Mentre si parla di cosa succederà dopo il 19 giugno, giorno della firma dell’accordo di pace tra Usa e Repubblica Islamica, è possibile delineare un primo perimetro e fare un bilancio di quanto successo in un conflitto che è durato oltre cento giorni, pur con la coda di un lungo cessate il fuoco, e ha cambiato il volto del Medio Oriente e della sicurezza regionale. In un concetto si può dire che l’Iran non perde, gli Usa fanno flop, Israele subisce un vero e proprio disastro. Nonostante un attacco violento alla propria leadership militare e politica, raid di decapitazione che hanno eliminato la Guida Suprema Ali Khamenei e molti alti papaveri del regime, un duro colpo alle infrastrutture, una crisi economica sempre più mordente e la prospettiva di un rimescolamento dei rapporti di forza a favore dei Pasdaran dopo il conflitto, l’Iran si è trovato nella prospettiva di veder reggere la struttura dello Stato e di costruire sul campo un nuovo sistema dopo la fine dell’era dell’Ayatollah.
Per l’Iran non affondare equivale, sostanzialmente, a cantare vittoria di fronte al fatto che gli obiettivi dei suoi nemici erano quantomeno massimalisti. Per gli Usa si trattava di danneggiare la capacità militare di Teheran e, soprattutto, di colpire la Repubblica Islamica per condizionare gli approvvigionamenti energetici della Cina e delle altre maggiori economie concorrenti, mentre per Israele il bersaglio era nientemeno che la fine stessa della Repubblica Islamica, da perseguire tramite crollo del regime, incentivo a una guerra civile, frammentazione territoriale del Paese. Alla prova dei fatti, Washington ha fatto flop, specie considerato il fatto che dovrà trattare per veder riaperto lo Stretto di Hormuz, mentre a Tel Aviv è andata ancora peggio.
Netanyahu e Trump, indizi di crisi
Israele ha colpito duramente l’Iran, ma due guerre nel giro di un anno, a giugno 2025 e a febbraio-aprile 2026, non hanno conseguito alcuno degli obiettivi agognati dal primo ministro Benjamin Netanyahu. Non è riuscito il sostegno tramite raid aerei e missilistici alle forze interessate a cambiare il regime in Iran; la posizione della leadership della Repubblica Islamica si è orientata verso la risposta a oltranza, e questo ha creato anche dei battibecchi tra Tel Aviv e molti partner regionali, specie nel mondo arabo, allontanando l’ipotesi di estensione degli Accordi di Abramo; il Libano, teatro sostanziale di pertinenza di Tel Aviv, è stato dall’Iran, con il sostegno implicito di Donald Trump, ricompreso nel perimetro di pace. A tal proposito, Trita Parsi del Quincy Institute commentava ieri che “Netanyahu sta anche cercando di prevenire il tentativo dell’Iran di stabilire una nuova equazione di deterrenza regionale, in cui gli attacchi a Beirut, e potenzialmente al Libano innescherebbero una risposta iraniana diretta contro Israele”.
Infine, Teheran si è vista non completamente isolata: l’azione di Paesi come Pakistan, Qatar e, sullo sfondo, Turchia per accelerare la fine della guerra ha mostrato l’emersione di un campo di Stati preoccupati dalle conseguenze delle guerre infinite di Israele. Per Netanyahu sarà dura, ora, presentare successi concreti in vista del prossimo appuntamento elettorale, decisivo per la sua permanenza al potere. L’ex premier Yair Lapid ha definito l’ipotesi di accordo “uno dei fallimenti più clamorosi della politica estera e di sicurezza di Israele”.
Il New York Times rileva che l’assenza di Tel Aviv dal negoziato ha impedito a Israele di spuntare concessioni, mentre Danny Citrinowicz dell’Institute for National Security Studies (Inss) della Tel Aviv University mette in guardia il governo dal compiere azioni sabotatrici di un eventuale accordo: “Più Washington si convincerà che Israele stia agendo per sabotare l’accordo o ritardarne l’attuazione, più crescerà la tensione con l’amministrazione”, ha scritto, aggiungendo che “i tentativi israeliani di danneggiare il processo diplomatico non sono solo una mossa contro l’Iran; potrebbero rapidamente trasformarsi in uno scontro diretto con la Casa Bianca stessa”. Per gli Usa cavarsi d’impaccio era diventato un obiettivo in quanto tale per rimediare i danni del conflitto, per Tel Aviv il rischio di un disastro securitario è palese. E per Netanyahu è forse l’ora più critica da quando, trent’anni fa, prese per la prima volta il potere in Israele. Non a caso, secondo Ynet, avrebbe detto a Trump che, comunque vada, Tel Aviv non si ritirerà dal Libano. Una potenziale conferma dei dubbi che Citrinowicz instilla sulla lucidità strategica di un leader in difficoltà.
Alissa Pavia è Nonresident Senior Fellow presso il programma Middle East dell’Atlantic Council, Research Program Leader del Centro Studi Geopolitica.info e Junior Fellow di Aspen Institute Italia. Ha lavorato per cinque anni presso l’Atlantic Council a Washington D.C., dove ha codiretto il programma Nord Africa e si è occupata principalmente di sicurezza nel Mediterraneo allargato, dinamiche politico-strategiche nordafricane, competizione tra grandi potenze e implicazioni per gli interessi euro-atlantici. In precedenza ha maturato esperienze presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, le Nazioni Unite e l’European Foundation for Democracy. È laureata in Scienze Internazionali e Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano e ha conseguito una laurea magistrale alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS). Attualmente sta completando un secondo master in Middle East Policy Studies presso il Washington Institute.
Il tema centrale dell’intervista è l’evoluzione delle relazioni tra Arabia Saudita e Turchia, attualmente interessate da un significativo processo di trasformazione e riavvicinamento. L’analisi prende in esame diversi aspetti di questo rapporto, a partire dall’impatto del conflitto in Iran e dalle sue ripercussioni sugli equilibri regionali. Successivamente, l’attenzione si concentra sull’evoluzione delle relazioni turco-saudite alla luce del dossier libico e delle dinamiche che coinvolgono anche gli Emirati Arabi Uniti. L’intervista, inoltre, approfondisce il ruolo degli Stati Uniti nei rapporti tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti e viene evidenziato il peso della strategia americana negli attuali processi di riallineamento regionale.
Come sono cambiate le relazioni tra Arabia Saudita e Turchia negli ultimi anni alla luce dell’ascesa dell’Iran come attore regionale e delle recenti tensioni in Medio Oriente? E in che misura la percezione della minaccia iraniana ha favorito il riavvicinamento tra Ankara e Riad, nonostante le profonde divergenze che avevano caratterizzato i loro rapporti dopo le Primavere arabe?
L’Arabia Saudita e la Turchia si stanno muovendo con grande cautela sulla questione iraniana. Hanno priorità diverse: la Turchia considera prioritaria la stabilità regionale e il mantenimento di un Iran quanto più stabile possibile, perché un collasso del regime comporterebbe un forte aumento di rifugiati verso il suo territorio. Per Riyad, invece, l’obiettivo principale è la caduta del regime attuale. Detto questo, la situazione attuale – con la chiusura dello Stretto di Hormuz e la strategia attuale americana (un engagement di media intensità invece di un intervento deciso stile Iraq 2003) – riduce il livello di sicurezza percepita dall’Arabia Saudita.
Esiste comunque una convergenza strategica importante: sia Ankara che Riyad hanno interesse a contenere l’Iran. Nessuno dei due vuole un Iran nucleare. Anche nel caso in cui il regime iraniano non dovesse cadere, i leader turco e saudita convergono sulla necessità di limitarne l’influenza regionale e le sue capacità militari.
Tuttavia, è ancora troppo presto per definire chiaramente quale ruolo abbia avuto e avrà la guerra in Iran nel riavvicinamento tra Riyad e Ankara. Riyad rimane fortemente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, ma si sta aprendo alla possibilità di una maggiore convergenza nel settore della difesa con la Turchia, grande esportatrice di droni.
Turchia e Arabia Saudita hanno sostenuto schieramenti diversi nel conflitto libico, ma negli ultimi anni le loro relazioni bilaterali sono migliorate sensibilmente. In che modo questo riavvicinamento tra Ankara e Riyad si riflette sulle dinamiche del rapporto tra Turchia ed Emirati Arabi Uniti in Libia?
In Libia, Arabia Saudita e Turchia risultano sempre più allineati. Se in passato seguivano traiettorie opposte – con Ankara che sosteneva il governo di Tripoli ad ovest e Riyad che appoggiava Haftar e l’est – negli ultimi anni Riyad si è progressivamente spostato verso l’ovest. Questa mossa, però, non è stata determinata dal riavvicinamento con la Turchia, bensì dal fatto che i sauditi non puntano più su Haftar. Riyad e Abu Dhabi si trovano su fronti opposti in Libia, così come accade in Sudan e Yemen. Ankara sta cercando di mantenere un equilibrio strategico tra i due Paesi del Golfo: da un lato non può permettersi di alienare gli Emirati Arabi Uniti, con i quali ha importanti interessi economici e di integrazione regionale; dall’altro mostra un allineamento maggiore con Riyad. La ragione di fondo è che Turchia e Arabia Saudita condividono una visione simile sulla Libia: entrambe preferiscono il rafforzamento del potere centrale per garantire stabilità nel Paese. Gli Emirati, al contrario, puntano maggiormente sulla frammentazione regionale. Recentemente la Turchia si sta esponendo anche sul fronte orientale: sono stati individuati droni turchi nelle zone controllate da Haftar, segnale di un parziale riavvicinamento tra Ankara ed Haftar motivato soprattutto da interessi economici ed energetici, in particolare il mantenimento del corridoio energetico tra Libia e Turchia. Questo movimento ha favorito anche un parziale riallineamento con gli Emirati. Tuttavia, Ankara manterrà probabilmente una certa distanza da Abu Dhabi in Libia, privilegiando il rapporto con Riyad. I due Paesi condividono una visione più simile sulla stabilità regionale e, rifacendosi entrambi a buoni rapporti con l’amministrazione Trump, la Turchia considera l’Arabia Saudita un polo più forte e strategico rispetto agli Emirati nell’orbita americana.
In che modo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca sta influenzando le relazioni tra Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti? Quali sono gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione e come si riflettono sulle dinamiche di cooperazione e competizione tra questi attori regionali?
L’amministrazione Trump ha un impatto decisamente positivo sulle dinamiche tra questi Paesi. A differenza di Biden, che aveva assunto posizioni molto antagoniste nei confronti dell’Arabia Saudita, Trump è vicino sia a Mohammed bin Salman che a Recep Tayyip Erdoğan. L’interesse strategico americano è chiaro: Washington vuole partner forti e affidabili nella regione, capaci di condividere responsabilità di sicurezza. Gli USA perseguono una linea di disimpegno militare parziale, ma mantengono un forte impegno diplomatico e politico. L’obiettivo è coltivare rapporti solidi con potenze stabili ed emergenti, anche a costo di qualche screzio con alleati tradizionali come Israele.
Sia la Turchia che l’Arabia Saudita auspicano il mantenimento di una presenza americana nella regione, ritenendola essenziale per la stabilità, soprattutto come deterrente nei confronti dell’Iran.
Sul fronte turco, la questione curda ha visto un parziale miglioramento grazie all’accordo mediato dagli americani con i siriani (in particolare dell’inviato statunitense Tom Barrack, ambasciatore in Turchia), che ha escluso le milizie curde siriane da alcuni equilibri di potere: un esito visto positivamente da Erdoğan.
Gli Stati Uniti mantengono rapporti molto forti con gli Emirati Arabi Uniti, ma stanno privilegiando chiaramente il rapporto con Riyad. Questo approccio riflette anche fattori personali: l’Arabia Saudita fu il primo Paese visitato da Trump nel suo primo mandato e la famiglia Trump ha importanti investimenti nel Regno. Nonostante ciò, Washington evita di inserirsi nelle tensioni tra Riyad e Abu Dhabi.
Riyad e Abu Dhabi, da parte loro, fingono pubblicamente che non esistano problemi tra loro e non chiedono agli USA di prendere posizione ufficiale, consapevoli che Washington non vorrebbe, né potrebbe, scegliere apertamente una parte.
Dopo oltre due mesi, il cessate il fuoco diventa accordo di pace: Usa e Iran hanno concordato di porre fine alla Terza guerra del Golfo e il prossimo 19 giugno a Ginevra formalizzeranno un’intesa di cui si vedono già i profili chiari. Sulla base del patto mediato da Qatar e Pakistan riaprirà lo Stretto di Hormuz, con l’Iran che si impegna a sminarlo nei primi 30 giorni e a non imporre pedaggi per 60 giorni; in quei 60 giorni, l’Iran avrà una temporanea esenzione sulle sanzioni che colpiscono il petrolio, ci sarà un cessate il fuoco esteso al Libano e dopo la fase iniziale partirà un dialogo a tutto campo per capire come sviluppare la principale partita, quella sulle scorte di uranio arricchito della Repubblica Islamica.
Le vie del negoziato
Se confermate, le disposizioni dell’accordo che sarà concluso dal vicepresidente Usa J.D. Vance da un lato e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf dall’altro, apriranno inoltre al mutuo riconoscimento della sovranità dei due Paesi e quindi al ristabilimento sostanziale di relazioni diplomatiche congelate dal 1979. Un passaggio fondamentale che per il presidente Usa Donald Trump si dovrebbe accompagnare a una ripresa dei flussi energetici globali e per l’Iran a una rivendicazione di un successo sostanziale nellaTerza guerra del Golfo: quello nella battaglia per la sopravvivenza.
Dal 28 febbraio, giorno dell’attacco israelo-americano, l’Iran ha vissuto un vero e proprio assedio militare e subito duri colpi, ma ha ribaltato il campo usando la leva di Hormuz e degli attacchi alle infrastrutture e le basi nei Paesi del Golfo come strumento di pressione sull’economia globale. Alla prova dei fatti, se l’accordo reggerà avremo il primo caso in cui gli Usa devono ricorrere a un negoziato per veder rispettato il principio strategico del controllo su stretti e rotte marittime che plasma il potere globale della superpotenza, e al contempo una dimostrazione di resilienza da parte di un settore dell’élite iraniana di fronte alle pressioni dei falchi più oltranzisti.
Un solco Usa-Israele
Inoltre, si separano nettamente nel negoziato le strade di Washington e quelle di Israele, per almeno tre motivi: il Libano viene incluso nel perimetro del cessate il fuoco, contro la volontà del primo ministro Benjamin Netanyahu; l’arsenale missilistico, vero e proprio spauracchio iraniano, e il sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione mediorientale non rientrano nel perimetro del negoziato; l’Iran riafferma che non svilupperà armi nucleari ai sensi del Trattato di Non Proliferazione di cui è membro, al contrario di Tel Aviv che ha un arsenale nucleare non dichiarato e non è firmatario del Tnp.
Il New York Timesaggiunge che in un dialogo con il presidente ai margini delle celebrazioni per il Giorno della Bandiera (80esimo compleanno di Trump, peraltro), The Donald “ha descritto l’attuale leadership iraniana, compreso il nuovo leader supremo, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, come pragmatica”, parole che ben si discostano dalla dura critica portata a Netanyahu dopo che domenica Israele, colpendo il Libano, aveva messo a rischio le trattative. Ora, invece, dopo lunghe incertezze e tanti annunci a vuoto una base per la pace c’è. La vera sfida sarà capire come consolidare le fondamenta e, soprattutto, comprendere in che misure si passerà dalla prima alla seconda, decisiva parte delle trattative sul nucleare. La notizia, però, è che dopo molti annunci a vuoto finalmente si può parlare di un percorso verso la stabilità. E di questo il Medio Oriente e il mondo intero avevano, indubbiamente, grande bisogno.
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I negoziati Usa-Iran sono nuovamente a un passo dalla conclusione, dice Donald Trump, mentre da Teheran prendono tempo e si resta fermi alle dichiarazioni del Ministro degli EsteriAbbas Araghchi secondo cui l’Iran sta “esaminando” l’accordo. Il negoziato mediato dal Pakistan sembra “Il Giorno della Marmotta”, film in cui il protagonista si trova condannato a svegliarsi sempre nella stessa giornata ciclica: gli accordi avanzano, una sintonia sembra trovarsi, gli Usa annunciano (questa volta in sinergia con lo stesso Pakistan) che si è all’ultimo miglio, emerge il prevedibile disappunto di Israele, tutto poi torna nell’incertezza. Spesso magari con provvidenziali incidenti a sabotare i percorsi.
Cosa manca nei negoziati Usa-Iran
La verità politica, però, è che dall’8 aprile, data del cessate il fuoco che ha ridotto d’intensità le tensioni e frenato la Terza Guerra del Golfo, sono poche e ben precise le questioni su cui Usa e Iran devono ancora trovare un’intesa. Ma sono questioni, ovviamente, dirimenti e decisive. Si parte dalla riapertura dello Stretto di Hormuz, su cui Teheran ha di fatto imposto una proiezione sovrana, e si passa alla contropartita dello sblocco degli asset iraniani congelati dalle soffocanti sanzioni Usa, che la Repubblica Islamica chiederebbe di iniziare a scongelare. In mezzo, la grande partita del Libano, il cui conflitto per Teheran è unico con quello che la coinvolge direttamente e in cui l’Iran chiede agli Usa di pressare su Israele perché fermino gli attacchi a Hezbollah. Prospettiva questa assai invisa a Benjamin Netanyahu e criticata, soprattutto, dal ministro degli Esteri libanese Joe Rajji, che nonostante tre mesi di attacchi e quasi 4mila morti ha detto ad Araghchi che “non accettiamo che nessuno negozi per nostro conto o firmi accordi a nostro nome” parlando a Le Figaro
🇱🇧 NEW: Lebanon Foreign Minister Joe Raggi insists the “Lebanon issue must be separated from the Iran issue,” rejecting any efforts from Iran to stop Israeli attacks on Beirut’s behalf.
“We do not accept that anyone negotiate on our behalf or sign agreements in our name. That… pic.twitter.com/xBGGPePw5H
Il risultato positivo che per ora sembra acquisito è la comune volontà di rimandare a negoziati più lunghi e tecnici il futuro assetto del dossier nucleare e di aprire a un’eventuale fase di accordo concretizzando dei risultati ritenuti basilari per una pace credibile. Qui si inserisce il fattore tempo. Trump ha bisogno di risultati. La giornata del 14 giugno, con le celebrazioni del Giorno della Bandiera (e del compleanno del presidente…) precede la tre giorni del G7 in Francia a cui gli Usa intendono arrivare con un percorso avviato verso l’uscita da un angolo in cui si sono problematicamente cacciati lanciando la guerra il 28 febbraio scorso. Possiamo dirlo: la Terza guerra del Golfo, risultati alla mano, non è stata una vittoria americana e israeliana e la questione di Hormuz e del danno alla credibilità Usa peserà come un macigno negli anni a venire.
Le linee rosse di Israele
In un certo senso, le stesse trattative lo hanno confermato: a giugno 2025 Trump, al termine della guerra dei dodici giorni, rivendicava che gli Usa avevano smantellato siti nucleari e programma di arricchimento di Teheran. Ora è stabilito che l’uranio esiste ancora e sarà al centro di specifici negoziati. Si parlava di smantellamento del regime e della capacità combattiva dell’Iran che, pur avendo subito gravi danni, resta in piedi. E nonostante i “falchi” dell’Iran guardino con sospetto a ogni accordo, è bene sottolineare che la fase di negoziato sta per ora risparmiando un tema chiamato all’inizio della guerra tra le motivazioni per l’attacco, ovvero l’obiettivo di smantellare il programma missilistico e balistico di Teheran, con cui può colpire i Paesi della regione in generale e Israele in particolare, e la rete di supporto agli alleati regionali. Su questi temi Israel Katz, ministro della Difesa israeliano, ha pungolato Trump con un post su X
נשיא ארה"ב מוביל בימים אלה להסכם עם איראן מתוך ראיית האינטרסים האמריקאים, ובהם גם האינטרס המשותף עם ישראל – למנוע מאיראן נשק גרעיני – ואנו מצפים שיעמוד על העיקרון הזה ועקרונות נוספים בתחום הטילים ושלוחי הטרור.
ביחד הנחתנו על איראן מכות קשות שהסיגו את יכולותיה שנים רבות לאחור.…
— ישראל כ”ץ Israel Katz (@Israel_katz) June 12, 2026
Katz in sostanza si inserisce in una situazione di negoziato ambigua in cui una bozza definitiva di accordo credibile ancora non c’è, una roadmap concordata solo a monte deve capire come verrà applicata a valle e Israele può sfruttare l’asimmetria della sua posizione: belligerante ma fuori dai negoziati, può alzare l’asticella dello scontro, come successo in Libano settimana scorsa, per testare quanto effettivamente un accordo sia vicino e eventualmente condizionarne uno a essa ostile. La questione missilistica è remota per Trump ma vitale per Israele, e in Libano Tel Aviv continua a colpire. Nel frattempo, nota Al Jazeera, “gli Stati Uniti e l’Iran sembrano mescolare le disposizioni del memorandum d’intesa con i loro obiettivi finali nel tentativo di rendere l’accordo più appetibile” e si torna, nuovamente, a quell’ultimo miglio prima della firma tante volte attraversato e che per ora Usa e Iran non hanno ancora potuto completare. Sarà questa la volta buona? I problemi da risolvere sono noti, la volontà politica sembra esserci, il nodo sarà la concretezza oltre la spinta di una fastidiosa “annuncite”.
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“Il Memorandum d’intesa di Islamabad non è mai stato così vicino. Invitiamo i media ad astenersi da speculazioni prima della finalizzazione del protocollo. In linea con il nostro approccio responsabile e trasparente, tutti i dettagli saranno condivisi con l’opinione pubblica a tempo debito”. Così il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi ieri sera su X.
Comunicato tempestivo e forse decisivo perché, dopo che Trump aveva annunciato l’accordo, stava montando l’usuale nebbia mediatica sulla complessa controversia col rischio che tutto precipitasse.
Una nebbia legittimata dalle contraddizioni del presidente americano, ma che prendeva spunto dai comunicati iraniani che, pur confermando la convergenza, specificavano che ancora mancavano cose e che per parte loro non era stata ancora presa nessuna decisione definitiva.
Notizie che alimentavano ancor più gli strali irridenti nei confronti del presidente Usa, che iniziava a perdere la pazienza. Così su Truth ammoniva: l’Iran “farebbe meglio a rimettersi in riga, e in fretta”. Un’irritazione che, al netto dei torti di Trump, che sono tanti, era legittimata: aveva annullato un attacco annunciato, dato la Notizia che il mondo, tranne Israele e i falchi Usa, aspettavano da tempo per ritrovarsi poi smentito e ridicolizzato.
Situazione pericolosa, con il pericolo fotografato da un titolo di Haaretz: “Nonostante si parli di un possibile accordo, la frustrazione di Trump nei confronti dell’Iran potrebbe innescare una nuova escalation”.
A diradare le nebbie, il post di Araghchi, forse sollecitato da Steve Witkoff con il quale interloquisce (in via diretta o indiretta che sia), che presumibilmente gli ha fatto presente il rischio al quale si stava andando incontro. Post provvidenziale quello del ministro degli Esteri iraniano, tanto che Trump lo ha subito rilanciato su Truth.
A suggello del post di Araghchi, l’annuncio parallelo del premier pakistano Shehbaz Sharif: “Nel contesto dell’intenso impegno di mediazione in corso da parte del Pakistan, siamo pienamente consapevoli dell’incessante campagna di disinformazione condotta da coloro che vogliono sabotare l’accordo di pace. Mettendo da parte il clamore, possiamo confermare che è stato raggiunto un testo finale concordato dell’accordo di pace e che il Pakistan sta ora lavorando a stretto contatto con entrambe le parti per finalizzare i prossimi passi. La pace non è mai stata così vicina“. E il ministro degli Esteri pakistano Mohammad Ishaq Dar è volato a Ginevra, dove è prevista la firma.
Trump potrebbe avere il suo accordo in concomitanza con i mondiali di calcio, manifestazione che non si addice alla guerra e che tanti analisti avevano segnalato come tempistica entro la quale avrebbe dovuto chiudersi la vexata quaestio.
Ma la prudenza resta d’obbligo. Lo denotano gli scontri di stanotte nello Stretto di Hormuz o il fatto che i media dell’Impero, New York Times e Washington Post, hanno tenuto bassa la notizia, come fosse qualcosa di secondario e transeunte; e che anzi, nell’annunciare quanto avvenuto, il NYT si è peritato di sottolineare che “precedenti possibili accordi sono sfumati all’ultimo minuto”.
Basta un incidente di percorso a far saltare tutto, un po’ come quello che poteva costare la vita a Papa Leone XIV, il cui aereo aveva i motori in avaria, problema per fortuna riscontrato prima del decollo…
Al di là della digressione, e per tornare all’Iran, tanti i sabotatori all’opera. Anzitutto Netanyahu, che pur non protestando quando Trump giovedì lo ha chiamato per annunciargli l’intesa – non può contrastarlo pubblicamente dopo la precedente reprimenda – sta lavorando attivamente a fare del Libano del Sud tabula rasa, con macelleria conseguente. E il cessate il fuoco nel Paese dei cedri resta tema sensibile dell’accordo.
Dar conto dei contenuti del memorandum è esercizio inutile, come da ragionevoli moniti dei protagonisti delle trattative. Si può solo far presente che alcuni nodi del contendere saranno oggetto di negoziati successivi, che per molti media dovrebbero durare 60 giorni.
Scadenza che, peraltro, coinciderebbe con una sorta di ultimatum lanciato dai repubblicani a Trump, i quali hanno fissato come limite invalicabile per risolvere la questione iraniana il 7 settembre, il Labor Day, dal momento che a partire da quella data la campagna elettorale per le Midterm entrerà nel vivo (vedi Politico).
Per quanto riguarda i più scottanti temi del negoziato, di grande interesse due recenti rassicurazioni delle autorità iraniane. Anzitutto su Hormuz. Così Araghchi: “Secondo il diritto internazionale, non è possibile imporre pedaggi sullo Stretto di Hormuz, ma verranno riscosse tariffe di servizio e ciò sarà stabilito in sede di negoziazione”.
Di ieri, poi, le dichiarazioni nette sul nucleare del Capo di Stato Maggiore e Vice coordinatore dell’esercito iraniano, contrammiraglio Habibollah Sayyari, riportate dall’agenzia stampa statale Irna: “Non siamo interessati ad arrecare danni all’umanità. Il leader martire rivoluzionario [l’ayatollah Khamenei] ha sempre affermato che ‘non cercheremo mai di dotarci di armi nucleari’ perché sono armi di distruzione di massa e noi non siamo favorevoli alla distruzione di massa”.
“Abbiamo assistito a massacri di massa” durante la guerra contro l’Iraq, ha continuato, e ribadito: “Non vogliamo armi di distruzione di massa, perché il loro uso non rispetta i diritti umani. Nelle esercitazioni dell’esercito e delle Guardie Rivoluzionarie non è previsto nemmeno l’addestramento all’uso delle armi chimiche; cose del genere non vengono insegnate perché non siamo mai stati favorevoli ai massacri di massa”.
Ps. l’11 giugno alti funzionari degli Emirati arabi hanno incontrato i loro omologhi iraniani ponendo fine a uno scontro alzo zero. Il giorno dopo negli Emirati era la giornata della Russia e il Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto del mondo, si è illuminato dei colori russi. Abu Dhabi si smarca dall’alleanza asfissiante con Tel Aviv e cerca sponde nei Brics.
La fiammata degli ultimi giorni si è spenta improvvisa. Trump, dopo le minacce alzo zero del pomeriggio, ha bloccato tutto. I colloqui tra le autorità iraniane e la delegazione qatariota, giunta due giorni fa a Teheran per urgere una risposta alla proposta di pace americana inviata due settimane fa, hanno dato frutti.
Una considerazione che non discende da quanto comunicato di Trump, che su Truth ha scritto che si è raggiunta una piena convergenza – annuncio che va preso con la relatività del caso – quanto da quel che ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran Esmaeil Baghaei.
PressTv, media statale iraniano, riprendendo l’intervista rilasciata giovedì sera da Baghaei, riferisce che questi ha respinto le speculazioni sulla finalizzazione di un accordo, ma ha aggiunto: “Dal punto di vista testuale, il testo è quasi definitivo nelle sue parti principali. Il problema è che le posizioni contraddittorie degli Stati Uniti hanno sempre causato turbolenze e interruzioni in questo processo”.
Ha poi ribadito che l’Iran non si è piegato, rimanendo fermo sulle sue linee rosse, aggiungendo: “Se la Repubblica islamica avesse avuto intenzione di rinunciare alle sue posizioni di principio sotto pressioni e minacce, lo avrebbe fatto un anno e mezzo fa. Abbiamo dimostrato di rimanere fermi sulle nostre posizioni”.
Al di là delle conclusioni inevitabili, con Baghaei che ha specificato, rimarcandolo, che il suo Paese non ha ancora preso una decisione definitiva, la sostanza c’è: si è trovata una convergenza sulla sostanza e mancano da definire dei dettagli.
Inoltre, l’accenno alle linee rosse sembra indicare che il testo dovrebbe in qualche modo contenere la possibilità che Teheran possa arricchire l’uranio sotto una soglia limite (e molto probabilmente sotto la supervisione dell’AIEA); dovrebbe prevedere in qualche modo un sistema tariffario per il transito di Hormuz – per salvare la faccia a Trump potrebbe essere presentato come meramente simbolico e magari ad tempus; infine, dovrebbe prevedere un cessate il fuoco in Libano che preluda al ritiro di Israele dal Paese dei cedri. Tali erano le linee rosse di Teheran, senza le quali non si sarebbero date le convergenze accennate da Baghaei, ma il condizionale resta d’obbligo e magari alcuni nodi sono stati demandati a negoziati successivi.
Altre linee rosse che non sono state neanche toccate nel negoziato, e che quindi stanno, sono il programma missilistico iraniano, del quale invano Israele ha chiesto lo smantellamento, e i rapporti tra Teheran e i suoi alleati regionali, che nell’immaginario di Tel Aviv dovevano essere rescissi. Nulla di tutto ciò sarà sulla carta, come lamenta il Jerusalem Post.
Insomma, sembra che si siano aperte prospettive reali. Peraltro, anche l’escalation segnala un livello di interlocuzione molto approfondito tra i duellanti, dal momento che in due notti di fuoco reciproco non si è registrato né morto né un ferito. Ciò indica che c’è stata una comunicazione previa dei target che si intendeva colpire e di quelli che non dovevano essere presi di mira.
Inoltre, è indicativo che, mentre Trump minacciava sfracelli contro Teheran, il segretario per la guerra Pete Hegseth sia volato a Cuba, palesando un disinteresse totale per quanto avveniva in Medio oriente (a proposito, ieri metà Pentagono è stato evacuato a causa di un allarme, risultato infondato, di una qualche contaminazione dell’aria; a nostra memoria non ci sono precedenti; forse la troppa tensione…).
Per tornare all’intesa resta, però, una qualche sospensione. Infatti, va ricordato che il diavolo sta nei dettagli e visto che nel suo post Trump ha comunicato che l’accordo trovato ricomprende tutto, anche i “dettagli”, e che l’Iran afferma che ci sono ancora dettagli da chiarire, i falchi hanno ancora spazi di manovra.
Quanto al Libano, resta da vedere se e come Trump riuscirà a convincere Netanyahu e soci non solo a fermare la macelleria a getto continuo, ma anche a ritirarsi dal sud, che ormai Tel Aviv considera parte integrante del suo territorio, in conformità con la prospettiva della Grande Israele.
Certo, Trump è riuscito a fermare i bombardamenti su Beirut in una telefonata burrascosa con Netanyahu, ma un conto è limitare gli obiettivi dello psicopatico che governa Israele, che peraltro potrebbe ripensarci, altro è imporre un ritiro che ne segnerebbe la fine politica, dal momento che andrebbe alle elezioni di novembre gravato dal peso di una devastante sconfitta.
In questo contesto suonano estremamente interessanti le dichiarazioni postume di Trump a Jonathan Karl, dal momento che ha detto di non sapere “se Bibi voglia davvero continuare” a far politica. “Non lo so, ha avuto una carriera straordinaria”, ha aggiunto. “Vuole continuare? Perché, sai, è stato un primo ministro in tempo di guerra. E vinceremo la guerra molto presto”.
Giustamente Haaretz ha titolato: “Trump ha appena sganciato una bomba di enormi proporzioni sulla campagna per la rielezione di Netanyahu”. Una bomba alla quale il premier israeliano ha evitato di rispondere – silenzio assordante – lasciando che a farlo fosse il suo partito, che ha replicato con malcelata irritazione che si ricandiderà. Diatriba interessante.
Altra notte di fuoco incrociato tra Iran e Stati Uniti. Ma, nonostante le apparenze ancora non è guerra: ad oggi non si registrano vittime né dall’una né dall’altra parte. I duellanti, a quanto pare, nonostante le minacce reciproche stanno calibrando i colpi. Per ora.
Significativo, ad esempio, l’attacco a due serbatoi idrici sulla costa iraniana: nel riferire la verità della denuncia iraniana, riscontrata attraverso satelliti, il New York Times vi associa il comunicato dell’esercito americano nel quale è specificato che l’attacco è stato condotto “con munizioni di precisione”. Quindi è stato colpito di proposito, un crimine di guerra che ha lasciato senza acqua potabile 20mila persone. Ma, allo stesso tempo, si è voluto evitare che le bombe facessero strame di civili.
Tra l’altro, l’Iran si è guardato bene, per ora, di attaccare Israele, che gli avrebbe attirato repliche non altrettanto mirate, con conseguente e inevitabile ampliamento del conflitto.
Insomma, ancora il conflitto è vigilato, come scrive Karen DeYong sul Washington Post: “Al momento, un ritorno a una guerra su vasta scala sembra ancora improbabile […] ed entrambe le parti desiderano chiaramente la fine della guerra, pur se sembrano bloccate in uno stallo diplomatico”.
Tanto che il Wall Street Journal, media consegnato alla religione delle guerre infinite, pur accogliendo con sollievo i nuovi bombardamenti, rileva con disappunto il fatto che Trump non abbia ancora varcato il Rubicone e non si decida per operazioni più incisive.
Che il conflitto sia controllato lo annotava anche Axios, che spiegava: “Martedì, intorno alle 17:00 (ora della costa orientale degli Stati Uniti), mentre i caccia statunitensi erano in viaggio, la Casa Bianca ha inviato messaggi agli iraniani avvertendoli che avrebbero preso di mira solo installazioni militari”. ‘Abbiamo detto agli iraniani che se i piloti fossero stati uccisi, oggi ci troveremmo in una situazione completamente diversa’, ha affermato un funzionario statunitense”.
Axios spiega che a far precipitare gli eventi è stato il fatto che Teheran non ha ancora risposto alla proposta di accordo inviata due settimane fa da Trump, il quale è diventato “sempre più frustrato dalla copertura mediatica negativa, persino derisoria, delle sue promesse non mantenute sull’accordo, nonché dalle critiche dei falchi che lo accusano di essere troppo morbido con l’Iran”.
Probabile che la ritrosia dell’Iran, più che sulla questione nucleare, sulla quale si sta trattando seriamente, si concentri su due punti. Anzitutto, la richiesta del libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz, sulla quale Trump insiste non solo per le pressioni in tal senso, ma anche perché il regime dei pedaggi che Teheran intende imporre – in realtà una banale tassazione – gli attirerebbe critiche alle quali non potrebbe replicare perché non esisteva prima della sua guerra. Una sconfitta secca. In secondo luogo, l’America fa orecchie da mercante sulla legittima richiesta iraniana di sbloccare i propri beni congelati dall’antagonista (nel codice penale si chiama furto).
L’ondata di attacchi americani ha accompagnato l’arrivo a Teheran di una delegazione qatariota che dovrebbe rilanciare il negoziato. Secondo la Reuters è ripartita da Teheran stamane, dal momento che i colloqui con la controparte sono durati fino al mattino. L’esito è tutto da verificare.
Se porterà con sé una risposta accettabile dagli States quanto avvenuto in questi giorni potrebbe essere ricordato come la fiammata finale, che Trump potrà rivendicare come una vittoria, dal momento che sarebbe riuscito a piegare Teheran.
Ma al momento è arduo credere in tale possibilità e c’è il rischio che la tensione attuale faccia degenerare il conflitto in una guerra su larga scala. L’Iran, intanto ha comunicato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz, sviluppo che non promette nulla di buono. Allo stesso tempo, però, va notato che finora gli Houti sono rimasti silenti: se la situazione fosse già giunta a un punto di non ritorno avrebbero già chiuso, o minacciato di chiudere, anche lo Stretto di Bab al-Mandab…
Per quanto riguarda l’inizio di questa fiammata, ieri avevamo accennato alla possibilità che si trattasse di una replica dell’incidente del Tonchino, cioè che l’elicottero americano non fosse stato abbattuto da un drone, ma si fosse trattato semplicemente di un disastro aereo strumentalizzato ad arte per dar fuoco alle polveri.
Nel leggere il comunicato del Centcom, tale sensazione è diventata certezza. Così il comunicato: “TAMPA, Florida — Alle 19:33 (ora locale) dell’8 giugno, due membri dell’equipaggio di un elicottero AH-64 Apache dell’esercito statunitense sono stati tratti in salvo dalle forze americane dopo che il loro elicottero era precipitato vicino alla costa dell’Oman durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I soldati sono stati tratti in salvo nel giro di circa due ore e sono in condizioni stabili. Le cause dell’incidente sono oggetto di indagine”.
Il comunicato, quindi è stato fatto oltre due ore dopo “l’incidente”, come tale definito nel testo. Trump ha raccontato che gli era stato riferito che un drone si era incastrato nel velivolo ma non era esploso. Se vero, il drone doveva essere ben visibile, eppure due ore dopo, il Centcom non ne fa menzione…
Inoltre, possibile che i piloti, sani e salvi e che quindi potevano comunicare, non abbiano avuto contezza dell’impatto con un drone? Nessuno strumento di bordo lo ha segnalato? Ed è possibile che i radar statunitensi, che monitorano palmo a palmo l’area, la più vigilata del pianeta, non abbiano registrato un drone in avvicinamento? Si tenga presente che per nascondere un attacco similare normalmente si usano sciami di droni per sovraccaricare i sistemi di rilevamento; non esistono al momento droni del tutto invisibili…
Infine, il resoconto di Axios: “Gli Stati Uniti non avevano ancora stabilito se l’Iran avesse abbattuto intenzionalmente l’elicottero quando Trump ha deciso di ordinare una risposta militare”. Nessun attacco, nessun drone, solo la decisione di ricominciare a bombardare. Il drone si è materializzato dopo, d’incanto, per giustificare l’ingiustificabile.
Ora non resta che attendere e sperare che Trump non abbia dato inizio a un processo non più controllabile quanto catastrofico.
Il documento in questione fu stilato dall’attuale ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente di punta di Sionismo religioso, partito radicale dell’estrema destra: si tratta del cosiddetto «piano decisivo per Israele», intitolato Una speranza, reso pubblico nel 2017. Quella che proponiamo è una lettura critica, che potrebbe risultare utile per comprendere come nella filosofia portata avanti da diversi esponenti dell’attuale esecutivo, alcuni punti fermi – dal diniego verso qualunque prospettiva di autodeterminazione della popolazione araba, sino al corollario dell’annessione dell’intera Cisgiordania, chiamata Giudea e Samaria – non sono mai cambiati. E non finisce qui, visto che nei contenuti si evoca esplicitamente una sorta di gerarchia su base etnica – istituzionalizzata con la legge sulla patria ebraica del 2018 – e un regime giuridico differenziato, ovviamente a danno della componente araba.
Il punto di partenza, e qui citiamo testualmente, è l’affermazione secondo la quale “in questa terra non sorgerà mai uno Stato arabo”, visto che a Ovest del fiume Giordano l’unica autodeterminazione ammissibile è quella ebraica. Per garantire questo risultato si parla esplicitamente del “trasferimento” di centinaia di migliaia di coloni, così da renderne irreversibile il controllo israeliano. Solo questo passaggio si esporrebbe a innumerevoli critiche, che il documento ignora totalmente: dalla patente violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite, a un modello chiaramente ispirato a garantire diritti e libertà esclusivamente su base etnica.
In questo scenario, agli arabi non resterebbe che rinunciare per sempre a qualunque aspirazione nazionale, per poi operare una scelta secca: accettare di restare in una posizione di sostanziale subordinazione, o emigrare, magari con qualche incentivo di tipo economico (chiamato “contributo di separazione”). In sostanza, si tratterebbe di una sorta di emigrazione forzata – a voler essere generosi indotta – che andrebbe contro ogni principio giuridico, a cominciare da quello della libera autodeterminazione dei popoli, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
Per coloro che “scegliessero” di restare, il piano immaginava sei circoscrizioni municipali arabe – Hebron, Betlemme, Ramallah, Gerico, Nablus, Jenin – alle quali sarebbero conferite funzioni amministrative, ma nessuna reale sovranità. Il diritto di voto in una prima fase – difficile ipotizzarne tempi ed evoluzione, si parlava di dieci anni – sarebbe escluso per le elezioni politiche per la Knesset. A chi contestasse che in tal modo si violerebbero i principi della democrazia rappresentativa, basata sul suffragio universale, non veniva opposta alcuna solida argomentazione.
Per Smotrich cancellando la possibilità di uno stato palestinese si rimuoverebbe per sempre il pericolo del terrorismo, perché a suo dire sarebbe proprio questa “speranza” a dare vita al fenomeno, dimostrando così una totale ignoranza circa alcune delle cause strutturali, come il regime di occupazione e la privazione dei diritti per gli abitanti della Cisgiordania.
A giustificare la sovranità ebraica basterebbe la legittimazione su base biblica, alla quale dovrebbe essere indotta a cedere la comunità internazionale. E pure su questo punto la violazione del diritto internazionale è talmente plateale da non richiedere ulteriori commenti.
In ultima analisi un piano ammantato di giustificazioni inconsistenti sotto il profilo giuridico e del diritto umanitario, che lungi dal determinare una maggiore sicurezza per tutti, finirebbe per acutizzare quei fenomeni terroristici che si vorrebbero prevenire, oltre che accrescere l’isolamento e il danno all’immagine dello stato ebraico, che i fatti di Gaza hanno già compromesso in modo forse irreparabile. A non voler dire che l’adozione di un approccio di tipo radicale non farebbe che rafforzare le analoghe fazioni dall’altro lato della barricata.
Per la verità, per quanto suoni paradossale, forse esiste un punto sul quale Smotrich potrebbe aver avuto ragione: quando sostiene l’impossibilità della costituzione di uno Stato arabo alla luce delle circostanze storiche. Quello che il ministro trascura è che le ragioni alla base di questa conclusione sono molto diverse, per non dire opposte, a quelle proposte nel documento.
In tal senso sorprende sentire ripetere incessantemente la formula “due popoli per due stati”. Delle due l’una: o c’è mala fede, o c’è ignoranza, ed è difficile dire quale delle due opzioni sia la peggiore. E il documento che abbiamo sommariamente illustrato sta lì a dimostrarlo.
Abbattere dieci edifici a Beirut per ogni drone che ferisce un soldato israeliano. È la richiesta che BezalelSmotrich, ministro delle Finanze di Tel Aviv, ha rivolto al capo del governo BenjaminNetanyahu come risposta alla morte, per mano di Hezbollah, della sergente RotemYanai. «È semplice», ha scritto su X. «Signor primo ministro, lascia che l’Idf vinca e protegga i nostri soldati».
Ma il Libano non ha bisogno di attendere la rappresaglia invocata da Smotrich. Dalla sera di martedì 26 maggio è in corso una vasta offensiva israeliana nel Sud del Paese, che nelle ultime ore sta coinvolgendo soprattutto Tiro, 200mila abitanti, uno dei centri maggiori dopo la capitale, e Sidone (circa 60mila). A ordinarla è stato lo stesso Netanyahu dopo gli attacchi con droni condotti da Hezbollah contro le truppe che occupano parte del Libano meridionale e contro i civili nel nord di Israele. L’attacco è stato preceduto da un ordine di evacuazione arrivato due ore prima dell’inizio dei bombardamenti, che sono quindi iniziati con le persone ancora in fuga. Online, sono diversi i video che mostrano gruppi di cittadini coperti di polvere radunati sotto gli edifici crollati. I morti – alla mattina di giovedì 28 maggio – sono almeno 12, che vanno ad aggiungersi ai 30 dei due giorni precedenti.
Inizialmente, l’ordine di evacuare sopra al fiume Zahrani, circa 40 chilometri a nord del confine con Israele, è stato rivolto ai cittadini di Tiro e a quelli dei villaggi limitrofi. In serata, però, l’esercito israeliano ha dichiarato delimitato come “zona di combattimento” tutta l’area che si trova tra la Linea Blu (il confine con Israele) e questa nuova linea di demarcazione interna: si tratta di circa il 18% del territorio libanese. Al momento, le truppe di terra non sono ancora arrivate in quest’area, ma un canale tv libanese ha affermato che un carro armato israeliano sarebbe stato visto circa 5 chilometri a nord del fiume Litani – quindi nell’area tra questo corso d’acqua e il fiume Zahrani -: se confermato, sarebbe il più a nord mai raggiunto da un veicolo di Tel Aviv dai tempi della prima guerra con il Libano, nel 1982. Il fiume Litani delimita a nord la zona cuscinetto stabilita da una risoluzione Onu in cui l’unica presenza militare consentita è quella libanese e quella dell’Unifil. Sebbene la risoluzione sia di fatto carta straccia vista la presenza sia di Hezbollah che dell’Idf, superare addirittura questa linea sarebbe un salto di livello all’interno del conflitto.
Sebbene Israele affermi di mirare alle postazioni di Hezbollah, sono diversi i civili coinvolti. Secondo l’agenzia di stampa statale libanese Nna, una famiglia di sei persone è stata centrata da un drone mentre percorreva l’autostrada di Adlun, nella zona di Nabi Sari all’interno del distretto di Zaharani, proprio per evacuare. Nell’area sarebbe morto anche un soldato dell’esercito libanese. A Sidone, invece, un missile ha colpito un palazzo nella zona di Qiaa: i soccorritori hanno recuperato tre corpi, mentre i feriti sono cinque. A Tiro, infine, un drone ha colpito una motocicletta, causando due morti.
Dall’inizio della settimana, sono almeno 550 (135 nelle ultime 24 ore) gli obiettivi di Hezbollah che Israele ha dichiarato di aver colpito, nonostante la proroga del cessate il fuoco firmata il 15 maggio. Dall’inizio di marzo, quando Israele ha lanciato l’offensiva contro Hezbollah in seguito all’attacco condotto assieme agli Stati Uniti contro l’Iran, i morti in Libano sono 3.269, con 9.840 feriti. Gli sfollati, invece, sono circa un milione, più o meno un quinto della popolazione.
In apertura: una donna controlla il suo appartamento a Sidone, giovedì 28 maggio. (AP Photo/Mohammed Zaatari/Lapresse)
Anche se il quadro del conflitto in Medio Oriente si presenta estremamente articolato e complesso, nonché foriero di pericolose escalation, è impossibile non osservare come l’Asse della Resistenza – ed in particolar modo l’Iran ed Hezbollah – abbia sinora mostrato una grande capacità di gestione strategica e tattica del conflitto, calibrando con grande attenzione ogni mossa. Ragion per cui ha destato non poco stupore il molteplice attacco iraniano dell’altro giorno, proprio perché sembra essere una rottura di quella capacità di equilibrio sinora manifestata. Ma è davvero così?
Consideriamo innanzi tutto gli aspetti principali dell’attacco. Ad essere stati colpiti sono obiettivi ostili in Siria (ISIS) ed Iraq (Mossad), due paesi più che amici, e Pakistan (Jaish Ul-Adl), un paese con cui Teheran ha buoni rapporti – in questi giorni, era addirittura programmata una esercitazione navale congiunta. Di là dal fatto che l’Iraq, e soprattutto il Pakistan, abbiano protestato in modo significativo, cosa peraltro quasi obbligata sotto il profilo politico-diplomatico, resta il fatto che questi attacchi sono stati portati a termine senza che vi fosse un tentativo di reazione; infatti in alcun caso è stato attivato il sistema di difesa anti-missile. Ciò significa che, certamente per quanto riguarda la Siria (e quindi la Russia) ed il Pakistan, i paesi sul cui territorio si trovavano i bersagli sono stati preavvertiti. Per quanto riguarda l’Iraq, il cui governo sicuramente era stato allertato, c’è da aggiungere una ulteriore considerazione: i missili balistici utilizzati hanno compiuto un volo di oltre 1200 km, poiché sono stati volutamente lanciati da una posizione lontana, nel sud dell’Iran, laddove trovandosi il bersaglio nel kurdistan iracheno sarebbe stato assai più semplice colpire a partire dall’omologa regione iraniana. Questa scelta ha avuto un doppio valore, politico e militare, ovvero dimostrare la capacità iraniana di colpire con grande precisione ed a grande distanza (messaggio rivolto soprattutto ad Israele), ma anche che i sistemi di intercettazione e difesa anti-missile statunitensi, largamente presenti sia in Iraq che in Siria, sono stati colti di sorpresa/bypassati.
Per quanto riguarda l’attacco alla base del Mossad ad Erbil, va aggiunto che (nonostante la regione del kurdistan iracheno sia una enclave largamente autonoma, e fortemente legata sia agli USA che ad Israele) è evidente che ha mostrato anche la capacità di penetrazione dell’intelligence di Teheran. La questione dell’attacco sul Belucistan pakistano, alla luce della forte reazione di Islamabad, appare più complessa, ma anche qui – oltre alla mancata attivazione delle difese anti-missile – va tenuto conto della particolare natura dello stato pakistano, al cui interno sicuramente agiscono poteri (interni ed esterni) anche assai diversi e conflittuali. Le forze armate, ed i servizi segreti (ISI), sono molto ben collegati con gli Stati Uniti, sin dai tempi della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan, ma anche abbastanza permeati da influenza fondamentaliste islamiche, mentre il governo (anche in funzione anti-indiana, storicamente filo russa) ci tiene a mantenere un rapporto privilegiato con Washington. Vale appena la pena di ricordare come, proprio su mandato statunitense, sia stato liquidato il presidente scomodo Imran Khan… È assai probabile, quindi, che alcune delle forze interne non abbiano gradito la mossa iraniana, ed abbiano imposto una reazione adeguata. È di oggi la notizia che il Pakistan ha effettuato una serie di attacchi mirati contro i “nascondigli terroristici” in Iran; specularmente a Teheran, Islamabad ha dichiarato che rispetta la sovranità dell’Iran, e la sua è una azione esclusivamente antiterroristica. Ed anche in questo caso, le difese iraniane non sono state attivate…
Tornando quindi alla questione iniziale, se siamo di fronte o no ad un venir meno della moderazione iraniana, aggiungendo al quadro la rivendicazione dell’attacco a due navi israeliane nell’Oceano Indiano, ma anche l’assenza di mosse dirette contro gli USA, credo si possa affermare che siamo di fronte a qualcos’altro. L’Iran ha davanti a sé grandi prospettive, derivanti non solo dagli stretti rapporti con la Russia e la Cina, entrambe capofila della spinta al multipolarismo, ma anche dai grandi vantaggi che la sua posizione geografica strategica offre nella prospettiva dei corridoi euroasiatici. Non ha pertanto interesse ad arrivare allo scontro con gli Stati Uniti, e preferisce di gran lunga esercitare – come sta efficacemente facendo – una forte pressione finalizzata ad espellerne le basi militari dalla regione, senza arrivare al conflitto aperto. Ma, al tempo stesso, e proprio nella prospettiva di cui prima, avverte sia la necessità di affermare il proprio ruolo di potenza regionale di primo piano, sia che sono maturate le condizioni interne ed internazionali perché ciò avvenga. In questo senso, la mossa iraniana va letta come un segnale alle altre potenze regionali – Arabia saudita e Turchia innanzi tutto – nonché allo storico nemico israeliano, perché comincino a misurarsi con l’idea che l’Iran (a più di quarant’anni dalla rivoluzione khomeinista), non solo non è liquidabile né emarginabile, ma è un soggetto geopolitico con cui devono fare i conti, e con cui è meglio cercare una pacifica convivenza piuttosto che inseguire il sogno di rovesciarne il governo. Vedremo chi e come recepirà il messaggio.
L’attacco USA-UK contro lo Yemen mostra ancora una volta come gli Stati Uniti siano irrimediabilmente prigionieri di sé stessi, o meglio ancora dell’immagine di sé che hanno sempre proiettato sul mondo. C’è, in questa mossa assolutamente sciocca, l’ennesimo riverbero della presunzione d’essere il gendarme del mondo, l’ente superiore cui spetta il compito di mantenere il fantomatico “ordine internazionale basato sulle regole” – che poi null’altro è se non un inesistente fantoccio, una copertura che Washington adatta di volta in volta a giustificazione del proprio agire nel proprio esclusivo interesse. Che queste presunte regole ordinatrici del mondo non siano altro che l’interesse egemonico statunitense, ed in senso più ampio dell’occidente, è cosa chiarissima alla stragrande maggioranza del pianeta, e non certo da oggi, ma una serie di cambiamenti geopolitici intervenuti negli ultimi tempi – uno su tutti, la guerra in Ucraina – hanno mostrato che questo ordine a stelle & strisce è sfidabile, non è più qualcosa cui sia necessario sottomettersi, sia pure obtorto collo.
Questi cambiamenti hanno reso più visibile ciò che si sapeva, a partire dal fatto – appunto – che questo presunto “ordine internazionale basato sulle regole” non solo è una mera invenzione americana, un contenitore vuoto cui di volta in volta gli USA danno il significato che vogliono, ma che è anzi in netto contrasto con l’unico ordine internazionale cui si possa fare legittimamente riferimento, ovvero quello delineato nei trattati internazionali e nella Carta della Nazioni Unite – pur con tutti i suoi limiti. E infatti l’attacco anglo-americano avviene non solo senza alcun mandato dell’ONU, ma in patente violazione delle sue regole. Ma la illeicità dell’azione militare è, per certi versi, l’aspetto meno rilevante, giacché – come si diceva all’inizio – si tratta di una mossa sciocca, del tutto priva di alcuna efficacia; anzi, capace di sortire esattamente l’effetto opposto a quello dichiarato. Se, infatti, il blocco imposto dagli Houti sullo stretto di Bab al-Mandeeb, pur relativo esclusivamente alle navi dirette in Israele o ad esso connesse, ha comunque determinato un massiccio spostamento delle rotte commerciali, indipendentemente dalla destinazione, è del tutto evidente che determinare addirittura uno stato di guerra significa amplificare al massimo la minaccia, e spingere ancor di più il traffico marittimo a scegliere rotte alternative.
Del resto, la micro-coalizione messa in piedi da Washington sa perfettamente che, a meno di avventurarsi in una folle invasione terrestre dello Yemen, non è assolutamente in grado di sconfiggere gli Houti, ma solo di infiammare ancor più la regione. E questa impossibilità non deriva semplicemente dal fatto che dietro vi sia la potenza dell’Iran, né tantomeno dalla consapevolezza che gli Houti dispongono di un potentissimo arsenale missilistico, ma dalla semplice constatazione storica: dal 2015, lo Yemen è stato in guerra con i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, supportati da Marocco, Giordania, Sudan e Pakistan – oltre ovviamente che dagli USA. E questa potente coalizione non è riuscita a piegare il governo yemenita degli Ansarullah, sostenuto da Teheran, ma è quasi arrivata ad esserne sconfitta. Solo la mediazione cinese, che ha posto fine allo storico scontro tra Iran ed Arabia, ha portato poi al cessate il fuoco. Dunque Washington e Londra sanno benissimo che qualche salva di missili non servirà assolutamente a piegare gli Houti.
Oltretutto, anche a prescindere dal rischio di allargare il conflitto, con contraccolpi potenzialmente devastanti per l’occidente, la piccola squadra navale anglo-americana deve confrontarsi con un problema pratico, ovvero la sua inadeguatezza a sostenere uno scontro prolungato – che è poi il gigantesco problema dell’intero NATOstan. Tutta la struttura dello strumento militare occidentale, infatti, è tarata non soltanto sulle guerre asimmetriche, ma sulla possibilità di risolverle rapidamente, grazie alla potenza soverchiante di un first strike. Quando questa possibilità non sussiste, il sistema entra in crisi. Innanzi tutto, per restare allo specifico quadrante di guerra, sia la marina statunitense che quella britannica sono abbastanza vecchie, e scontano soprattutto un grandissimo deficit, quello della mancanza di un numero adeguato di navi rifornimento. Anche se gli USA dispongono di numerose basi nell’area medio-orientale, rifornire di munizioni la squadra navale è una operazione complicata; proiettili d’artiglieria e missili dovrebbero essere imbarcati su elicotteri in grado di atterrare su una portaerei, e poi da questa trasferiti alle altre navi. O, semplicemente, ad un certo punto la squadra dovrebbe allontanarsi per rifornirsi in un porto amico. Tenendo presente che che gli yemeniti potrebbero lanciare ondate di attacchi usando droni da 5.000 $, per abbattere i quali le navi dovrebbero usare missili da 1.000.000 di dollari…
Per quale ragione, quindi, USA e UK hanno portato a termine un attacco pieno di controindicazioni? Non favorirà la ripresa del traffico marittimo, semmai il contrario. Non fermerà l’azione yemenita in sostegno della Palestina. Esporrà le basi statunitensi in M.O., e la stessa flotta, ad un incremento degli attacchi da parte della Resistenza islamica. Renderà più evidente la strafottenza americana verso le Nazioni Unite e le regole del diritto internazionale. Alimenterà una possibile escalation del conflitto, col rischio che diventi regionale se non addirittura più vasto. Sminuirà l’azione dei medesimi Stati Uniti per evitare l’espandersi del conflitto, mostrandone la doppiezza politica (col povero Blinken costretto a sostenere l’inverosimile tesi che bombardare lo Yemen non è una escalation ma il suo contrario…). La risposta alla domanda è tristemente facile quanto ovvia: coazione a ripetere. Gli USA sono consapevoli di aver perso il loro principale strumento di dominio, la capacità di deterrenza (che si riassume nel poter utilizzare lo strumento bellico soprattutto come minaccia), e cercano disperatamente di ripristinarlo, ripetendo uno schema d’azione consolidato, indifferenti al fatto che i cambiamenti geopolitici l’hanno reso obsoleto ed inefficace.
La coazione a ripetere, il tentativo di ottenere una vittoria rifacendo all’infinito le stesse mosse, non è che un sintomo dell’incapacità dell’impero americano di affrontare i cambiamenti intervenuti nel quadro geopolitico globale. La sua inadeguatezza a comprenderlo ed affrontarlo è causa ed effetto del suo rifiuto di accettare il mutamento. Così come una leadership spaventosamente approssimativa è, allo stesso tempo, il prodotto del declino imperiale e la causa che accelera il declino stesso. Tutto ciò lo rende sempre più inevitabile, ma al tempo stesso moltiplica il rischio che alla fine prevalga la ricerca di un risolutivo Armageddon.
Per tutta la prima fase del rinnovato conflitto palestinese, a partire dall’attacco della Resistenza del 7 ottobre, la stampa israeliana ha martellato sul pericolo costituito da Hezbollah; del resto, quando Israele tentò di invadere (nuovamente) il Libano, nel 2006, prese una bella batosta proprio dalla milizia sciita, che all’epoca era assai meno potente. Non a caso, oltre 230.000 israeliani sono stati fatti sfollare dal nord del paese, proprio per timore degli attacchi dal Libano, e l’IDF mantiene lì gran parte dei suoi sistemi antimissile Iron Dome.
Il governo israeliano è ben consapevole che un confronto con Hezbollah è potenzialmente devastante, anche perché mobiliterebbe immediatamente, ad un livello ben maggiore dell’attuale, tutte le formazioni dell’Asse della Resistenza; non solo in Libano, ma anche in Iraq, in Yemen ed in Siria. Già ora si ritiene che nel paese dei cedri vi siano alcune migliaia di combattenti iracheni. E chiaramente il supporto americano – che certamente non mancherebbe – non potrebbe andare molto oltre un appoggio aereo-navale: le poche migliaia di militari statunitensi presenti nell’area sono praticamente quasi ovunque circondati da forze ostili.
Di fondo, quindi, per quanto potrebbe piacergli, a Tel Aviv sanno bene che una guerra con Hezbollah avrebbe un costo assai elevato; ma, oltre al desiderio di eliminare quella che considerano una spina nel fianco, l’ambizione maggiore è riuscire a colpire l’Iran, almeno in modo tale da rinviare il più possibile la possibilità di costruire un ordigno nucleare, e di effettuare un first-strike contro Israele. Ma anche l’Iran non è più quello di qualche anno fa, ed un conflitto con Teheran avrebbe costi enormi per Israele. A meno, ovviamente, di trascinarvi dentro anche gli USA. O meglio, il calcolo israeliano prevede comunque di subire grossi danni, ma grazie all’intervento americano – ritiene – il potenziale bellico (nucleare e non) iraniano verrebbe annientato, e quindi il gioco varrebbe la candela.
Il punto è che a Washington non sono affatto dell’idea di farsi coinvolgere in un conflitto del genere, adesso. Intanto, perché paralizzerebbe le rotte commerciali e farebbe salire alle stelle il prezzo del petrolio: Bab el Mandeeb ed Hormuz verrebbero immediatamente chiusi totalmente al traffico marittimo. Poi perché stanno ancora cercando come uscire dal pantano ucraino, e Israele dipende al 100% dai rifornimenti statunitensi. Per non parlare del fatto che in quell’area gli USA hanno moltissime basi militari, che si trasformerebbero in un attimo in altrettanti obiettivi. E non per i razzetti con cui le punzecchiano le milizie irachene, ma con gli ipersonici iraniani. E non solo le basi in Iraq e Siria, ma quelle strategiche a Gibuti ed in Qatar. Gli USA vogliono distruggere il regime degli ayatollah almeno quanto gli israeliani, ma non adesso.
Il problema è che Israele è in un cul-de-sac. La campagna genocida nella Striscia di Gaza ha chiaramente fallito l’obiettivo di provocare un esodo dei palestinesi verso l’Egitto o altrove, non solo perché non se ne vanno, ma anche perché il progetto di una nuova Nakba appare inaccettabile persino ai migliori amici di Israele. La guerra contro la Resistenza poi è un fallimento totale. A quasi tre mesi dal 7 ottobre, l’IDF non è riuscita né a prendere il controllo della Striscia, né a distruggere la rete infrastrutturale di Hamas e degli altri gruppi armati, né tanto meno a liberare anche un solo prigioniero. Al contrario, le perdite – per quanto cerchino di nasconderle – sono elevatissime, sia in termini di uomini che di mezzi. Nei primi tre giorni dell’anno, l’IDF ha ammesso la perdita di oltre 70 militari ed ufficiali. Un disastro, preludio alla sconfitta conclamata.
Da qui, l’urgenza spostare non solo l’attenzione, ma l’intero asse del conflitto. Tutta la banda di fanatici estremisti che governa il paese sa bene di avere i giorni contati, e che la fine della guerra significa anche la loro fine politica; tanto più se dovesse finire appunto con una sconfitta. Uno shock per l’intera Israele, che all’inizio si scaricherebbe proprio sui vertici politici e militari. Dunque, mentre gli Stati Uniti ritirano dal Mediterraneo orientale la squadra navale guidata dalla portaerei G. Ford, e balbettano alle porte del mar Rosso con la fallimentare ‘missione navale internazionale’, ecco che vengono messi a segno in brevissimo tempo tre attacchi miratissimi (anche e soprattutto in senso politico): un attacco aereo in Siria uccide un alto generale dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, poi l’uccisione del numero due di Hamas a Beirut, nel cuore di un quartiere controllato da Hezbollah, ed infine il devastante attentato terroristico in Iran (oltre 100 morti) a pochi passi dalla tomba del generale Soleimani e nel giorno dell’anniversario dell’attentato in cui fu ucciso. L’intento di provocare una reazione è smaccatamente evidente, e lo scopo è proprio quello di rilanciare per coprire il fatto che Israele sta perdendo.
Una mossa azzardatissima, che rischia di scatenare un conflitto potenzialmente devastante bel oltre l’ambito regionale, e che darebbe fuoco alle polveri in un’area di interesse strategico mondiale, in cui tra l’altro militari russi e americani si trovano a pochi chilometri gli uni dagli altri (in Siria). Senza dimenticare che, se per gli USA è inimmaginabile lasciar distruggere Israele, per la Russia (ma anche per la Cina) è inaccettabile lasciar distruggere l’Iran; che, non va dimenticato, è non solo un importante partner militare – soprattutto per Mosca – ed un membro dei BRICS+, ma anche uno snodo fondamentale nelle rotte commerciali euroasiatiche che Russia e Cina stanno sviluppando.
Scatenare un conflitto in quell’area, in cui si intrecciano molteplici interessi strategici, sarebbe una vera e propria follia. Ma Israele ha sempre mostrato di essere totalmente disinteressata al resto del mondo, e di considerare solo e soltanto quello che crede il proprio interesse. Per di più, in questa fase lo stato ebraico si trova in una congiuntura particolare, con un governo fanatico ma fragile, con le forze armate che hanno perso in 48 ore l’aura di invincibilità e che annaspano in palese difficoltà, e con un paese stordito e spaventato, che si rifugia nel fanatismo religioso e nel razzismo esasperato come antidoto alla paura.
Siamo insomma ad un passaggio in cui le possibilità di evitare un disastro epocale sono quasi esclusivamente in carico a coloro che consideriamo barbari, autocrati e terroristi, poiché è dalla loro lungimiranza, dalla loro capacità di non cadere nelle gravissime provocazioni, che dipende l’esplosione o meno del conflitto più prossimo ad una guerra mondiale. Fortunatamente per noi, Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Jibril e gli altri, hanno sinora dimostrato di possedere questa capacità. Resta da vedere sin dove si spingerà Israele, se questo non dovesse bastare, e quanto loro sapranno e potranno non prestare il fianco al nemico.
Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.
La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.
A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina. Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato. Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.
Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso… L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona. Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.
La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne. Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.
La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico. Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.
A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire. Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere. Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.
Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente. A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.
L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.
Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera. Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.
Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda. Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.
Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva. Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose. Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima. Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.
Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene. Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto. Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.
Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche. L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.
L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza. Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.
L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord. Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.
Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico. Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.
Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.
1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana. 2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News
Nel ventesimo anniversario dell’attacco all’Irak, Il Presidente cinese XI Jinping ha piazzato tre “ banderillas” sul dorso del toro americano distratto dal panno rosso: la ripresa delle relazioni diplomatiche tra Iran e Arabia Saudita, la visita di Stato a Mosca ad onta del “ mandato d’arresto” CPI a Putin e la visita in Cina dell’ex presidente di Taiwan.
A conclusione, la ciliegina sulla torta : “ Nessun paese può dettare l’ordine mondiale,” vecchio o nuovo che sia. Non si poteva dir meglio.
L’annuncio della ripresa dei rapporti diplomatici tra sauditi e iraniani con la mediazione cinese, mi ha ricordato la battaglia di Valmy contro la prima coalizione.
Non successe praticamente nulla, cannoneggiamenti lontani, una scaramuccia con quattrocento morti, ma gli storici l’hanno identificata come il momento in cui la rivoluzione francese fece il suo ingresso in Europa.
Il compromesso Iran-Arabia ha identica valenza. Ha dato diritto di cittadinanza alla politica di rifiuto dell’uso della forza, alla scelta indiana della neutralità e rivitalizzato i paesi non allineati a partire dall’Azerbaijan ultima recluta. La prossima tentazione potrebbe averla la Turchia.
Con questa mossa. La Cina é comparsa sul palcoscenico del mondo mediorientale come autorevole arbitro imparziale, partner affidabile e patrono dell’idea di sicurezza collettiva. Non c’é stato bisogno di sconfessare le politiche dei vari Kerry, Bush, Obama, Clinton, Trump, Biden. A ricordarli, é rimasto solo Netanyahu, sconfessato dall’ex capo del Mossad Efraim Halevy ( su Haaretz) che propone un appeasement con l’Iran con toni che riecheggiano Kissinger.
Con la visita a Mosca XI Jinping ha delegittimato la pagliacciata della Camera Penale Internazionale, ormai specializzatasi nei mandati di arresto a carico dei nemici degli Stati Uniti ( Hissen Habré, Gheddafi, Milosevic, ) e gestita da un mercante di cavalli pakistano tipo Mahboub Ali.
Poi, con la prossima visita di dieci giorni dell’ex presidente di Taiwan, Ma Ying Jeou, ha mostrato di non aver bisogno di dar voce al cannone per affermare la consustanziazione tra l’isola e il continente e di considerare superato l’uso della forza in politica estera, inutile l’accerchiamento dell’AUKUS nel Pacifico, assennando con questo un colpo contemporaneo anche alla mania russa di imitare servilmente gli americani anche – e sopratutto- nei difetti.
Da giovedì, Putin dovrà scegliere tra l’accettazione dei dodici punti del piano di pace cinese e l’isolamento internazionale. La strategia sarà però quella cinese che considera la guerra uno strumento obsoleto e non la brutalità cosacca vista finora.
Come potrà l’ONU rifiutare il ruolo di sede arbitrale del mondo che la Cina gli offre senza squalificarsi definitivamente ? I paesi del Vicino e Medio Oriente, dopo i pesantissimi tributi di sangue pagati per decenni, sono ormai tutti consapevoli e convinti della inutilità delle guerre – dirette come con lo Yemen o per procura come con la Siria- e della cruda realtà delle rapine fatte a turno a ciascuno di loro:Iran, Irak, Libia, Siria, con la violenza e agli altri paesi dell’area con forniture , spesso inutili, a prezzi stratosferici: Katar, Arabia Saudita, o col selvaggio impadronirsi di risorse minerarie come col Sudan e la Somalia.
Certo, senza il conflitto in atto che ha predisposto alcuni schieramenti ( specie africani) e senza la capacità di mobilitazione di quindici milioni di uomini, la voce della Cina non risuonerebbe alta come rischia di accadere, ma anche con questo accorgimento, assieme alla discrezione assoluta di cui hanno goduto i colloqui di Pechino, l’effetto sarebbe minore, ma ugualmente evocativo in un mondo che non sente il bisogno di una dittatura a matrice primitiva.
Ora Biden, tra un peto e l’altro, dovrà decidersi a leggere i dodici punti di XI e smettere di litigare con Trump sul costo di una puttana, oppure affrontare il mondo intero col sostegno di Sunak e Meloni.