di Dario Rivolta * –
Per lunghi secoli in Europa si sostenne che re e imperatori governassero perché legittimati direttamente da Dio e la motivazione si rifaceva, tra l’altro, alla “Lettera ai Romani” di san Paolo. Bisognò arrivare al 1688 perché, per primi in Inghilterra, si decidesse che la sovranità spettasse al Parlamento, non al re, e che Dio non c’entrasse nulla. Circa un secolo dopo, in Francia e nel resto d’Europa ci vollero l’Illuminismo e la Rivoluzione per ammettere che i re, ove continuavano a esistere, avessero un potere puramente terreno. Quel concetto di “potere divino” non è però sparito del tutto e ovunque, nemmeno in Europa. Nel 1870 la Chiesa cattolica stabilì che ogni dichiarazione del Papa in carica, se fatta ex cathedra, dovesse considerarsi infallibile perché dottrina a lui rivelata direttamente da Dio. Quindi a lui e solo a lui era demandato il potere di enunciare la “verità”.
Non c’è quindi da stupirsi più di tanto se, pur con origini culturali e abitudini totalmente diverse, in Cina succede ancora oggi qualcosa di simile, anche se laggiù nessuno sente la necessità di invocare un’investitura divina. Tutti ricorderanno come i detti di Mao Tse-tung e il suo “Libretto rosso” fossero forzosamente considerati da tutti i cinesi, e anche dai loro pedissequi seguaci in Europa, quale “verità assoluta” e, dunque, unica interpretazione possibile della storia e della politica. Con i cambiamenti avvenuti dopo la sua morte si pensò che le cose sarebbero molto cambiate. In realtà mutò davvero tanto, ma sempre facendo riferimento agli “insegnamenti” di Mao e, naturalmente, al marxismo. Successe un po’ come con il nostro “ipse dixit” medievale, che faceva riferimento ai pensieri di Aristotele: si partiva da lui per arrivare talvolta a soluzioni anche opposte, ma senza mai smentirlo. Pensare, tuttavia, che in Cina il dover credere a un capo infallibile non sia più un obbligo politico è sbagliato.
Il Partito comunista al potere ha annunciato oggi un nuovo diktat filosofico-politico cui gli abitanti della Repubblica Popolare Cinese devono adeguarsi: il pensiero del presidente Xi Jinping. Nello scorso giugno, durante una conferenza nazionale del partito, quel “pensiero” è stato salutato come “una pietra miliare nella storia della teoria marxista sulla costruzione del partito e nella storia della costruzione del Partito Comunista Cinese”. La notizia è stata diffusa in modo imperativo dalla televisione statale CCTV e attribuita al responsabile dell’ideologia del partito Cai Qi, alto membro del Comitato permanente del Politburo. Il concetto di fondo raggruppa “14 principi fondamentali”, tra cui l’insistenza su “un autogoverno del Partito completo e rigoroso, un sistema organizzativo coeso a tutti i livelli, una lotta alla corruzione e un perfezionamento delle istituzioni e dei meccanismi di legiferazione”. Si prevede che il “pensiero” di Xi Jinping venga introdotto al più presto nelle aule scolastiche cinesi. In altre parole, ecco la Verità, la nuova, la sola, cui attenersi.
Un ricercatore senior presso l’Istituto Nazionale di Studi Strategici dell’Università Tsinghua ha affermato: “La dottrina di Xi… è destinata a diventare il principio guida del partito al potere in Cina per i decenni a venire, in quanto delinea gli obiettivi chiave che coprono tutti i principali aspetti della costruzione del partito, inclusi la teoria, la disciplina, l’organizzazione, la qualità dei quadri e la formazione”. Gli ambiti in cui tutto ciò dovrà realizzarsi sono numerosi, ma in particolare lo saranno l’economia, l’esercito, la diplomazia e la cultura.
Poiché in Cina è ammesso un solo partito, e cioè il Partito Comunista Cinese, va da sé che nessuno avrà il diritto, né il coraggio, di contraddirlo o discuterlo. Sembra di sentire il vecchio detto: tutto cambia affinché nulla cambi.
Certamente, con il nostro modo di pensare e di vivere ci sono enormi differenze, fortunatamente, da non sottovalutare, ma, nel nostro piccolo, provate a criticare ciò che dice il nostro Presidente della Repubblica o a sostenere che spesso ripeta banalità: vi troverete accusati per “lesa maestà” o, come si usa dire ora, vilipendio. Forse ce lo dimentichiamo, ma per configurare il reato è sufficiente “qualsiasi espressione o rappresentazione idonea a menomare il prestigio del Capo dello Stato”. E il reato è perseguibile d’ufficio, anche senza denunce. Ecco il dispositivo dell’art. 278 del Codice Penale, che mantiene il testo originario del 1930: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Come se non bastasse, a lui è equiparato anche il Sommo Pontefice.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.