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Con l’accordo Usa-Iran fino a 212 euro in meno in bolletta: i dati di Unimpresa

ROMA (ITALPRESS) – La probabile firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che prevede la riapertura immediata e senza pedaggi dello Stretto di Hormuz, produrrebbe effetti positivi significativi e misurabili sull’economia italiana: dall’alleggerimento delle bollette domestiche al recupero dei margini industriali per le piccole e medie imprese, fino alla normalizzazione delle rotte logistiche che condizionano l’export manifatturiero. La chiusura dello Stretto — attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale via mare, il 28% del GPL globale e una quota rilevante delle esportazioni mondiali di gas naturale liquefatto — ha prodotto un’inversione brusca delle condizioni energetiche attese per il 2026.
Prima dell’escalation militare, le previsioni indicavano per le famiglie italiane un risparmio annuo complessivo di circa 212 euro su luce e gas rispetto al 2025: la bolletta del gas si sarebbe ridotta del 12%, quella dell’elettricità del 2%. Il conflitto ha azzerato quelle aspettative. Nel secondo trimestre 2026, si è registrato un aumento dell’8,1% sulla luce e un rincaro del gas superiore al 20% per i clienti in tutela, con il prezzo di aprile salito a 1,31 euro/Smc rispetto a 1,02 di gennaio. Il costo del conflitto per una famiglia tipo si stima nell’ordine di 500-1.000 euro annui in più rispetto allo scenario di pace. È la stima elaborata dal Centro Studi Unimpresa sulla base dei dati di mercato e delle analisi di istituti internazionali relativi all’impatto del conflitto e alla dinamica dei prezzi energetici.
“La firma del memorandum tra Washington e Teheran è una notizia attesa dall’economia reale, non solo dai mercati finanziari. Per le famiglie italiane significa il recupero di un potere d’acquisto eroso da mesi di rincari energetici. Per le imprese, soprattutto per le pmi, significa tornare a ragionare su costi certi, forniture prevedibili, margini difendibili. La stabilità energetica non è un tema tecnico: è una condizione di sopravvivenza per migliaia di aziende che non hanno le spalle abbastanza larghe per assorbire choc come quello che abbiamo vissuto. Detto questo, l’accordo preliminare non chiude il capitolo: servono 60 giorni di negoziato sul nucleare, e Teheran ha già avvertito che la sua sovranità sullo Stretto non è in discussione. Siamo di fronte a un segnale positivo, non a una soluzione” commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Secondo il Centro studi di Unimpresa, le reazioni dei mercati nelle fasi di distensione già documentate nel corso della crisi offrono un indicatore diretto della dimensione dei benefici attesi. Nelle settimane in cui si sono registrati progressi negoziali, il petrolio Brent è sceso sotto gli 86 dollari al barile — con cali superiori al 4% in singole sedute — e il gas TTF europeo ha ceduto fino al 6,5%, portandosi a 45 euro/MWh. La firma di un accordo convincente accelererebbe questa traiettoria.
L’effetto sui prezzi dei future potrebbe manifestarsi già prima che i flussi fisici si normalizzino, con un mese necessario per il ripristino dei transiti petroliferi e tre-sei mesi per i prodotti raffinati, la chimica e l’alluminio. Per le famiglie, il recupero della tendenza al ribasso dei prezzi energetici prevista a inizio 2026 consentirebbe di tornare verso quel risparmio di 212 euro annui che il conflitto ha cancellato.
In termini immediati: benzina meno cara, riscaldamento meno caro, costo della vita in frenata. L’impatto per le imprese italiane è strutturale su più piani. Primo, i costi energetici diretti: le pmi energivore — in particolare nei comparti acciaio, chimica, ceramica, vetro e carta — hanno assorbito rincari che hanno eroso margini già compressi da un ciclo di domanda debole. Il calo del gas all’ingrosso si trasferisce in tempi relativamente rapidi sui contratti indicizzati, riducendo la pressione sui costi di produzione.
Secondo, la logistica: la chiusura di Hormuz aveva prodotto un’impennata dei noli marittimi e dei premi assicurativi sui cargo, con surcharge energetiche incorporate nei contratti di trasporto. La normalizzazione delle rotte riduce questi sovraccosti, con benefici diretti per l’export manifatturiero italiano — che nel 2025 aveva comunque tenuto, crescendo del 3,3% nonostante la crisi di Gaza e i dazi, a conferma della centralità della stabilità delle rotte per l’economia nazionale. Terzo, le filiere agro-alimentari e la chimica: il costo dei fertilizzanti azotati è strettamente correlato al prezzo del gas.
La riapertura di Hormuz alleggerisce questa voce di spesa per l’agricoltura e per l’industria alimentare, comparto in cui l’Italia vanta posizioni esportatrici rilevanti. Quarto, la pianificazione degli investimenti: la crisi aveva già accorciato gli orizzonti decisionali delle imprese che operano su mercati esposti ai costi energetici. Un accordo stabile consente di riprendere a programmare su orizzonti più lunghi — condizione necessaria per tornare a investire in macchinari, capacità produttiva e internazionalizzazione. Sul piano macroeconomico, il ritorno alla libera circolazione nello Stretto di Hormuz consentirebbe di limitare gli effetti negativi sulla crescita italiana a meno 0,4 punti percentuali nel 2026 — contro scenari peggiori in caso di prolungamento del blocco. L’eurozona nel suo complesso vedrebbe l’impatto contenuto a meno 0,3 punti. Si tratta di cifre significative, ma gestibili, e ben diverse dalle stime che circolavano nelle fasi più acute della crisi, quando per l’Italia si ipotizzavano danni nell’ordine di 33 miliardi di euro — equivalenti a circa l’1,5% del PIL — con 200mila posti di lavoro a rischio nei settori energivori. Nello scenario di riapertura, secondo le elaborazioni del Centro Studi Unimpresa, il PIL italiano tornerebbe a gravitare verso la crescita prevista a inizio anno, nell’ordine dello 0,5-0,6% per il biennio 2026-2027.
Sul fronte dell’inflazione, l’effetto di secondo ordine — il trasferimento integrale dei rincari energetici sui prezzi finali al consumo — potrebbe non manifestarsi, con benefici anche per la politica monetaria della BCE, che si era trovata a valutare un possibile rialzo dei tassi nel secondo semestre. Occorre segnalare tre elementi che raccomandano prudenza nella lettura del quadro. Il primo è la natura preliminare dell’accordo: il memorandum apre una finestra di 60 giorni per i negoziati definitivi sul programma nucleare, obiettivo tutt’altro che acquisito. Il secondo è la questione della sovranità iraniana sullo Stretto: Teheran ha esplicitamente avvertito che, anche in caso di firma, la situazione non tornerà alle condizioni precedenti al conflitto, e che l’Iran intende continuare a esercitare la propria gestione del passaggio marittimo. Il terzo è il tempo di recupero fisico dei flussi: per i prodotti raffinati, i chimici e l’alluminio il ritorno alla normalità richiederà tre-sei mesi, con un percorso che non sarà lineare. Il premio di rischio geopolitico incorporato nei prezzi dell’energia non scomparirà con la firma. Si ridurrà: ed è già un risultato che l’economia italiana — esposta per struttura all’import energetico e per vocazione all’export manifatturiero — non si può permettere di sottovalutare.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).
Allarme caldo e caro-energia: la spesa per i condizionatori sale a 400 euro


© RaiNews
Finlandia, è pronto il primo deposito nucleare permanente: scorie sepolte nella roccia per 100 mila anni

A Eurajoki, nel Sud-Ovest della Finlandia, il progetto Onkalo è arrivato alla soglia che separa la fase sperimentale dall’avvio operativo vero e proprio. L’Autorità finlandese per la sicurezza nucleare (STUK) è attesa a breve con la valutazione finale che potrebbe autorizzare il primo deposito geologico profondo al mondo destinato allo smaltimento definitivo del combustibile nucleare esaurito. Non si tratta di un passaggio esclusivamente normativo, in quanto da questa decisione dipende l’ingresso in funzione di un’infrastruttura pensata per gestire il materiale più problematico dell’intero ciclo nucleare, quello che resta attivo su scale temporali incompatibili con qualsiasi ciclo industriale o politico.
Il sito è stato realizzato accanto alla centrale di Olkiluoto e si sviluppa fino a circa 430 metri di profondità all’interno di una formazione rocciosa antichissima, stimata in quasi due miliardi di anni. La scelta del contesto geologico è il punto di partenza dell’intero progetto: una massa rocciosa stabile, poco permeabile, considerata adatta a garantire isolamento fisico nel lunghissimo periodo. La costruzione è affidata alla società Posiva e ha richiesto oltre vent’anni di lavori, con un investimento complessivo vicino al miliardo di euro.
Una logica ingegneristica costruita sul tempo lungo
Il funzionamento del deposito segue una sequenza operativa rigidamente controllata: il combustibile esaurito, dopo il raffreddamento iniziale nelle piscine delle centrali, viene trasferito in un impianto di incapsulamento dove è inserito in contenitori di rame progettati per resistere alla corrosione. Da lì inizia la fase sotterranea: i contenitori vengono calati nei tunnel del deposito e collocati in cavità perforate nella roccia, quindi circondati da bentonite, un’argilla che ha la funzione di sigillare lo spazio e rallentare qualsiasi possibile movimento dell’acqua.
Una volta completata la deposizione, le gallerie vengono chiuse con tappi in cemento armato e il sistema viene progressivamente disattivato. Il principio è quello delle barriere multiple: una combinazione di contenimento ingegnerizzato e isolamento geologico che dovrebbe lavorare in parallelo per ridurre al minimo la possibilità di dispersione radioattiva.
Il punto critico non è tanto la singola tecnologia quanto la somma delle sue componenti nel tempo: il progetto si muove su una scala di 100.000 anni, un orizzonte che esce completamente dalla logica delle infrastrutture moderne e che rende il deposito un caso raro anche nella pianificazione energetica globale.
Il tema della sicurezza su scale temporali estreme
La valutazione di STUK si concentra su un insieme di scenari che vanno ben oltre le condizioni operative attuali. Le analisi includono la corrosione dei contenitori in rame, possibili movimenti geologici, variazioni del livello delle acque sotterranee e gli effetti di cicli glaciali futuri. Si tratta di simulazioni che devono tenere insieme variabili fisiche note e incertezze inevitabili legate a tempi così estesi.
Nel quadro tecnico elaborato negli anni, il comportamento della bentonite e la stabilità della roccia sono considerati elementi essenziali per mantenere l’integrità del sistema e anche in presenza di fenomeni esterni, la combinazione tra barriera naturale e barriere artificiali dovrebbe limitare la migrazione delle particelle radioattive. Le valutazioni finlandesi hanno finora ritenuto il progetto compatibile con gli standard nazionali di sicurezza, pur riconoscendo che la questione del rischio su scale plurimillenarie resta per definizione non riducibile a zero.
Posiva ha già completato gran parte dei test operativi, utilizzando anche combustibile simulato per verificare l’intero ciclo di movimentazione e deposito. L’obiettivo operativo indicato è l’avvio tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, subordinato all’ok definitivo dell’autorità di controllo.
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Un modello osservato a livello internazionale
Il caso finlandese ha una portata che va oltre la dimensione nazionale: la gestione delle scorie nucleari è uno dei nodi irrisolti dei programmi atomici civili e tutti i principali Paesi dotati di reattori stanno lavorando da anni a soluzioni di deposito geologico profondo senza però arrivare a una piena operatività. Francia, Svezia, Canada e Stati Uniti hanno sviluppato programmi avanzati, ma nessuno ha ancora attivato un impianto commerciale di questo tipo.
In Finlandia il progetto ha trovato una stabilità politica relativamente rara in questo settore, anche grazie a un sistema regolatorio centralizzato e a un rapporto consolidato tra istituzioni e autorità di sicurezza. Altrove, la localizzazione dei depositi ha spesso generato conflitti politici e opposizioni territoriali, rallentando o bloccando i progetti.
Onkalo si inserisce quindi in un punto di intersezione tra ingegneria, politica energetica e gestione del rischio intergenerazionale. Non è solo un’infrastruttura per il combustibile esaurito finlandese, ma un modello osservato da governi e industrie per verificare se sia possibile trasformare un problema rimasto aperto fin dall’inizio dell’era nucleare in una soluzione strutturale, affidata non alla gestione continua ma alla stabilizzazione nel lungo periodo.
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Come lo Stato vuole assicurare la transizione energetica italiana con 23 miliardi per le rinnovabili
Umidità killer e ondate di calore, l’Asia meridionale soffre. E ci mancava solo lo Stretto di Hormuz…

Per gran parte dell’Asia meridionale, dal punto di vista climatico questo è probabilmente il periodo peggiore dell’anno. Le temperature raggiungono infatti il picco prima che l’arrivo del monsone provveda a rinfrescare il clima. Da una manciata di anni la situazione è però letteralmente fuori controllo. Lo scorso aprile, un’ondata di caldo intenso e prolungato si è abbattuta su India e Pakistan. Il termometro ha sfondato i 46°C in molte località, con valori superiori di 5-8°C rispetto alla media stagionale. Nuova Delhi sta ancora fronteggiando un’estate torrida con effetti drammatici.
Secondo le stime della rivista Frontiers in Environmental Health, cinque giorni di caldo particolarmente asfissiante avrebbero provocato quasi 30.000 decessi in eccesso rispetto alla media. Detto altrimenti, una sola giornata di caldo estremo in India potrebbe costare la vita a circa 3.400 persone. All’ombra del Taj Mahal, le stime ufficiali dei decessi causati dalle ondate di calore oscillano tra le 500 e le 1.500 unità all’anno, anche se gli esperti avvertono che si tratta di una cifra ampiamente sottostimata, in parte per via della mancanza di un sistema di monitoraggio uniforme e in parte per la mancata considerazione degli impatti indiretti (come l’aggravamento di patologie preesistenti).

L’Asia meridionale alle prese con il caldo estremo
L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm) ha fatto sapere che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. Ha anche avvisato del fatto che simili ondate di calore stanno, non solo diventando più frequenti, ma anche più lunghe e intense a causa dei cambiamenti climatici in corso.
Come ha spiegato il quotidiano bengalese The Daily Star, uno dei motivi per cui la situazione quest’anno è stata così grave è coinciso con la persistenza di sistemi meteorologici di alta pressione. Cosa significa? Che quando questi sistemi rimangono stazionari aumentano la probabilità di ondate di calore, limitando la formazione di nuvole e riducendo le possibilità di piogge rinfrescanti. L’aria calda rimane intrappolata vicino alla superficie e le temperature possono aumentare per molti giorni consecutivi.
Si innesca così un effetto domino perverso: con meno pioggia, aumenta la temperatura al livello del suolo, il terreno si secca e cresce anche l’umidità. Le grandi metropoli si trasformano in vere e proprie trappole di calore, visto che il cemento e l’asfalto assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente durante la notte, aumentando i rischi per la salute delle persone che non hanno accesso a sistemi di raffreddamento.
Attenzione però, perché i gradi Celsius sono solo una parte della minaccia. Quella ancora più letale chiama in causa l’umidità, la stessa che caratterizza svariate zone dell’India e del Pakistan.

Lo shock energetico e le trappole di calore
Una soluzione, almeno parziale, al caldo estremo ci sarebbe: l’aria condizionata. Peccato che questo strumento, una comune fonte di sollievo dalle temperature torride e dall’umidità soffocante, sia diventato limitato o addirittura inaccessibile. Colpa della guerra in Iran e delle conseguente del conflitto in Medio Oriente. L’Asia meridionale dipende fortemente dalle importazioni di petrolio e gas dalla regione e i locali Paesi a basso e medio reddito sono vulnerabili agli shock energetici e alle interruzioni delle forniture.
Nel frattempo, tornando in India, epicentro del fenomeno che stiamo raccontando, uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) ha rilevato che la capacità di Delhi di raffreddarsi durante la notte è diminuita del 9% nel corso dell’ultimo decennio. Il motivo? In gran parte a causa della riduzione della copertura verde e dell’espansione urbana. Per la cronaca, il centro città si raffredda di 3,8 °C in meno rispetto alle aree miste rurali e urbane.
Un altro importante studio del 2024, condotto dall’Iit Bhubaneshwar, ha invece constatao che l’urbanizzazione è responsabile del 60% dell’aumento del riscaldamento nelle metropoli indiane, mentre il cambiamento climatico, causato principalmente dai combustibili fossili, contribuisce per il restante 40%: un vero e proprio mix letale.

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Gli Usa ai minimi, ma la crisi energetica travolge le scorte di petrolio in tutto il mondo

Il sistema energetico globale si sta avvicinando a una soglia critica. Al centro di questo pericoloso percorso c’è il ruolo delle scorte di petrolio, cioè le quantità di greggio già estratto e immagazzinato, sia in depositi commerciali sia in riserve strategiche governative che funzionano come “cuscinetto” contro shock improvvisi dell’offerta. Secondo i dati citati di JPMorgan, le scorte globali sarebbero infatti in forte riduzione: da circa 8,4 miliardi di barili a inizio anno a una proiezione di circa 7,5 miliardi entro fine luglio, un livello vicino ai minimi operativi, ovvero la quantità sotto la quale il sistema fatica fisicamente a garantire flussi stabili tra produzione, trasporto e raffinazione.
Questo concetto di “limite operativo” è cruciale: non coincide con lo zero, ma rappresenta il livello minimo necessario per far funzionare senza interruzioni la complessa catena logistica del petrolio (oleodotti, petroliere, raffinerie), e scendere sotto tale soglia aumenta fortemente la volatilità dei prezzi e il rischio di carenze. In parallelo, il contesto geopolitico, in particolare le tensioni in Medio Oriente e il ruolo del passaggio strategico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale, amplifica il rischio di shock sull’offerta, rendendo le scorte ancora più determinanti per la stabilità dei mercati. Le riserve strategiche di petrolio (Strategic Petroleum Reserves, SPR) sono infatti stock pubblici creati per essere utilizzati in emergenza proprio per compensare improvvisi cali di offerta e stabilizzare i prezzi; ma il loro utilizzo intensivo negli ultimi anni, anche per gestire inflazione e crisi geopolitiche, ha ridotto progressivamente il margine di sicurezza.
A rafforzare questo quadro già teso si aggiungono evidenze molto recenti sul lato statunitense, che rappresenta oggi il vero baricentro di stabilizzazione del sistema petrolifero globale. I dati mostrano infatti un drenaggio accelerato delle scorte USA: gli stock complessivi di greggio e prodotti petroliferi sono scesi di circa 10,6 milioni di barili in una sola settimana, raggiungendo 1,57 miliardi di barili, il livello più basso dal 2004.
Ancora più rilevante è il crollo delle sole scorte di greggio (commerciali e governative), diminuite di 15,9 milioni di barili, tra i cali settimanali più ampi mai registrati. Questo svuotamento è direttamente collegato all’aumento straordinario delle esportazioni verso Europa e Asia, in un contesto in cui i mercati globali cercano di compensare la perdita o l’instabilità delle forniture mediorientali. Il risultato è che i flussi in uscita dagli Stati Uniti sono passati da circa 3 milioni di barili al giorno prima del conflitto con l’Iran a circa 13,6 milioni di barili al giorno, uno dei livelli più alti mai osservati. Anche le riserve strategiche statunitensi risultano in calo significativo: si sono ridotte di altri 7,9 milioni di barili nell’ultima settimana e complessivamente di circa 58 milioni dall’inizio del conflitto, scendendo a circa 357 milioni di barili. Fa “peggio” il Giappone, le cui scorte commerciali di greggio hanno registrato un crollo improvviso e molto accentuato fino a circa 275 milioni di barili, segnando nuovi minimi storici.



Nonostante però il ruolo giocato dagli USA, il direttore dell’IEA, Fatih Birol, aveva già dichiarato ad aprile che l’organizzazione sarebbe stata pronta a rilasciare ulteriori volumi di petrolio dalle riserve strategiche pur sottolineando che si tratterebbe di una misura auspicabilmente evitabile. Questo intervento si inserisce dopo la decisione già storica presa a marzo 2026 dai 32 Paesi membri di liberare circa 400 milioni di barili, il più grande rilascio coordinato mai effettuato, con gli Stati Uniti in prima linea attraverso una quota di 172 milioni di barili dalla propria Strategic Petroleum Reserve. Tuttavia, lo stesso Birol chiarisce un punto cruciale per comprendere i limiti dello strumento: queste immissioni non rappresentano una soluzione strutturale alla crisi, ma solo un modo per “ridurre il dolore” causato dalla perdita di offerta, soprattutto in un contesto in cui oltre 80 infrastrutture energetiche (tra impianti di produzione, terminal e raffinerie) sono state danneggiate e il transito nello Stretto di Hormuz resta fortemente compromesso. In altre parole, le riserve strategiche funzionano come un meccanismo temporaneo di stabilizzazione, in grado di guadagnare tempo e limitare la volatilità dei prezzi, ma non possono compensare a lungo un deficit fisico di produzione su larga scala.
In aggiunta, va ricordato che la disponibilità di petrolio non è sufficiente se non esiste una capacità adeguata di trasformarlo in prodotti utilizzabili. Il sistema energetico globale non dipende infatti solo dall’estrazione di greggio, ma soprattutto dalla raffinazione, cioè dal processo industriale che converte il petrolio in carburanti e derivati fondamentali come benzina, diesel, jet fuel, GPL, nafta e prodotti petrolchimici. L’immagine seguente mostra una mappa delle principali raffinerie mondiali nel 2026 ed evidenzia chiaramente come questa capacità sia concentrata in pochi hub geografici ad altissima intensità industriale, tra cui India (con il complesso di Jamnagar da oltre 1,2 milioni di barili/giorno), Corea del Sud (con siti come Ulsan e Yeosu sopra i 600–800 mila barili/giorno), Stati Uniti (hub texani), Medio Oriente e grandi poli logistici come Singapore.

Queste strutture non rappresentano semplicemente asset produttivi, ma veri e propri “chokepoint” strategici, cioè nodi critici della catena energetica globale, la cui interruzione o saturazione può avere effetti immediati sull’offerta reale di carburanti, indipendentemente dalla disponibilità di crude oil. In un contesto di scorte in calo e tensioni geopolitiche, questo implica che la sicurezza energetica non si misura più solo in barili disponibili, ma nella capacità integrata dell’intero sistema: estrazione, trasporto e soprattutto trasformazione; asset che, a differenza del rapporto domanda/offerta, non sono ancora “prezzati” completamente negli attuali prezzi di mercato del petrolio.
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IA e settore elettrico: la sfida di un sistema energetico resiliente e sostenibile

L’intelligenza artificiale è una questione di elettricità. Di molta energia, di interconnessioni, di nodi strategici: senza elettricità non c’è transizione energetica, non c’è stabilità di rete, non c’è algoritmo o machine learning che regga. La sfida dell’intelligenza artificiale sarà anche una partita di sviluppo di reti, interconnessioni, strutture che potranno far correre gli algoritmi di domani e la loro resilienza. Ma parimenti, la sfida dello sviluppo dell’IA può tornare benefica anche allo stesso settore energetico, introducendo le nuove tecnologie computazionali nel quadro del sistema di generazione e distribuzione, aumentandone l’efficienza, garantendone la stabilità, rafforzandone la tenuta. Un rapporto di mutua dipendenza che ha come obiettivo un circolo virtuoso: algoritmi sempre migliori per un sistema elettrico sempre più stabile capace di permettere a data center e strutture simili di diffondersi e prosperare.
Sono molte le modalità con cui l’intelligenza artificiale può impattare positivamente sul settore elettrico. Innanzitutto, reti complesse e con una capacità di generazione sempre più dipendenti da fonti rinnovabili non programmabili come eolico e solare hanno bisogno di tecnologie più flessibili per permettere di governare a monte i picchi di domanda e offerta e gestire le fluttuazioni. Un sistema di monitoraggio con algoritmi di intelligenza artificiale può raccogliere dati da molti sensori, analizzare le previsioni del clima e sovrintendere allo stato della rete per poter ottimizzare le previsioni sul possibile flusso di domanda. Parimenti, algoritmi di manutenzione predittiva e monitoraggio possono aiutare a isolare i guasti in settori delle reti, ottimizzando efficienza nelle riparazioni e costi.
Dalle “Smart Grids” regionalizzate su un singolo sistema connesso alla stessa rete energetica, flessibili e digitalizzate, si può in prospettiva pensare a un sistema sempre più fluido, una “rete di reti” in cui operatori capaci di gestire la decentralizzazione della generazione e di prevedere la distribuzione potranno, tramite l’intelligenza artificiale, ottimizzare robustezza, resilienza e sicurezza delle infrastrutture e prevedere con maggior precisione i flussi. Le tecnologie di intelligenza artificiale e la loro applicazione presuppongono un elevato livello di articolazione nella digitalizzazione delle reti e della loro capacità di monitoraggio che impone la presenza di player tecnologico-industriali rodati per svilupparli e governarli.
Tra le aziende attive nel settore si segnala CESI, multinazionale italiana basata a Milano e partecipata da Enel e Terna, da decenni all’avanguardia nella consulenza sui grandi progetti di sviluppo delle connessioni energetiche e per la digitalizzazione delle reti, che sfruttando la sua esperienza è tra i pionieri dell’applicazione dell’IA al settore elettrico. CESI offre una conoscenza strutturata della rete, delle sue dinamiche e dei suoi componenti, che CESI testa per situazioni ad alto stress presso i suoi KEMA Labs tra Milano e Arnhem. L’IA non è solo una tecnologia, ma si inserisce in un ecosistema tecnologico e industriale. E così è il mondo dell’energia elettrica: una sfera complessa con una sua coerenza interna che va esplorata a trecentosessanta gradi. E CESI ha sotto controllo l’intera filiera dei processi necessari ad applicare la conoscenza dell’IA in ambito energetico: conosce prestazioni, affidabilità e comportamento dei dispositivi, sensori, reti; applica tecnologie avanzate di connessione e comunicazione alla sensoristica di rete per aumentare la qualità, la continuità e e la capacità del flusso dati e della trasmissione; sviluppa modelli digitali e, dove applicabile, gemelli digitali delle infrastrutture e le monitora per capire dove e come si verificano i guasti; integra la cybersicurezza industriale in maniera rigorosa negli impianti e sui sistemi gestiti. L’IA, in un ecosistema simile, entra con coerenza come strumento abilitante di nuova efficienza, non come realtà avulsa o novità estemporanea. L’obiettivo di un sistema energetico più decarbonizzato, sostenibile ed efficiente passa anche attraverso l’ingresso controllato e governato dei nuovi paradigmi tecnologici, non come realtà calate dall’alto ma come parti di un’orchestra più ampia e che deve suonare all’unisono. La sfida di CESI passa anche attraverso la ricerca di questa coerenza sistemica.
“L’IA crea valore autentico quando mette al centro il potenziamento delle persone e si fonda su dati affidabili. Innestata in una chiara visione industriale, questa tecnologia diventa il motore di un’energia efficiente, resiliente e sostenibile” afferma Daniele Daminelli, Shared Services Director in CESI. Così facendo il circolo virtuoso IA-elettricità potrà continuare: più elettricità prodotta in maniera sostenibile sul piano economico e ambientale renderà possibile una maggiore capacità di calcolo e l’impiego di algoritmi sempre più avanzanti, che potranno migliorare l’analisi, monitoraggio e comprensione delle reti stesse. In un connubio decisivo per l’intero ecosistema dell’innovazione.
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Il futuro della politica energetica europea: tra sicurezza e sostenibilità
Di fronte alla crisi energetica causata dal blocco dello stretto di Hormuz, l’Europa si trova a un bivio macroeconomico: da un lato, il Green Deal viene spesso criticato da alcuni attori politici e industriali che lo vedono come un ostacolo alla competitività immediata e un vincolo burocratico rigido in tempi di emergenza. Dall’altro, i recenti piani di emergenza, come l’AccelerateEU, suggeriscono che la decarbonizzazione sia l’unica vera via d’uscita strutturale dalla dipendenza da fornitori stabili.
Come si può valutare il rischio che le risposte di breve termine alla crisi di Hormuz finiscano per declassare la dimensione della sostenibilità ambientale all’interno del trilemma dell’energia?
Il trilemma energetico del World Energy Council – sostenibilità ambientale, sicurezza energetica e accessibilità economica – non è una gerarchia statica ma un equilibrio dinamico che va misurato e ricalibrato continuamente. Le guerre hanno compresso la sicurezza, che si è riversata a cascata sull’economicità, rischiando di declassare la sostenibilità. Ma sarebbe una scelta sbagliata: anche l’impatto antropico sul clima ha conseguenze gravi sui sistemi economici. La questione, quindi, non è se decarbonizzare, ma con quali tempi e strumenti. I Paesi europei sono diversi per conformazione e mix energetici, ma li accomuna la scarsità di risorse e la conseguente dipendenza dall’estero. La risposta non può che essere un mix plurale: rinnovabili in senso ampio – non solo fotovoltaico ed eolico, ma anche idroelettrico e geotermico, quest’ultimo con potenzialità ancora inespresse in Italia – e nucleare, fonte alla quale abbiamo rinunciato erroneamente, nonostante una tradizione tutta italiana che parte da Enrico Fermi. Nel frattempo, per stabilizzare l’intermittenza delle rinnovabili classiche, il gas rimane necessario, lavorando per ridurne le emissioni attraverso la cattura e il riuso, o producendolo da scarti biologici nei principi dell’economia circolare. Vanno inoltre potenziati reti e sistemi di accumulo, con attenzione alla sicurezza cyber. Insomma: pluralità di fonti e fornitori, investimenti in ricerca e nessun pregiudizio ideologico – questa è la strada per coniugare decarbonizzazione e sicurezza.
La spinta verso la decarbonizzazione accelera la penetrazione di fonti rinnovabili variabili (eolico e fotovoltaico), ma la crisi attuale dimostra che l’indipendenza energetica non si ottiene solo installando nuova capacità generativa, bensì garantendo la resilienza e la stabilità del sistema in assenza di fonti fossili di back-up.
Per evitare che la transizione si areni davanti ai limiti strutturali del sistema-rete, quali modelli di mercato e meccanismi di incentivo si ritengono prioritari per accelerare gli investimenti in infrastrutture di accumulo? In che modo l’Unione Europea dovrebbe bilanciare lo sviluppo di impianti rinnovabili non intermittenti (ad esempio, biomasse sostenibili o idroelettrico) con il dispiegamento massiccio di sistemi di accumulo, al fine di garantire un carico di base carbon-neutral e resiliente agli shock geopolitici?
Qui si tocca un nervo scoperto della transizione. Innanzitutto bisogna installare più rinnovabili, ma lo scoglio spesso si incontra a livello regionale, dove la cultura NIMBY impedisce un’adeguata infrastrutturazione del sistema energetico. In secondo luogo, installare capacità rinnovabile è necessario ma non è sufficiente: la penetrazione massiva di fonti variabili richiede un sistema-rete profondamente ripensato, diverso da quello di anni fa, che punti soprattutto su solidità, capillarità e flessibilità. Il WEC Issues Monitor 2026 indica le infrastrutture di trasmissione come prima priorità d’azione per gli operatori del settore a livello globale, ed è un segnale che non dovrebbe essere ignorato dai policy maker europei. Sul piano dei meccanismi di incentivo, il dibattito internazionale converge su alcune direttrici principali. I contratti per differenza applicati allo storage stanno guadagnando attenzione come strumento capace di remunerare non solo la capacità installata ma il servizio di flessibilità erogato alla rete, riducendo il rischio per gli investitori su orizzonti temporali lunghi. Parallelamente, molti sistemi regolatori stanno ripensando la gestione delle congestioni di rete, con un ruolo più attivo degli operatori di sistema nell’aggregare risorse distribuite. Sul fronte delle fonti, cresce il riconoscimento del ruolo che le rinnovabili non intermittenti – idroelettrico con pompaggio, biomasse sostenibili, geotermia – possono svolgere come baseload carbon-neutral all’interno dei piani nazionali di adeguatezza, a complemento del fotovoltaico e dell’eolico che, per loro natura, coprono la variabilità della domanda ma non ne garantiscono la continuità e portano con loro dipendenze di altro tipo. In prospettiva, come detto prima, il nucleare può servire proprio a questo.
Spesso, in seguito a uno shock energetico, i prezzi aumentano molto rapidamente. L’esempio più evidente è quello dei carburanti alle stazioni di servizio: basta un rialzo del prezzo del petrolio o una crisi internazionale perché i listini salgano quasi immediatamente. Al contrario, quando la tensione si attenua, anche solo parzialmente, i prezzi tendono a diminuire con maggiore lentezza.
Come si spiega questo fenomeno? Si tratta davvero di semplice “speculazione”, come spesso sostengono i media, oppure esistono ragioni economiche e strutturali più complesse che ne giustificano il comportamento?
La spiegazione più immediata – la speculazione – è anche la più comoda per una certa politica ma la meno accurata. L’asimmetria nella trasmissione dei prezzi ha ragioni economiche e strutturali molto concrete. Dal lato dell’offerta, le raffinerie e i distributori gestiscono scorte acquistate a prezzi precedenti e tendono ad aggiornare i listini al rialzo con tempistiche più rapide – anche per ragioni di risk management – rispetto alle revisioni al ribasso. In mezzo, la distribuzione, è sostanzialmente price taker e non price maker rispetto ai mercati internazionali, e anzi deve sforzarsi di tenersi bassa per rimanere competitiva nel mercato. Dal lato della domanda, i carburanti sono beni con elasticità molto bassa nel breve termine: famiglie e imprese non possono ridurre rapidamente i propri consumi di mobilità e trasporto, indipendentemente dal prezzo. Questo riduce fisiologicamente la pressione al ribasso sui listini nelle fasi di allentamento delle tensioni. A ciò si aggiunge la complessità della catena di approvvigionamento – raffinazione, logistica, distribuzione – che introduce ritardi strutturali nella trasmissione delle variazioni di prezzo in entrambe le direzioni, con tempistiche che non sono sempre simmetriche. È un fenomeno internazionale ben documentato in letteratura economica, che richiede strumenti adeguati di trasparenza e monitoraggio dei mercati più che letture semplificate, e che autorità come ARERA o l’Antitrust presidiano regolarmente, con particolari attenzioni nel caso delle recenti crisi.
Una delle notizie più recenti riguarda l’annuncio del Governo italiano di una legge delega, attesa entro l’estate, per completare il quadro giuridico necessario al ritorno dell’energia nucleare in Italia. Già quasi due mesi fa, inoltre, la Commissione Europea aveva presentato un’iniziativa per favorire lo sviluppo degli Small Modular Reactors (SMR). Alla luce di questi sviluppi, è possibile che la crisi energetica innescata dalle tensioni nello Stretto di Hormuz possa accelerare ulteriormente il ritorno del nucleare in Europa, e in particolare in Italia, dopo l’abbandono definitivo sancito dal referendum del 2011?
La Presidente Von der Leyen ha riconosciuto l’abbandono dell’energia nucleare come un grave errore strategico per l’Europa. La crisi di Hormuz ha funzionato da acceleratore politico per un dibattito che era già in corso. Il nucleare – e in particolare gli SMR – era già tornato nell’agenda energetica europea prima delle tensioni nello Stretto. La tassonomia UE, il European Nuclear Industry Forum, le iniziative della Commissione sugli Small Modular Reactors sono segnali di un riorientamento che precede l’emergenza e che l’emergenza ora rafforza. In Italia, il percorso è più lungo per ragioni che vanno oltre la tecnica, ma riguardano più la pancia: il referendum del 2011 ha lasciato una cicatrice politica profonda, e qualsiasi legge delega deve fare i conti con la necessità di ricostruire consenso pubblico attorno a una tecnologia che gran parte dell’opinione pubblica associa ancora a fake news e ai reattori di vecchia generazione degli anni Ottanta, pure se sicuri e pienamente funzionanti nel resto d’Europa, e dai quali noi italiani continuiamo a comprare energia. Gli SMR di nuova generazione sono invece una tecnologia profondamente diversa – per scala, sicurezza, flessibilità di deployment – e la comunicazione pubblica su questo punto pare abbia raggiunto una certa maturità. Ciò detto, ritengo che la finestra politica sia ora aperta come non lo era stata da decenni. L’urgenza della sicurezza degli approvvigionamenti, la crescita della domanda elettrica legata alla digitalizzazione e all’elettrificazione dei consumi, e la necessità di disporre di baseload decarbonizzata rendono il nucleare non più una scelta ideologica ma una variabile tecnica da valutare con pragmatismo. WEC Italia seguirà questo percorso – insieme agli altri – con la stessa metodologia con cui affrontiamo il trilemma: senza preclusioni ideologiche, con rigore analitico e attenzione alle condizioni specifiche del contesto italiano.
RINNOVABILI, GOVERNO SBLOCCA AUTORIZZAZIONI PER 14 IMPIANTI E 530MW DI ENERGIA
Il Consiglio dei ministri del 4 giugno ha sbloccato le autorizzazioni per 14 impianti di rinnovabili in Puglia, Basilicata, Lazio e Sardegna, per 530 megawatt complessivi, bloccati da pareri discordanti fra il ministero dell’Ambiente e le Soprintendenze del ministero della Cultura. Sette impianti – riporta Ansa – sono in Puglia: parco fotovoltaico “Apricena 02” da 25,67 Megawatt, con annesso impianto di accumulo energetico della potenza di 50 Mw nei comuni di Apricena (Foggia), e San Paolo di Civitate (Foggia); impianto agrivoltaico “Deliceto Hv” da 63,78 MWp, nei comuni di Bovino (Foggia), Castelluccio dei Sauri (Foggia) e Deliceto (Foggia); parco eolico “Borgo Fonte Rosa 2”, da 10 aerogeneratori e 47 Mw, nel comune di Manfredonia (Foggia); parco eolico da 10 aerogeneratori e potenza complessiva di 60 Mw, nei comuni di Cerignola (Foggia) e Ascoli Satriano (Foggia); impianto agrivoltaico da 28,1 Mw nel comune di Manfredonia (Foggia), in località “Borgo Fonte Rosa” e “Macchia Rotonda”; impianto agro-fotovoltaico “Cer01” da 44,715 Mw, nel comune di Cerignola (Foggia); impianto agrivoltaico “Asc05” da 55,40 Mw nei comuni di Ascoli Satriano (Foggia), Cerignola (Foggia) e Melfi (Potenza), in località Perillo-Posta Carrera-Gubito. Un impianto fotovoltaico è fra le regioni Puglia e Basilicata, nel comune di Spinazzola (Barletta Andria Trani), da collegare alla stazione elettrica di smistamento nel comune di Genzano di Lucania (Potenza). Tre impianti sono nel Lazio: impianto agrivoltaico da 25,3 Mw in Roma Capitale; impianto agrivoltaico “Ardea 26” da 14,032 Mw nel Comune di Ardea (Roma), in località “La Fossa”; impianto eolico “Parco Eolico Energia Viterbo”, da 13 aerogeneratori e potenza complessiva di 78 Mw, nei comuni di Montefiascone (Viterbo) e Viterbo. Gli ultimi 3 impianti riguardano la Sardegna: impianto eolico “Boreas” da 60 Mw, nei comuni di Jerzu (Nuoro) e Ulassai (Nuoro); mpianto fotovoltaico “Cacip_25” nel comune di Uta (Cagliari), in località Macchiareddu; impianto agrivoltaico solare “Serramanna 2” da 27,1362 Mw, nel comune di Serramanna (Sud Sardegna).
(Foto di repertorio)
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