese.
A moderare le tavole di confronto è stata la giornalista Giulia Piscina, che ha aperto i lavori con la domanda guida della giornata: “come possiamo rendere infrastrutture, trasporti e logistica una leva competitiva per il Sistema Italia?”
Ad aprire la giornata è stato Nicola Formichella, amministratore delegato di Forbes Italia, che ha spiegato il senso dell’iniziativa: Forbes da anni si impegna a raccontare le aziende che sono un punto di riferimento per il Paese e che provano a competere in Italia e all’estero.
Proprio il viceministro delle infrastrutture e dei trasporti, Edoardo Rixi, ha dato il via al confronto partendo dalla riforma della governance portuale, in esame alla Camera, che prevede la nascita di Porti d’Italia Spa. Il settore, ha spiegato, è cambiato: “oggi si parla di industria della logistica”. La blue economy è tra i filoni che crescono di più a livello globale, anche perché tre quarti del globo sono coperti d’acqua e solo in parte sfruttati. Per questo il governo sta avviando un progetto pilota sulla subacquea.
Il nodo principale, secondo Rixi, è oggi la frammentazione: 16 autorità di sistema portuale, spesso in competizione tra loro.
La riforma risponde a tre esigenze. La prima è presentare un’offerta unitaria sui mercati internazionali. La seconda è investire anche all’estero. La terza è una programmazione nazionale pluriennale dei finanziamenti, con la presenza del Mef e con partnership pubblico-private che aprano alla finanza privata.
Il binario deve entrare nei porti, perché “il sistema logistico non è più diviso tra strade, ferrovie, aeree e mare, deve essere un tutt’uno”. Servono sistemi digitali che dialoghino tra loro: intelligenza artificiale, fibra e cyber security, per proteggere le linee logistiche di un Paese che resta il secondo manifatturiero d’Europa.
L’assessore alla mobilità sostenibile e trasporti di Roma Capitale, Eugenio Patanè, ha portato anche i saluti del sindaco Gualtieri. Per lui la sfida più importante è chiara: “recuperare quel gap infrastrutturale che c’è nelle nostre città, in particolare a Roma, rispetto alle altre grandi capitali europee” e “curare la lunga tratta e anche l’accessibilità delle città”.
L’avvocato Marco Giustiniani, partner di Pavia e Ansaldo, ha osservato con ironia che in Europa gli appalti pubblici si riformano una volta ogni dieci anni, in Italia dieci volte l’anno. Per lui la certezza del diritto è “un’infrastruttura che non si vede”, che non compare nei rendering ma decide se un investitore, soprattutto straniero, sceglie l’Italia: vuole sapere quali sono le regole, chi decide e in quanto tempo.
Ha ricordato che la legge portuale in vigore ha 30 anni e che oggi la concorrenza è tra sistemi logistici, non tra porti. Esaurita la spinta keynesiana del dopo pandemia, e dopo le decisioni della Corte di giustizia europea sulla prelazione del promotore che hanno frenato il partenariato pubblico-privato, servono norme stabili: meglio una buona norma stabile che una perfetta ma instabile, anche per vincere la “paura della firma” dei funzionari.
Andrea Amoretti, managing director Italy di P3 Logistics Park, ha definito la logistica come il collegamento tra chi produce e chi usa un bene, minimizzando tempi e costi. Un territorio è attrattivo per il Pil manifatturiero, la vicinanza a strade, ferrovie e porti, la disponibilità di terreni e un’amministrazione pronta a ricevere. L’Italia, ha detto, ha ottimi elementi strutturali.
Conciliare sviluppo e tutela del suolo, ha spiegato, “è difficile ma è possibile”. Automazione e veicoli elettrici cambiano le esigenze dei magazzini, e rigenerare è sempre più conveniente che costruire in aree vergini lontane. L’esempio è Altedo, dove P3 ha trasformato l’area degradata di un ex zuccherificio in un polo produttivo, attivando una linea di trasporto pubblico con abbonamenti per i lavoratori e valorizzando, con la soprintendenza, un mulino medievale emerso in cantiere, oggi al centro di una pubblicazione e di una mostra.
Per il futuro Amoretti prevede che l’intelligenza artificiale sceglierà meglio dell’uomo dove costruire i magazzini, che torneranno vicini alle manifatture, e ha lanciato lo spunto dei porti per i droni, da riprendere nel 2027.
La consulente del lavoro di SD Worx, Roberta Maspes, ha spiegato i requisiti dell’appalto genuino, richiamando l’articolo 1655 del codice civile e l’articolo 29 della legge Biagi (decreto legislativo 276 del 2003): il committente non deve interferire nell’esecuzione né sui lavoratori, e il rischio d’impresa resta all’appaltatore. Ha illustrato la responsabilità solidale, l’importanza di un contratto ben fatto e di pochi documenti essenziali, e i campanelli d’allarme da monitorare: contratti collettivi non adeguati, rateizzazioni richieste agli enti pur in presenza del Durc e uso improprio del part-time per gestire la flessibilità.
Il presidente di Morisco Group Holding, Christian Morisco, ha descritto una filiera in difficoltà. Il gruppo conta circa 150 trattori, 100 semirimorchi e 200 dipendenti e, tramite Sinapsi, ha sviluppato il primo modello in Italia di noleggio con conducente di mezzi pesanti con servizio di backup. Il problema è la manodopera: “Non ci sono autisti e abbiamo bisogno di maggiore innovazione”.
Il direttore operations regionale di Trenitalia, Maria Giaconia, ha ricordato che oggi la domanda di mobilità regionale è cambiata dopo il Covid ed è legata anche a tempo libero, borghi ed eventi. Dal 2018 Trenitalia ha inserito oltre 1000 treni nuovi, che nel 2027 saranno 1081, cioè l’80% della flotta, con 6.000 treni al giorno verso 1.700 destinazioni. I convogli consumano il 30% di energia in meno e il primo in Europa ha tre trazioni, diesel, batteria ed elettrica, con possibilità di usare biocarburante.
Per il futuro “la parola magica è intermodalità”: hub di interscambio, orari e biglietti integrati. Con l’Ertms i treni potrebbero viaggiare da soli entro due anni, mentre i sensori, che rilevano 20.000 segnali al secondo, e l’intelligenza artificiale permettono la manutenzione predittiva.
Il finale è stato dedicato all’AI Reputation Index di Cogit AI, “L’Italia che muove fiducia”, con uno score di 40,9: non una reputazione cattiva, ma un profilo da stabilizzare e vicino alla fascia successiva. Sei le decisioni verificabili per migliorarlo: unificare la puntualità ferroviaria, pubblicare lo stato delle opere, rendere visibili i tempi portuali, separare gli stati della spesa, misurare la distanza climatica e costruire fiducia sui presidi. Gli scenari “+5” e “+10” sono solo un’illustrazione aritmetica, non una previsione.
L’evento è stato realizzato con il contributo di Acqua Chiara Collection, Anas (Gruppo FS Italiane), Cogit AI, Morisco Group Holding, P3, Pavia e Ansaldo Studio Legale e SD Worx.
L’articolo Trasporti, logistica e infrastrutture: a Roma il confronto di Forbes Italia su come rendere il Sistema Italia più competitivo è tratto da Forbes Italia.
Forbes Italia Top Creators Awards 2026 ha riunito al Principe di Savoia di Milano i volti più riconoscibili della creator economy italiana per la quarta edizione del premio. Tra riconoscimenti di categoria, premi speciali e la novità dei Best Reputation, la serata ha raccontato un settore che chiede sempre meno visibilità e sempre più valore.
I Top Creators Awards sono il premio con cui Forbes Italia celebra i creator che hanno trasformato un’idea in un progetto e un progetto in un’impresa. A guidare la serata il managing editor di Forbes Italia Daniel Settembre, affiancato per tutta la premiazione dall’attrice e content creator Giulia Bellu.
Ad aprire la serata è stato Nicola Formichella, ceo di Forbes Italia, che ha sottolineato come il premio riconosca figure che non sono più semplici aggregatori di follower, ma veri imprenditori capaci di costruire fiducia e community, diventando “un pezzo importante della nostra economia e del nostro sistema Paese”.
Marco Sorrentino, ceo di Influential, ha descritto una creator economy ormai in una nuova fase di maturità: se per anni i brand hanno puntato sui creator come testimonial, sfruttandone popolarità e capacità di amplificare i messaggi, oggi il valore nasce dalla capacità di creare contenuti, costruire relazioni con le community e generare rilevanza sulle piattaforme.
Spazio all’innovazione e intelligenza artificiale con Eugenio Azzinnari, co-founder di Wuin, startup italiana che ha sviluppato una piattaforma “che va oltre il digital twin”: un clone digitale addestrato con la knowledge, le esperienze e i talenti del creator, capace di trasferire il suo sapere a tutta la community attraverso chat, video e la modalità Learn, pensata per la condivisione didattica. Il punto di partenza, ha spiegato, è stato capire come un creator possa raccontarsi anche quando non pubblica contenuti, con una sorta di cervello scalabile, senza limiti di tempo e di spazio.
Una serata in cui a salire sul palco sono stati i creator che hanno fatto dei social un mestiere vero. I Top Creators Awards 2026 hanno assegnato 32 riconoscimenti, ciascuno con una motivazione della redazione di Forbes Italia che ha guardato oltre i numeri, a qualità del racconto e fiducia costruita con il pubblico. Debutta quest’anno il Best Reputation, in collaborazione con Cogit AI, dedicato ai creator che hanno fatto della credibilità il loro tratto distintivo.
Categoria Cross-medialità
Martina Socrate @martina_socrate
Francesca Biella @mynameisfrancescabiella
Categoria Podcast
Elisa True Crime @elisatruecrime
Categoria Education
Simone Filippini @grammaticoantipatico
Roberto Celestri @roberto_celestri
Categoria Travel
Roberto De Rosa @robertoderosa
Terri & Befric @territiracconta e @befric
Categoria Entertainment
Mattia Stanga @mattia_stanga
Turbo Paolo @turbopaolo
Categoria Lifestyle
Bionditudo (Giulia Latini) @bionditudo
Valeria Vedovatti @valevedovatti
Categoria Beauty
Valentina Cabassi @valentinacabassi
Irina Astor @iri_astor
Categoria Fashion
Vicky Montanari @vicmontanari
Rita Benedetto (Stylist à Porter) @stylist_a_porter
Categoria AI
Ace Spagni @aclas.io
Categoria Food
Nonna Silvi @nonnasilviofficial
Alessio Pellizzoni @alessio.pellizzoni
Categoria Sport
Paolo Zotta @paolozottatrainer
Bearded Scara @beardedscara
I premi speciali
Premio Speciale Comicità – Dada e Marcolino @dadaemarcolino
Premio Speciale Teatro – Giulia Rachele Mazza @giuliarachelem
Premio Speciale Art – Greg Goya @greg_goya
Premio Speciale Gentilezza – Luca Lobuono @lobuonoinside
Premio Speciale Visual Storytelling – Luca Vezil @lucavezil
Premio Speciale Vox Pop – Futur Motta @futurmotta
Premio Speciale Cambio di Scena – Alvise Rigo @alvise_rigo
Premio Speciale Creatività – Lillo @lillopetrolo
Ploom Best Cultural Moment – Federico Felletti @federicofelletti (in collaborazione con Ploom)
Best Reputation
Con il supporto di Cogit AI
Marcello Ascani @marcelloascani – Con un AIRI (AI Reputation Index) Score di 88 su 100 e un picco di 94 nella credibilità professionale
Camihawke @camihawke – Con un AIRI Score di 85 su 100 e una credibilità professionale a 91
Beatrice Mautino @divagatrice – Con un AIRI Score di 92 su 100, con un picco nella responsabilità comunicativa: 95 su 100
L’evento è stato reso possibile dal contributo di Acqua Chiara Collection, Aruba One Happy Island, Cogit Ai, Giannino Milano 1899, Gusto 17, Influential, McFit, Ploom, Specogna, con i suoi vigneti in Rocca Bernarda a Corno di Rosazzo, in Friuli, Terrazza Martini, Toblar e Xerjoff, brand che hanno accompagnato la quarta edizione dei Forbes Italia Top Creators Awards.
L’articolo Top Creators Awards 2026: chi sono i 32 creator italiani premiati da Forbes è tratto da Forbes Italia.
Le sandbox AI possono diventare il luogo in cui verificare non solo le prestazioni dei modelli, ma anche la necessità, la proporzionalità e la sostituibilità dei dati impiegati, distinguendo tra sviluppo, test, validazione clinica e uso di informazioni sintetiche o meno espositive
L'articolo Sandbox AI e dati: come dimostrare quali servono davvero proviene da Agenda Digitale.

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