"La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente" (di Francesco Erspamer)
di Francesco Erspamer*
La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente. Che neppure quando soffre, quando è depressa o stressata, quando vede la qualità della propria vita precipitare, quando si sente soffocare in città devastate da turisti e migranti e in campagne strangolate da coltivazioni intensive e capannoni postindustriali, neppure allora prova a pensare, organizzarsi, lottare. Perché provocherebbero angoscia: molto meglio accendere la televisione o dare l’ennesima occhiata (la precedente era stata data dieci secondi prima) all’iPhone d’ordinanza, o in modo da dimenticare il senso di impotenza appena provato convincendosi di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili come il Pangloss di Voltaire.
Il neoliberismo ha stravinto: il popolo e le comunità hanno perso la loro voce e la coscienza della loro identità. Ci sono solo individui, ostinatamente attaccati alla loro esigenza, no, non di diversità, la diversità del reale li inquieta, l'esigenza che hanno è di sentirsi diversi loro, nel modo programmato da media e pubblicità, identici a milioni di altri purché non ai loro vicini, purché estranei agli ambienti in cui sono nati e cresciuti, a luoghi che in qualche modo li vincolerebbero e costringerebbero alla responsabilità, molto meglio restare sempre in movimento, in una fuga perpetua verso un altrove virtuale e dunque immaginario, come Odisseo secondo il film amerikano che spopola nei cinema delle colonie, prima fra tutte l’Italia. Dei coglioni, insomma.
I coglioni di destra, in particolare, si rifugiano nel negazionismo: il riscaldamento globale è un'invenzione, e quando proprio non possono nasconderlo, lo trasformano in una inevitabilità: dovuta al Sole o all’angolazione della Terra, in sostanza ai massimi sistemi, quindi meglio adattarsi, che è quello che comunque davvero gli piace fare, ossia seguire le mode, sentirsi eternamente giovani comprando il nuovo più nuovo, e per farlo depredare la natura, finché ce n'è, e al tempo stesso cancellare la Storia, che costringerebbe a riflettere.
I coglioni di sinistra si rifugiano nel nichilismo: siccome la colpa è nostra, di noi occidentali (senza distinzione fra, mettiamo, statunitensi e italiani) e in particolare di noi cattolici (i protestanti sono molto meglio perché parlano direttamente con Dio, e i puritani ancora di più in quanto sono sostanzialmente dei «woke» ante litteram), allora è giusto che tutto vada in rovina, un cupio dissolvi (se non sapete cosa significa fate la fatica di informarvi) dal quale emergeranno energie nuove, pure, trasgressive, liberatorie in quanto non contaminate dalla civiltà ma passate direttamente dal bisogno all’opulenza consumista.
Due forme di individualismo, esattamente come pianificato, da sempre, dal capitalismo. C’è ancora qualcuno a cui interessa resistergli? Non perché sia probabile che si possa vincere: la ragione impone pessimismo e se non fosse così, se il successo fosse a portata di mano, lo inseguirebbero tutti gli utilitaristi, gli ambiziosi e gli avidi. La resistenza si fonda su un altro sentimento, che Gramsci chiamava ottimismo della volontà e che altro non è se non la socializzazione della disperazione. Non c’è speranza nel sé, solo ansia e frustrazione; aggregarsi aiuta a uscirne, permette di trasformare le pulsioni autodistruttive in rabbia e in azione, di indirizzarle verso il bene comune, non importa se difficile da definire, l’essenziale è che ci trascenda.
*Facebook, 16 agosto 2026. Pubblicato su gentile concessione dell'Autore
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