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Usa o Cina, Washington vuole scelte nette sull’AI. Messaggio anche per Roma

Gli Stati Uniti si preparano a dire a decine di Paesi partner che la competizione sull’intelligenza artificiale con la Cina potrebbe lasciare sempre meno spazio a chi cerca di tenere un piede in entrambi i campi.

Secondo una bozza interna del dipartimento di Stato visionata da Reuters, Washington intende avvertire i Paesi allineati alle sue iniziative sull’AI che la partecipazione a framework concorrenti guidati dalla Cina potrebbe comportarne l’esclusione dalla coalizione americana. Il documento è indirizzato ai 35 firmatari del Joint Statement on AI Opportunity, gruppo che comprende membri di Pax Silica e altri Paesi che hanno espresso l’intenzione di allineare la cooperazione sull’intelligenza artificiale con Washington. Tra questi c’è anche l’Italia.

“Essere parte di tutto significa non essere parte di nulla”, si legge nella bozza. L’adesione alla dichiarazione di Pax Silica, aggiunge il documento, “non è semplicemente un’iscrizione, ma un impegno”.

Il testo potrebbe ancora essere modificato e Reuters non è stata in grado di stabilire quando verrà inviato. La direzione politica, tuttavia, appare difficile da ignorare. Washington sembra passare dalla costruzione di un ecosistema tecnologico concorrente a quello cinese alla definizione delle condizioni necessarie per farne parte.

Al centro della questione c’è il Kazakhstan. Washington aveva accolto con favore il suo ingresso in Pax Silica a giugno, anche per le significative riserve di minerali critici del Paese. Astana ha però successivamente aderito anche alla World Artificial Intelligence Cooperation Organization lanciata a luglio dal presidente cinese Xi Jinping.

Il Kazakhstan è finora l’unico Paese noto ad aver aderito a entrambe le iniziative. Per Washington sembra così essere diventato il primo test di una questione molto più ampia: un Paese può essere considerato un partner affidabile all’interno di un ecosistema tecnologico e, contemporaneamente, partecipare a un’iniziativa concepita per promuoverne uno concorrente? La risposta che emerge dal dipartimento di Stato è sempre più vicina a un “no”.

Il punto conta perché Pax Silica va ben oltre i modelli di intelligenza artificiale. Lanciata da Washington lo scorso anno, l’iniziativa lega semiconduttori, minerali critici, AI, investimenti e sicurezza delle catene di approvvigionamento. Alla base c’è l’idea che la sovranità tecnologica non richieda a ogni Paese di replicare sul proprio territorio l’intero stack dell’intelligenza artificiale. I partner considerati affidabili possono invece contribuire con capacità complementari a un’architettura comune.

La Cina sta sviluppando una proposta alternativa. Alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, a luglio, Pechino ha lanciato la World AI Cooperation Organization, sostenuta da 29 Paesi, insieme a un’offerta costruita attorno a tecnologie open-weight, capacity-building, standard tecnici e accesso per le economie in via di sviluppo.

La competizione, quindi, si sta spostando oltre la corsa a chi produce il modello più avanzato. Riguarda sempre più chi riuscirà a definire le reti attraverso cui circolano capacità di calcolo, minerali, semiconduttori, standard, investimenti e sistemi di intelligenza artificiale.

E queste reti si fondano sulla fiducia. Le implicazioni erano già visibili prima che emergesse l’ultima bozza americana. Interpellata da Decode39 sul progressivo restringimento dello spazio per l’ambiguità nella governance dell’AI, Zineb Riboua, Research Fellow dell’Hudson Institute, aveva sostenuto che il margine che i governi ritenevano di conservare tra gli ecosistemi americano e cinese fosse in larga misura illusorio. “Lo spazio che i governi credono di avere è un’illusione sostenuta dall’intervallo tra l’acquisto e le sue conseguenze, e quell’intervallo si sta chiudendo”, aveva spiegato.

Il suo ragionamento era che decisioni apparentemente commerciali o tecniche finiscano per condizionare le scelte strategiche quando le tecnologie vengono integrate nelle infrastrutture, nelle regole per gli appalti e nelle istituzioni. I framework di governance possono rivelarsi persino più duraturi di un vantaggio temporaneo nella capacità di calcolo, perché stabiliscono come i sistemi interagiscono, come vengono valutati i modelli e secondo quali criteri le amministrazioni pubbliche acquistano e utilizzano tecnologie.

La bozza riportata da Reuters suggerisce che Washington possa ora prepararsi a trasformare questa logica strategica in un requisito diplomatico più esplicito.

Per l’Italia, la distinzione conta. Roma non deve più decidere a quale architettura aderire. Il 30 luglio l’Italia è entrata formalmente in Pax Silica, dopo aver già firmato il Joint Statement on AI Opportunity. La decisione si affianca alla partecipazione italiana alla Call to Action for 6G Leadership and Security guidata dagli Stati Uniti, all’impegno con Washington sui minerali critici e al dialogo bilaterale sulle Trusted Technologies.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha descritto l’adesione a Pax Silica come la conferma della “volontà politica di lavorare con gli Stati Uniti e con gli altri partner” sullo sviluppo delle tecnologie produttive, rafforzando al tempo stesso la sicurezza e “l’unità dell’Occidente”.

La direzione strategica è dunque relativamente chiara. Più complessa è la questione dell’implementazione. Il tema era già emerso dopo la presenza dell’Agenzia per l’Italia Digitale, AgID, alla World Artificial Intelligence Conference di Shanghai, poco dopo l’adesione di Roma al Joint Statement on AI Opportunity promosso dagli Stati Uniti. L’episodio non ha impedito il successivo ingresso dell’Italia in Pax Silica. Il messaggio che arriva ora da Washington suggerisce però che ambiguità simili potrebbero diventare più difficili da sostenere con il consolidarsi delle due architetture dell’AI.

La distinzione resta importante. Partecipare alla conferenza di Shanghai non equivale ad aderire alla nuova organizzazione cinese e l’Italia non si trova nella posizione del Kazakhstan. Ma la direzione della politica americana conta proprio perché potrebbe progressivamente aumentare il peso politico di interazioni che i governi hanno finora considerato tecniche, commerciali o parte della normale attività istituzionale.

Martijn Rasser, vicepresident for Tech Leadership dello Special Competitive Studies Project, aveva già indicato nell’implementazione la prossima sfida al momento dell’ingresso dell’Italia in Pax Silica. “Il test sarà capire se i suoi membri riusciranno a tradurre l’allineamento politico in un’azione coordinata”, aveva spiegato a Decode39, sostenendo che l’Italia si stesse muovendo nella direzione giusta ma dovesse ancora fare di più per individuare le dipendenze inaccettabili, proteggere tecnologie critiche e diversificare le catene di approvvigionamento.

La rivelazione di Reuters aggiunge una nuova dimensione a quel test. L’Italia ha scelto da che parte stare nell’architettura emergente dell’intelligenza artificiale. Se Washington darà seguito all’impostazione contenuta nella bozza, per Roma la questione sarà sempre più assicurarsi che quella scelta trovi un riflesso coerente nelle diverse articolazioni dello Stato.

L’era dell’hedging sull’AI potrebbe non essere ancora finita. Ma Washington sta rendendo sempre più chiaro che, per chi fa parte della sua coalizione tecnologica, lo spazio per praticarlo si sta chiudendo.

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Elezioni in Brasile, è iniziata la corsa presidenziale

Per i brasiliani quella di ieri è stata una domenica importante. È ufficialmente partita la campagna elettorale per le elezioni presidenziali previste per il 4 ottobre. In caso di pareggio, il secondo turno ci sarà pochi giorni dopo, il 25 ottobre.

Il candidato della sinistra, attuale presidente Luiz Inácio Lula Da Silva, cerca il suo quarto mandato nonostante abbia 80 anni. Il suo comizio di inaugurazione della campagna è stato nello Stadio Municipale Primero de Mayo, a São Bernardo do Campo, poco distante dalla città di São Paulo, dove si è formato come personaggio politico, leader dei sindacati e giovane oppositore della dittatura militare degli anni ’60, ’70 e ’80. Il capo del Partito dei Lavoratori ha centrato l’inizio della campagna elettorale sull’importante di combattere la criminalità e garantire la sicurezza dei brasiliani.

Stella linea per il progetto politico di Flávio Bolsonaro, primo figlio dell’ex presidente di estrema destra, Jair Bolsonaro, che ha scelto però lo scenario delle spiagge di Copacabana a Rio de Janeiro per iniziare la sua campagna.

“Finché sarò vivo, non mi lascerò governare, non permetterò che la destra governi di nuovo”, ha detto Lula da Silva secondo il resoconto del comizio dell’agenzia Efe. Il socialista ha promesso una vera e propria battaglia contro i femminicidi in Brasile e lo smantellamento delle organizzazioni criminali e le loro finanze. Il Brasile è diventato il bastione di due delle principali organizzazioni criminali del Sudamericana: Primeiro Comando da Capital (PCC) e Comando Vermelho (CV).

Per Lula è anche importante frenare l’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali e bloccare qualsiasi tentativo di sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Non ha mai nominato il rivale Bolsonaro (né padre, né figlio).

Flávio Bolsonaro, invece, ha scelto di attaccare durante tutto il discorso Lula. Ha anche parlato della violenza di genere e del crimine organizzato e delle reti di narcotraffico che regnano in Brasile. Il candidato del Partito Liberal ha anche promesso programmi sociali a favore dei più svantaggiati, la castrazione chimica per i pedofili e le condanne di “minimo otto anni” per chi ruba un cellulare. Come l’alleato americano Donald Trump, vuole considerare “terroristi” i narcotrafficanti. Secondo il primogenito di Bolsonaro, è lui l’unico capace di sedersi a negoziare accordi commerciali sia con la Cina, sia con gli Usa.

E cosa dicono i sondaggi? Ad oggi, tutti i sondaggi indicano che la corsa finale sarà tra Lula e Flávio Bolsonaro con uno stretto margine di differenza. L’ultimo report pubblicato venerdì da Quaest, sostiene che ci sarà un pareggio tecnico in un eventuale ballottaggio, ma che Lula gode del 43 % e Flávio il 40 %. Circa 4 % di brasiliani è ancora indeciso su chi votare.

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Migranti, dramma in mare: nave di Emergency soccorre 50 persone al largo della Libia, 29 sono minori non accompagnati. Sette morti

Sette migranti sono morti durante una traversata partita dalla Libia. La Life Support di Emergency ha soccorso 50 persone nelle acque internazionali della zona Sar libica. Due sono in gravi condizioni e tra i superstiti ci sono 29 minori non accompagnati.

Il gruppo era partito da Zuwara il 16 agosto, Bari assegnata come porto di sbarco

La Life Support di Emergency ha soccorso questa mattina 50 persone a bordo di un’imbarcazione nelle acque internazionali della zona Sar libica. Sette migranti sono morti durante la traversata, mentre altri due sono in gravi condizioni per “soffocamento”.

Il gruppo aveva lasciato Zuwara, in Libia, all’alba del 16 agosto. Emergency ha ricostruito provenienza e composizione delle persone recuperate: “I naufraghi – spiega Emergency – hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne”. Tra i superstiti ci sono quindi 45 uomini e 5 donne, mentre i minori stranieri non accompagnati sono 29.

Dopo il soccorso, Emergency ha chiesto “alle autorità competenti l’assegnazione di un Pos vicino”. Il porto assegnato alla Life Support è Bari.

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Nave di Emergency soccorre un’imbarcazione nelle acque internazionali della zona SAR libica, morti 7 migranti

Nave di Emergency soccorre un’imbarcazione nelle acque internazionali della zona SAR libica, morti 7 migranti

MILANO (ITALPRESS) – Alle 8:07 di oggi si è concluso il soccorso di 57 persone portate in salvo dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency. La barca di legno a doppio ponte, avvistata alle 6:00 di questa mattina, è stata soccorsa nelle acque internazionali della zona SAR libica.

“Alle 6 del mattino abbiamo identificato due imbarcazioni dal radar e poi dal ponte con i binocoli. Quando ci siamo avvicinati abbiamo visto una barca di legno sovraffollata e una motovedetta libica che si stava avvicinando e ha iniziato a dirigersi verso la nostra nave. A un miglio di distanza li abbiamo contattati per avvisare che l’operazione di soccorso era già in corso: l’imbarcazione libica è rimasta a sorvegliare l’operazione per tutta la sua durata”, spiega Jonathan Nanì La Terra, capomissione della Life Support di Emergency. “A metà soccorso il nostro team si è accorto della presenza di 9 persone sdraiate sul ponte, dove erano state trasportate dagli altri naufraghi che le avevano recuperate dalla stiva dove avevano trascorso tutto il viaggio. Per 7 di loro non c’è stato niente da fare; 2 di loro sono in condizioni critiche per soffocamento”.

I naufraghi hanno riferito di essere partiti all’alba del 16 agosto da Zuwara, e sono originari della Somalia e dell’Egitto. Le persone soccorse in totale sono 50, di cui 45 uomini e 5 donne. Ci sono 29 minori stranieri non accompagnati, di cui 26 maschi e 3 donne. Tra i naufraghi 9 persone hanno bisogno di assistenza medica.

Per 2 di questi, in condizioni critiche per soffocamento, il personale a bordo della Life Support ha richiesto un MedEvac urgente alle autorità competenti, che è in arrivo. A causa delle condizioni dei naufraghi già provati da un viaggio drammatico, Emergency chiede alle autorità competenti l’assegnazione di un POS vicino per evitare altre sofferenze ai sopravvissuti. Il POS assegnato è Bari.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Attacchi incrociati Ucraina-Russia nella notte, Kallas “Nuove sanzioni a Mosca”

Attacchi incrociati Ucraina-Russia nella notte, Kallas “Nuove sanzioni a Mosca”

KIEV (UCRAINA) (ITALPRESS) – Pesanti attacchi con droni hanno colpito l’Ucraina nella notte, in particolare nei distretti di Kryvyi Rih, Zaporizhzhia e Sumy, provocando morti tra i civili. Vittime fra i civili si segnalano anche a Belgorod, in Russia, a seguito degli attacchi condotti dalle forze ucraine nelle ultime ore. Il ministero della Difesa russo ha reso noto che sono stati abbattuti 822 droni in tutto il Paese nel corso della notte.

Intanto l’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dll’Ue, Kaja Kallas, ha dichiarato in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt che sono in fase di messa a punto delle nuove sanzioni contro Mosca. Kallas ha annunciato che in autunno presenterà “la più ampia lista di sanzioni dall’inizio della guerra” e, se approvata, questa lista aumenterebbe di un terzo il numero di persone, aziende e organizzazioni russe sottoposte a misure restrittive.

“Le sanzioni Ue sono costate finora molto alla Russia e hanno già sottratto alla sua macchina da guerra oltre mille miliardi di euro”, ha osservato Kallas, aggiungendo che “la pressione deve essere aumentata finché la Russia non porrà fine alla guerra”. La responsabile della diplomazia europea ha definito “terrorismo sistematico” gli attacchi contro civili e infrastrutture ucraine e ha denunciato una crescente attività ibrida russa: “Sabotaggi, spionaggio e attacchi informatici sono nella maggior parte dei casi riconducibili a Mosca”. Per Kallas, anche le recenti violazioni dello spazio aereo sul fianco orientale mostrano una crescente propensione russa al rischio: “Se reagiremo in modo troppo debole, vedremo ancora più incidenti di questo tipo”.

Alla dimensione securitaria si accompagna una riflessione sull’architettura diplomatica europea: “Il mondo sta cambiando più rapidamente e l’Ue deve cambiare con esso”, ha osservato, chiedendo decisioni più rapide, meno duplicazioni istituzionali e maggiore coordinamento tra diplomazia, commercio, cooperazione e missioni europee. Sul Medio Oriente, Kallas ha indicato infine nella riapertura dello Stretto di Hormuz una priorità strategica: “Il mondo sta pagando un prezzo elevato per la chiusura dello stretto. La libertà di navigazione deve restare garantita e non deve essere gravata da tasse”.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Trump riduce le esercitazioni con Seul. Guardando a Pyongyang?

Nelle ultime ore è emersa la decisione del presidente statunitense Donald Trump di chiedere al Pentagono una riduzione “sostanziale” della scala delle esercitazioni militari con la Corea del Sud, una decisione che tocca uno dei dossier più delicati del sistema di alleanze americana in Asia e introduce nuove incognite nella strategia statunitense verso la penisola coreana. L’ordine è arrivato alla vigilia dell’avvio delle annuali esercitazioni Ulchi Freedom Shield, che coinvolgono circa 18mila militari sudcoreani e che, nonostante le dichiarazioni di Trump, sono iniziate regolarmente lunedì e dovrebbero proseguire fino al 27 agosto.

Trump ha motivato la scelta con il costo delle esercitazioni e con il comportamento di Seul, accusata dal presidente americano di non aver voluto partecipare alle operazioni statunitensi contro l’Iran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Trump ha definito queste esercitazioni “costose”, sostenendo al contempo che esse trasmettano alla Corea del Nord un segnale “inappropriato e ostile”. Parole che gli analisti hanno interpretato come uno strumento per creare le condizioni per una nuova apertura diplomatica. Dal canto suo Seul ha reagito con cautela, facendo sapere di essere al lavoro sulla questione e di auspicare che il rapporto tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong Un possa portare a un dialogo significativo, con l’obiettivo di favorire pace e stabilità nella penisola. Allo stesso tempo, il governo sudcoreano ha ribadito che i due alleati continueranno a coordinare la propria postura di difesa e le attività militari congiunte.

La mossa di Trump si inserisce in una relazione da tempo caratterizzata da oscillazioni. Già durante il suo primo mandato il presidente americano aveva manifestato l’intenzione di ridurre o cancellare le esercitazioni congiunte, mentre Washington e Seul si erano scontrate sulla ripartizione dei costi per il mantenimento delle circa 28.500 truppe americane presenti in Corea del Sud. Il problema è che qualsiasi riduzione delle esercitazioni arriva in un momento particolarmente delicato sul piano della sicurezza. Pyongyang continua a considerare le attività militari americane e sudcoreane come una preparazione a un’invasione e, nelle ultime settimane, ha effettuato nuovi lanci di missili balistici. Secondo Reuters, la Corea del Nord ha lanciato due missili dall’inizio di agosto, mentre un alto ufficiale del Northern Command americano ha recentemente avvertito che Pyongyang ha testato missili balistici intercontinentali capaci di trasportare una testata nucleare fino a qualsiasi punto del Nord America. Allo stesso tempo, i due Paesi hanno accelerato al cooperazione in temi sensibili, come ad esempio quello dei sottomarini nucleari (uno sviluppo che, volendo, si può inquadrare nella stessa lente di spending review usata da Trump).

Ma dietro la decisione americana potrebbe esserci anche un calcolo più ampio. Secondo Victor Cha del Center for Strategic and International Studies, Trump potrebbe voler aumentare la propria capacità di influenza su Kim anche alla luce del crescente rapporto tra Corea del Nord e Russia. Pyongyang ha infatti fornito sostegno militare a Mosca nella guerra contro l’Ucraina, mentre militari nordcoreani hanno acquisito esperienza sul campo combattendo al fianco delle forze russe. In quest’ottica il tentativo di riaprire un canale con Kim potrebbe avere la doppia finalità di rilanciare la diplomazia sulla questione nucleare e di cercare di limitare l’avvicinamento strategico tra Mosca e Pyongyang. È una scommessa che richiama la politica del primo mandato di Trump, quando i due leader arrivarono a incontrarsi in tre vertici senza però ottenere risultati concreti sul programma nucleare e missilistico nordcoreano.

La decisione sulle esercitazioni, dunque, non sembra essere soltanto una questione militare, e non è solo limitata ai rapporti tra Washington e Seul, ma pare riferirsi invece agli equilibri strategici nell’intera penisola coreana e oltre. Guardando anche alla concezione di grand strategy seguita da The Donald.

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Indonesia, terremoto di magnitudo 7,7: strade spaccate e case crollate viste dal drone – VIDEO

Il drone sorvola le zone colpite dal terremoto in Indonesia: dall’alto la devastazione lasciata dal sisma

Le immagini riprese da un drone mostrano dall’alto la devastazione provocata dal terremoto di magnitudo 7,7 che ha colpito l’isola di Flores, nell’Indonesia orientale. Strade spaccate, edifici crollati e infrastrutture danneggiate restituiscono la dimensione dei danni provocati dal sisma, che ha causato anche numerose frane. Il bilancio è nel frattempo salito ad almeno 54 morti, mentre migliaia di persone hanno lasciato le proprie abitazioni e le operazioni di soccorso proseguono nelle aree più difficili da raggiungere. Video LaPresse.

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Russia, maxi attacco di droni ucraini: esplosioni e una colonna di fumo nella regione di Mosca – VIDEO

Centinaia di droni contro la Russia, incendio nel maxi deposito Wildberries: le immagini dalla regione di Mosca

Una delle più grandi ondate di droni ucraini contro la Russia dall’inizio della guerra ha interessato anche la regione di Mosca. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 822 droni in diverse zone del Paese, mentre nella regione della capitale un attacco ha colpito anche un grande magazzino di Wildberries a Koledino, circa 45 chilometri a sud di Mosca. Le immagini mostrano esplosioni e una densa colonna di fumo nero alzarsi dalla struttura colpita. Nella sola regione di Mosca un uomo di 83 anni è morto nell’attacco, secondo le autorità locali. Video Astra/Corriere TV.

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Arizona, attraversa in bici un ponte allagato: la corrente la trascina sott’acqua per 30 metri – VIDEO

La ciclista viene trascinata dalla corrente dentro un tunnel: salvata dopo essere riemersa 30 metri più avanti

Una 20enne ha rischiato di annegare mentre tentava di attraversare in bicicletta un ponte allagato al Sabino Canyon, in Arizona. La forza della corrente l’ha trascinata sott’acqua e dentro un tunnel, facendola riemergere circa 30 metri più avanti. I soccorritori sono riusciti a raggiungerla, tirarla fuori dall’acqua e praticarle la rianimazione cardiopolmonare fino a quando la giovane ha ripreso conoscenza. La polizia ha poi ricordato i rischi legati all’attraversamento di strade e corsi d’acqua durante le piene. Video Corriere TV.

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Papa Leone XIV “Vicinanza alle vittime del devastante terremoto in Indonesia”

Papa Leone XIV “Vicinanza alle vittime del devastante terremoto in Indonesia”

ROMA (ITALPRESS) – Papa Leone XIV “è profondamente rattristato della devastazione causata dal terremoto nella regione di Nusa Tenggara Orientale e offre la sua solidarietà spirituale e la sua vicinanza a quanti continuano a subire le conseguenze di questo disastro, in particolare ai numerosi sfollati e feriti”. È quanto si legge in un un telegramma a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, inviato a monsignor Paulus Budi Kleden, arcivescovo metropolita di Ende, per le vittime del terremoto in Indonesia. “Sua Santità incoraggia le autorità ecclesiastiche e civili mentre continua a fornire assistenza umanitaria e prega per il personale di emergenza impegnato nelle operazioni di soccorso. Affidando i defunti alla misericordia amorevole di Dio Onnipotente, il Santo Padre invoca le benedizioni divine di consolazione e di forza”, conclude il telegramma.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Kurdistan, due droni carichi di esplosivo dall’Iran attaccano l’ufficio del premier Barzani

Kurdistan, due droni carichi di esplosivo dall’Iran attaccano l’ufficio del premier Barzani

ROMA (ITALPRESS) – Questa mattina due droni carichi di esplosivo lanciati dall’Iran hanno preso di mira l’ufficio del primo ministro della Regione del Kurdistan, Masrour Barzani, e la residenza del capo dell’agenzia di sicurezza della Regione del Kurdistan nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Lo rende noto Direzione Generale Antiterrorismo (Ctd), affiliata al Consiglio di Sicurezza della Regione del Kurdistan (Krsc).

“Due droni esplosivi del tipo Hadid-110 sono stati lanciati dal lato iraniano del confine verso la sede dell’ufficio privato del primo ministro della Regione del Kurdistan e la residenza del direttore del Consiglio di Sicurezza nel distretto di Pirmam, nella provincia di Erbil. Fortunatamente, l’attacco non ha causato vittime”, fa sapere la Ctd. La Ctd ha condannato l’attacco notturno, definendolo “completamente inaccettabile”. Ha inoltre avvertito che “i responsabili dell’attacco ne risponderanno pienamente delle conseguenze”.

– Foto di repertorio Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Colleferro. Perché ora non si può escludere la pista del sabotaggio (russo)

Non sappiamo ancora che cosa abbia provocato l’esplosione che giovedì scorso ha pesantemente danneggiato lo stabilimento di munizioni di Colleferro, una trentina di chilometri a sud-est di Roma. Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un incidente industriale o se dietro l’incendio e la successiva deflagrazione vi sia altro. Sappiamo però un’altra cosa con certezza: nelle ore successive all’esplosione, la galassia online filorussa ha rapidamente trasformato quanto accaduto in materiale propagandistico.

D’altronde, un impianto europeo che produce munizioni, inserito nella catena industriale della difesa italiana – occidentale, Nato – e legato allo sforzo europeo a sostegno dell’Ucraina, andato in fiamme è un’occasione ghiotta per la propaganda (automatica o semi-automatica) e la disinformazione.

La distinzione è essenziale. Celebrare o sfruttare propagandisticamente un’esplosione non significa averla provocata. Ma la velocità con cui episodi di questo tipo vengono assorbiti dall’ecosistema informativo favorevole al Cremlino racconta qualcosa di più ampio sul modo in cui Mosca e le reti che ne amplificano le narrative guardano oggi alla vulnerabilità europea.

Cosa è successo

L’esplosione è avvenuta nello stabilimento dell’ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, nell’area industriale tra Colleferro e Artena. L’impianto produce munizionamento di medio e grosso calibro per sistemi terrestri e navali e propellenti solidi destinati anche al settore aerospaziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, l’incendio sarebbe partito dal reparto di pressatura delle polveri prima della violenta esplosione, avvertita a chilometri di distanza. Non ci sono state vittime: i lavoratori presenti hanno raggiunto le aree di sicurezza e le autorità hanno aperto un’indagine sulle cause.

Non si tratta, tuttavia, di uno stabilimento qualsiasi. Colleferro è parte di una filiera europea delle munizioni che negli ultimi anni ha assunto un’importanza strategica crescente. KNDS ha aumentato la capacità produttiva europea di munizionamento d’artiglieria, e nello stabilimento italiano vengono prodotte anche cariche modulari per proiettili da 155 millimetri: esattamente il tipo di capacità industriale che la guerra in Ucraina ha trasformato da questione prevalentemente commerciale a elemento della sicurezza europea.

Perché è importante

Come dovrebbe essere interpretato un incidente che colpisce un nodo della produzione militare europea in un continente nel quale sabotaggio, ricognizione clandestina, cyberattacchi, manipolazione informativa e operazioni ibride condotte attraverso intermediari sono ormai parte del panorama della sicurezza?

Colleferro, infatti, non arriva nel vuoto. Solo tre giorni prima, il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni aveva colpito un impianto di stoccaggio e lavorazione di munizioni e materiali esplosivi della società bulgara EMCO a Belitsa, provocando l’evacuazione di circa 300 persone. Le autorità bulgare hanno indicato come origine dell’incendio un veicolo che aveva preso fuoco durante una consegna di carburante, con le fiamme poi propagate verso un deposito di munizioni. Anche in questo caso non risultano vittime.

La coincidenza temporale, da sola, non dimostra nulla. Ma il nome EMCO rende il caso inevitabilmente sensibile: l’azienda appartiene all’imprenditore bulgaro Emilian Gebrev, vittima nel 2015 di un tentativo di avvelenamento che le autorità e le indagini europee hanno collegato ad agenti dell’intelligence militare russa.

Ancora più significativo è quanto accaduto pochi giorni prima in Germania. All’aeroporto di Lipsia/Halle — un importante hub logistico utilizzato anche dagli Antonov ucraini e inserito nelle capacità di trasporto strategico della Nato — è stato trovato un drone dotato di esplosivo e detonatore. La procura federale tedesca sta indagando sul caso come possibile attacco alla sicurezza nazionale. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt lo ha inserito esplicitamente nello scenario delle minacce ibride; secondo informazioni dell’intelligence statunitense riportate dalla stampa internazionale, esiste inoltre il sospetto di un coinvolgimento russo, che Berlino non ha finora formalmente attribuito.

Yes but… Tre episodi non fanno automaticamente una campagna. E sarebbe metodologicamente sbagliato tracciare una linea retta tra Lipsia, Belitsa e Colleferro. Ma sarebbe altrettanto sbagliato osservare ciascuno di questi episodi come se avvenisse in un ambiente strategico sterile.

La zona grigia

Da anni i servizi europei avvertono che il confronto con Mosca non si esaurisce sul campo di battaglia ucraino. La cosiddetta guerra ibrida prospera precisamente nell’ambiguità: combina strumenti militari e non militari, azioni manifeste e clandestine, cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, coercizione economica e operazioni attraverso proxy, mantenendo quando possibile il livello dello scontro al di sotto della soglia che imporrebbe una risposta militare convenzionale. È quella zona grigia tra pace e guerra nella quale stabilire non soltanto chi abbia agito, ma persino se vi sia stato un attacco, può richiedere settimane o mesi.

L’Italia non è estranea a questo problema. Negli ultimi anni l’attenzione delle autorità si è concentrata non soltanto sulla protezione (anche cyber) delle infrastrutture critiche, ma sull’intersezione tra intelligence, sabotaggio, influenza e guerra cognitiva. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha già avviato il percorso per la creazione di una struttura civile-militare di circa 5.000 persone specificamente dedicata al contrasto delle minacce ibride, indicando energia, aeroporti, infrastrutture critiche, disinformazione e cognitive warfare tra i fronti sui quali rafforzare le capacità dello Stato. Il tema è stato discusso anche nell’ultimo Consiglio Supremo di Difesa, che ha definito la minaccia ibrida proveniente dalla Russia e da altri attori ostili una sfida alla sicurezza dell’Italia e dell’Europa e all’integrità dei processi democratici. L’Italia sta formulando una modifica del comparti Difesa e Sicurezza che avrà nella gestione delle minacce ibride uno dei fulcri operativi.

Il problema, però, precede l’eventuale sabotaggio

Una parte particolarmente delicata riguarda la raccolta di informazioni su infrastrutture militari e dual-use attraverso fonti aperte. Negli anni tra il 2024 e il 2025 il movimento italiano “No Nato“ ha per esempio elaborato e diffuso un dossier intitolato “Mettere nel mirino i presidi bellici”, contenente una mappatura di installazioni, aziende, università e infrastrutture considerate collegate alla Nato o alla filiera della difesa in Emilia-Romagna.

Il documento è pubblico, e proprio per questo il caso è interessante. Gli stessi ambienti che lo hanno promosso hanno presentato la mappatura come uno strumento attraverso il quale identificare la presenza militare sul territorio e organizzare una ”risposta concreta e strutturata”. Altri materiali collegati hanno incoraggiato la ricostruzione attraverso fonti aperte di infrastrutture sensibili, compreso il tracciato dell’oleodotto Nato NIPS (North Italian Pipeline System) nel Nord Italia, descrivendo le tecniche utilizzate come relativamente semplici e replicabili.

Nulla di questo dimostra una catena di comando verso Mosca. Né l’attivismo anti-Nato può essere automaticamente assimilato a intelligence. Ma non sarebbe nemmeno corretto escludere che attività di osservazione su infrastrutture sensibili possano essere sfruttate da servizi stranieri. In Europa esistono precedenti giudiziari. In Polonia, membri di reti legate all’intelligence russa sono stati condannati per aver monitorato basi, porti, stazioni, aeroporti e linee ferroviarie usate per i trasferimenti verso l’Ucraina, anche con telecamere installate sulle infrastrutture. L’Italia ha un caso diverso ma significativo: Walter Biot, ufficiale di Marina condannato per aver trasmesso documenti classificati a un funzionario dell’ambasciata russa.

Nella guerra ibrida la distinzione tra propaganda, open source, ricognizione e attività operativa è sempre meno netta, e una catena di comando tradizionale non è sempre necessaria perché gli interessi di uno Stato vengano favoriti. Mosca combina agenti, intermediari e ambienti ideologicamente affini. Questi ultimi non devono ricevere ordini per produrre informazioni, individuare vulnerabilità o amplificare narrative utili al Cremlino. La compresenza di attività dirette, proxy e convergenze spontanee — e la difficoltà di distinguerle dall’esterno — rende l’attribuzione e la deterrenza uno dei nodi centrali della guerra nella zona grigia.

Colleferro offre un esempio quasi perfetto dell’altro lato dello stesso meccanismo. Qualunque sia stata la causa dell’esplosione, il risultato può essere immediatamente utilizzato nello spazio informativo. Un incidente industriale può diventare una dimostrazione della vulnerabilità occidentale. Un incendio può essere trasformato in una vittoria simbolica. L’incertezza stessa diventa materia prima: insinuazioni, celebrazioni, teorie concorrenti e sospetti possono circolare molto più rapidamente di quanto un’indagine tecnica possa stabilire che cosa sia realmente accaduto. È una caratteristica della guerra nella zona grigia.

Cambio della dottrina sulla sicurezza?

È anche per questo che Roma non è sola nel ripensare il proprio apparato di sicurezza. La Germania ha appena approvato un progetto che rafforza i poteri di Bnd e BfV, per far fronte a minacce cyber e ibride. Il tutto mentre Berlino indaga sul caso del drone di Lipsia e su altri episodi sospetti vicino a infrastrutture sensibili.

Il cambiamento è più profondo del semplice rafforzamento della sicurezza attorno alle fabbriche di armi. Negli ultimi decenni, l’Europa ha tenuto separati ambiti che oggi tendono a sovrapporsi: terrorismo, criminalità, controspionaggio, cyber e difesa militare. La guerra ibrida lavora proprio su queste zone grigie.

Un drone su un aeroporto è un caso di polizia, finché non diventa intelligence. Un profilo social è espressione individuale, finché non entra in una campagna coordinata di influenza. Una foto di un sito militare è informazione pubblica, finché non diventa parte di una ricognizione sistematica. Un’esplosione in una fabbrica di munizioni è un incidente, finché non emergono elementi contrari.

La difficoltà per le democrazie è non ribaltare questo principio: il contesto deve alzare l’attenzione, non abbassare la soglia della prova. Il punto non è che ogni incendio sia automaticamente un sabotaggio. È che l’Italia e l’Europa non possono più permettersi di escluderlo a priori.

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15enne italiano detenuto a Malta, il ministro dell’Interno Bedingfield: “Necessarie e proporzionate le misure di isolamento”

15enne italiano detenuto a Malta, il ministro dell’Interno Bedingfield: “Necessarie e proporzionate le misure di isolamento”

LA VALLETTA (MALTA) (ITALPRESS/MNA) – Il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha dichiarato che le restrizioni imposte a un ragazzo italiano di 15 anni, detenuto in una struttura per minori, sono necessarie e proporzionate, mentre emergono preoccupazioni per i suoi presunti legami con una rete internazionale accusata di adescare minori e indurli all’autolesionismo, alla violenza e allo sfruttamento sessuale.

Il ragazzo, cittadino italiano, è comparso davanti ai giudici a maggio. Un’ordinanza del tribunale vieta la pubblicazione dei dettagli relativi alle accuse e della sua identità. Secondo fonti vicine all’inchiesta, il giovane è stato posto in isolamento presso il Centro di Servizi Residenziali Riabilitativi(CoRRS) di Mtahleb dopo che gli investigatori avrebbero trovato, su dispositivi elettronici, alcuni video che lo collegherebbero alla rete 764. Le autorità temono che, qualora i presunti legami fossero confermati, il ragazzo possa rappresentare un rischio per gli altri minori ospitati nella struttura.

I genitori hanno criticato pubblicamente il trattamento riservato al figlio, sostenendo che nei primi 35 giorni di detenzione abbia trascorso fino a 22 ore al giorno da solo nella cella. Hanno inoltre denunciato il malfunzionamento dell’aria condizionata e periodi durante i quali, secondo quanto riferito, il ragazzo sarebbe stato costretto a mangiare in piedi e senza posate.

Un ricorso di habeas corpus per ottenere la revoca dell’isolamento è stato respinto a giugno per una questione procedurale, senza che il tribunale si pronunciasse nel merito delle denunce della famiglia. Il ministero dell’Interno ha affermato che le restrizioni sono finalizzate a proteggere il ragazzo e gli altri detenuti e che il suo regime quotidiano è stato progressivamente ampliato. Le misure attuali comprendono l’accesso a una sala comune, alla televisione, a una cyclette e a una sessione settimanale di gruppo, sotto supervisione, con gli altri giovani detenuti.

Un rapporto di Europol, pubblicato lo scorso novembre, descrive la 764 come una rete online decentralizzata coinvolta nello sfruttamento dei minori, nelle estorsioni informatiche e in attività legate al terrorismo. Secondo il rapporto, i membri della rete adescano giovani vulnerabili inducendoli a produrre materiale esplicito e video di atti autolesionistici, che possono poi essere utilizzati per ricattarli e sottoporli a ulteriori abusi.

Il rapporto riferisce inoltre di episodi di violenza sessuale, maltrattamenti di animali, uso forzato di droghe e altre forme di sfruttamento, sottolineando che la rete prende di mira giovani vulnerabili, tra cui persone LGBTIQ+, appartenenti a minoranze e persone alle prese con problemi di salute mentale. Europol ha avvertito che la 764 è difficile da smantellare a causa della sua struttura decentralizzata e dell’attività condotta su numerose piattaforme online. Alla rete sono stati inoltre attribuiti legami ideologici con l’Order of Nine Angels, gruppo occultista neonazista che promuove la violenza e il crollo della società moderna.

– Foto Net News –

(ITALPRESS).

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Board of Peace per Gaza, oggi l’incontro fra Kushner e Netanyahu per portare avanti il piano di Trump

Board of Peace per Gaza, oggi l’incontro fra Kushner e Netanyahu per portare avanti il piano di Trump

ROMA (ITALPRESS) – E’ atteso oggi a Gerusalemme l’incontro fra il genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Jared Kushner, l’Alto rappresentante del Board of Peace per Gaza, Nikolay Mladenov , l’ex premier britannico Tony Blair e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con altri alti funzionari israeliani, affinché Israele proceda con la prossima fase del piano statunitense per Gaza e porti avanti il piano in 20 punti di Trump, incluso il documento in 15 punti sul disarmo di Hamas. Lo scrive il quotidiano israeliano Jerusalem Post.

Prima dell’incontro a Gerusalemme, un alto funzionario del Board of Peace ha dichiarato domenica al Jerusalem Post che Kushner, Mladenov e Blair hanno avuto incontri a El Alamein, in Egitto, con alti funzionari egiziani e altri mediatori, con l’obiettivo di trasformare i prossimi passi della roadmap in misure concrete da attuare.

I tre hanno anche incontrato i rappresentanti del Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (Cnag) e hanno esaminato i piani con i suoi membri in vista del trasferimento dell’autorità di governo nella Striscia di Gaza all’organismo tecnocratico. Secondo l’alto funzionario, i colloqui previsti a Gerusalemme si concentreranno sulle modalità per accelerare l’attuazione del piano in 20 punti di Trump, con “Stati Uniti e Israele che concordano sullo stato finale: un Hamas smilitarizzato”.

Il funzionario ha aggiunto che l’obiettivo è raggiungere una Gaza smilitarizzata in cui Hamas abbia ceduto completamente l’autorità di governo al governo tecnocratico palestinese, consentendo così la ricostruzione della Striscia di Gaza. Inoltre, il funzionario ha affermato che le misure adottate mirano a preservare il cessate il fuoco, ad avviare il trasferimento di tutte le autorità di governo al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza e a garantire che Hamas non abbia alcun ruolo nella gestione del futuro della Striscia di Gaza.

Allo stesso tempo, il processo mira ad avviare il disarmo completo di Hamas e lo smantellamento delle sue infrastrutture militari, a consentire il dispiegamento della Forza Internazionale di Stabilizzazione e, di conseguenza, il ritiro israeliano. A El Alamein, secondo fonti stampa, Kushner ha incontrato anche una delegazione di Hamas. Successivamente, il movimento al potere a Gaza ha annunciato di aver chiesto al Consiglio di Pace di Gaza di “costringere” Israele ad accettare il documento in 15 punti.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Trump “L’Iran alzi bandiera bianca e si arrendano”. Baghaei: “La scadenza di 60 giorni è irrilevante dopo le violazioni Usa”

Trump “L’Iran alzi bandiera bianca e si arrendano”. Baghaei: “La scadenza di 60 giorni è irrilevante dopo le violazioni Usa”

WASHINGTON (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha confermato in un’intervista a Fox News l’esistenza di “un canale informale” per i colloqui di pace con il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (pasdaran). “Dovrebbero alzare bandiera bianca e arrendersi”, ha inoltre dichiarato. Trump ha poi osservato che c’è “ancora tempo per la pace” e che l’Iran potrebbe cedere alla sua principale richiesta: “L’obiettivo numero uno è, e sarà sempre, che l’Iran non possa possedere, in alcun modo, forma o maniera, un’arma nucleare”. “Non ho una scadenza precisa – ha aggiunto – Non ho fretta”. 

PORTAVOCE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI IRANIANO “LA SCADENZA DI 60 GIORNI NON HA PIU’ ALCUNA RILEVANZA”

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha affermato che la scadenza di 60 giorni, stabilita in seguito al memorandum del 17 giugno tra Teheran e Washington, non ha più alcuna rilevanza, in quanto gli Stati Uniti hanno violato l’accordo poche settimane dopo la sua firma. “Non esiste alcuna disposizione nel memorandum d’intesa che faccia riferimento a una ‘scadenza di 60 giorni’, e la Repubblica Islamica dell’Iran non formula mai le proprie politiche sotto pressione, ultimatum o scadenze”, ha dichiarato Baghaei.

Il portavoce ha aggiunto che il memorandum prevedeva un periodo di 60 giorni per i colloqui su due questioni: “la revoca delle sanzioni” e “la questione nucleare”, precisando che il periodo avrebbe potuto essere prorogato in caso di mancato raggiungimento di un accordo.A causa della grave e diffusa violazione del memorandum da parte degli Stati Uniti poche settimane dopo la sua firma, non sono stati avviati colloqui”, ha concluso. “Di conseguenza, la questione di un termine di 60 giorni è diventata del tutto irrilevante”, ha aggiunto Baghaei.

PROSEGUONO COLLOQUI CON OMAN SU HORMUZ

I colloqui tra Iran e Oman su una rotta di transito marittimo lungo lo Stretto di Hormuz sono in corso, in un contesto caratterizzato da quelle che Teheran ha definito complesse problematiche di sicurezza. Lo ha affermato il portavoce della diplomazia di Teheran, Esmail Baghaei, in dichiarazioni riprese da Al-Jazeera. “L’elaborazione del piano per la rotta di transito marittimo con l’Oman si è rivelata lunga a causa delle complessità di sicurezza derivanti dalle azioni degli Stati Uniti e del regime israeliano, dal numero di attori coinvolti e dall’ostruzionismo di elementi destabilizzanti”, ha dichiarato Baghaei. “La questione è intrinsecamente complessa”, ha aggiunto.

“L’insicurezza imposta allo Stretto di Hormuz, alla regione e al mondo è il risultato dell’azione militare illegale degli Stati Uniti e del regime israeliano”, ha proseguito. Baghaei ha affermato che il meccanismo proposto mirerebbe a proteggere gli interessi sia dell’Iran che dell’Oman, garantendo al contempo la navigazione commerciale. “È la prima volta che si sta sviluppando un meccanismo per salvaguardare simultaneamente i diritti sovrani dei due Stati rivieraschi e garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali”, ha affermato. “Nonostante i precedenti disaccordi degli Stati Uniti sui propri impegni, i colloqui intensivi tra Iran e Oman per finalizzare una dichiarazione congiunta e istituire un meccanismo sicuro che tuteli gli interessi reciproci proseguono con impegno”, ha aggiunto Baghaei.

MEDIA “IRAN SI PREPARA A UN’ESCALATION”

L’Iran avrebbe impiegato i due mesi successivi alla firma del memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per prepararsi a un’escalation dei combattimenti, piuttosto che per la diplomazia. Lo scrive il Wall Street Journal, citando funzionari iraniani e arabi, secondo cui Teheran ha ritenuto che gli Stati Uniti stessero solo prendendo tempo per un futuro attacco.

Pertanto, negli ultimi 60 giorni, l’Iran avrebbe intensificato la produzione di missili e droni e nominato figure intransigenti in posizioni chiave, secondo le fonti. Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa scade oggi.

L’articolo del WSJ afferma che funzionari dell’intelligence araba hanno segnalato un “cambiamento strategico” nella leadership iraniana, volto a “preparare le forze a estendere il conflitto”.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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Iran, scadono i 60 giorni della tregua con gli Usa: taglia da 30mila dollari sui soldati americani e scontro su Hormuz

I 60 giorni fissati dal memorandum di Islamabad arrivano alla scadenza con Iran e Stati Uniti ancora lontani da un accordo. Teheran ha rafforzato missili e droni e offre 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di militari americani, mentre continua lo scontro sul controllo di Hormuz.

Teheran prepara missili e droni mentre Washington alza la pressione economica e militare

L’Iran ha trascorso gli ultimi due mesi preparandosi anche alla possibilità di un nuovo allargamento dei combattimenti. Funzionari iraniani e arabi riferiscono che Teheran ha aumentato la produzione di missili e droni e affidato incarichi chiave a esponenti della linea dura, convinta che gli Stati Uniti stessero utilizzando la pausa per preparare un futuro attacco. Funzionari dell’intelligence araba parlano di un “cambiamento strategico” con l’obiettivo di “preparare le proprie forze ad ampliare la guerra”.

Mohammad Hassan Sangtarash, analista della difesa con sede a Teheran, ha sintetizzato il clima nel Paese: “in Iran e’ diffusa l’opinione che la guerra vera e propria non sia ancora iniziata”.

Nelle stesse ore il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha definito i militari statunitensi “aggressori” e annunciato una ricompensa sintetizzata così: “30mila dollari a chi ne uccide o cattura uno”. La somma, pari a 30.000 dollari, verrebbe versata a chi cattura o uccide un soldato americano.

Lo scontro più immediato riguarda lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. L’Iran continua a bloccarne il transito per fare pressione sugli Stati Uniti e sull’economia internazionale, mentre Washington mantiene un blocco navale militare contro i porti iraniani.

Donald Trump ha alzato ulteriormente i toni annunciando venerdì che agirà “molto presto” e dichiarando: “Dichiarerò Hormuz territorio Usa”. Teheran ha definito le affermazioni del presidente americano “fuori luogo” e “un’assurdità”.

Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha replicato: “Lo Stretto di Hormuz non può essere conquistato con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale: è stato, è e rimarrà iraniano”. Ha aggiunto che lo stretto “sarà chiuso e riaperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta l’Iran continuerà a imporre il blocco”.

Il Parlamento iraniano si prepara intanto a votare un disegno di legge con misure per “garantire una sicurezza duratura e lo sviluppo dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico”. Un secondo provvedimento riguarda il “contrasto alle ingerenze straniere” e prevede il divieto di transito “a qualsiasi imbarcazione che trasporti equipaggiamenti e carichi di proprietà degli Usa, di Israele e dei Paesi ostili all’Iran”.

Anche Washington prepara nuove mosse. Il segretario al Tesoro Scott Bessent dovrebbe annunciare in settimana misure economiche “mai viste prima” contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di isolarlo dal resto del mondo.

Il 17 agosto termina il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum firmato a Islamabad. I mediatori continuano a lavorare a un accordo dell’ultimo minuto, ma una proroga appare difficile. I contatti sono complicati anche dalle divisioni interne iraniane. A metà maggio l’amministrazione Trump aveva cercato un canale diretto con Ahmad Vahidi, comandante della Guardia Rivoluzionaria, attraverso il presidente del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani.

Un alto funzionario della Casa Bianca ha descritto i rapporti tra Washington e Teheran come fermi: “Non conta quanto siamo vicini o lontani all’obiettivo – ha affermato – Ciò che conta è se l’Iran voglia sedersi al tavolo e raggiungere un accordo. Al momento, non lo ha fatto”.

Negli Stati Uniti la guerra resta impopolare mentre Trump e i repubblicani si preparano alle elezioni di midterm di novembre per difendere il controllo del Congresso. Diverse testate americane segnalano inoltre carenze di munizioni, compresi gli intercettori antimissile Patriot. Il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone, aggiungendo un problema economico interno alla pressione militare e diplomatica sull’amministrazione.

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La seconda linea del fronte nella guerra di attrito tra Russia e Ucraina

La guerra russo-ucraina del 2026 si combatte sempre più lontano dalla linea di contatto. Non perché il fronte terrestre abbia perso centralità, ma perché la difficoltà di ottenere sfondamenti rapidi ha spinto Mosca e Kyjiv a cercare nella profondità economica dell’avversario un moltiplicatore di pressione. Raffinerie, depositi, porti, ferrovie, reti elettriche e carburanti sono diventati parte della stessa equazione: quanto costa mantenere in funzione lo Stato mentre continua la guerra? Gli ultimi giorni lo rendono evidente. Il 13 agosto un attacco russo ha danneggiato infrastrutture del porto di Izmail, sul Danubio, interrompendo anche l’elettricità. Pochi giorni prima Odesa era stata colpita, mentre Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro l’industria energetica russa.

Non è una semplice guerra contro la «società civile». Questa formula è politicamente comprensibile, ma analiticamente insufficiente. Un’infrastruttura può essere civile, militare o dual-use a seconda dell’impiego concreto. Il diritto internazionale umanitario consente di qualificare come obiettivo militare soltanto ciò che contribuisce effettivamente all’azione militare e la cui neutralizzazione offre, nelle circostanze specifiche, un vantaggio militare definito. Il solo valore economico di un bene non basta.

È una distinzione decisiva perché la guerra dei sistemi produce effetti economici anche quando l’obiettivo immediato è militare. Un porto colpito significa ritardi, assicurazioni più costose e merci deviate. Una raffineria danneggiata significa meno carburante, ma anche maggiore pressione sui prezzi e sulla logistica. Una rete elettrica degradata obbliga lo Stato a scegliere dove destinare generatori, trasformatori, difesa aerea e squadre di riparazione.

Odesa è il caso più importante. L’Ucraina dipende dal sistema portuale del Mar Nero per trasformare il proprio raccolto in valuta, entrate fiscali e continuità economica. A luglio i porti del Mar Nero avevano già perso circa un terzo della capacità di esportazione cerealicola, secondo associazioni agricole citate da Reuters. Ad agosto la situazione si è ulteriormente deteriorata: il blocco e gli attacchi hanno spinto Kyjiv e Moldova a valutare maggiori trasferimenti ferroviari attraverso il territorio moldavo.

La vulnerabilità ucraina, tuttavia, non coincide con la dipendenza. Kyjiv ha costruito ridondanze verso il Danubio, la ferrovia e l’Europa. Il problema è il costo: ogni tonnellata esportata attraverso una rotta alternativa può richiedere più tempo, capitale e coordinamento. La guerra diventa così una competizione sulla velocità con cui un sistema riesce a sostituire ciò che l’altro distrugge.

La stessa logica sta colpendo la Russia. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno cominciato a trasformare una superiorità energetica strutturale in un problema di raffinazione, distribuzione e prezzi. L’Iea ha rilevato a luglio che l’intensificazione degli attacchi contro raffinerie e infrastrutture di esportazione russe aveva stretto il mercato dei prodotti petroliferi, incidendo sia sulle esportazioni sia sulle consegne interne. Il 13 agosto Reuters ha riferito che l’attacco alla raffineria di Orsk potrebbe provocare uno stop di mesi, anche per la difficoltà di reperire apparecchiature sostitutive.

È qui che cade l’idea secondo cui la guerra infrastrutturale favorisca automaticamente Mosca. La Russia possiede più territorio, materie prime e capacità industriale. Ma la massa non equivale all’invulnerabilità. Le raffinerie sono nodi concentrati; la logistica dipende dal carburante; il carburante dipende dalla raffinazione. Gli attacchi stanno già aumentando i costi del trasporto stradale russo e contribuendo alle tensioni sui prezzi.

L’Ucraina resta però il sistema più esposto. La Banca mondiale stima oltre 195 miliardi di dollari di danni diretti e quasi 588 miliardi di fabbisogni di ricostruzione. La differenza rispetto alla Russia è che una quota crescente della resilienza ucraina viene finanziata e organizzata dall’esterno: Unione europea, istituzioni finanziarie internazionali, partner occidentali. La vera partita, dunque, non è chi distrugge di più. È chi ripara più rapidamente, dispone di maggiore ridondanza e riesce a trasformare capitale in capacità operativa. Mosca parte con una profondità maggiore; Kyjiv con una rete esterna più ampia.

La seconda linea del fronte è questa: non il collasso immediato dell’economia, ma l’aumento progressivo del costo della normalità. Quando riparare diventa più lento del distruggere, la guerra economica smette di essere una conseguenza del conflitto e diventa essa stessa una strategia di coercizione.

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Egitto-Usa, Al-Sisi riceve Kushner: focus su Gaza e sulla stabilità regionale

Egitto-Usa, Al-Sisi riceve Kushner: focus su Gaza e sulla stabilità regionale

ALAMEIN (EGITTO) (ITALPRESS) – Il presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi ha ricevuto oggi ad Alamein Jared Kushner, emissario speciale e genero del presidente americano Donald Trump, alla presenza del ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale egiziano Badr Abdelatty e del capo dell’Intelligence generale Hassan Rashad.

Secondo quanto riferito dal portavoce della Presidenza della Repubblica Egiziana su Facebook, Kushner ha trasmesso ad Al-Sisi i saluti del presidente Trump. Il presidente egiziano ha espresso il proprio apprezzamento, sottolineando l’importanza strategica delle relazioni tra Egitto e Stati Uniti e chiedendo di trasmettere a Trump i suoi saluti, oltre a ribadire il valore del livello di cooperazione e coordinamento tra i due Paesi.

Il colloquio ha riguardato anche gli sviluppi in Medio Oriente. Al-Sisi ha sottolineato la necessità di proseguire gli sforzi congiunti per affrontare le sfide comuni e risolvere le crisi regionali, a sostegno della sicurezza e della stabilità.

I due interlocutori hanno inoltre discusso della questione palestinese, ribadendo la necessità che tutte le parti rispettino gli impegni previsti dall’accordo per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza, raggiunto durante il vertice di pace di Sharm El-Sheikh nell’ottobre 2025.

Kushner ha espresso apprezzamento per lo stretto coordinamento tra Egitto e Stati Uniti e per gli sforzi dell’Egitto e del presidente Al-Sisi sulle principali questioni regionali, sottolineando che l’Egitto rappresenta un partner centrale degli Stati Uniti in Medio Oriente.

-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).

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Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

Romania, drone abbattuto da due caccia F-18 spagnoli. Il portavoce della Nato: “Sembra essere russo”

ROMA (ITALPRESS) – Due caccia F-18 spagnoli, impiegato nella missione di pattugliamento aereo della Nato, hanno abbattuto un drone che aveva sconfinato nel territorio rumeno.

“Stanotte, un altro drone è entrato nello spazio aereo nazionale rumeno senza autorizzazione ed è stato abbattuto – scrive su X il ministro della Difesa rumeno Radu Miruta -. Alle 04:44, il bersaglio è stato rilevato mentre entrava nello spazio aereo nazionale rumeno, 24 km a nord di Galati. In quel momento, due caccia spagnoli F-18, già decollati per precauzione, hanno ricevuto l’autorizzazione a ingaggiare il bersaglio. Alle 05:01, il drone è stato intercettato e distrutto tra le località di Baleni e Cudalbi, nella contea di Galati, in un’area disabitata”.

Dal ministro rumeno “congratulazioni ai piloti spagnoli e al personale militare rumeno del centro di comando per la riuscita della missione. La Romania difende il proprio spazio aereo e i nostri alleati sono al nostro fianco. Vigilanza, risposta rapida e solidarietà alleata: queste sono le garanzie concrete della nostra sicurezza – conclude Miruta -. Sì, la Romania è in prima linea nella difesa dell’Unione Europea”.

PORTAVOCE NATO “IL DRONE SEMBRA ESSERE RUSSO”

Il drone abbattuto da un caccia F-18 della Nato dopo avere violato lo spazio aereo della Romania “sembra essere russo”. Lo ha dichiarato il portavoce del quartier generale militare della Nato, il colonnello Martin O’Donnell, sottolineando che le circostanze dell’incidente sono ancora oggetto di indagine.

– Foto di repertorio www.pexels.com –

(ITALPRESS).

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Trump sta trasformando il rapporto tra Stato, aziende e uso della forza nel cyberspazio

Donald Trump alla Spire Academy per i Patriot Games

Per capire la portata della nuova politica cyber di Donald Trump bisogna partire da una parola antica: corsari. Il paragone con le letters of marque non significa che le aziende americane stiano per diventare una Marina privata né che abbiano ricevuto una licenza generale per fare hack back. Serve però a cogliere la trasformazione in corso: lo Stato mantiene la direzione dell’operazione, ma autorizza soggetti privati a esercitare una capacità finora rimasta nelle mani di agenzie militari, di intelligence e di law enforcement.

Con un memorandum firmato mercoledì, il presidente degli Stati Uniti ha ordinato al dipartimento di Giustizia e al dipartimento per la Sicurezza interna di creare un programma attraverso il quale aziende statunitensi selezionate potranno condurre, sotto supervisione federale, operazioni offensive contro organizzazioni criminali transnazionali attive nel cyberspazio. Le società potranno svolgere attività di sorveglianza e, previa autorizzazione, azioni capaci di «manipolare, interrompere, negare, degradare o distruggere» sistemi informatici, reti, infrastrutture e dati.

È una differenza sostanziale rispetto al modello americano consolidato negli ultimi decenni. Il settore privato è da tempo parte integrante dell’ecosistema cyber statunitense: sviluppa strumenti offensivi, fornisce intelligence, identifica vulnerabilità, produce software e tecnologie utilizzate dalle agenzie governative. Ma fino a oggi la distinzione era relativamente chiara: le aziende fornivano capacità, mentre lo Stato decideva quando e contro chi usarle. Il nuovo programma porta l’impresa un passo più avanti: non soltanto fornitore di capacità, ma potenziale esecutore dell’operazione.

Non significa, però, che Washington abbia liberalizzato l’hack back. Il memorandum prevede una catena di controllo rigida: selezione delle aziende, contratti con il governo, standard tecnici e di sicurezza, approvazione federale e autorizzazione scritta prima di ogni operazione. Le procedure dovranno essere definite entro 60 giorni; le società dovranno inoltre mantenere un’obbligazione di almeno un milione di dollari ed essere sottoposte a valutazioni periodiche.

Insomma, non è una privatizzazione della guerra cibernetica. È qualcosa di più sottile: la privatizzazione dell’esecuzione di una parte dell’azione offensiva dello Stato.

Qui torna utile il paragone con i corsari. Le letters of marque autorizzavano privati a colpire il naviglio nemico per conto dello Stato: il privato metteva uomini, nave e capacità; lo Stato fissava il quadro. Nel cyberspazio il principio è simile, anche se il contesto giuridico e operativo è diverso: Washington identifica il problema, stabilisce le regole e autorizza l’operazione; l’azienda mette sul campo strumenti, operatori, intelligence e velocità.

Il motivo è concreto. Il cybercrime transnazionale ha ormai una scala che mette sotto pressione le capacità dello Stato. Secondo la Casa Bianca, nel 2025 gli americani hanno denunciato perdite per circa 20,8 miliardi di dollari legate a frodi e crimini informatici. Ransomware, truffe finanziarie e furti di criptovalute si muovono attraverso reti internazionali che non rispettano confini, giurisdizioni o tempi burocratici.

Da qui nasce la scommessa di Trump: se una parte significativa della superiorità tecnologica americana si trova nelle aziende private, perché lasciarla ai margini dell’azione offensiva dello Stato? È la stessa logica della strategia cyber pubblicata a marzo, che insisteva sulla necessità di «unleash the private sector». Il memorandum di agosto compie il passo successivo: dall’industria come fonte di tecnologia e intelligence all’impiego delle sue capacità operative contro i bersagli.

Il punto, però, va oltre il cybercrime. La nuova politica si inserisce in una trasformazione più ampia: le tecnologie militari e di sicurezza evolvono ormai a una velocità che gli apparati pubblici faticano a sostenere da soli. Droni, satelliti, software di targeting, sistemi di intelligenza artificiale e piattaforme cyber vengono spesso sviluppati, aggiornati e gestiti da aziende private che restano vicine al campo operativo molto più di quanto accadesse in passato. In Ucraina, per esempio, diversi contractor tecnologici hanno lavorato a stretto contatto con le forze armate per adattare rapidamente droni e sistemi digitali alle condizioni del fronte. Il memorandum cyber di Trump rientra in questa stessa tendenza: non solo comprare tecnologia dal mercato, ma portare il mercato dentro l’esecuzione dell’azione di sicurezza.

E qui cominciano i problemi.

Il primo è l’attribuzione. Il memorandum autorizza operazioni contro organizzazioni criminali transnazionali, non contro governi stranieri. La distinzione appare semplice sulla carta, molto meno nella realtà: una banda criminale può avere rapporti informali con apparati statali, un gruppo ransomware può offrire servizi a un’intelligence, hacker formalmente indipendenti possono essere tollerati o protetti da un governo. Prima di colpire un bersaglio, bisogna sapere chi è davvero il bersaglio. Questo crea un problema che nel cyber è particolarmente delicato: prima di colpire un bersaglio bisogna sapere chi è davvero il bersaglio.

Il secondo problema è la deconfliction. Gli Stati Uniti conducono già operazioni cyber attraverso Cyber Command, National Security Agency, Federal Bureau of Investigation e altre agenzie. Coordinare queste attività è complesso anche quando gli operatori appartengono tutti allo Stato. Inserire aziende private, con strumenti propri, clienti propri, interessi commerciali propri e grande velocità operativa, aumenta il rischio di sovrapposizioni.

Il memorandum prevede una procedura di coordinamento, compresa una parte classificata. Ma il successo dipenderà da regole che ancora non sono pubbliche. Il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio: è che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri. È il motivo per cui diversi ex funzionari americani hanno espresso la stessa preoccupazione: il rischio non è soltanto che un’azienda sbagli bersaglio. È che troppi operatori inizino a muoversi nello stesso spazio digitale senza sapere cosa stanno facendo gli altri.

C’è poi la questione della responsabilità. Se un’azienda agisce sulla base di un contratto con il governo, dopo aver ricevuto l’autorizzazione dei dipartimenti di Giustizia e Sicurezza interna, dove finisce la responsabilità privata e dove comincia quella statale? Il memorandum può stabilire procedure e obblighi contrattuali, ma non cancellare le conseguenze internazionali di un’operazione.

Un’operazione autorizzata da Washington potrebbe coinvolgere sistemi in un Paese terzo, infrastrutture condivise, società straniere o persino apparati governativi. Se un errore provocasse un danno significativo, il fatto che a eseguirla sia stata un’azienda privata non farebbe scomparire il problema politico e giuridico per gli Stati Uniti.

È il paradosso dei nuovi corsari digitali: lo Stato può delegare l’azione, ma non necessariamente può delegare le conseguenze.

La storia offre un precedente. Nel 1856 la Dichiarazione di Parigi abolì il privateering, chiudendo l’epoca in cui gli Stati potevano affidare a privati una parte dell’attività bellica marittima. Il contesto non è trasferibile al cyberspazio, ma la parabola dei corsari pone una domanda attuale: quanto a lungo è possibile affidare a soggetti privati una capacità coercitiva senza perdere il controllo delle sue conseguenze?

Trump non sta copiando i modelli di Russia o Cina, dove hacker privati, contractor, gruppi criminali e apparati statali interagiscono da anni in modo opaco. La differenza americana dovrebbe essere una catena di autorizzazione esplicita e governativa. Ma il confine fra settore pubblico e privato si sposta comunque.

La risposta arriverà nei prossimi mesi, quando i due dipartimenti incaricati dovranno trasformare il principio politico in procedure concrete. Sarà lì che si capirà se i «corsari digitali» diventeranno una nuova arma contro il cybercrime transnazionale o una fonte supplementare di rischio per la macchina di sicurezza americana. La scommessa di Washington è portare dentro la capacità dello Stato la velocità del mercato. Ma il mercato, a differenza di un’agenzia governativa, non è nato per esercitare il potere dello Stato.

Ed è proprio questa la linea che Trump sta iniziando a riscrivere.

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Quello che il satellite vede a Gaza, e che la ricostruzione non racconta

Gaza

Il 7 agosto il Board of Peace ha assegnato il suo primo contratto: una base militare, non un ospedale, non alloggi per gli sfollati. È l’organismo voluto da Donald Trump per gestire la ricostruzione di Gaza, che lui stesso presiede e la cui gestione operativa ha affidato al genero Jared Kushner e a Steve Witkoff. La base misura 100 metri per 120 ed è pensata per 150 soldati della forza di stabilizzazione internazionale. La costruisce la Arkel International, un’azienda della Louisiana che ha già lavorato per l’esercito americano in Iraq. Secondo l’anticipazione del Guardian, il contratto non è ancora formalmente chiuso, ma è alle battute finali.

Il punto di partenza è metodologico: il satellite non ha opinioni, misura. Da ottobre a oggi il contesto politico è cambiato. C’è un cessate il fuoco, c’è un piano in quindici punti, c’è un organismo internazionale con un nome che promette pace. La traiettoria fisica sul terreno, a giudicare dai dati che seguono, non è cambiata. L’analisi che segue non si limita a citare le fonti satellitari pubblicate da altri: per questo articolo sono state scaricate due immagini PlanetScope, datate l’8 gennaio e il 3 marzo 2026, sullo stesso punto della Striscia. Il confronto è la sintesi più chiara di questi sei mesi.

La Linea Gialla, spiegata
Con il cessate il fuoco di ottobre 2025 è stata tracciata una linea di demarcazione, chiamata informalmente Yellow Line, che segna il limite fino a dove le forze israeliane si sono ritirate dalle posizioni di massima avanzata. Doveva essere una linea temporanea, il primo passo di un ritiro progressivo. Da allora quella linea non è arretrata: secondo le analisi satellitari raccolte da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify, si è invece consolidata in un confine fisico, permanente, che oggi delimita una fascia compresa fra il 55 e il 60 per cento del territorio della Striscia sotto controllo israeliano diretto. A fine maggio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato indicazioni di voler estendere il controllo militare fino al 70 per cento del territorio.

Wikipedia le ha dedicato una voce propria, «Yellow Line (Gaza)». È un indicatore di quanto la linea sia diventata un oggetto di cronaca permanente, non più un dettaglio tecnico di un cessate il fuoco.

Cosa documentano le fonti open source
Tre organizzazioni indipendenti, con metodo dichiarato e immagini datate, hanno seguito l’evoluzione della linea gialla mese per mese.

La Al Jazeera Open Source Unit ha pubblicato il 3 giugno un’analisi che, su dati satellitari fino a maggio 2026, identifica 40 avamposti militari israeliani distinti entro i confini di Gaza. Il dato più rilevante non è il totale, ma la scomposizione: otto di queste basi sono state costruite interamente dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre 2025, una era ancora in costruzione attiva al momento della pubblicazione. Tra i siti documentati: una base costruita sulle rovine di un cimitero a Khan Younis, con lavori iniziati a novembre 2025 e «completamente equipaggiata» con piazzali per veicoli entro maggio; una struttura interamente recintata a Beit Lahiya; un ampliamento del 70 per cento della superficie di un sito a est di Gaza City tra ottobre 2025 e maggio 2026. Il 23 luglio Al Jazeera è tornata sul tema con un’analisi dedicata a un terrapieno con fossato lungo oltre 23 chilometri (la Striscia ne misura circa 40 in tutta la sua lunghezza), costruito nei mesi precedenti e documentato da un’immagine Planet Labs del 1° luglio, distribuita anche tramite Associated Press. In alcuni punti il terrapieno supera la linea gialla concordata: di circa 400 metri a Khan Younis, fino a 1.300 metri a Rafah.

Forensic Architecture, il centro di ricerca spaziale dell’Università di Londra Goldsmiths che da anni applica alla ricostruzione di eventi di conflitto la stessa logica di evidenza fisica usata nelle analisi Sentinel, mantiene sulla piattaforma Frames un monitoraggio continuativo della linea gialla: non un singolo pezzo, ma un archivio di verifiche datate e georeferenziate. Le loro misurazioni, aggiornate a fine maggio, parlano di 25 chilometri complessivi di nuovi terrapieni, con un singolo tratto continuo di 11 chilometri che corre da Wadi Gaza fino a Khan Younis, il tratto più lungo mai documentato finora. Avevano già seguito, da dicembre 2025, la costruzione di una base a Jabalia, nel nord della Striscia, progressivamente fortificata nei mesi successivi.

BBC Verify, la squadra di verifica satellitare della BBC, ha pubblicato il 29 luglio un pezzo firmato dalla corrispondente Yolande Knell insieme a Emma Pengelly e Benedict Garman, in cui le immagini satellitari analizzate mostrano, secondo la sintesi della stessa BBC, che «in alcune aree il terrapieno di terra sposta di fatto il confine» più addentro nella Striscia rispetto alla linea gialla nominale. Solo nel mese di luglio, secondo l’articolo, decine di edifici in più sono stati demoliti oltre la linea gialla nell’area di Khan Younis e Deir al-Balah. Andreas Krieg, del King’s College London, ha commentato lo spostamento dei blocchi di cemento gialli che segnano fisicamente il confine definendolo, in dichiarazioni riportate dalla stampa, uno strumento di pressione territoriale. Reuters, il 28 luglio, ha raccontato la stessa dinamica dal punto di vista dei residenti del quartiere di Zeitoun, a Gaza City, che si ritrovano i blocchi gialli spostati durante la notte.

Vale una precisazione, perché il tema del «confine mobile» e della Linea Gialla ricorre anche altrove: Bellingcat ha pubblicato a maggio un’analisi satellitare rigorosa su una Yellow Line, ma è quella del Libano meridionale, una zona di sicurezza israeliana distinta che ha danneggiato o distrutto almeno 46 città e villaggi libanesi. È lo stesso lessico militare israeliano applicato a due teatri diversi, non lo stesso confine. Chi scrive di questo tema dovrebbe tenerli separati con cura: per questo qui non viene citato come fonte su Gaza, ma segnalato come nota a margine sul metodo.

La mappa che segue (fig. 1) riassume in forma semplificata i punti citati sopra: l’andamento della linea gialla e le posizioni approssimative dei siti documentati da Al Jazeera, Forensic Architecture e BBC Verify.

Schema semplificato, non in scala geografica esatta, della Yellow Line e dei principali avamposti e terrapieni documentati dalle fonti open source citate nel testo. Elaborazione dell’autore su dati Al Jazeera Open Source Unit, Forensic Architecture, BBC Verify

Cosa mostrano le nuove immagini
Tutte le fonti citate sopra usano gli stessi strumenti satellitari impiegati per l’analisi di questo articolo, Planet Labs e in alcuni casi Sentinel Hub, ma restano fonti di seconda mano finché i dati non vengono verificati direttamente. Le due acquisizioni PlanetScope usate qui, datate 8 gennaio e 3 marzo 2026 (le più recenti disponibili al momento della scrittura), non riguardano l’intera Striscia ma un’area ristretta in cui le fonti citate sopra segnalavano nuova attività.

Il confronto (fig. 2) è netto. L’8 gennaio, sul lato orientale dell’area osservata, c’è un piccolo avamposto quadrato, recintato, isolato su un cumulo di terra spoglia: una struttura modesta, con un solo accesso visibile. Il 3 marzo, nello stesso punto, quella struttura è diventata un forte circolare. Un terrapieno ovale di un centinaio di metri di diametro racchiude una struttura fortificata centrale, e una rete di piste per veicoli si irradia verso l’esterno a raggiera. In meno di due mesi, un avamposto è diventato una posizione fortificata permanente.

Stesso punto, due date. L’8 gennaio 2026 (sinistra) c’è un piccolo avamposto quadrato su un cumulo di terra spoglio. Il 3 marzo (destra) è diventato un forte circolare con terrapieno perimetrale e piste di accesso a raggiera. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

Il dato più interessante non è la crescita del forte in sé: è già documentata, in altre aree, dalle fonti citate sopra. Più utile è osservare un secondo punto, a poca distanza dal primo (fig. 3). Nell’immagine dell’8 gennaio l’area è tessuto urbano e agricolo continuo, attraversato solo da una strada preesistente in diagonale. Nell’immagine del 3 marzo, nello stesso punto, un corridoio di terra sgomberata affianca quella strada, con margini netti e rettilinei, incompatibili con un canale naturale. Una rete di piste per veicoli si irradia a raggiera da un punto centrale dove a gennaio non c’era nulla. È una fascia sgomberata ex novo, con le caratteristiche di un’area di transito o di sosta per mezzi, comparsa nella stessa finestra temporale in cui si sviluppa il forte descritto sopra.

Un secondo punto della stessa area, a poca distanza dal primo. L’8 gennaio 2026 (sinistra) il tessuto urbano e agricolo è continuo, attraversato solo da una strada preesistente. Il 3 marzo (destra, con l’evidenziazione in rosso) un corridoio di terra sgomberata affianca la strada e una rete di piste per veicoli si irradia da un punto centrale prima assente. Planet Labs PBC / Piero Boccardo

A scala di intera Striscia il confronto è meno conclusivo. Un’immagine del febbraio 2023 e una del marzo 2026, alla risoluzione necessaria per coprire tutto il territorio, non permettono di distinguere con certezza un nuovo terrapieno da una strada già esistente prima della guerra: un’opera larga pochi metri richiede di restringere il campo per essere identificata. Le immagini panoramiche mostrano il contesto, quelle a maggiore dettaglio come le due sopra mostrano la prova.

Il conto che non torna
Mettiamo insieme questi piani. La Fondazione Leone Moressa e altre stime indipendenti collocano il costo della ricostruzione di Gaza fra i 70 e i 75 miliardi di dollari, quasi 200.000 edifici da ricostruire secondo le stime circolate a più riprese nei mesi scorsi. Il Board of Peace, l’organismo che dovrebbe amministrare quei fondi e quel processo, ha aperto la sua attività assegnando un contratto per una base militare. Il disarmo di Hamas, intanto, non è nemmeno cominciato: Israele lo pone come condizione al proprio ritiro, Hamas pone il ritiro israeliano come condizione al proprio disarmo. Le case mobili per centinaia di migliaia di sfollati restano, a oggi, fuori dalla Striscia.

Ciò che si muove, con una regolarità che i comunicati ufficiali non hanno, sono i terrapieni, i blocchi di cemento giallo e le piste che collegano un vecchio posto di blocco a un nuovo forte, come mostra il confronto PlanetScope qui sopra su un singolo punto della Striscia osservato in meno di due mesi.

Cosa il satellite non può dire
Vale un avvertimento metodologico, oggi come sempre. Un’immagine satellitare dice che una struttura non c’era e poi c’è, che un terrapieno si è allungato di alcuni chilometri, che una fascia di terreno è stata spianata. Non dice chi ha deciso di costruirla, con quale catena di comando, né se sia parte di un piano di annessione permanente o di una misura di sicurezza temporanea che nessuno, nei fatti, ha più intenzione di rimuovere. Quella è una valutazione politica e giuridica che spetta ad altri: analisti come Andreas Krieg si stanno già esprimendo apertamente su questo. Il satellite misura. Il resto, la ricostruzione del significato, resta un lavoro umano, e va fatto con i dati alla mano, non con gli annunci.

L'articolo Quello che il satellite vede a Gaza, e che la ricostruzione non racconta proviene da Linkiesta.it.

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Un anno dopo Anchorage, la pace in Ucraina resta un miraggio. Conversazione con Di Liddo (Cesi)

Si celebra in queste ore l’anniversario dell’incontro di Anchorage tenutosi nel 2025, durante il quale il presidente statunitense Donald Trump e quello russo Vladimir Putin si sono incontrati faccia a faccia in un bilaterale che avrebbe dovuto permettere di affrontare diversi dossier sul tavolo. A partire, ovviamente, dalla guerra in Ucraina. Eppure, nonostante le speranze e le speculazioni, dodici mesi dopo al situazione nel Paese dell’Est Europa non sembra essere cambiata più di tanto, con il conflitto che continua a mietere vittime su base quotidiana. Cosa resta di quell’incontro? E che prospettive ci sono oggi per la guerra in Ucraina? Formiche.net lo ha chiesto a Marco Di Liddo, direttore del Cesi ed esperto di spazio post-sovietico.

Un anno fa Putin e Trump si incontravano in Alaska. A un anno di distanza cosa rimane di quell’incontro?

Resta davvero poco, ma qualcosa resta. A partire da una visione comune del mondo che hanno il presidente degli Stati Uniti e il presidente della Russia, una visione incentrata sulla preminenza, almeno formale, delle grandi potenze, e quindi una loro fiducia nella politica di potenza a livello globale. In generale resta un tentativo di sinergia su tutta una serie di dossier: a cominciare dal rifiuto delle politiche di resilienza contro il cambiamento climatico, arrivando a una vicinanza rispetto a imporre la politica delle rispettive capitali nei principali teatri regionali e in generale la ricerca di intese tra i grandi della terra che devono creare un nuovo sistema di norme, una nuova governance globale che poi deve essere imposta a tutti quanti, andando a negare quello che è l’assetto costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale e soprattutto dopo il 1991. Oltre a questo però le grandi visioni sull’Africa, sull’Europa, sull’Asia restano soltanto carta a straccia.

Proprio di una “divisione del mondo in sfere di influenza” tra i due leader si era parlato nell’immediato. Anche lei crede che fosse plausibile?

Assolutamente. I due leader continuano a credere in un mondo diviso in sfere di influenza. Ma dei due quello che avrebbe una struttura economica e una potenza militare, almeno sulla carta, in grado di promuovere questo tipo di visione è soltanto Trump. Putin non può che sfruttare circostanze positive che si creano nelle pieghe delle crisi internazionali, ma non è in grado più di imporre in maniera unilaterale la visione e l’interesse della Russia a livello globale soltanto con l’uso della forza, quindi deve portare avanti una politica internazionale basata sostanzialmente sul principio del contropiede, reattiva e non proattiva, volta a sfruttare le occasioni. C’è da dire però che anche gli Stati Uniti, soprattutto con i pessimi risultati della campagna militare e politica in Medio Oriente per quanto riguarda il conflitto con l’Iran, hanno dimostrato che anche il loro ventaglio di capacità non è infinito, e che neppure una macchina bellica così preparata come quella americana può essere sempre vincente. Parafrasando Darth Vader in Guerre Stellari, non bisogna andare troppo fieri del terrore tecnologico che si è costruito, perché la capacità di distruggere un pianeta è insignificante rispetto alla potenza della forza. In questo caso la capacità di fare operazioni a lungo raggio, di avere la flotta più potente del mondo, di bombardare per settimane un avversario è insignificante di fronte alla resilienza di un sistema politico, in questo caso quello iraniano, che invece si è dimostrato molto più coriaceo di quella capacità militare americana e israeliana che li si oppone.

Per quel che riguarda la guerra in Ucraina, che prospettive abbiamo oggi? Quanto è lontana una sua fine?

La guerra in Ucraina è ancora lontana da una soluzione, sia che si tratti di una soluzione sbilanciata, sia ancora più lontana che una situazione concertata, nel senso non c’è margine oggi che Kyiv e Mosca possano sedersi al tavolo e trovare un accordo, perché gli interessi sono ancora divergenti. Gli ucraini, nonostante le difficoltà legate alla mancanza di personale e soprattutto alla coperta cortissima per quanto riguarda la difesa aerea, lotteranno fino alla fine per la propria indipendenza, per il ripristino della propria integrità territoriale e in ultima istanza per la propria dignità di popolo. Dall’altra parte i russi sanno che non possono scendere a un compromesso che non possa essere venduto internamente e internazionalmente come vittoria, perché altrimenti il loro sistema di potere potrebbe avere l’ennesima crepa e quindi andare incontro a tumulti, a scossoni dagli esiti imprevedibili dal punto di vista interno, mentre dal punto di vista internazionale ciò risulterebbe in un ridimensionamento ulteriore di Mosca. Quindi per motivi diversi siamo di fronte a una guerra di sopravvivenza, una guerra di sopravvivenza nazionale per Kyiv, una guerra di sopravvivenza di un sistema preciso di potere per Mosca, e quindi tutti e due andranno avanti fino ad esaurire l’ultima carta a disposizione. E di conseguenza questa guerra finirà soltanto finché uno dei due non avrà esaurito tutte le carte e non sarà più fisicamente dal punto di vista militare o dal punto di vista politico in grado di continuare a combattere.

La crisi dello stretto di Hormuz pesa sulle dinamiche diplomatiche relative al conflitto? E come?

Indubbiamente le dinamiche dello stretto e in generale la guerra ad Hormuz influenza in maniera diretta tutto il mondo dal punto di vista economico e politico, e quindi anche la guerra in Ucraina. Sia la Russia che l’Ucraina proiettano quelle che sono le proprie reti di influenza, le proprie necessità e le proprie capacità nel Golfo Persico. Ed è ovvio che Putin spalleggi l’Iran, perché ha bisogno che l’Iran entro certi limiti invii dei sistemi d’arma, e soprattutto perché aiutando l’Iran mette in difficoltà gli Stati Uniti, fornendo intelligence per aiutare il targeting iraniano contro obiettivi sensibili degli Stati Uniti o degli alleati degli Stati Uniti e quindi questo si trasforma in capitale politico che Putin può mettere sul tavolo del conflitto in Ucraina. Come riesce a farlo? Innanzitutto se aumenti la pressione sugli alleati degli Stati Uniti nel Golfo, costringi inevitabilmente gli Stati Uniti a dover fare una scelta sulle forniture dei sistemi antiaerei, e quindi se devi proteggere in modo prioritario l’Arabia Saudita, il Kuwait, gli Emirati,  Kyiv deve aspettare. E se Kyiv deve aspettare il ratio di successo dei bombardamenti russi aumenta perché l’Ucraina non ha Patriot a sufficienza. Naturalmente questo è il circolo materiale, poi c’è il circolo politico.

Cosa intende?

Putin può presentarsi agli Stati Uniti sostenendo che, se Washington vuole che Mosca eserciti la propria influenza sull’Iran per convincerlo ad assumere una posizione più moderata sullo Stretto di Hormuz, sul programma missilistico o su quello nucleare, allora gli Stati Uniti dovrebbero concedere alla Russia qualcosa sul dossier ucraino. In pratica, Washington dovrebbe lasciare a Mosca più margine di manovra su Kyiv, ad esempio spingendo gli ucraini a interrompere gli attacchi contro le infrastrutture critiche russe o ad accettare condizioni di pace più favorevoli al Cremlino. Questo è il tipo di scambio strategico che Mosca cerca di proporre. Tuttavia, non si tratta di un meccanismo automatico e non è affatto detto che gli altri attori siano disposti ad accettarlo. La grande lezione dell’ultimo decennio è che la politica dei blocchi funziona sempre meno, e che le grandi potenze non hanno più la capacità di imporre unilateralmente la propria volontà ai rispettivi alleati. Le medie potenze hanno acquisito maggiore peso politico e autonomia decisionale, dando vita a un multilateralismo frammentato, in cui i tradizionali punti di riferimento si indeboliscono e la gestione delle crisi diventa molto più complessa e imprevedibile.

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Pakistan, quando l’identità religiosa diventa strategia

Mentre gran parte del mondo insiste che l’unica soluzione possibile in Medio Oriente sia quella dei due Stati, ricorre l’anniversario di quando, quasi ottant’anni fa, la soluzione dei due Stati fu applicata in un’altra parte del mondo. Il risultato fu il Pakistan.

Per comprendere meglio il Pakistan di oggi, uno Stato nel quale l’esercito esercita da decenni un’influenza politica e istituzionale eccezionale e che recentemente ha acquisito nuova rilevanza internazionale grazie al ruolo di intermediario tra Stati Uniti e Iran, bisogna tornare alle circostanze della sua nascita. Il Pakistan ha contemporaneamente firmato alla Mecca, il luogo più sacro dell’Islam, un patto di difesa che lo lega ad Arabia Saudita e Turchia, due potenze sunnite che, in modi diversi, rivendicano la leadership del mondo musulmano.

Per un Paese nel quale la definizione dell’identità nazionale è stata a lungo intrecciata alla rivalità con l’India, è motivo di grande orgoglio. Il Pakistan può presentarsi come mediatore, potenza militare e, soprattutto, unico Stato musulmano dotato di armi nucleari. Il suo arsenale diventa così non soltanto il deterrente contro l’India, ma potenzialmente una risorsa strategica per l’intero mondo islamico.

Qui emerge una contraddizione. Il giorno in cui il deterrente nucleare pakistano dovesse realmente essere utilizzato per difendere un altro Stato sarebbe anche il giorno in cui il Pakistan rischierebbe la propria distruzione. Il feldmaresciallo Asim Munir ha costruito un sistema che garantisce enorme prestigio in tempo di pace ma potrebbe imporre una scelta impossibile in guerra. Non rispettare l’impegno significherebbe perdere credibilità. Rispettarlo in un conflitto esistenziale potrebbe significare l’annientamento.

È una contraddizione stranamente familiare. Lo stesso Pakistan nacque da una soluzione politica destinata a risolvere un conflitto comunitario apparentemente inconciliabile.

Le origini precedono di molto il 1947. La All-India Muslim League fu fondata a Dhaka nel 1906, inizialmente non per chiedere uno Stato musulmano separato, ma per tutelare gli interessi politici dei musulmani nell’India britannica. La politica coloniale contribuì a istituzionalizzare la divisione. Gli elettorati separati introdotti dalle riforme Morley-Minto del 1909 spinsero sempre più gli indiani a rapportarsi allo Stato coloniale come comunità religiose anziché come cittadini di una futura India.

Neppure Muhammad Ali Jinnah fu inizialmente il profeta della Partizione. Uno sciita gujarati finì per diventare il fondatore di uno Stato sunnita. Per buona parte della sua carriera sostenne la cooperazione tra indù e musulmani e garanzie costituzionali per questi ultimi. Nel 1940, però, la Muslim League approvò a Lahore la risoluzione che divenne la base politica del Pakistan, chiedendo che le regioni a maggioranza musulmana del nord-ovest e dell’est fossero raggruppate in entità politiche indipendenti.

Nei sei anni successivi l’ambiguità divenne una richiesta precisa. La Muslim League si presentò sempre più come unica rappresentante politica dei musulmani indiani e il successo nei collegi musulmani alle elezioni del 1945-46 rafforzò enormemente Jinnah.

Ma i musulmani indiani non erano affatto unanimi. Importanti organizzazioni e autorità religiose si opposero alla Partizione. Gran parte dell’establishment deobandi respinse la teoria delle due nazioni e sostenne un nazionalismo indiano condiviso. Al contrario, settori degli ulema, influenti pir e soprattutto reti barelvi appoggiarono la Muslim League. Il Pakistan stava diventando una patria musulmana.

La successiva escalation portò quindi a uno degli episodi più oscuri che precedettero la Partizione. La Muslim League proclamò il 16 agosto 1946 “Direct Action Day” per dimostrare la determinazione musulmana a ottenere il Pakistan.

Le conseguenze furono catastrofiche. Calcutta precipitò nella violenza comunitaria, poi estesasi al Bengala, Bihar, Punjab e altrove. Indù, musulmani e sikh furono vittime e carnefici in una spirale crescente di vendette. Gandhi continuò a tentare di impedire la divisione dell’India. Voleva preservare la convivenza. Ma Gandhi fallì.

Nehru e Patel, accettando la Partizione, non erano necessariamente convinti che fosse definitiva. Nehru parlò pubblicamente della possibilità che la divisione potesse, un giorno, ricondurre all’unità. Resta controverso anche il ruolo di Lord Mountbatten. Accelerò il ritiro britannico, previsto entro giugno 1948, trasferendo invece il potere nell’agosto 1947. Un subcontinente di quasi 400 milioni di persone fu diviso in pochi mesi da Cyril Radcliffe, un avvocato britannico che non aveva mai visitato l’India. Ebbe appena cinque settimane per dividere Punjab e Bengala. Il confine definitivo fu reso pubblico soltanto dopo l’indipendenza. Una Brexit rapida.

Il Pakistan nacque il 14 agosto 1947. L’India divenne indipendente il giorno successivo. Poi arrivò la catastrofe umana. Treni raggiunsero le stazioni carichi di cadaveri invece che di passeggeri. Donne furono rapite, violentate e convertite forzatamente all’Islam. Famiglie che vivevano fianco a fianco da generazioni si ritrovarono improvvisamente ai lati opposti di una frontiera internazionale.

Il numero esatto dei morti probabilmente non sarà mai conosciuto. Le stime più alte arrivano a circa due milioni in pochi mesi, mentre tra dieci e quindici milioni di persone furono sradicate. Fu una delle più grandi e rapide catastrofi umane del XX secolo. La soluzione dei due Stati.

All’epoca le cifre raccontavano una storia molto più piccola. Lo stesso Nehru ammise pochi mesi dopo che i dati militari sulle vittime erano una grave sottostima. La normalizzazione della tragedia iniziò quasi contemporaneamente agli eventi. Mountbatten, ormai governatore generale dell’India, Nehru e gli altri leader avevano bisogno di una narrativa. Il nuovo Stato pakistano doveva costruire una propria narrativa fondativa. La Gran Bretagna aveva interesse a raccontare un ritiro ordinato dall’Impero. Nessuno aveva interesse a sottolineare che la soluzione politica appena adottata aveva prodotto una catastrofe umanitaria su scala continentale.

Il Pakistan sopravvisse. Ma non rimase integro. Nel 1971, dopo discriminazioni politiche, repressione e infine guerra, il Pakistan orientale si separò diventando Bangladesh. L’identità musulmana che aveva giustificato la Partizione non bastò a tenere insieme bengalesi e pakistani occidentali, divisi da lingua, cultura, interessi economici e geografia.

La separazione del Bangladesh mostrò i limiti dell’identità religiosa come unico collante nazionale. Decine di milioni di musulmani erano rimasti in India dopo il 1947, mentre nel Pakistan orientale lingua, cultura, rappresentanza politica e interessi economici finirono per prevalere sull’appartenenza religiosa comune.

Il problema dell’identità pakistana emerse subito nella scelta della lingua. L’urdu divenne lingua nazionale pur non essendo la lingua madre maggioritaria di nessuna delle principali regioni del Pakistan. Il suo centro culturale era nell’India settentrionale, soprattutto Uttar Pradesh, Delhi e Lucknow, e arrivò con l’élite politica e burocratica muhajir.

La contraddizione era massima nel Pakistan orientale, dove i bengalesi costituivano il più grande gruppo linguistico del Paese. Eppure nel 1948, proprio a Dhaka, Jinnah dichiarò che l’urdu sarebbe stata l’unica lingua dello Stato. Nel 1971 il Bangladesh dimostrò i limiti della religione come sostituto di lingua, cultura e identità.

Un’ironia simile riguardava la religione. Il movimento deobandi, destinato a esercitare un’enorme influenza sulla vita religiosa pakistana e successivamente afghana, era nato a Darul Uloom Deoband, nell’Uttar Pradesh. Ancora più significativamente, importanti deobandi come Husain Ahmad Madani e la Jamiat Ulema-e-Hind avevano respinto la teoria delle due nazioni e si erano opposti alla Partizione.

Il paradosso è evidente. La nuova patria musulmana adottò una lingua nazionale il cui cuore culturale rimaneva in India e subì la crescente influenza di una tradizione religiosa nata anch’essa in India, mentre le identità punjabi, sindhi, pashtun, balochi e bengalese esistevano da secoli. Una comune identità nazionale pakistana doveva essere costruita sopra identità linguistiche, culturali e regionali molto più antiche.

Gli strumenti più efficaci furono l’Islam e l’esercito. Il vuoto fu progressivamente occupato dall’istituzione dotata della maggiore organizzazione, gerarchia e continuità: i militari, destinati a diventare uno degli attori determinanti della vita politica pakistana. L’Islam fornì la legittimità ideologica, i militari la continuità istituzionale.

È qui che si comprende il momento di Asim Munir. La mediazione tra Washington e Teheran ha restituito al Pakistan rilevanza internazionale, mentre l’accordo di difesa della Mecca con Arabia Saudita e Turchia permette al Paese nato come patria dei musulmani indiani di immaginarsi oggi garante militare e nucleare di una ummah molto più vasta, uno spazio strategico islamico.

Eppure proprio la storia del Pakistan dovrebbe suggerire prudenza verso grandi progetti politici fondati sull’identità religiosa. La soluzione dei due Stati del 1947 non pose fine all’ostilità tra indù e musulmani. Né produsse un’identità nazionale capace di superare tutte le divisioni linguistiche, culturali e politiche: il Pakistan si spezzò in due appena ventiquattro anni dopo.

Quasi ottant’anni dopo, il Pakistan lega nuovamente la propria sicurezza a un’ambiziosa idea politica costruita in parte sulla solidarietà musulmana. Per Asim Munir, la Mecca è un trionfo diplomatico. Un deterrente nucleare ha un valore straordinario quando serve a garantire che non venga mai utilizzato. Il Pakistan acquista prestigio suggerendo che il proprio potere protegga una comunità più vasta, ma nel momento in cui quella promessa venisse realmente messa alla prova dovrebbe scegliere tra credibilità e sopravvivenza. È il paradosso al centro del successo di Asim Munir.

La storia possiede uno sgradevole senso dell’ironia. La prima soluzione dei due Stati non pose fine al conflitto che avrebbe dovuto risolvere. La seconda, quella che oggi viene proposta per la Terra Santa, non sarà migliore. Mentre il Pakistan celebra la propria indipendenza e una rinnovata centralità internazionale, l’anniversario della Partizione ricorda anche i milioni di indù, musulmani e sikh travolti dalla nascita di un nuovo ordine politico. Tutti indiani nell’ultimo giorno dell’India unita. È una memoria che dovrebbe accompagnare qualsiasi nuovo progetto che cerchi di trasformare la solidarietà religiosa in architettura strategica.

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Ceuta, l’ondata di disinformazione social dietro l’arrivo dei migranti

Donne che camminano con i capelli bagnati e il sorriso, soddisfatto, stampato in faccia. Il pollice alzato in segno di tranquillità. Un video pubblicato su Facebook due giorni prima dell’inizio dell’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta sosteneva (falsamente) che le porte della Spagna erano aperte ai migranti che arrivavano in maniera illegale a chi arrivava in mare. Il post è stato condiviso migliaia di volte e ha generato una cascata di commenti e repliche nella stessa linea.

Dal 30 luglio, migliaia di persone si sono buttati in mare nella speranza di raggiungere la frontiera tra il Marocco e la Spagna. Novanta persone sono morte affogate e la situazione ha scatenato una crisi politica e diplomatica in tutta Europa (inclusa l’Italia).

Per Moustafa Ayad, ricercatore dell’Institute for Strategic Dialogue, tutto è iniziato in un lampo. Al quotidiano The New York Times, l’esperto ha spiegato che quei primi post sono diventati una valanga. Per tre settimane, milioni di post su Facebook, Instagram, WhatsApp, TikTok e Telegram hanno speculato sulla decisione del tribunale spagnolo sulle condizioni dei migranti illegali in Spagna, come risulta dalle analisi di Ayad e altri ricercatori sul caso nelle piattaforme di quei giorni.

“Il contenuto ha cominciato a diffondersi in maniera organica e ha sfruttato una disperazione latente in molti in Marocco e altri posti dell’Africa per cercare opportunità economiche in Europa”, si legge sul NYT. In seguito, quella disperazione è stata sfruttata da gruppi online che organizzano il traffico di persone, con offerte su Facebook e WhatsApp per aiutare chi voleva attraversare il confine. Non è ancora chiaro se le autorità di Spagna e Marocco fossero a conoscenza di questo fenomeno.

Almeno 215 account su Facebook hanno pubblicato il 30 luglio un messaggio falso sulla decisione del Tribunale spagnolo. Uno dei post più condivisi è di Youssef Belhaissi, portavoce della Delegazione Interministeriale di Diritti Umani di Marocco, un’agenzia del governo di Rabat.

Secondo Jorgen Carling, esperto del Peace Research Institute Oslo, per molto tempo le speculazioni hanno influito nel modo in cui i migranti decidono le rotte per andare all’estero. E i social network hanno amplificato questo processo. Nel caso di Ceuta, ci sono post che offrono consigli, mappe e il materiale da portare in viaggio, per cui tutto indica che c’è stata una strumentalizzazione con fini economici.

Marcelino Madrigal, esperto di disinformazione in Spagna, ha seguito il fenomeno dell’evoluzione dei contenuti e ribadisce che la presenza di informazione logistica dimostra che si vuole monetizzare sulla crisi. Per Madrigal ancora nessuno è responsabile. Al NYT l’esperto ha avvertito: “È Zuckerberg? (il colpevole, ndr). Il governo marocchino? Il governo spagnolo? Finché non sarà identificato potrà accadere di nuovo”.

Anche l’analisi realizzata dal gruppo specializzato nel contrasto alla disinformazione “411” sostiene che contenuti diffusi da profili riconducibili alla propaganda russa hanno raggiunto centinaia di migliaia di utenti nelle ore immediatamente successive all’inizio della crisi di Ceuta. Come scritto da Formiche.net, secondo i ricercatori la campagna sarebbe partita il 1° agosto, all’indomani del tentativo di decine di migliaia di migranti di attraversare il confine tra Marocco e Spagna. I messaggi descrivevano gli eventi come un “assalto organizzato” all’Europa, argomentando che le autorità fossero complici o incapaci di reagire. In numerosi casi, tali narrazioni sono state accompagnate da contenuti islamofobi e da teorie del complotto.

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Le supply chain europee aiutano la Cina sui dazi Usa. L’accusa della Casa Bianca

La guerra commerciale degli Stati Uniti contro la Cina si sta spostando dalle tariffe all’origine delle merci. E nel nuovo fronte aperto da Washington finiscono anche alcuni dei suoi principali alleati.

La Casa Bianca ha accusato più di 40 Paesi, tra cui Canada, Messico e Giappone, oltre all’Unione europea, di consentire agli esportatori cinesi di aggirare i dazi statunitensi facendo transitare merci attraverso giurisdizioni sottoposte a tariffe inferiori.

Secondo il rapporto “The Great Transshipment Scam”, il fenomeno interesserebbe circa 60 miliardi di dollari di commercio nella stima centrale, anche se le valutazioni citate dall’amministrazione oscillano tra 40 e 303 miliardi.

L’accusa arriva sei settimane prima della prevista visita di Xi Jinping a Washington, dopo l’incontro con Donald Trump a Pechino dello scorso maggio, mentre Stati Uniti e Cina cercano di mantenere aperto il dialogo consapevoli che la competizione è sempre più serrata e meno selettiva. La tregua commerciale concordata dai due presidenti a Busan resta in vigore, ma le tensioni continuano: Washington ha sollevato dubbi sul rispetto degli impegni cinesi sulle terre rare, mentre Pechino contesta nuove restrizioni americane (export control su tecnologie, soprattutto quelle abilitanti l’ecosistema dell’intelligenza artificiale), motivate dalla sicurezza nazionale.

Il rapporto della Casa Bianca –  presentato giovedì dal consigliere per il commercio e la politica industriale della Casa Bianca e direttore dell’Office of Trade and Manufacturing Policy, Peter Navarro, uno dei più falchi nei confronti della Cina di un’amministrazione che non ha una linea univoca con Pechino – suggerisce però che il confronto commerciale sta assumendo una dimensione più ampia. Per Washington, contenere l’accesso cinese al mercato americano significa ormai intervenire sulle supply chain dei Paesi attraverso cui passano componenti, investimenti e prodotti cinesi.

È qui che entra l’Europa

La Casa Bianca classifica l’Unione europea tra i “Tier 1 Diversified Scale Leaders” della cosiddetta “Shadow Transshipment Network”, insieme a Canada, India, Israele, Giappone, Messico, Corea del Sud e Taiwan. Sono economie caratterizzate da grandi volumi commerciali, basi industriali diversificate e importanti piattaforme di esportazione verso gli Stati Uniti, nelle quali, secondo Washington, il rischio di transshipment può essere incorporato dentro flussi commerciali per il resto legittimi.

La distinzione è rilevante. L’amministrazione non descrive l’Europa come una semplice piattaforma di contrabbando commerciale. Il problema, nella lettura americana, è precisamente la profondità delle sue catene industriali: componenti cinesi possono entrare in processi produttivi sofisticati, subire assemblaggio, finissaggio, testing o repackaging e arrivare negli Stati Uniti con un’origine diversa, senza che la trasformazione sia necessariamente sufficiente a giustificarla secondo le regole doganali americane.

Il rapporto traccia anche una geografia interna del fenomeno. Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Romania formerebbero una “Central and Eastern European Processing Belt”, utilizzata per finissaggio, manifattura a contratto, stoccaggio doganale e rietichettatura. Belgio e Paesi Bassi, insieme alla Svizzera extra-Ue, vengono invece classificati tra le “Developed Logistics Platforms”: economie dotate di porti, trading houses, bonded warehouses e sistemi avanzati di riesportazione.

Dietro la contestazione tecnica sulle regole d’origine emerge una divergenza politica più ampia. Washington considera la competizione con Pechino sempre più come un sistema nel quale anche le politiche commerciali degli alleati possono rafforzare o indebolire l’efficacia delle misure americane. E questa lettura del contesto è univoca, indipendente dalle sfumature interne all’amministrazione corrente o dall’approccio differente dei Democratici.

I veicoli elettrici offrono un esempio dell’asimmetria. Il rapporto osserva che i prodotti cinesi colpiti dalle tariffe statunitensi (già ai tempi dell’amministrazione Biden), come gli EV, entrano nel mercato americano in quantità molto inferiori rispetto all’Unione europea. Ma più aumenta il differenziale tariffario tra Cina e Paesi terzi, maggiore diventa anche l’incentivo economico a modificare le rotte commerciali e, nei casi illegali, l’origine dichiarata delle merci.

È una delle contraddizioni della strategia tariffaria di Trump. Differenziare i dazi permette a Washington di esercitare pressioni diverse sui propri partner, ma crea contemporaneamente opportunità di arbitraggio. Navarro, per questo, ha avvertito che il modello sviluppato dalla Cina potrebbe essere replicato da altri Paesi sottoposti a tariffe elevate, citando esplicitamente India e Vietnam – e che questi non siano rivali degli Usa, ma anzi siano più vicini all’essere alleati, nella lettura statunitense è quasi indifferente.

La questione europea assume così un significato che supera il dossier doganale. Una parte delle frizioni transatlantiche sulla Cina deriva dalla percezione americana che l’Europa non stia partecipando alla competizione economica con Pechino con la stessa intensità richiesta da Washington. Il rapporto porta questa divergenza direttamente dentro le supply chain: agli alleati non viene più chiesto soltanto un maggiore allineamento politico sulla Cina, ma implicitamente anche che le loro strutture industriali non offrano percorsi alternativi verso il mercato statunitense.

La risposta americana sarà sempre più tecnologica

La Customs and Border Protection sta iniziando a utilizzare “Detective Border”, un sistema basato sull’intelligenza artificiale che dovrebbe combinare dati sulle spedizioni, rotte commerciali, classificazioni dei prodotti, relazioni proprietarie e capacità produttiva per individuare anomalie e distinguere investimenti e nearshoring legittimi dal semplice pass-through.

L’Executive Order 14411 rafforza parallelamente responsabilità degli importatori, garanzie finanziarie, trasparenza proprietaria e strumenti sanzionatori, mentre gli Agreements on Reciprocal Trade prevedono disposizioni per impedire che i vantaggi negoziati con Washington finiscano sostanzialmente a Paesi terzi.

Per le imprese europee, la conseguenza potrebbe essere un controllo americano molto più intrusivo sull’origine economica dei prodotti destinati agli Stati Uniti. Controllo che, se affidato a sistemi di intelligenza artificiale, rischia di diventare un processo freddo e automatizzato, privo del contesto e della flessibilità che finora hanno caratterizzato i waiver discrezionali concessi agli alleati.

Per Bruxelles, il problema è più politico. Se Washington considera l’integrazione delle supply chain europee con la Cina una vulnerabilità della propria strategia commerciale, la distanza transatlantica su Pechino non riguarderà più soltanto dazi, investimenti o sicurezza economica: riguarderà sempre più la domanda di quanto cinese possa esserci in un prodotto europeo prima che Washington smetta di considerarlo europeo.

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Tra terrorismo e flussi irregolari, l’Europa accelera sulla sicurezza delle frontiere

Mentre il ministro dell’interno italiano conferma lo stop a Schengen e la presidente del Consiglio rilancia la tesi che poggia sulla “difesa dei confini”, in Europa si registra una tendenza a cascata verso posizioni più rigide nei confronti dei flussi irregolari, che vanno letti in parallelo con i rischi di infiltrazioni terroristiche sventolati dalle analisi delle intelligence. Il Parlamento francese, ad esempio, ha votato un inasprimento delle procedure, mentre aumentano gli Stati membri che seguono i puntini politici tracciati dall’asse Meloni-Frederikssen.

La difesa dei confini

Giorgia Meloni, sin dall’inizio del suo arrivo a Palazzo Chigi, ha basato l’iniziativa del governo sui flussi migratori su un preciso assunto: i confini vanno difesi. Una traccia che non è solo stata seguita relativamente i fatti di Ceuta, con le note polemiche createsi sull’asse Roma-Madrid, ma che ha caratterizzato tutti i consigli europei dove la premier ha sollecitato gli Stati membri ad una ricalibratura delle politiche comunitarie. In questa direzione vanno letti gli incontri, più o meno ristretti, avuti da Meloni con vari leader che hanno condiviso in questi quattro anni dossier e soluzioni. Così nasce l’alleanza programmatica con la premier danese Mette Frederikssen, che pur partendo da diversi trascorsi politici, ha fatto una virata sulle posizioni di Roma. Che oggi raccoglie i frutti di un metodo e di un’idea (quella dei centri in Albania), su cui altri Paesi europei si stanno già muovendo.

La tendenza europea

La difesa dei confini è una tesi sostenuta anche dal governo francese. Il primo ministro Sébastien Lecornu ha parlato di “un solo principio guida: la sicurezza del popolo francese”. Parole che ha pronunciato dopo l’approvazione di una misura che inasprisce la detenzione per i migranti. Poche settimane fa infatti il Parlamento francese ha approvato un disegno di legge che estende la detenzione agli stranieri considerati “pericolosi” in centri di detenzione amministrativa (Cra) per circa sette mesi, più che raddoppiando il periodo massimo per coloro che erano stati condannati per terrorismo. Dopo il voto del Senato, l’Assemblea Nazionale ha votato con 345 voti sì e 177 no il provvedimento sostenuto dal governo, dalla destra e dal Rassemblement National. Per cui a questo punto gli immigrati senza documenti possono essere trattenuti in un centro di detenzione amministrativa in attesa di espulsione se sussiste il rischio che fuggano.

In Germania è un momento difficile per il cancelliere Friedrich Merz, già in grande difficoltà per i sussidi tedeschi alle auto elettriche che nella stragrande maggioranza vanno a marchi cinesi: il tema dell’exploit nei sondaggi di AfD lo costringe ad un giro di vite sul tema migratorio. Ma il governo italiano si rifiuta di riprendere tre migranti il ​​cui trasferimento dalla Germania era previsto per il 19 agosto, dal momento che i casi risalgono a prima del 12 giugno, giorno in cui il nuovo patto europeo su migrazione e asilo è entrato pienamente in vigore.

La tesi di Piantedosi

Se la tutela della dignità della persona rappresenta uno dei valori fondanti dell’Unione europea, allora è doveroso pretendere dai Paesi terzi un impegno effettivo e verificabile nella lotta contro le organizzazioni criminali di trafficanti di esseri umani. Questa la tesi che il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, affida all’Audizione al Comitato Schengen, con una serie di precisazioni di merito. Innanzitutto chiama in causa l’Ue, che deve mostrare maggior rigore nei confronti degli Stati membri che, “per scelte politiche o ideologiche, adottano decisioni suscettibili di produrre effetti su tutto il territorio dell’Unione”. In secondo luogo chiede di “proteggere le frontiere europee e garantire la tenuta del complessivo sistema di gestione dell’immigrazione è la nostra priorità. Solo su queste basi possiamo continuare a costruire una politica migratoria europea credibile, difendendo davvero lo spazio di libera circolazione, a cui il Governo italiano tiene e che difenderà sempre”. L’Italia segnala un calo degli arrivi e un aumento delle espulsioni: arrivi a meno 55% dall’inizio dell’anno rispetto al 2025. Dall’inizio dell’attuale legislatura, la diminuzione è stata ancora più marcata, pari all’82%.

Scenari

Non c’è solo Ceuta a preoccupare le intelligence europee. Giorni fa un gruppo di migranti ha attaccato le guardie di frontiera lituane dopo essere entrato nel Paese attraverso un tunnel al confine con la Bielorussia. Stesso scenario nel Sahel, che sconta i movimenti geopolitici dei super players esterni. Un allarme che sta risuonando anche al Cairo, dove il governo sta dialogando con la Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD) al fine di rafforzare il blocco e sviluppare i relativi meccanismi istituzionali per consolidare la sicurezza e la stabilità nella regione. La lotta al terrorismo, il contrasto dell’immigrazione clandestina e il rafforzamento delle capacità di sicurezza sono i tre obiettivi su cui è al lavoro anche il Centro Antiterrorismo del Sahel e del Sahara al Cairo.

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L’Ungheria rivede il progetto nucleare firmato da Orbán. Ecco perché

Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar apre un nuovo fronte nei rapporti con la Russia mettendo in discussione il Paks II, progetto di espansione della principale centrale nucleare del Paese affidata alla russa Rosatom e simbolo della lunga cooperazione tra Budapest e Mosca. La svolta arriva in un momento particolarmente delicato, con l’’ondata di caldo eccezionale che sta colpendo l’Europa ha ridotto il livello del Danubio ai minimi storici, limitando drasticamente la produzione della centrale di Paks, che normalmente copre circa un terzo del fabbisogno elettrico nazionale. In questi giorni l’impianto è sceso a poco più del 10% della capacità a causa della scarsità d’acqua necessaria al raffreddamento.

Secondo Magyar, proprio gli eventi climatici dimostrano i limiti del progetto ereditato dal precedente governo di Viktor Orbán. Il premier ha criticato la scelta di realizzare una centrale con un sistema di raffreddamento fortemente dipendente dal fiume, osservando che impianti di questo tipo sono ormai raramente costruiti a livello internazionale. Le dichiarazioni arrivano poche ore dopo l’intervento dell’amministratore delegato di Rosatom, Alexei Likhachev, che al contrario aveva assicurato come i lavori procedessero regolarmente nonostante il cambio di governo. Secondo il manager russo, la preparazione del sito del quinto reattore sarebbe completata per oltre l’80%, mentre sarebbero già in produzione componenti destinati al sesto reattore. Rosatom, ha aggiunto, non avrebbe ricevuto richieste di chiarimento dal nuovo esecutivo ungherese.

Magyar ha però contestato questa ricostruzione. Ricordando che il contratto originario prevedeva l’entrata in funzione di Paks II entro il 2024, il premier ha sottolineato come, dopo una spesa di circa 1.000 miliardi di fiorini (equivalenti a circa 2,8 miliardi di euro), sul sito siano presenti soprattutto infrastrutture preliminari e grandi scavi. Per questo il governo ha avviato una revisione completa del progetto, che riguarderà sia gli aspetti finanziari sia le soluzioni tecniche adottate per il raffreddamento dei futuri reattori.

La verifica potrebbe mettere in discussione una delle iniziative più rappresentative della politica estera di Orbán. L’accordo fu firmato nel 2014 direttamente a Mosca e prevedeva la costruzione di due nuovi reattori da parte di Rosatom, sostenuti da un finanziamento statale russo fino a 10 miliardi di euro. Due anni più tardi lo stesso Orbán definì l’intesa “l’affare del secolo”. Il progetto aveva resistito anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con Budapest che aveva continuato a difendere la cooperazione nucleare con Mosca, mantenendo Paks II al riparo dalle sanzioni europee e preservando uno dei principali canali di collaborazione energetica tra un Paese dell’Unione europea e il Cremlino.

La revisione annunciata da Magyar potrebbe quindi segnare una significativa discontinuità rispetto al passato. Pur senza annunciare la cancellazione dell’opera, il nuovo governo lascia intendere che tempi, costi e modalità di realizzazione saranno riesaminati alla luce delle mutate condizioni climatiche, economiche e geopolitiche. Una scelta che potrebbe incidere non solo sulla sicurezza energetica ungherese, ma anche sul futuro della presenza industriale russa nel settore nucleare europeo.

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Vertice Nato di Ankara, l’Ue è pronta a blandire Trump per evitare il “deragliamento” del tycoon

Il motto è stato coniato. Ed è molto suggestivo e ambizioso. La sua traduzione operativa, beh, questo è tutt’altro discorso. Molto, molto complicato. “Un’Europa più forte in una Nato più forte”. È il motto contenuto nella dichiarazione finale approvata dai 32 ambasciatori alleati e, a ben vedere, il senso del vertice di Ankara sta tutto qui. Tener fede alle promesse dell’anno scorso, far vedere agli Usa e a Donald Trump che il vecchio mondo sta davvero aprendo i cordoni della borsa, tracciando percorsi “credibili” verso il famoso 5% di Pil in difesa.

Il segretario generale Mark Rutte (e gli sherpa) hanno fatto il possibile per costruire un summit (l’ennesimo) a prova di Trump. Ma l’apprensione è palpabile perché se il tycoon deraglierà si potrà entrare in una fase che alcuni, alla Nato, non esitano a definire “pericolosa”. Oggi in una Ankara super blindata – centinaia i manifestanti anti-vertice arrestati – prima dell’arrivo dei leader, si terrà un gigantesco forum dell’industria della difesa transatlantica in cui verranno annunciati contratti, intese e cooperazioni per miliardi e miliardi: è uno degli spettacoli pirotecnici organizzati per stuzzicare l’immaginazione di Trump. Poi c’è la cena al palazzo presidenziale del Sultano, Recep Tayyip Erdoğan. Lì i 32 capi di Stato e di Governo alleati saranno soli – senza ambasciatori o consiglieri – con mogli (o mariti) e gli ospiti, tra cui ad esempio Volodymyr Zelensky.

In parallelo, le cene dei ministri degli Esteri e della Difesa, dove sono stati invitati, rispettivamente, i Paesi del Golfo e i partner asiatici (Giappone, Corea, Australia e Nuova Zelanda). Mercoledì sarà la volta del vertice vero e proprio: un giro di tavolo del Consiglio Atlantico da 2-3 ore massimo, proprio per limitare il più possibile i rischi. Ecco, si capirà allora perché c’è chi vorrebbe abolire la ricorrenza annuale (gli Usa in primis ma non solo) e dunque l’edizione del 2027 prevista a Tirana è in bilico anche perché l’Albania è tra i Paesi che non è ancora al 2%. Il Paese candidato a egemone del nuovo corso della Nato 2.0 è senz’altro la Germania, che intende arrivare al 3,5% della difesa ‘core’ già nel 2029, con uno sforzo di bilancio mostruoso: nessuno, in Europa, ha una potenza di fuoco economica simile. Varsavia, pur con le debite proporzioni, è l’altro astro nascente della sicurezza continentale, che affianca i leader tradizionali, Francia e Gran Bretagna.

In questo quadro, l’incognita resta The Donald. «Putin vuole finire la guerra in Ucraina, lo vuole fortemente», proclama Trump nello Studio Ovale, nel giorno dell’ennesima strage di civili uccisi nei bombardamenti russi. «Anche Zelensky lo vuole, ne parleremo al vertice della Nato», ha aggiunto. “Tre settimane fa ho detto al presidente Xi che gli Stati Uniti hanno l’esercito più potente del mondo e non ha avuto nulla da obiettare”, ha fatto sapere il tycoon, riferendo del colloquio con il presidente cinese. A prendere la parola è anche il “cameriere” del tycoon a Bruxelles, al secolo Mark Rutte, segretario generale della Nato. Gli Usa non stanno «spaccando» la Nato, assicura Rutte nel corso della conferenza stampa prevertice, rispondendo ad una domanda sull’attacco di Hegseth alla scorsa ministeriale difesa. «Avere una revisione della postura e delle forze è una mossa saggia, sarà in consultazione con gli alleati, non c’è da preoccuparsi», ha aggiunto. Se lo dice lui…

Ad Ankara si disserta, in Ucraina si continua a morire. È di almeno 20 morti il bilancio degli attacchi russi della scorsa notte sull’Ucraina, che hanno preso di mira la capitale Kiev e la sua regione. Lo riferiscono le autorità locali, precisando che 14 persone sono morte a Kiev e altre 6 nella sua regione. L’aeronautica militare ucraina ha riferito che la Russia ha lanciato durante la notte 351 droni e 68 missili, prendendo di mira principalmente Kiev, e ha precisato che tutti i 29 missili balistici hanno colpito i loro obiettivi, sottolineando l’urgente necessità di un maggiore sostegno in materia di difesa. «Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione», ha affermato il portavoce dell’aeronautica militare, Yurii Ihnat, parlando alla tv nazionale. «I russi stanno certamente sfruttando il fatto che ora vi sia una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo», ha aggiunto.

In questo scenario devastato, Volodymyr Zelensky ha esortato i suoi alleati a prendere «decisioni forti» al vertice Nato «È di fondamentale importanza che il mondo, in primis gli Stati Uniti e i nostri partner europei, escano dal vertice Nato di Ankara con decisioni forti a sostegno della nostra difesa aerea», ha dichiarato il presidente ucraino sui suoi canali social. «Finché i missili Patriot rimarranno nelle scorte dei nostri alleati, la Russia è solo incoraggiata a continuare a `squarciare´ gli edifici residenziali. Stati Uniti e Europa hanno abbastanza forza per fermare questo terrore». La forza ce l’hanno. Quello che scarseggia è la volontà politica di esercitarla. E non solo a Washington. È il 1.594° giorno di guerra in Ucraina, ma Trump assicura: la fine della guerra è più vicina di quanto si crede. Sullo sfondo, il clamore dei missili che piovono su Kiev.

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Attentato di Monaco, trovata morta a Kiev la donna sospettata dell’attacco all’oligarca Ermolaev: uccisa a colpi d’arma da fuoco

È stata trovata morta vicino Kiev, dove sarebbe stata uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il corpo di Anastasia Berezovska, trentanovenne di nazionalità ucraina ma residente in Germania, considerata la principale sospettata dell’attentato dinamitardo di lunedì 29 giugno nel Principato di Monaco che ha gravemente ferito l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, la compagna e il figlio 13enne, è stato trovato privo di vita nei pressi della capitale dell’Ucraina. A riferirlo è il quotidiano ucraino Ukrainska Pravda citando le forze dell’ordine locali: il cadavere di Anastasia Berezovska è stato scoperto nella tarda serata del 6 luglio e, nell’ambito dell’inchiesta relativa alla sua morte, sarebbero già state arrestate due persone. Si tratta di un ufficiale in servizio della Direzione principale dell’intelligence militare ucraina (Gur) e un ex appartenente alle forze dell’ordine.

Nei confronti di Berezovska la Procura di Monaco aveva emesso un mandato d’arresto, notificato poi all’Interpol. La 39enne ucraina era stata inizialmente scambiata per un uomo a causa dei vestiti indossati: prima dell’attacco dinamitardo, come emerso dalle indagini condotte nel Principato, Berezovska avrebbe compiuto diversi sopralluoghi nei giorni e nelle ore precedenti l’attentato davanti alla casa dell’oligarca ucraino. Dopo aver piazzato la bomba era poi fuggita in Francia e da lì in Italia utilizzando un’auto recuperata a Beausoleil, in Francia, al confine con Monaco, dove era arrivata a piedi dopo l’attentato. Dal nostro Paese si sarebbe diretta verso la vicina Svizzera, per poi scomparire fino alla tarda serata di lunedì, quando il suo corpo è stato rinvenuto nei dintorni di Kiev.

La pista privilegiata dalla Procura di Monaco è quella di un’azione dimostrativa dei servizi segreti ucraini, per dare un segnale a tutti gli oligarchi come Ermolaev, quelli noti come “Battaglione Monaco” per la scelta di rifugiarsi nel Principato per sfuggire alle rappresaglie di Kiev. Ermolaev, dal 2019 in possesso di un passaporto cipriota, dal dicembre 2023 è sottoposto a sanzioni con un decreto del Consiglio di sicurezza nazionale ucriaino: il provvedimento, della durata di 10 anni, impone tra le altre cose il congelamento totale degli asset finanziari. L’accusa nei confronti dell’imprenditore riguarda le sue condotte illecite in Crimea: è nella regione ucraina sotto occupazione russa e dal 2014 annessa illegalmente da Mosca dopo un referendum farsa che le aziende di Ermolaev continuava a vendere propri prodotti, in particolare alcolici, nonostante il divieto imposto dal governo ucraino. Ermolaev ha sempre respinto ogni addebito, negando qualsiasi legame con la Crimea e col Cremlino.

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“Carburante fino a maggio. Dopo non so, nessuno lo sa”, l’avviso di O’Leary ad di Ryanair. Il Paese che rischia di più

"Per maggio le compagnie petrolifere rassicurano, ma su giugno non abbiamo certezze”. Michael O'Leary, amministratore delegato di Ryanair fa il punto sulla crisi del cherosene provocato dalla guerra in Iran e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Se la guerra in Medio Oriente dovesse perdurare...

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Condizionatore cade da un palazzo, donna sfiora la tragedia

Una donna ha evitato per un soffio un grave incidente dopo che un condizionatore è precipitato dalla sommità di un edificio nella città cinese di Dongguan nella giornata di martedì. L’episodio, ripreso in un video che sta circolando online, documenta con chiarezza quanto la passante sia...

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Inchiesta Onu conclusa: Mahsa Amini "uccisa dalle violenze fisiche della polizia iraniana"

Nel rapporto al Consiglio per i diritti umani si legge che l’Iran ha fatto “un uso non necessario e sproporzionato della sua forza letale” per reprimere le manifestazioni scoppiate dopo la morte della ragazza, rea di non indossare correttamente il velo islamico

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