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Il ruolo delle tecnologie spaziali per monitorare le infrastrutture che guidano la transizione energetica

Nel XXI secolo il nodo della sorveglianza delle infrastrutture critiche è ritenuto essere, oramai, un dettaglio fondamentale per le questioni inerenti la sicurezza dei sistemi-Paese più avanzati sotto diversi punti di vista: si va dagli scenari propriamente concernenti la sicurezza nazionale – e su questo fronte dalle infrastrutture fisiche a cavi sottomarini e data center la letteratura degli studi strategici è ormai ricca circa l’ottimo da definire in termini di sicurezza – a quelli inerenti la sicurezza economica e di percorsi come la doppia transizione, energetica e digitale. E su quest’ultimo fronte, in particolare, sono potenzialmente sdoganabili al massimo della loro capacità le potenzialità connesse alla sorveglianza satellitare delle infrastrutture energetiche abilitanti la transizione green.

Il monitoraggio della Terra tramite satelliti, compiuto sia tramite vettori operanti su orbite basse (Low-Earth Orbit, LEO) sia tramite i tradizionali satelliti geostazionari, aggiunge una netta verticalizzazione alla capacità di monitoraggio, coordinamento e controllo delle reti critiche. Scienza, sicurezza, monitoraggio, prevedibilità: le reti si fanno più complesse e più articolato si pone il loro monitoraggio. Si nota dunque una nuova capacità operativa nell’ambito della transizione energetica, che finisce per superare i domini terrestri delle reti fisiche passanti per terra e mare e delle connessioni digitalizzate decentralizzate orientante le nuove infrastrutture “intelligenti” per la generazione basata su rinnovabili per estendersi, verticalmente, allo spazio, che a sua volta è un laboratorio di transizione energetica per diversi motivi. Primo: la possibilità di testare tecnologie avveniristiche in materia di accumulazione in campi come il fotovoltaico; secondo: la prospettiva di analizzare gli impatti dei cambiamenti climatici in tempo reale e proporre soluzioni reattive per gli sviluppi in corso; terzo: la capacità di proiettare la sorveglianza anche alle infrastrutture che determinano il futuro della transizione green. Come le infrastrutture tradizionali, anche quelle della transizione sono soggette all’evoluzione del contesto globale fatto di crescenti eventi climatici estremi e rischi sistemici. Tra le aziende attive nella governance di questi sistemi complessi si segnala l’italiana CESI, multinazionale basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, che opera sia nel campo della consulenza su grandi progetti energetici orientati alla decarbonizzazione sia nella certificazione dei sistemi volti ad abilitarli, ma è attiva anche in ambito di tecnologie spaziali e  monitoraggio infrastrutturale.

Un ecosistema complesso, quello di CESI, che analizza in profondità dati e necessità concernenti questi scenari in cambiamento. “Per monitorare gli effetti del riscaldamento globale sulla Terra, i dati satellitari sono diventati uno strumento fondamentale per gli scienziati, poiché con sentono di osservare tali variabili a livello globale e in tempo reale”, notava nel luglio 2023 l’Energy Journal edito da CESI , analizzando il ruolo della cosiddetta “intelligence climatica”, che “si sta rivelando come un’importante alleata per le aziende e le istituzioni: utilizzando grandi set di dati storici, è in grado di generare modelli di previsione avanzati per mitigare gli impatti e dare supporto nella pianificazione e nella gestione delle attività” e ricordando che “l’intelligenza climatica può generare opportunità di business: la crisi climatica ha portato infatti a una crescente domanda di prodotti e servizi a basse emissioni, sviluppando il mercato dell’innovazione sostenibile nell’era dell’economia green”. In un contesto segnato da crescenti spinte alla decarbonizzazione, volontà di spingere sulla neutralità climatica, sfide crescenti degli eventi estremi e necessità di governance tecnologica avanzata e interconnessione tra dati serve pensare olisticamente la transizione e le sue dinamiche digitali, fisiche e di governance, che toccano anche le reti. E per guardare alle reti nel migliore dei modi serve anche un monitoraggio che non può prescindere dai fronti legati all’osservazione satellitare. Abilitatori di sicurezza economica, energetica, tecnologica e, dunque, di prosperità pubblica. Aziende come CESI attraversano l’intera filiera di questa catena del valore multivettoriale, mostrando l’importanza di coniugare sviluppo tecnologico e visione a tutto tondo per guardare olisticamente a una transizione dove si toccano Terra e spazio, in un legame di crescente interdipendenza.

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Hitachy Energy e Ansaldo Energia insieme per soluzioni energetiche integrate

Hitachy Energy e Ansaldo Energia insieme per soluzioni energetiche integrate

ROMA (ITALPRESS) – Hitachi Energy e Ansaldo Energia hanno firmato un memorandum of understanding per sviluppare e commercializzare soluzioni energetiche integrate, progettate per consentire ai clienti di disporre più rapidamente di energia affidabile e rispondere alla rapida crescita del fabbisogno elettrico con maggiore flessibilità, resilienza e rapidità. La collaborazione punta a unire competenze complementari nella generazione di energia e nelle infrastrutture di rete, combinando le tecnologie di Ansaldo Energia per turbine a gas e generatori con la leadership di Hitachi Energy nell’integrazione completa dei sistemi di rete, dall’alta tensione ai trasformatori, fino all’automazione e all’elettronica di potenza. Insieme, le due aziende intendono sviluppare soluzioni integrate per la generazione e l’elettrificazione in grado di servire sia i mercati a 60 Hz sia quelli a 50 Hz, anche per applicazioni nei data center. “La domanda di energia elettrica sta crescendo a un ritmo che non vedevamo da decenni, mentre il mondo entra nell’era dell’elettricità”, ha dichiarato Andreas Schierenbeck, ceo di Hitachi Energy.

“Poiché la crescita della domanda continua a superare quella delle infrastrutture disponibili, la necessità di soluzioni energetiche scalabili e rapidamente implementabili è diventata sempre più urgente. Combinando i nostri punti di forza complementari con quelli di Ansaldo Energia, aiutiamo i clienti a rendere disponibile nuova capacità, ad accelerare i tempi di disponibilità dell’energia e a costruire sistemi energetici resilienti, in grado di sostenere la crescita economica e l’innovazione digitale”, ha aggiunto. “Rispondere alla crescente domanda mondiale di elettricità richiede una collaborazione più stretta lungo l’intera catena del valore dell’energia. Combinando le tecnologie di Ansaldo Energia per la generazione con le competenze di Hitachi Energy nelle infrastrutture di rete, offriremo soluzioni integrate in grado di accelerare la realizzazione dei progetti e garantire la scala, la flessibilità e l’affidabilità richieste dalla nuova generazione di infrastrutture industriali, digitali ed energetiche”, ha sottolineato Fabrizio Fabbri, ceo di Ansaldo Energia.

– foto ufficio stampa Ansaldo Energia –

(ITALPRESS).

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E.ON Italia, nuova sede nel cuore di Milano Innovation District

E.ON Italia, nuova sede nel cuore di Milano Innovation District

MILANO (ITALPRESS) – E.ON Italia si insedia a Horizon nel cuore di MIND – Milano Innovation District, con una nuova sede in uno dei principali ecosistemi italiani dedicati all’innovazione e alla ricerca. Un’inaugurazione che rafforza il legame con il distretto, dove l’azienda – attraverso E.ON Energy Infrastructure Solution – contribuisce allo sviluppo energetico di MIND con ectogrid, il sistema che integra infrastrutture energetiche e gestione digitale per coordinare i fabbisogni di riscaldamento e raffrescamento degli edifici.

fsc/gsl
(video in collaborazione con E.ON)

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Dietro gli applausi a Meloni le convergenze geopolitiche che servono all’Italia

Convergenze parallele e, per certi versi, anche fisiologiche. Ieri in Senato si è assistito ad un fenomeno che, in quattro anni, non si era quasi mai visto. Ovvero gli applausi a Meloni di Calenda e mezzo Pd. Come se la geopolitica, prima che politica, avesse avuto il sopravvento su contrapposizioni, insulti, contestazioni. Come se il clima pre-elettorale fosse stato messo da parte sull’altare delle cose giuste da fare e da rivendicare a Bruxelles. Il paniere di temi in questione è noto e riguarda il futuro non solo dell’Italia, ma anche della stessa Europa.

Quando la presidente del Consiglio ha spiegato che alcune dinamiche non hanno molto a che fare con la tutela dell’ambiente, ovvero il prezzo degli Ets che sale e che quindi fa salire anche il costo di produzione per l’acciaieria, la cartiera, il cementificio, la ceramica, ha posto un tema su cui nessuna parte sana può non essere d’accordo, perché riguarda la salvaguardia delle imprese.

Che non hanno colore politico, ma rispondono a logiche semplicissime: se regole sbagliate le strozzano, allora rischiano la chiusura, con conseguente perdita di posti di lavoro.

Quando Meloni ha chiesto una sospensione temporanea di alcuni obblighi sul Regolamento europeo del metano ha posto un altro tema nevralgico: ovvero che se una norma, nel passaggio dalla teoria alla pratica, produce danni o mancati benefici, semplicemente va corretta.

Infine quando ha avvertito che non è più possibile per l’Europa importare cobalto, grafite, terre rare imprescindibili per transizione energetica, transizione digitale e difesa, non fa solo una diagnosi arci nota (su cui però dei “bravi” nessuno ha dato un’accelerata fino ad oggi) ma indica la cura, proponendo Porto Marghera come uno dei primi siti europei di stoccaggio strategico di queste materie, iniziativa che potrebbe diventare un progetto pilota europeo.

“Il filo che lega tutte queste iniziative, insomma, è semplice: l’Europa deve tornare a mettere la capacità di produrre al centro delle proprie scelte”, ha detto la premier. In quel momento gli applausi di democratici e calendiani sono stati la spia che l’interesse nazionale è sentito dalle cosiddette forze responsabili presenti in Parlamento, dove l’epiteto responsabili non è il titolo di una squadra buono per un discorso carico di demagogia.

Ma la pragmatica conseguenza di scelte strutturali e lungimiranti che devono essere fatte per il bene futuro (e presente) della collettività. Che si fanno solo in un modo.

L’Europa forte che ha bisogno di Nazioni forti, parafrasando Meloni in chiusura, fa il paio con l’esigenza di un’Europa più solida e credibile all’interno di un metodo di amministrare il paese che difenda l’interesse italiano (come fanno anche tutti gli altri paesi membri).

Solo una parte delle opposizioni lo ha ben compreso.

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Milano, E.ON Italia inaugura la nuova sede all’interno di MIND

Milano, E.ON Italia inaugura la nuova sede all’interno di MIND

MILANO (ITALPRESS) – E.ON Italia inaugura la nuova sede a Horizon, all’interno di MIND – Milano Innovation District, e consolida la propria presenza in un ecosistema in cui innovazione, ricerca e sviluppo tecnologico si incontrano. Un insediamento che rafforza il legame con il distretto, dove l’azienda è anche partner energetico attraverso ectogrid. Sviluppata da E.ON Energy Infrastructure Solutions, ectogrid è una rete intelligente a bassa temperatura che condivide l’energia termica e frigorifera tra gli edifici sfruttando il calore residuo locale. Il sistema è ottimizzato da ectocloud, piattaforma digitale che utilizza machine learning e dati per coordinare l’interazione tra edifici, fonti e componenti.
Nella configurazione attuale (che comprende l’hub Mo.Lo. e l’edificio Horizon), ectogrid evidenzia una riduzione stimata dei consumi energetici del 55,6%, circa 285 tonnellate di CO2 evitate all’anno, un beneficio climatico stimato tra 67 e 87 mila euro e un valore climatico attivato tra 46 e 60 mila euro l’anno. (I valori sono stimati mediante confronto con uno scenario di riferimento, Business As Usual, costituito da caldaie a gas e gruppi frigoriferi ad aria. Le emissioni di CO2 evitate sono state calcolate considerando l’approvvigionamento di energia elettrica da rete. Il valore climatico attivato è stato stimato valorizzando la CO2 evitata mediante un Social Cost of Carbon compreso tra 236 e 307 €/tCO2 e applicando un Impact Adjustment del 68,6%). L’infrastruttura è concepita per espandersi con i nuovi edifici del distretto.
La presenza a MIND, nata dalla collaborazione avviata nel 2020 con Lendlease, offre anche l’occasione per presentare un nuovo approccio sviluppato da E.ON Italia per misurare il valore della decarbonizzazione oltre le sole performance quantitative, valutando la capacità di generare benefici duraturi.
“La transizione energetica può realizzarsi pienamente solo attraverso la collaborazione tra imprese e competenze diverse, per integrare infrastrutture, tecnologie e know-how in sistemi capaci di rispondere alle sfide di oggi e di evolvere nel tempo – ha detto Marten Bunnemann, CEO di E.ON Infrastructure Solutions -. In E.ON, valorizziamo l’esperienza maturata nei mercati europei e la conoscenza dei contesti locali per sviluppare soluzioni costruite intorno alle esigenze dei clienti. MIND ne è un esempio concreto: con ectogrid, stiamo realizzando un’infrastruttura energetica che genera valore oggi e può adattarsi all’evoluzione del distretto”.
“Con Horizon E.ON compie un passo importante, portando la propria sede italiana nel cuore di MIND e rafforzando il legame con un ecosistema in cui imprese, ricerca e innovazione lavorano insieme – ha sottolineato Luca Conti, CEO di E.ON Italia -. La scelta di E.ON di investire in questo progetto riflette la fiducia del Gruppo nell’Italia e nel potenziale di un territorio che sta costruendo nuove opportunità di sviluppo e innovazione. MIND è per noi un luogo in cui questa fiducia si traduce in una presenza concreta e in un contributo allo sviluppo energetico del distretto attraverso ectogrid. Horizon rappresenta quindi un punto di incontro tra ciò che siamo oggi e le competenze, le tecnologie e le collaborazioni con cui continueremo a costruire il futuro dell’energia”.
Partendo dall’esperienza di ectogrid nel MIND, E.ON Italia ha anche sviluppato un approccio che amplia la valutazione della decarbonizzazione oltre la sola riduzione delle emissioni, con l’obiettivo di comprendere il valore generato da un’infrastruttura energetica e la sua capacità di produrre benefici duraturi per territori, persone e sistemi economici.
Il nuovo approccio di E.ON integra quattro dimensioni di analisi (capitali naturale, fisico, umano e sociale) guidate dalla governance (metafora della bussola) e un “maturity assessment” per valutare il livello di sviluppo delle infrastrutture. Il modello include anche il Social Cost of Carbon (SCC), validato dal Politecnico di Milano, per associare alla CO2 evitata una stima economico-sociale.

– news in collaborazione con E.ON –
– foto ufficio stampa E.ON –
(ITALPRESS).

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A volte ritornano. Opporsi alla ripresa del nucleare

In questo mondo di ladri e ciarlatani, i governanti italiani non possono permettersi il lusso di non essere alti rappresentanti, nella prima categoria, ma anche della seconda! Così, come nei più famosi film dell’orrore, quelli che sembravano definitivamente sepolti da anni, escono dalle loro tombe con un nuovo vestito, ma con l’inconfondibile nefasto lezzo di sempre. Escono dalla tomba idee fasciste di patria e razza, e, per non sbagliarsi, riaffiorano anche tecnologie bocciate da 40 anni per mezzo di ben 2 referendum. Parlo del nucleare.

I ciarlatani parlano di crisi energetica, del petrolio che non abbiamo, per cui dobbiamo assolutamente stringere accordi con governi a dir poco criminali; parlano del gas da comprare a tutti costi, di terre rare e poi – ciliegina sulla torta – della recente guerra innescata da Stati Uniti e Israele con l’attacco all’Iran e il conseguente blocco dello stretto di Hormuz. In questo contesto, caratterizzato dalla retorica di giornalisti prezzolati e di politici, si ritira fuori il nucleare.

Queste chiacchiere nascondono una realtà ancora peggiore. Prima di tutto chiariamo che la politica energetica in Italia, ma anche le scelte politiche dei governanti italici e il posizionamento delle truppe italiane nei vari paesi del mondo, è dominata dagli interessi finanziari dell’ENI, la multinazionale nostrana, la compagnia energetica integrata in decine di paesi, che abbraccia tutti i settori, compreso quello della transizione energetica, della ricerca chimica e dello sviluppo di tecnologie innovative. Il governo italiano non fa nessuna scelta senza il suo beneplacito, in particolar modo oggi che la geografia mondiale sta cambiando radicalmente, e che le guerre sono solo l’aspetto più tremendo e spettacolare dello sfruttamento dei territori e non solo.

A questo va aggiunto che il boom dell’intelligenza artificiale, in tutti i campi, compreso quello militare, richiede molta energia. Si pensi che, secondo quanto indicano le proiezioni, entro la fine del decennio i data center per L’IA arriveranno ad assorbire circa 945 terawattora all’anno, una cifra che eguaglia l’intero fabbisogno energetico di una nazione fortemente industrializzata, come il Giappone.

In Italia le attuali forniture energetiche sono oggi appena sufficienti al fabbisogno nazionale.

Dovendo necessariamente limitare le emissioni di anidride carbonica dunque si deve eliminare o almeno diminuire l’uso di combustibile fossile, e in maniera folle ci si è rivolti al nucleare.

Questa scelta nasce da una parte dall’immenso spreco energetico in atto, imposto da questo sistema capitalista, dall’altro dal limite dettato inevitabilmente dalla strategia politica adottata anche per le rinnovabili, quella di non utilizzare le case e gli edifici esistenti, ma, per mantenere il monopolio e la proprietà dell’energia, si preferisce installare immensi campi eolici e fotovoltaici, finanziati per altro anche da chi propone il nucleare, perché il business deve essere in tutti i settori.

Ancora tu…ma non dovevamo vederci più?

Il Parlamento il 23 settembre 2026 ha approvato la legge delega al Governo in materia di energia nucleare. Tutto questo anche se c’erano già stati ben 2 referendum che avevano detto no al nucleare.

Quando in tempi non sospetti noi anarchici sostenevamo che il referendum non era la panacea di tutti i mali, che dietro questo strumento, apparentemente di democrazia diretta, si poteva effettuare una truffa, indubbiamente avevamo ragione! Vediamo perché.

Una delle cose fondamentali della Costituzione era, ed è, la sovranità del Parlamento; secondo il principio della democrazia parlamentare, il Parlamento mantiene il potere di legiferare su qualsiasi materia non vietata dalla Costituzione, approvando nuove norme e cornici di regole (come le recenti leggi delega sulla fissione sostenibile).

I referendum sul nucleare, in entrambe le occasioni, erano referendum abrogativi, regolati dall’Articolo 75 della Costituzione italiana. D’altronde in Italia i referendum possono essere solo abrogativi – qui sta l’inganno! – sono cioè uno strumento che permette ai cittadini solo di cancellare leggi esistenti, non di scriverne di nuove o di inserire divieti assoluti in Costituzione.

I tre quesiti del 1987

Nel Referendum del 1987 nessuno dei quesiti chiedeva esplicitamente “Volete vietare il nucleare?”

I cittadini furono chiamati a cancellare i meccanismi normativi che ne facilitavano lo sviluppo.

Il primo quesito, relativo alla localizzazione, abrogò la norma che permetteva allo Stato (tramite il CIPE) di decidere dove costruire le centrali. Il secondo quesito, relativo ai contributi, abolì i compensi finanziari previsti per i Comuni e le Regioni che accettavano di ospitare centrali o impianti nucleari sul proprio territorio. Il terzo quesito, relativo all’estero, vietò all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e gestione di centrali nucleari fuori dall’Italia.

Ovviamente chi era andato a votare, intendeva semplicemente dire se era o no favorevole al nucleare, ed effettivamente in un primo momento il referendum funzionò, con un effetto immediato: la chiusura delle centrali allora attive e il blocco del programma energetico nazionale.

Ma questo cadavere riemerse dalla terra in cui era sepolto all’epoca del quarto governo Berlusconi, che inserì nuove norme nel 2008 e nel 2009.

Così, per fermare il morto vivente, nel 2011 si ricorse ad un nuovo referendum. Il quesito del 2011 cercò di essere più specifico, andò a colpire direttamente la nuova strategia, chiese e ottenne l’abrogazione delle nuove disposizioni che permettevano la localizzazione, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per la produzione di energia elettrica nucleare sul territorio nazionale.

Sembrava la volta buona! Ma la terra sotto il cadavere è ora di nuovo in movimento, alla faccia di chi va, in buona fede, a votare ai referendum. Così lo zombie nucleare ritorna… una storia infinita!

Parafrasando Battisti potremmo dire: “ma non dovevamo vederci più?”

In realtà i referendum del 1987 e del 2011 hanno esaurito i loro effetti nel momento stesso in cui hanno cancellato i testi di legge a cui si riferivano, ma non costituiscono un vincolo perpetuo.

Un referendum abrogativo elimina un testo di legge specifico, lasciando un “vuoto” che i governi successivi non possono colmare subito riproponendo la stessa identica norma (il che violerebbe la volontà popolare nel breve termine) ma che può essere ridiscusso anni dopo.

Certamente non c’è ancora nessuna autorizzazione immediata, il testo non autorizza la costruzione di nuovi impianti nucleari, ma conferisce al governo la delega per fare ciò.

L’esecutivo ha tempo un anno per scrivere i decreti attuativi e definire una disciplina organica sull’intero ciclo di vita dell’energia nucleare. Secondo il governo il ritorno dell’energia atomica sarà nella prima metà degli anni 2030, cosa peraltro impossibile.

Ovviamente non avremmo nulla da eccepire se la tecnologia scoprisse nuove fonti di energia pulita a basso costo, ma al di là delle menzogne dei ciarlatani, la scienza in questi anni non ha sviluppato né centrali nucleari a fusione, né sa come risolvere l’annoso problema delle micidiali scorie radioattive, né tanto meno ha dato sicurezza in caso di incidente nucleare. Insomma, il nucleare è tutto tranne che pulito!

Per riesumare il morto, anche se è in via di putrefazione, niente viene detto sul fatto che al momento non c’è soluzione al problema delle scorie radioattive, scorie che, non dimentichiamolo, hanno una durata di pericolosità che può durare fino a centinaia di migliaia di anni!

E così si sorvola sulla sicurezza.

Tutte le centrali nucleari attualmente sono a fissione

Allo stato attuale delle conoscenze, senza eccezione alcuna, tutte le centrali nucleari sono a fissione.

E quindi, siano di nuova o di vecchia generazione, tutte producono micidiali scorie radioattive!

Ma ecco che altri morti tornano, bussano alla porta, e questa volta sono concreti.

Circa il 99% del combustibile esaurito e delle scorie radioattive prodotte dalle vecchie centrali nucleari italiane si trova attualmente stoccato all’estero, in particolare in Francia e nel Regno Unito. Queste scorie devono tornare, ma il governo italiano, non sapendo minimamente dove metterle in sicurezza, ha prorogato l’accordo con la Francia per mantenere le scorie nei depositi d’oltralpe fino al 2040 (con un rinvio di circa 15 anni rispetto alla scadenza iniziale fissata per il 2025). Questi rifiuti andranno ad aggiungersi agli attuali circa 33.766 metri cubi di rifiuti radioattivi custoditi in depositi temporanei in attesa di essere trasferiti in luoghi più sicuri non ancora identificati. Veramente vogliamo produrre altre scorie?

La quarta generazione di nucleare non c’è

Il morto vivente riesumato viene proposto con un nuovo vestito, ma il vestito non è ancora stato fatto! Sto parlando delle nuove centrali nucleari, piccoli reattori modulari, al massimo da 300 MW, che dovrebbero essere costruiti e assemblati in fabbrica e poi trasportati sul sito pronti a entrare in funzione. Attualmente i primi e unici piccoli reattori modulari (SMR, Small Modular Reactors) realmente operativi nel mondo si trovano in Russia e in Cina e sono in via sperimentale!

Propagandate come la manna caduta dal cielo, le SMR non esistono in nessun paese occidentale, perché la tecnologia è ancora in via di sviluppo commerciale.

I reattori modulari diventano possibili solo se si costruiscono i moduli in serie. I vantaggi economici della produzione in serie si ottengono solo se viene costruita una grande quantità di unità, un traguardo non garantito e dai costi iniziali molto alti.

Queste centrali sono più piccole e per ottenere la stessa energia delle altre bisogna costruirne molte di più, conseguentemente sono necessari più siti e avremo più scorie nucleari da smaltire. Aggiungiamo a questo che, nel malaugurato caso di un conflitto bellico (ovviamente, fatti i dovuti scongiuri! ma di questi tempi purtroppo non sarebbe impossibile), ogni centrale è un obiettivo strategico da colpire, conseguentemente il territorio va militarizzato anche per organizzare un eventuale evacuazione in caso di incidenti.

Sappiamo bene che gli speculatori cercheranno di iniziare i lavori il prima possibile; intorno al nucleare girano interessi ingenti, economici e militari. Sappiamo che se lo riterranno necessario potranno accelerare anche il percorso, anche se non certamente nei tempi annunciati dal governo, che l’ha sparata alta!

Il nucleare civile è anche estremamente legato al nucleare bellico, che oggi è addirittura auspicato come elemento di deterrenza militare, e certamente questa riproposizione del nucleare è figlia diretta del clima bellico e prebellico che si respira.

Nucleare fa rima con militare. I programmi militari traggono vantaggio dagli immensi investimenti economici statali destinati all’energia civile e viceversa, anche perché il combustibile per le centrali e il materiale fissile per le bombe (uranio – 235 o plutonio) derivano dallo stesso processo iniziale di separazione e arricchimento delle bombe. Alcuni reattori civili servono anche a produrre elementi chiave per gli arsenali atomici, come il tritio. Infine, non dimentichiamo che la ricerca scientifica, i tecnici specializzati, i laboratori e i reattori alimentano contemporaneamente sia il settore energetico sia quello della difesa e anche dell’attacco militare.

Insomma, la piazza ci attende prima dell’invasione dei morti. Per non essere anche noi zombie.

Salvatore Corvaio

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