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La riforma Crosetto della Difesa: una “riserva permanente” per la  guerra

Per settimane il dibattito pubblico si è fermato alla domanda sbagliata: il governo vuole reintrodurre la leva obbligatoria? La risposta è no. Ma è proprio questa risposta che rischia di nascondere ciò che sta davvero accadendo.

I due disegni di legge del ministro Crosetto e i cui testi hanno cominciato a circolare – quello sulla riforma dello strumento militare e quello sul rafforzamento della capacità di difesa nazionale – non riportano l’Italia al Novecento della coscrizione universale. Disegnano qualcosa di diverso: la costruzione di uno Stato sempre più predisposto a fare della guerra una certezza.

Queste riforme, per l’approvazione delle quali Crosetto si appella anche all’opposizione nel nome di una “unità nazionale” comune, non arrivano nel vuoto.

Sono il completamento sul piano interno della scelta politica compiuta dal governo italiano in sede europea e atlantica: adesione alla nuova stagione del riarmo continentale promossa dalla Commissione europea, sostegno all’aumento della spesa militare e disponibilità ad allinearsi all’obiettivo del 5% del PIL in ambito NATO, presentato come nuovo standard strategico e sostenuto con forza dall’amministrazione Trump.

Prima il riarmo. Poi il problema conseguente: chi utilizzerà quell’apparato? Le due riforme provano a rispondere esattamente a questa domanda. La prima costruisce una nuova architettura della forza.

Non si torna alla leva obbligatoria ma si supera il modello dell’esercito professionale puro. Accanto alle forze permanenti nasce una struttura multilivello: riserva operativa, riserva territoriale, riserva specialistica.

Il passaggio è enorme e non solo dal punto di vista numerico.

Il governo si attribuisce la possibilità di superare la filosofia della legge Di Paola del 2012 e di aumentare gli organici entro il 2033 con oltre 42 mila militari aggiuntivi tra Forze armate, sanità militare e Arma dei Carabinieri.

È una vera inversione storica. Ma il punto più innovativo – e più problematico – è il modo in cui si costruisce consenso materiale attorno alla funzione militare.

La riserva non viene pensata come semplice disponibilità civica: viene strutturata come nuova forma incentivata di partecipazione militare.

Ai riservisti vengono riconosciuti strumenti economici e occupazionali molto consistenti:
130 euro netti per ogni giornata addestrativa, premio annuale di 1.300 euro per il completamento dei richiami, aspettativa garantita sul posto di lavoro, decontribuzione totale per il datore di lavoro e tutela contro effetti occupazionali successivi al richiamo.

Non è una misura neutrale.

Si costruisce un ecosistema di convenienza economica attorno alla disponibilità all’impiego militare.

È l’idea della warfare society: non una società militarizzata solo attraverso gli armamenti, ma attraverso incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica.

In questo quadro si inserisce anche un fenomeno che osserviamo da tempo e che merita una discussione pubblica più seria: la crescente presenza delle Forze Armate nella scuola e nell’università.

Orientamento, accordi, attività formative, percorsi con istituti e atenei, reclutamento specialistico nelle discipline scientifiche e tecnologiche: si consolida un rapporto sempre più stretto tra sistema educativo e apparato militare. Il punto non è negare il ruolo delle Forze Armate nelle istituzioni democratiche. Il punto è evitare che la formazione pubblica diventi progressivamente un segmento della filiera del reclutamento.

La seconda riforma completa il quadro.

Rafforza il vertice interforze, amplia il dominio cyber, accelera le procedure amministrative, consolida il legame tra Difesa e industria. Ma soprattutto introduce in modo organico i sistemi autonomi e senza equipaggio. Droni, piattaforme remote, mezzi autonomi entrano stabilmente nell’architettura normativa italiana.

Qui emerge una lacuna politica enorme.

Non compare alcun riferimento esplicito al principio del controllo umano significativo sull’uso della forza e manca qualsiasi richiamo al dibattito internazionale sui LAWS – i sistemi d’arma autonomi letali. Il rischio è evidente: abbassare il costo politico della decisione militare, aumentare la distanza tra chi decide e chi subisce la violenza, rendere più ordinario il ricorso alla forza.

Parallelamente si prevedono deroghe ambientali, maggiore autonomia negoziale per la Difesa, estensione delle capacità operative nel cyberspazio anche in tempo di pace.

Tutto questo produce un effetto politico preciso: spostare il baricentro dal controllo democratico alla capacità di risposta permanente.

Naturalmente il mondo è cambiato. La guerra in Ucraina, le tensioni globali, il confronto strategico internazionale impongono domande nuove.

Ma proprio per questo la sicurezza non può essere lasciata alla sola risposta militare. Se si ritiene necessario costruire resilienza nazionale, perché gli stessi incentivi economici, previdenziali e organizzativi non vengono destinati anche alla difesa civile? Perché non investire nella protezione civile, nella mediazione dei conflitti, nella resilienza territoriale, nella sicurezza climatica, nella cybersicurezza civile, nel servizio civile universale?

Un’altra difesa è possibile.

Per questo il movimento europeo contro ha manifestato il 14 giugno a Bruxelles per chiedere che l’Europa torni a investire nella pace e nella sicurezza comune fondata sui diritti e non sulla corsa agli armamenti. Ed è per questo che continua la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare sulla difesa civile non armata e nonviolenta. Perché la domanda decisiva non è quante riserve mobilitare. La domanda è che idea di sicurezza vogliamo costruire per il futuro dell’Italia e dell’Europa.

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Giorgio Bassani o dell’artista che voleva essere uomo. Al Biografilm 2026 il vibrante documentario sulla vita del romanziere antifascista, autore di Il giardino dei Finzi Contini

“So bene che l’arte si oppone alla vita, che l’arte non serve a niente, che è pura bellezza, puro ritmo, ma non mi ci rassegno, perché vivaddio sono vivo, sono pur sempre un uomo. Vorrei quindi che i miei atti e gesti servissero a qualcosa. Ed è in questa tensione verso il contrario dell’arte che mi differenzio dagli altri. Io desidero non essere un poeta, pur sapendo inevitabilmente purtroppo di esserlo, non mi rassegno ad essere tale, e voglio disperatamente essere un uomo”.

La folgorante riflessione che lo scrittore Giorgio Bassani offre in un vecchio filmato Rai anni settanta, e che apre così in un blocco unico, in bianco e nero, In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani, documentario visto nelle scorse ore al Biografilm di Bologna 2026, sistemerebbe il recente dibattito sollevato da De Gregori & soci in pochi secondi chiudendo l’annosa questione tra arte e politica a doppia mandata.

La citazione bassaniana ve la offriamo nella sua armoniosa sgorgante completezza, anche se ovviamente antigiornalistica (l’attacco, mi raccomando l’attacco), per capire come è generosamente impastato questo sconosciuto e prezioso lavoro di ricostruzione storico letteraria diretto da Toni Trupia. Vita, pensiero e poetica dell’autore di Il Giardino dei Finzi Contini, Gli occhiali d’oro, L’airone, morto ad 84 anni nel 2000, vengono ricomposti teneramente da una sorta di rallentato viaggio nella memoria e nei luoghi familiari dai due anziani figli dello scrittore, Enrico e Paola. Sollecitati al ricordo tra foto, strade, case, alberi, lapidi, i due “protagonisti” attraversano l’esistenza paterna congiungendo spazi e tracce di Ferrara, Bologna e Roma, immergendoci in una sorta di humus letterario che risuona solenne e intramontabile.

È spesso la voce di papà Giorgio ad affiorare tra i fotogrammi di In gran segreto, mentre legge stralci dei suoi romanzi o poesie, con una gravità che vibra di una bellezza classica e mai spenta. C’è il Bassani intimo e privato (il tennis, i giochi nella casa romana); c’è quello impegnato fino a rischiare l’osso del collo nel suo strenuo impegno antifascista (per il quale fu anche incarcerato prima di darsi alla macchia nel 1943); c’è quello lucido e finemente provocatorio sulla questione ebraica che suona nuovamente così: “La tragedia vera degli ebrei ferraresi (i Bassani erano di origine ebraica e vennero perseguitati dal fascismo ndr) come di quelli italiani è stata quella di essere dei borghesi coinvolti nel fascismo e finita, senza rendersene conto, nel nulla dei campi di sterminio senza sapere in fondo perché”.

Questa osservazione bassaniana è uno dei tanti fili spessi e vibranti di una ricostruzione biografica che se da un lato è “spinta” verso incontri, piste, ospiti (con tutto il piacere ma Paolo Di Paolo e Nadia Terranova sono un po’ fuori luogo), dall’altro sa evocare con serietà, rispetto e spigliatezza lo spirito di un’epoca e di un’idea pulsante di mondo letterario e intellettuale (Giorgio Morandi, Pasolini, Mario Soldati, Rossellini) probabilmente formalmente antimoderna ma umanamente terribilmente coriacea, vitale, sensibile.

Prova ne è in quell’istante in cui i figli osservano come sia cresciuta più del doppio la magnolia nel giardino della casa della giovinezza ferrarese dello scrittore piantata proprio pochi mesi dopo la promulgazione delle leggi razziali del 1938. Filo vegetale che sembra ricondursi ad una mansione nuovamente etica e nazionale di Bassani, oltre alla vicepresidenza Rai, quell’invenzione parapasoliniana di Italia Nostra che lo vide protagonista fin dal 1965 assieme all’amico Fulco Pratesi. E insomma, dopo quasi due ore di documentario che filano lisce, ondose e nodose, come un vecchio romanzo dalle pagine ingiallite dall’odore intenso della storia, quella speranza di Bassani di essere “disperatamente uomo”, “nonostante l’essere poeta”, sembra pienamente compiuta.

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