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Rendete pubblici i documenti: Fauci non dovrebbe avvalersi del Quinto Emendamento sulle origini del COVID-19

 

di Neil L. Harrison & Jeffrey D. Sachs | 15 agosto 2026 | Common Dreams

 

Il 29 luglio, Anthony Fauci è comparso davanti a una commissione del Senato in seguito a un mandato di comparizione e si è rifiutato di rispondere alle domande oltre cento volte. Nelle circa duecentocinquanta precedenti comparizioni davanti al Congresso non aveva mai invocato il Quinto Emendamento. Lo ha invocato quando gli è stato chiesto dove abbia avuto inizio la peggiore pandemia del secolo, e su tutte le altre domande.

Ne aveva il diritto. Il Quinto Emendamento è un diritto, e chiunque consideri il silenzio una prova di colpevolezza fraintende la Costituzione. Ma questo non coglie il punto fondamentale. Fauci ha diretto l’Istituto Nazionale di Allergie e Malattie Infettive per trentotto anni, diventando il volto dell’establishment medico scientifico statunitense (definendosi una volta in questi termini: «Io sono La Scienza») ed è stata proprio la sua agenzia, tra le altre, a finanziare la ricerca sul coronavirus a Wuhan e nella Carolina del Nord. Quando la domanda è: «Come sono morti un milione di americani?», allora l’uomo che ha ricoperto il ruolo di «Medico d’America» non può rimanere in silenzio e continuare a rivestire il ruolo di portavoce della scienza.

Quattro anni fa, negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze, abbiamo chiesto un’indagine indipendente sulle origini del SARS-CoV-2, il virus che ha causato la pandemia, con pieno accesso ai documenti americani e a quelli cinesi pertinenti. Fin dall’inizio della pandemia è stato detto all’opinione pubblica che la questione dell’origine era stata risolta, che il virus era di origine naturale. Ma la questione non era affatto risolta, e ogni documento reso pubblico grazie al FOIA, ogni testimonianza di un informatore, ogni documento del Congresso prodotto dal 2022 ha gettato ulteriori dubbi su questa versione dei fatti, indicando invece un’origine da laboratorio del virus.

Nel gennaio 2025 la Central Intelligence Agency si è finalmente allineata a tale valutazione, ritenendo «con bassa certezza che un’origine legata alla ricerca della pandemia di COVID-19 sia più probabile di un’origine naturale». Anche l’FBI è giunta alla stessa conclusione con moderata certezza. Lo stesso ha fatto il Dipartimento dell’Energia, che gestisce i laboratori nazionali. Tre agenzie americane e il BND tedesco propendono ora per un’origine legata alla ricerca. Tuttavia, tale valutazione non è ancora stata esaminata alla luce di tutti i documenti americani rilevanti che riguardano la questione.

Ora, però, sappiamo chiaramente come un virus del genere possa essere stato creato, perché la ricetta è stata messa per iscritto. Nel 2018 Ralph Baric dell’Università della Carolina del Nord, Peter Daszak dell’EcoHealth Alliance e Shi Zhengli dell’Istituto di Virologia di Wuhan hanno presentato alla DARPA una proposta denominata DEFUSE. La proposta delineava un piano specifico: utilizzare la piattaforma di genetica inversa di Baric — la tecnologia da lui sviluppata e brevettata per assemblare coronavirus a partire da frammenti sintetici — per costruire scheletri di sarbecovirus di pipistrello, comprese sequenze di consenso assemblate da campioni raccolti sul campo, e quindi inserire un sito di proteasi alla giunzione S1/S2 della proteina Spike.

Un sito di proteasi è essenziale affinché questi virus dei pipistrelli possano superare la «barriera di specie» tra pipistrelli e esseri umani e, in questo caso, è denominato sito di scissione della furina (FCS). Quando è apparso per la prima volta, il SARS-CoV-2 era l’unico virus conosciuto della sua famiglia (il clade dei sarbecovirus) a presentare tale sito. Rimane unico sotto questo aspetto. Nonostante i numerosi campionamenti effettuati sui pipistrelli, che fungono da specie serbatoio per questi virus, non è emerso nessun altro virus in questo clade o in questa famiglia che presenti l’FCS, così come non è stato trovato in Cina nessun animale infettato da un progenitore del SARS-CoV-2. Questi risultati continuano a destare grande preoccupazione.

Questo nuovo FCS è stata la caratteristica che ha allarmato maggiormente i virologi che per primi hanno analizzato il genoma, poiché rappresenta un salto evolutivo per il quale non vi sono prove che si sia verificato in natura. All’insaputa dei più, gli scienziati americani avevano proposto di inserire proprio questa caratteristica in quel preciso tipo di coronavirus, solo due anni prima dello scoppio di una nuova malattia da coronavirus a Wuhan. Data la disponibilità di un virus modello adatto, l’inserimento di dodici nucleotidi per formare l’FCS sarebbe stato banale e un lavoro simile era già stato svolto.

Consideriamo ora ciò che è stato detto a porte chiuse. Il 31 gennaio 2020, eminenti virologi comunicarono a Fauci che il genoma sembrava essere stato ingegnerizzato. Jeremy Farrar del Wellcome Trust li convocò il giorno successivo e, il giorno dopo, inviò a Fauci e a Francis Collins una sintesi delle posizioni assunte. Michael Farzan, che ha scoperto il recettore utilizzato dalla SARS-CoV-1 e dalla SARS-CoV-2 per entrare nelle cellule umane, ha stimato le probabilità di un incidente di laboratorio a sessanta-quaranta o settanta-trenta. Edward Holmes si è schierato a sessanta-quaranta a favore della tesi del laboratorio. Farrar ha scritto che, su una scala in cui zero rappresenta la natura e cento il rilascio, onestamente si trovava a cinquanta.

Nulla di tutto ciò è stato reso pubblico. Sei settimane dopo, cinque di quegli scienziati pubblicarono “The Proximal Origin of SARS-CoV-2” su Nature Medicine, concludendo che nessuno scenario di origine da laboratorio fosse plausibile. Fauci lo promosse dal podio della Casa Bianca come scienza indipendente e definitiva. In un messaggio diffuso solo lo scorso giugno, Collins disse ai colleghi che l’articolo era un lavoro a cui lui, Fauci, Farrar e Lawrence Tabak avevano “contribuito, ma non sono stati opportunamente menzionati esplicitamente”.

Le argomentazioni esposte nell’articolo sono sempre state scientificamente deboli e da allora sono crollate, una dopo l’altra. Gli autori affermavano che costruire un virus del genere in laboratorio sarebbe stato difficile, eppure un team tedesco ne ha assemblato uno a partire da frammenti sintetici in meno di due settimane utilizzando un sistema basato sul lievito. Gli esperti di Proximal Origin sostenevano che una caratteristica molecolare adiacente al sito di scissione della furina dimostrasse che il virus si fosse formato all’interno di un organismo vivente piuttosto che in laboratorio. Questa caratteristica (un gruppo di zuccheri noti come O-glicani) era stata prevista dalle analisi computerizzate degli autori; tuttavia, il lavoro di laboratorio ha dimostrato che in realtà non esisteva. Gli autori avevano inoltre affermato che un progettista di laboratorio avrebbe ottimizzato l’adesione del virus al recettore umano tramite la sua proteina Spike; tuttavia, Ralph Baric aveva già condotto un esperimento che dimostrava che l’infezione delle cellule umane procede meglio se il legame della proteina Spike al sito recettoriale è inferiore al livello ottimale. Non è mai stata pubblicata alcuna rettifica di questi errori in Proximal Origin. Gli autori hanno presto perso fiducia nelle proprie conclusioni, come rivelato dalle loro stesse e-mail e dai messaggi su Slack, eppure non hanno ritirato l’articolo.

Lo stesso Baric è stato coinvolto nella genesi di Proximal Origin, poiché ha partecipato, in segreto, alla chiamata del 1° febbraio. La sua presenza non è stata rivelata a nessuno, egli non è in grado di spiegare come sia arrivato lì e almeno due partecipanti non sapevano che fosse presente. Baric non ha menzionato la proposta DEFUSE durante la chiamata e da allora ha affermato di essersene dimenticato. La proposta è rimasta negli archivi del Pentagono e della comunità dei servizi segreti per diciotto mesi dopo l’inizio dell’epidemia, e nessuna agenzia l’ha resa pubblica; è venuta alla luce grazie a un informatore. Quando ciò è avvenuto, gli autori di Proximal Origin hanno concordato in privato che dovevano «riconvincersi che la somiglianza fosse una coincidenza» — e uno di loro ha suggerito di evitare le e-mail o di selezionare con cura alcune e-mail da conservare ai fini della documentazione relativa alla libertà di informazione.

Baric ha reso testimonianza, parte della quale è rimasta riservata, presumibilmente a causa dei suoi legami con la comunità dei servizi segreti.

Numerose agenzie di intelligence (tra cui il BND tedesco e la CIA) propendono per un’origine legata alla ricerca e indicano un incidente di laboratorio a Wuhan. Se così fosse, ciò non spiegherebbe la necessità di un insabbiamento così elaborato che coinvolge alti funzionari del governo statunitense e scienziati provenienti dal Regno Unito, dall’Australia e da altri paesi. Gli scienziati di tutto il mondo sono molto più convinti dell’esistenza di un insabbiamento che dell’origine naturale del virus, ma relativamente pochi hanno espresso pubblicamente le proprie opinioni.

Se il virus fosse stato effettivamente coltivato, ingegnerizzato o riassemblato in laboratorio, parte della tecnologia utilizzata era americana, il progetto era americano e parte dei finanziamenti proveniva dagli Stati Uniti — così come lo sono alcuni dei documenti che potrebbero chiarire la questione: i quaderni di Baric, gli inventari dei congelatori, le sequenze dei virus campionati dall’EcoHealth Alliance, i documenti conservati presso l’Università della California a Davis relativi al programma PREDICT sotto l’egida dell’USAID, gli accordi di trasferimento e le ricevute di spedizione tra l’Università della Carolina del Nord e altri laboratori federali statunitensi; nonché i fascicoli relativi alle sovvenzioni del NIH che indicano se il lavoro proposto nel progetto DEFUSE, ma respinto dalla DARPA, sia stato finanziato in parte da altre agenzie statunitensi. Ogni documento potrebbe essere prodotto su ordine del Congresso questa settimana. Tutti sono stati trattenuti per sei anni.

La nostra accusa non è che ci sia stato un coinvolgimento americano nella comparsa di questo virus. La nostra accusa è che Fauci e altri funzionari e scienziati statunitensi abbiano ostacolato la ricerca della verità. Nessuna inchiesta può determinare la verità sulla base delle prove disponibili. Quindi, rendete pubblici i fascicoli. Istituite un’inchiesta indipendente con potere di citazione in giudizio, indipendente dalle agenzie la cui condotta è in discussione, e lasciate che le prove parlino da sole. Se ciò scagionasse Ralph Baric e Anthony Fauci, come potrebbe accadere, sarebbero stati scagionati dalle prove piuttosto che da semplici affermazioni: l’unico tipo di scagionamento che valga la pena ottenere.

Ecco cosa avrebbe dovuto dire Fauci il 29 luglio: «Ecco i miei documenti. Ecco i documenti del NIH. Richiedete il resto, e io vi aiuterò a ottenere la risposta».

Invece ha invocato il Quinto Emendamento, più di 100 volte.

 


FONTE: https://www.commondreams.org/opinion/fauci-fifth-amendment-covid-origin

 

 

Un’intervista su questo argomento con il giudice Napolitano del 31 luglio 2026 è disponibile sul canale YouTube di Jeff Sachs: https://www.youtube.com/@JeffreyDSachsOfficial

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Timisoara come Bucha: le bugie guerrafondaie (di Elena Basile)

 

di Elena Basile - Fatto Quotidiano, 16 agosto 2026
 

Nel dicembre del 1989 Timisoara diviene il centro della rivolta contro Ceausescu. Il massacro, fabbricato ad arte dalla propaganda occidentale, manipola l’opinione pubblica che assiste contenta al processo farsa del dittatore e di sua moglie e alla loro fucilazione. Si parlò di 4000/12000 morti ritratti dalle telecamere di tutte le agenzie internazionali che i giornali descrissero come vittime torturate e amputate dalla Securitate di Ceaucescu.

Nel marzo del 2022 a Istanbul è in corso la mediazione tra la delegazione ucraina e russa. L’Ucraina acconsente a considerare legittime le preoccupazioni di sicurezza russe e a non entrare nella NATO, la Russia non trova nulla da ridire sull’Ucraina nella UE. È passato soltanto un mese dall’aggressione russa, non i successivi 4 anni di guerra in grado di realizzare un milione di vittime ucraine, di trasformare il Paese in una piattaforma di assalto militare contro la Russia, dipendente economicamente e militarmente dall’Occidente, un Paese mutilato del 20% delle sue terre.

I negoziati potevano dare avvio a una regolazione diplomatica nel 2022 del problema del Donbass. C’erano tuttavia interessi e poteri contrari alla pace. La guerra doveva continuare per ragioni economiche e geopolitiche. L’opinione pubblica andava manipolata instillando l’odio per la Russia, per Putin: il diavolo.

Nel marzo del 2022 la Russia, (un paese schizoide, evidentemente. perché si diletta in massacri gratuiti mentre a Istanbul lavora per la mediazione), è accusata di avere brutalmente ucciso, torturato, mutilato civili e di averli lasciati in bella mostra per le telecamere occidentali a Bucha. Il sindaco ucraino, il 30 marzo, rilascia una intervista festosa. Come sottolinea il bravissimo Toni Capuozzo, (una reputazione costruita con i rapporti dai teatri di guerra, non con le lunghe file di attesa di fronte alle porte dei politici o nei corridoi del Quirinale), sembrerebbe strano che il sindaco non faccia alcun accenno alle vittime civili. Il primo aprile le agenzie di stampa riportano le dichiarazioni ucraine che parlano di 450 vittime civili, di fosse comuni con 1300 cadaveri. La Russia nega e chiede un‘inchiesta internazionale.

Alla Croce rossa di stanza a Kiev non viene permesso il sopralluogo. L’alto Commissario dell’ONU per i diritti umani, l’austriaco Volker Türk, nel suo rapporto ammette la uccisione a Bucha di 73 civili. Collabora alle indagini sulle centinaia di presunti crimini dei soldati russi. Mosca chiede una lista credibile delle vittime che potrebbe far risalire, con appropriate autopsie, al tempo e alle modalità del cosiddetto sterminio. La lista non appare come non è mai apparsa quella dei 50.000 morti iraniani a cui Paolo Mieli sembra aver creduto immediatamente. A Gaza si è arrivati a 50.000 morti, ma secondo i media mainstream le vittime dei pretacci iraniani potevano eguagliare in due, tre giorni quelle palestinesi: magica potenza dei Pasdaran. Un dettaglio: le notizie sui crimini di Bucha hanno posto fine alla mediazione in corso a Istanbul.

Non so cosa sia avvenuto a Bucha, eppure i punti oscuri e la famosa domanda “Cui Prodest” (strano: i latinisti del “si vis pacem para bellum” hanno dimenticato l’altra espressione latina: a chi giova?) mi rendono scettica. Stefano Folli e molti altri citano invece Bucha , un giorno si e uno no, per stigmatizzare il pericolo Conte e la sua equivoca politica estera. Mi domando se nel dicembre del 1989 erano convinti anche della strage di Timisoara.

Leggo intanto su Repubblica che il direttore Stefano Cappellini (ha fatto carriera dopo aver linciato da giornalista una donna, una ex ambasciatrice rea di avere criticato pubblicamente le politiche della NATO, chiamandola “falsa ex ambasciatrice”, funzionario di grado medio-basso della carriera diplomatica), lo stesso che balbetta il catechismo occidentale, lo slogan aggressore- aggredito) invece di leggere saggi sulla Russia e di informarsi sul genocidio di Gaza, passa allegramente il suo tempo in una nutrita corrispondenza col faccendiere di Berlusconi, ex galeotto, al quale invia domande per un possibile sondaggio al fine di lanciare il nuovo federatore del centrosinistra. Naturalmente nell’articolo da lui pubblicato il 14 agosto giustifica l’aiuto rivolto a Lavitola con la propria innata cortesia. A 16 anni leggevo Giorgio Bocca sulla Repubblica. So cosa è successo per farci cadere così in basso. Ogni giorno cerco di descriverlo a chi semmai si è perso un passaggio. Bocca parlava della “pianta uomo” in Meridione, sarebbe stupito di osservarla oggi, di vederne le inquietanti trasformazioni, in Occidente.

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Come si coltiva la sudditanza (di Alessandro Volpi)

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.
 
Il dato più significativo emerso dal rapporto riguarda la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale.
 
E’ interessante capire allora chi sono tali investitori.
 
In base ai dati del medesimo rapporto di Bankitalia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all'11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell'intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.
 
Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l'esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi USA i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi.
 
Per quanto riguarda invece la Banca Centrale Europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi PSPP e PEPP non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d'Italia per conto dell’Eurosistema.
 
La quota detenuta "direttamente" dalla BCE nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la BCE acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali. Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della BCE, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibilissimo calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (Quantitative Tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d'investimento americani.
Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali paesi ad alzare i tassi d’interesse, con un aumento del costo del loro debito, per attrarre i grandi fondi finanziari, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

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BILDERBERG? È VECCHIA - DAVOS ? È NOIOSA BENVENUTI A “DIALOG”!

 

di Glauco Benigni

 

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra un’omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell'archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra videoclip e news tra un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino. Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

 

Lo scoop del data-leak: quando l'élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”.  Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva  chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo. Ebbene, questo tempio dell'inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable ( una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker maia arson crimew . Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale.  Divenuta  famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima.  Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che sarebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”. A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione. Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice no?

 

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra.

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore. Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista:

  • “Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.
  • “Battlefield Technologies”: Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.
  • “Bring Back Nuclear”: Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.
  • “It’s Fun to Be in Charge”: Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.
  • “Build-a-Cult”: Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

 

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale.  Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico. Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della sinistra liberal, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes, l’ex segretario al tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare ) il genero di Trump, Jared Kushner. Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington. Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford; consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull'Intelligenza Artificiale.

 

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica. I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

 

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie. Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra. La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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"Sovranità finanziaria" e l'ultimo rapporto di Banca d'Italia (di Alessandro Volpi)

 

di Alessandro Volpi - Altreconomia*

 

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia sulla finanza pubblica ha certificato un nuovo e preoccupante record storico per il debito pubblico italiano, che nel mese di giugno 2026 ha ufficialmente sfondato la barriera dei 3.200 miliardi di euro, attestandosi con precisione a 3.207,2 miliardi.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Questo balzo in avanti, caratterizzato da un incremento di oltre 26 miliardi in un mese soltanto, è stato alimentato non solo dal fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a circa 13,3 miliardi, ma anche da un aumento delle disponibilità liquide del Tesoro e dall’effetto della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione. In altre parole, il ricorso al debito per finanziare la spesa pubblica sta tornando a crescere e si lega peraltro, in maniera paradossale, al peso degli interessi sul debito, che giocano un ruolo determinante: con il significativo rialzo dei tassi degli ultimi mesi il costo per remunerare i titoli in circolazione è esploso, costringendo il ministero dell’Economia a sborsare cifre vicine ai 100 miliardi di euro annui, una spesa che non genera servizi ma sottrae liquidità immediata, nonostante le dichiarazioni inutilmente trionfalistiche del Governo Meloni.

Il dato più finanziariamente sensibile emerso dal rapporto riguarda però la mutata composizione della platea dei detentori, con un prepotente riaffacciarsi degli investitori esteri che hanno visto la loro quota salire fino al 35,9% del totale. È interessante capire allora chi sono tali investitori.

 

 

In base ai dati del rapporto di Banca d’Italia e alle analisi sulla scomposizione del portafoglio estero, la percentuale del debito pubblico italiano nelle mani dei fondi finanziari statunitensi si attesta oggi intorno all’11% del valore totale, rappresentando circa un terzo dell’intera quota in mano agli investitori stranieri che, come riportato, è salita complessivamente al 35,9%.

Fonte: Banca d’Italia, 2026

Colossi della gestione del risparmio come BlackRock, Vanguard e State Street, insieme a grandi hedge fund americani, hanno incrementato l’esposizione verso i titoli di Stato italiani attirati dai rendimenti reali positivi, rendendo i fondi statunitensi i principali detentori esteri privati davanti a quelli francesi e tedeschi. Per quanto riguarda invece la Banca centrale europea, decisiva nel recente passato per la gestione del debito italiano, occorre fare una distinzione tecnica fondamentale: la stragrande maggioranza dei titoli italiani acquistati tramite i programmi Pspp e Pepp non è detenuta direttamente a Francoforte, bensì dalla Banca d’Italia per conto dell’Eurosistema. La quota detenuta “direttamente” dalla Bce nei propri bilanci si aggira attualmente intorno al 2% del debito totale italiano, riflettendo la scomposizione degli acquisti che prevede che la Bce acquisti solo una piccola frazione (circa il 10%) dei titoli, lasciando il restante 90% alle banche centrali nazionali.

Sommando la quota di Via Nazionale (16,7%) e quella diretta della Bce, il sistema delle banche centrali controlla ancora circa il 18,7% del debito, un dato in sensibile calo rispetto agli anni passati a causa del proseguimento della strategia di riduzione del bilancio (quantitative tightening) che sta spostando il peso del finanziamento dello Stato dai canali istituzionali europei ai mercati privati, in particolare proprio verso i grandi fondi d’investimento americani e il risparmio delle famiglie italiane.

Per essere più espliciti, le politiche monetarie restrittive della Bce, impegnata nel vendere i titoli dei debiti pubblici dei singoli Stati, obbligano di fatto tali Paesi ad alzare i tassi d’interesse con un aumento del costo del loro debito per attrarre i grandi fondi, destinati così a diventare decisivi nella tenuta dei conti pubblici con conseguenze facilmente immaginabili in tema di perdita di sovranità nazionale.

Questa dinamica indica infatti che, se da un lato i titoli di Stato italiani continuano a godere di una certa fiducia sui mercati internazionali grazie ai rendimenti sempre più competitivi, e onerosi per le casse dello Stato, dall’altro il Paese si ritrova più esposto alla volatilità dei capitali globali, allontanandosi parzialmente dal percorso di “sovranità finanziaria” basato sul risparmio domestico.

Come accennato, si osserva altresì il costante ridimensionamento del ruolo della Banca d’Italia, la cui quota di possesso è scesa al 16,7% per effetto proprio del quantitative tightening della Bce, che sta progressivamente riducendo lo scudo monetario che aveva protetto l’Italia durante gli anni della pandemia, mantenendo il costo del denaro a livelli sostenibili. In un simile contesto, il risparmio nazionale tiene per effetto della componente retail, ovvero le famiglie e le imprese italiane, che detengono il 14,5% del debito, in realtà senza grandi incrementi rispetto agli ultimi anni. Tuttavia, la combinazione tra un debito nominale ai massimi storici e una quota crescente in mano a fondi esteri, in un regime di tassi che rimane oneroso rispetto al passato, pone una sfida strutturale sulla sostenibilità futura, poiché una fetta sempre più ampia della ricchezza nazionale dovrà essere destinata esclusivamente al pagamento degli interessi, che ora gravano su una massa monetaria senza precedenti.

Un simile fenomeno si inserisce in un quadro generale sempre più pericoloso. Il debito globale, pubblico e privato, ha raggiunto il livello record di 353mila miliardi di dollari con la previsione di superare i 370mila miliardi entro la fine del 2026, circa il 310% del Prodotto interno lordo mondiale. A spingerlo sono stati soprattutto gli Stati Uniti e due settori costituiti dall’intelligenza artificiale e dal riarmo. Questo gigantesco debito ha contribuito in maniera decisiva ad alimentare la bolla finanziaria che solo nel listino S&P si avvicina a 80mila miliardi di dollari.

La considerazione che sorge spontanea è semplice. Ma chi potrà mai restituire -tra Stati e privati- un debito così infinito, che matura circa 17mila miliardi di interessi, pari al 16% del Pil mondiale? Chi potrà garantire la tenuta di una bolla finanziaria che si regge su un debito di fatto già insostenibile? È chiaro che questo modello è finito e la corsa all’intelligenza artificiale e al riarmo sono l’ultimo approdo disperato di una finanziarizzazione che ha indebitato il Pianeta in modo radicalmente tossico.


*Fonte originale: https://altreconomia.it/la-sovranita-finanziaria-dellitalia-e-un-debito-pubblico-pari-a-3-2072-miliardi-di-euro/

Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

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L’IRAN E L'IMPOTENZA DELL'IMPERO USA (di Pino Arlacchi)

 

[di Pino Arlacchi | Il Fatto Quotidiano | 12 agosto 2026]

 
C’è un’immagine che riassume lo stato presente della potenza americana meglio di qualsiasi statistica. Nessuna portaerei degli Stati Uniti naviga oggi dentro il Golfo Persico.
 
Le due dispiegate contro l’Iran, la Lincoln e la Bush, stazionano nel Mare Arabico, a oltre mille chilometri dalla costa iraniana, fuori da uno specchio d’acqua che per ottant’anni è stato un lago americano. La terza, la Ford, dirottata in marzo nel Mar Rosso a fronteggiare gli Houthi, ha ceduto prima del nemico: un incendio a bordo, dopo undici mesi ininterrotti di mare, l’ha costretta al rientro. Oggi è in bacino di carenaggio a Norfolk, e il Mar Rosso è rimasto senza portaerei. La flotta più potente della storia si tiene a distanza di sicurezza dalle coste di un Paese nemico per non rivelare la sua vulnerabilità alle nuove tecnologie militari. Uno sciame di droni e di missili ipersonici da pochi milioni è in grado di incapacitare una portaerei da 11 miliardi di dollari.
 
Il contesto è noto, ma vale la pena ricomporlo. Lo Stretto di Hormuz, da cui passava un quinto del petrolio mondiale, è di fatto chiuso dall’8 luglio, giorno della ripresa delle ostilità: un rivolo di transiti sporadici, che si riaccende solo sui titoli di giornale favorevoli e si spegne al primo missile L’ultima settimana è toccato a una metaniera carica di gas del Qatar. L’Arabia Saudita aveva trovato la valvola di sfogo dirottando il greggio verso Yanbu, nel Mar Rosso. Il terminale è arrivato a movimentare oltre il 90 per cento delle sue esportazioni via mare.
 
Ma il 20 luglio gli Houthi hanno proclamato l’embargo navale contro Riad e pochi giorni dopo hanno rivendicato i primi attacchi diretti agli impianti Aramco di Jizan e della stessa Yanbu. I flussi sauditi attraverso Bab el-Mandeb sono crollati quasi a zero, e il greggio destinato all’Asia viene ora instradato con il periplo dell’Africa. Un mese di navigazione in più. Le due arterie energetiche del Medio Oriente sono bloccate simultaneamente. Non era mai accaduto, nemmeno nello choc del 1973, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq.
 
Davanti a tutto questo, quali sono le opzioni di Washington? Spogliata della messinscena, la lista è breve. La prima linea di basi aeree – quelle del Golfo, le uniche a distanza utile – è stata neutralizzata. L’Iran ha disabilitato o danneggiato le installazioni americane in Qatar, Kuwait, Bahrein e Giordania, fino all’Arabia Saudita e agli Emirati: le rilevazioni satellitari contano oltre 200 strutture colpite in una quindicina di siti, con i danni più pesanti al quartier generale della Quinta Flotta in Bahrein. E ha enunciato la dottrina della “responsabilità estesa”: chi ospita basi americane diventa bersaglio legittimo. Con un colpo solo Teheran ha trasformato le monarchie del Golfo da retrovie in belligeranti maldisposti, e ha reso ogni uso delle basi un rischio grave per chi lo concede.
 
Perfino Diego Garcia, la retrovia profonda della logistica imperiale nell’Oceano Indiano, è stata bersagliata da missili balistici a raggio intercontinentale. Attacchi falliti, ma il messaggio è arrivato. Non esistono più santuari.
 
Restano le basi di seconda fascia, nel Mediterraneo e in Africa. Ma da Sigonella, Souda o Rota ai bersagli iraniani corrono tremila chilometri. Ogni chilometro in più si paga in aerocisterne, la risorsa più scarsa e meno espandibile della macchina militare americana, e in permessi di volo e sorvolo politicamente costosi, come la signora Meloni ben sa.
 
La potenza aerea generabile dal Mediterraneo è una frazione di quella che si generava dal Golfo Persico. Restano i bombardieri strategici dal Missouri. Ma sono missioni di 35 ore. Buone per il colpo dimostrativo, non per una campagna. Resta la guerra a distanza dei missili da crociera, l’unica davvero praticata. Ma gli arsenali Usa si misurano in migliaia di pezzi e i ritmi di produzione in centinaia l’anno. Una campagna intensiva li consuma in settimane, e le rassicurazioni ufficiali sull’abbondanza delle scorte suonano come la conferma del problema. E resta l’escalation contro le infrastrutture civili iraniane, in primis la rete elettrica. Trump l’ha minacciata ancora giovedì scorso salvo revocarla nel giro di pochi giorni. Perché questa è l’opzione della punizione estrema, che non ha mai piegato un regime e che innescherebbe – Teheran lo ha già fatto sapere – la chiusura totale del Mar Rosso per mano Houthi e gli attacchi agli impianti di desalinizzazione dei Paesi del Golfo.
 
Le opzioni più efficaci sono quelle impraticabili. Il Pentagono non è in grado di invadere un Paese immenso, di 92 milioni di abitanti. Le isole iraniane che presidiano Hormuz possono essere invase senza speciali difficoltà, ma la loro occupazione sarebbe impossibile da mantenere, perché resterebbe esposta al fuoco continuo dei missili schierati sulla costa retrostante. Ed è anche del tutto irrealistico puntare sul rovesciamento dall’esterno di un regime che cinquant’anni di sanzioni hanno irrobustito anziché eroso.
 
Il nodo è concettuale prima che militare. La rivoluzione degli armamenti a basso costo ha democratizzato la forza militare e rovesciato l’aritmetica imperiale. Chiudere uno stretto costa quasi nulla, riaprirlo ha costi e rischi proibitivi. Riaprire uno stretto richiede la presenza permanente dentro il raggio del nemico, che è un rischio insostenibile, oppure richiede il consenso di chi lo chiude, cioè l’alternativa negoziale. Tertium non datur. Ed è precisamente l’assenza di un terzo termine che dà la misura empirica dell’impotenza militare americana.
 
Ma attenzione. Gli Stati Uniti conservano comunque un’impareggiabile capacità di distruzione. Ciò che hanno perduto è la capacità di controllo. La facoltà di garantire l’ordine degli spazi – gli stretti, le rotte, i flussi commerciali – che era il fondamento materiale della loro egemonia nonché la giustificazione del tributo versato allo Zio Sam. Dall’uso del dollaro al petrodollaro agli acquisti di armamenti e di Buoni del tesoro. Un potere che può punire ma non può proteggere, però, non è più un’egemonia. È una dominazione bruta per le sue vittime, e un estortore mafioso per i suoi amici. Che diminuiscono a vista d’occhio.
 
Il mercato lo aveva capito meglio dei governi: nonostante la minaccia simultanea alle due grandi rotte del greggio, il petrolio non è mai schizzato verso lo choc dei 150 dollari, perché gli operatori scommettevano che Washington sarebbe stata costretta a sedersi al tavolo delle trattative. La scommessa è stata incassata nello scorso fine settimana: Trump ha revocato l’attacco pianificato e annunciato la ripresa dei negoziati da lunedì, con la mediazione dell’Oman ormai in fase finale, e il Brent è sceso sotto gli 85 dollari nel giro di una seduta. Sul tavolo, secondo le indiscrezioni, c’è la fine del blocco navale americano e la ripresa dell’export petrolifero iraniano in cambio della riapertura di Hormuz. Si negozia, cioè, alle condizioni poste da chi lo stretto lo ha chiuso.
 
Le elezioni di novembre restano una preoccupazione reale per la Casa Bianca, ma ormai ci sono in campo due fattori ancora più rilevanti: la benzina alle stelle e il risentimento crescente degli alleati. Questi vedono nell’avventura iraniana il possibile innesco di una recessione finora evitata solo grazie all’effetto stabilizzante della Cina e del Grande Sud. Il tempo dell’impero non lavora più per l’impero.

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Oltre il mito, oltre il marmo: la lezione di Fidel Castro nella lotta di classe oggi


di Geraldina Colotti

Parlare oggi di Fidel Castro e della Rivoluzione Cubana non è un esercizio di archeologia politica. Che centinaia di internazionalisti all'Avana, e altrettanti nel mondo, ricordino questo 13 agosto il centenario della nascita del Comandante in Jefe, non è per erigere un monumento in marmo a Fidel Castro, perché la borghesia e il revisionismo amano i monumenti: i monumenti non disturbano, non parlano, non organizzano la classe lavoratrice. E Fidel ha lasciato chiaro che non voleva essere trasformato in un monumento. Ed è per questo che, durante il suo funerale il popolo ha scandito per giorni: io sono Fidel, e i popoli del mondo continuano a gridare: io sono Fidel.

Ricordiamo Fidel perché Fidel è un metodo. È la dimostrazione pratica che il marxismo-leninismo non è un dogma da biblioteca, ma una guida per l'azione, uno strumento di trasformazione radicale capace di spezzare l'apparente fatalità dell'egemonia imperialista.

Quando Fidel e i giovani della Generazione del Centenario assaltarono la Moncada nel 1953, o quando sbarcarono dal Granma nel 1956, il rapporto di forze era, sulla carta, assolutamente sfavorevole. Affrontavano una dittatura filoimperialista blindata da Washington. La logica possibilista e riformista diceva che era impossibile. Ma Fidel ci ha insegnato una lezione fondamentale che la sinistra europea è sembrata dimenticare dopo la caduta del blocco sovietico: le condizioni oggettive e soggettive non si aspettano a braccia conserte, si costruiscono nella lotta.

Cosa ha significato la Rivoluzione Cubana per il mondo? In primo luogo, Cuba ha spezzato la geografia del dominio imperiale. Ha dimostrato che a novanta miglia dall'impero più sanguinario della storia umana era possibile costruire il socialismo e sostenerlo. Cuba ha dimostrato che il vero sviluppo non si misura dal Prodotto Interno Lordo o dal consumo suntuario delle élite, ma dalla dignità, dall'educazione, dalla salute universale e dalla sovranità dei popoli.

Ma c'è qualcosa di più profondo: la dimensione dell'internazionalismo proletario. Fidel ha elevato l'internazionalismo dalla condizione di motto astratto a principio di Stato. Cuba non ha esportato la rivoluzione, ma i suoi principi, ha esportato solidarietà. L'abbiamo visto nelle sabbie dell'Angola, quando è stato sconfitto il regime dell'apartheid sudafricano e si è cambiata per sempre la storia dell'Africa. L'abbiamo visto in America Latina, quando Cuba ha costituito il faro che ha alimentato la resistenza contro le dittature del Piano Condor e, più tardi, è stata la colonna vertebrale dell'integrazione bolivariana e dell'ALBA-TCP insieme al Comandante Hugo Chávez, e, dopo, insieme a Nicolás Maduro.

Nell'era della globalizzazione capitalista, quando la borghesia ha imposto la logica del "si salvi chi può", la Cuba di Fidel ha dimostrato che la diplomazia dei popoli si basa sul condividere non ciò che avanza, ma quel poco che si ha.

Arriviamo ora alla nostra realtà europea e, in particolare, alla storia del movimento comunista in Italia. L'onda d'urto della Rivoluzione Cubana e il pensiero del Che Guevara hanno scosso le fondamenta dell'Europa negli anni '60 e '70. La parola d'ordine del Che alla Conferenza Tricontinentale — "Creare due, tre... molti Vietnam" — ha risuonato con forza nel cuore della metropoli imperialista. 

In Italia, in un contesto segnato dal tradimento riformista del cosiddetto "compromesso storico" del PCI e dall'egemonia della Democrazia Cristiana, migliaia di giovani e lavoratori hanno compreso che l'imperialismo statunitense era il nemico comune. Sono sorte così le esperienze della lotta armata e delle guerriglie urbane, come le Brigate Rosse (BR) e altre organizzazioni dell'anticapitalismo combattivo. Quei giovani hanno tentato di rompere la pace sociale capitalista e di costruire nel cuore del centro imperialista quel "secondo o terzo Vietnam" di cui parlava il Che, assumendo la violenza rivoluzionaria come risposta alla violenza strutturale dello Stato borghese e del Patto Atlantico.

L'analisi dialettica di quell'esperienza storica ci insegna che l'impulso antiimperialista e il rifiuto del patto sociale riformista erano profondamente legittimi. Tuttavia, la storia ci ha anche dimostrato i limiti del tentare di fare la rivoluzione con il modello guerrigliero nella complessità delle metropoli altamente industrializzate dell'Europa occidentale, senza l'articolazione di un ampio movimento di massa e di varie forme di lotta que contrastino dall'interno e dall'esterno le istituzioni borghesi e la violenza dello sfruttamento del capitale sul lavoro.

Fidel ha sempre avuto una visione d'insieme: la lotta armata non era un feticcio, ma uno strumento subordinato alla costruzione del Potere Popolare e alla mobilitazione cosciente delle masse lavoratrici.

Decenni dopo, il filo rosso della solidarietà cubana con l'Italia ha preso una forma completamente diversa ma ugualmente rivoluzionaria. Durante la pandemia di COVID-19, mentre il sistema sanitario privatizzato del prospero nord Italia crollava sotto le leggi del libero mercato, e mentre l'Unione Europea si mostrava in tutta la sua nudità come un club di mercanti egoisti, chi è arrivato in Lombardia, Piemonte e Calabria?Sono arrivate le brigate mediche cubane Henry Reeve. Medici formatisi alla scuola di Fidel Castro, che hanno rischiato la vita per salvare cittadini italiani. Quel contrasto è stato deflagrante: l'Europa del capitale inviava austerità, tagli alla sanità pubblica e aerei da guerra; la Cuba socialista di Fidel inviava camici bianchi e internazionalismo.

Oggi l'Italia affronta uno scenario critico: la presenza di un governo neofascista e atlantista guidato da Giorgia Meloni, che agisce come vassallo dell'imperialismo statunitense e della NATO, smantellando i diritti del lavoro e trasformando la gestione delle frontiere in un business repressivo e razzista. Di fronte a questo, la memoria combattiva e l'esempio di Cuba sono uno schiaffo alla rassegnazione.

Uno dei contributi più brillanti di Fidel nell'ultima tappa della sua vita è stato il concetto della Battaglia delle Idee. Fidel ha compreso prima di molti che la battaglia del XXI secolo non si sarebbe giocata unicamente sul terreno economico o militare, ma sul terreno della coscienza, della cultura e dell'informazione. L'egemonia borghese opera oggi attraverso la manipolazione mediatica, i social network e la guerra cognitiva, cercando di spogliare la classe lavoratrice della sua memoria storica e della sua identità di classe, di balcanizzarla e confonderla.

L'imperialismo vuole farci credere che non ci sia alternativa, che il capitalismo sia l'unico orizzonte possibile e che la barbarie sia inevitabile. Di fronte a questo, Fidel ci ha insegnato a diffidare del discorso dominante, a costruire media alternativi, a formarci teoricamente e a dare la battaglia ideologica in ogni trincea.

Oggi, mentre Cuba continua a soffrire gli effetti di un blocco criminale e inasprito da parte degli Stati Uniti — un blocco che cerca di soffocare il popolo cubano per provocare il crollo interno —, la difesa della Rivoluzione Cubana è la linea di demarcazione di ogni comunista e antiimperialista conseguente. Difendere Cuba non è solo difendere un governo: è difendere il diritto inalienabile dei popoli a costruire un destino al di fuori del giogo capitalista.

Fidel Castro ci ha lasciato fisicamente, ma il suo lascito appartiene a chi lotta. In un'Europa che si rimilitarizza, che taglia i diritti sociali per finanziare guerre imperialiste e che solleva muri contro i diseredati del Sud Globale, la lezione di Cuba e la memoria delle nostre lotte storiche sono più urgenti che mai.

Non basta analizzare il mondo; si tratta di trasformarlo. Per trasformarlo abbiamo bisogno di recuperare la fermezza dei principi di Fidel, la sua capacità di unificare le forze popolari, la sua fede incrollabile nella vittoria e la sua convinzione che un mondo migliore non solo è possibile, ma assolutamente indispensabile.

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100 anni dalla nascita di Fidel Castro: l'uomo che cavalcava il futuro


di Federica Cresci, Cuba Mambi gruppo di Azione Internazionalista

Il 13 agosto 1926 nasceva a Birán Fidel Castro Ruz.
 
A cento anni dalla sua nascita sarebbe facile ricordarlo attraverso le immagini che appartengono ormai alla storia: la Sierra Maestra, il gennaio del 1959, le interminabili piazze dell'Avana, la divisa verde olivo, i discorsi pronunciati davanti a un popolo che aveva deciso di riprendersi il proprio destino.
 
Ma sarebbe anche il modo più semplice per rimpicciolirlo.
 
Perché Fidel Castro non appartiene soltanto alla storia della Rivoluzione cubana. E forse il modo migliore per ricordarlo, cento anni dopo, non è domandarsi semplicemente ciò che ha fatto, ma quanto del suo pensiero continui a parlare al mondo nel quale viviamo.
 
Fidel fu un rivoluzionario marxista, un capo di Stato, un dirigente politico. Ma fu soprattutto un uomo capace di pensare politicamente oltre il proprio tempo e oltre i confini del proprio Paese.
 
Aveva compreso una cosa fondamentale: nessun popolo è realmente libero se la sua libertà dipende dalla povertà, dall'ignoranza o dalla subordinazione di un altro popolo.
 
È qui che l'internazionalismo cubano assume un significato che ancora oggi continuiamo troppo spesso a non comprendere.
 
Cuba non ha esportato ricchezza. Non ne aveva.
 
Ha esportato ciò che possedeva: conoscenza, medici, insegnanti, competenze, solidarietà.
 
Ed è forse questa una delle intuizioni più rivoluzionarie di Fidel.
 
La solidarietà non è dare qualcosa al povero affinché continui a sopravvivere da povero. Non è carità. Non è l'elemosina concessa dal mondo ricco al mondo che quello stesso sistema economico ha contribuito a impoverire.
 
Solidarietà significa mettere un essere umano nelle condizioni di non avere più bisogno della nostra elemosina.
 
Significa insegnare a leggere.
Formare un medico.
Costruire una scuola.
Trasferire conoscenza.
Restituire dignità e autonomia.
 
Per questo da Cuba sono partiti, per decenni, migliaia di medici verso luoghi nei quali spesso nessuno voleva andare. E per questo giovani provenienti da paesi poverissimi hanno potuto studiare medicina sull'isola e tornare nelle proprie comunità come medici.
 
Non si regalava loro semplicemente una cura.
 
Si dava loro la possibilità di diventare quelli che avrebbero curato gli altri.
 
Questa è politica. Questa è una precisa concezione marxista dell'emancipazione.
 
Ed è anche la ragione per cui Fidel non può essere rinchiuso geograficamente dentro Cuba.
 
C'è un pezzo di Fidel nell'Africa che combatté il colonialismo e l'apartheid. C'è nella Palestina alla quale Cuba non ha mai smesso di riconoscere il diritto alla dignità e all'autodeterminazione. C'è nei popoli latinoamericani che hanno tentato di sottrarsi alla condizione secolare di cortile di casa degli Stati Uniti. C'è in ogni luogo nel quale un popolo abbia rivendicato il diritto di decidere autonomamente il proprio futuro.
 
Nelson Mandela non dimenticò mai chi era stato accanto al popolo sudafricano quando essere contro l'apartheid non era ancora diventato conveniente.
 
E questo dice molto di Fidel.
 
Ma dice ancora di più del concetto cubano di internazionalismo: non chiedere a un popolo che cosa possa restituirti prima di decidere se meriti solidarietà.
 
Fidel aveva compreso anche un'altra cosa che oggi dovrebbe obbligarci a rileggerlo.
 
Aveva capito che la grande contraddizione del nostro tempo non sarebbe stata soltanto tra capitale e lavoro, ma tra un modello economico fondato sull'accumulazione infinita e un pianeta dalle risorse finite.
 
Aveva compreso che fame, sottosviluppo, guerra, devastazione ambientale e disuguaglianza non erano crisi separate.
 
Erano facce dello stesso sistema.
 
Ed è precisamente qui che Fidel diventa tremendamente contemporaneo.
 
Viviamo in un mondo capace di produrre una ricchezza immensa e contemporaneamente incapace di garantire una vita dignitosa a milioni di esseri umani.
 
Un mondo nel quale la medicina raggiunge risultati straordinari mentre milioni di persone continuano a non avere accesso alle cure fondamentali.
 
Un mondo che parla continuamente di diritti umani ma continua a misurare il valore degli esseri umani sulla base del luogo nel quale sono nati, del passaporto che possiedono e della ricchezza che possono produrre.
 
Fidel aveva scelto da che parte guardare questo mondo.
 
Dal basso.
 
Dalla parte dei popoli colonizzati, dei poveri, degli esclusi, di quelli che la storia ufficiale considera periferia.
 
Ed è forse questa la ragione per cui continua a essere una figura tanto ingombrante.
 
Perché si può discutere Fidel Castro. Si possono discutere le sue decisioni, le sue scelte, persino i suoi errori. È ciò che si deve fare con qualsiasi grande figura storica.
 
Quello che diventa molto più difficile è ignorare le domande che ha lasciato.
 
Può esistere libertà senza giustizia sociale?
 
Può esistere democrazia quando milioni di esseri umani non possiedono gli strumenti materiali e culturali per esercitarla?
 
Può chiamarsi sviluppo un sistema che concentra enormi ricchezze nelle mani di pochissimi mentre condanna interi popoli alla dipendenza?
 
E soprattutto: che valore ha una rivoluzione se termina alla frontiera del proprio Paese?
 
A cento anni dalla nascita di Fidel Castro, forse è proprio questa l'eredità che vale la pena difendere.
 
Non l'imitazione.
Non la nostalgia.
Non il culto.
Il metodo.
 
Studiare la realtà. Comprenderne le contraddizioni. Scegliere da che parte stare. E poi avere il coraggio di agire di conseguenza.
 
Fidel appartiene a Cuba perché Cuba lo ha generato.
 
Ma appartiene all'Africa, all'America Latina, alla Palestina, al Sahara, ai popoli che hanno combattuto il colonialismo e a quelli che ancora oggi combattono perché nessuno decida al loro posto.
 
Appartiene, soprattutto, a quella parte dell'umanità che continua ostinatamente a pensare che il destino di un essere umano non debba essere deciso dal luogo nel quale nasce.
 
Cento anni dopo, dunque, non abbiamo bisogno di mettere Fidel su un piedistallo.
 
Abbiamo bisogno di fare qualcosa di molto più difficile.
 
Rimettere in circolazione le sue domande.
 
Perché finché esisterà un bambino al quale viene negata una scuola, un malato al quale viene negata una cura, un popolo al quale viene negata la sovranità, un essere umano costretto alla fame mentre qualcun altro accumula ciò che non potrebbe consumare in cento vite, la questione che attraversò l'intera esistenza di Fidel resterà aperta.
 
Che cosa siamo disposti a fare perché la dignità non sia un privilegio?
 
Forse è per questo che, cento anni dopo Birán, Fidel continua a essere così difficile da consegnare alla storia.
 
Perché alcuni uomini appartengono al proprio tempo.
 
Altri riescono a vedere più lontano.
 
E poi ce ne sono pochissimi che, attraversando il proprio tempo, riescono a parlare anche a quello che verrà.
 
È questa l'eternità di Fidel.
 
Non l'eternità del mito, ma quella delle idee che continuano a camminare quando l'uomo non c'è più. Idee che diventano coscienza, strumenti, possibilità; che passano da una generazione all'altra e continuano a produrre pensiero, resistenza, emancipazione.
 
Fidel non ha mai preteso di essere infallibile. Ha attraversato vittorie, sconfitte, errori, contraddizioni e cambiamenti enormi della storia. Ma non ha mai cambiato il punto dal quale guardava il mondo.
 
Gli ultimi. I popoli. La loro dignità. La loro possibilità di essere liberi.
 
Ed è rimasto lì fino alla fine.
 
Silvio Rodríguez lo aveva scritto ne El necio:
«Yo me muero como viví».
Forse è tutto qui.
 
È morto come ha vissuto.
Ma ciò per cui ha vissuto non è morto con lui.
 
Ed è per questo che oggi non celebriamo semplicemente un centenario.
 
Cent'anni li compie l'uomo nato a Birán il 13 agosto 1926.
Fidel, invece, appartiene ormai a quel tempo infinito in cui entrano soltanto le idee che diventano patrimonio dell'umanità.

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