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Iran. Trump, ‘Se l’Oman si mette in mezzo lo bombarderemo’

Dire *

In un’ampia intervista rilasciata a Fox News, Donald Trump alterna minacce militari a presunte rivelazioni diplomatiche. Il copione ormai solito del presidente degli Stati Uniti. Riferendosi al conflitto con Teheran, li “invita” di nuovo a “sventolare la bandiera bianca della resa”. Secondo Trump, gli iraniani “sono bravi giocatori di poker, ma stanno morendo.
E così, Trump definisce “noccioline” le munizioni utilizzate finora dagli Stati Uniti e garantisce la disponibilità di molte armi di medio livello. Accusando di nuovo Joe Biden di aver impoverito le scorte di armamenti “più avanzati”, depauperando un arsenale di cui gli USA “hanno bisogno ora in Medio Oriente”.
La linea dura americana non ha risparmiato l’Oman. Commentando i negoziati “paralleli” sullo Stretto di Hormuz in corso tra Muscat e Teheran, Trump ha minacciato: “Se l’Oman si mette in mezzo, lo bombarderemo pesantemente”.
Trump ha anche dichiarato apertamente che Israele “non dovrebbe colpire Gaza”. Perché Hamas “ha accettato di posare le armi”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Ue. Il trattato con il Mercosur e il costo invisibile sui popoli indigeni

di Alessandro Pompei –

L’accordo tra Unione Europea e Mercosur comporta, oltre a un massivo impatto ambientale in Sud America (una delle aree con la più alta biodiversità del pianeta), anche un enorme impatto sulle comunità indigene di Brasile, Argentina e Paraguay. Aspetto che, al di là delle dichiarazioni di facciata, nei fatti non interessa minimamente alla stessa Commissione, determinata invece a chiudere la questione quanto prima nella speranza di salvare qualcosa della manifattura tedesca. Questa è rimasta colpita dai rincari energetici dovuti alla chiusura di Hormuz e alla distruzione del Nord Stream, operata da un gruppo di sabotaggio ucraino nel 2022, oltre che dalle contromisure russe seguite ai 21 pacchetti di sanzioni e all’invio massivo di armi in Ucraina, la quale non ha mai rispettato gli accordi di Minsk 2 di cui Francia e Germania erano garanti.
Così, a fronte delle garanzie di tutela dichiarate dalla stessa Commissione, la realtà materiale sudamericana racconta una storia opposta. L’incentivazione delle esportazioni verso il continente europeo accelererà inevitabilmente l’erosione territoriale e culturale di comunità già relegate ai margini della sicurezza socio-economica e giuridica. Secondo le rilevazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), vi è una vulnerabilità strutturale preesistente: pur rappresentando meno del 9% della popolazione dell’America Latina, le comunità indigene costituiscono oltre il 18% della fascia in condizioni di povertà estrema. Questa situazione è il risultato diretto di una prolungata insicurezza fondiaria: in Brasile l’offensiva politica e legislativa della Bancada Ruralista, la potente lobby dell’agrobusiness, ha mantenuto in un limbo giuridico la demarcazione di circa 1.400 territori ancestrali, dando luogo a contenziosi che sfociano regolarmente in violenze aperte.
I rapporti della Commissione Pastorale della Terra confermano che oltre la metà degli omicidi ai danni di leader indigeni si concentra proprio negli Stati a più alta vocazione agricola e zootecnica. L’accordo commerciale tra Unione Europea e Mercosur agisce su questa polveriera come un potente fattore moltiplicatore. L’apertura del mercato europeo a contingenti agevolati di 99mila tonnellate di carne bovina, 180mila tonnellate di pollame, zucchero ed etanolo, unita alla stabilizzazione della domanda di soia per la mangimistica continentale, innesca un immediato aumento del valore fondiario dei terreni. Questo meccanismo alimenta il fenomeno dell’accaparramento delle terre (“land grabbing”) ai danni delle aree non ancora coperte da omologazione statale definitiva, spingendo la deforestazione ben oltre i confini legali attraverso pratiche opache come il “riciclaggio del bestiame”, in cui i capi nati su terre indigene occupate illegalmente vengono registrati in allevamenti regolari prima dell’abbattimento.
L’impatto si manifesta già con violenza differenziata a seconda dei biomi e delle specifiche etnie coinvolte: nel Cerrado e nel Pantanal brasiliani, epicentro dell’espansione intensiva di soia, mais e canna da zucchero, i popoli Guarani-Kaiowá e Terena subiscono da decenni una sistematica espulsione dalle terre d’origine, con azioni aggressive verso le comunità indigene che stanno aumentando a seguito dell’accordo UE-Mercosur.
Confinati in microscopiche riserve o accampati lungo i cigli delle autostrade federali, questi gruppi affrontano sia le aggressioni armate delle milizie private sia una contaminazione cronica da pesticidi irrorati per via aerea su scala industriale, divenuti sistematici con l’agricoltura intensiva ed estensiva. Molti di questi pesticidi sono proibiti nell’Unione Europea, come l’atrazina e il paraquat, entrambi con potenti effetti tossici sull’uomo.
Nel bacino amazzonico l’avanzata delle monocolture e dei corridoi logistici per l’export, come l’idrovia Tapajós e i nuovi assi ferroviari, minaccia direttamente i Munduruku e i Kayapó. Qui la frammentazione della foresta primaria distrugge le rotte di caccia tradizionali e contamina i corsi d’acqua indispensabili alla sussistenza, compromettendo la sovranità alimentare e la capacità di vendita/scambio delle comunità, in un attacco diretto all’identità culturale delle popolazioni indigene. Vi è anche un impatto sul clima dell’ecozona, che registra una riduzione del regime pluviometrico, intaccando, nel medio-lungo periodo, la produttività agricola della regione e delle aree limitrofe del Cerrado e della Pampa.
Nel Gran Chaco argentino, la conversione massiccia della foresta secca per fare spazio alla soia transgenica colpisce duramente le comunità Wichí e Qom, esasperando situazioni di malnutrizione infantile acuta e privando intere famiglie dell’accesso a fonti idriche non inquinate, mentre più a nord-est, nel Gran Chaco Boreal paraguaiano, caratterizzato da uno dei tassi di deforestazione più rapidi al mondo per far posto al pascolo bovino estensivo, il trattato mette a repentaglio l’esistenza stessa degli Ayoreo, compresi gli ultimi sottogruppi che vivono in stato di isolamento volontario, per i quali il contatto forzato e la distruzione dell’habitat equivalgono a un collasso demografico ed etnico. A rendere il quadro ancor più contraddittorio è il profilo normativo dell’accordo. Nei venticinque anni di negoziati, le organizzazioni indigene, a partire dall’APIB in Brasile, non sono mai state consultate, violando apertamente il principio del Consenso Preventivo, Libero e Informato (FPIC), sancito dalla Convenzione OIL 169, formalmente ratificata da tutti i Paesi del blocco sudamericano. Inoltre, il capitolo su Commercio e Sviluppo Sostenibile (TSD) inserito nel trattato manca di denti sanzionatori: in caso di violazione dei diritti territoriali o di deforestazione illegale, non sono previsti blocchi tariffari o contromisure commerciali cogenti, riducendo le clausole di salvaguardia a dichiarazioni di principio non verificabili. A questo paradosso si aggiunge quello chimico: l’azzeramento dei dazi industriali consentirà alle multinazionali europee di esportare massicciamente verso il Sud America molecole fitosanitarie e pesticidi vietati da anni all’interno del mercato unico per la loro tossicità, i cui residui finiscono per riversarsi nei bacini idrici indigeni prima di rientrare in Europa sotto forma di derrate alimentari. L’architettura dell’accordo UE-Mercosur evidenzia così una profonda fessura etica e strategica. Da un lato, Bruxelles impone standard stringenti ai propri agricoltori e promuove internamente la narrativa della sostenibilità; dall’altro, per difendere le quote di esportazione industriale della propria manifattura, sottoscrive un patto che esternalizza i costi ambientali e umani, trasformando i diritti ancestrali delle popolazioni indigene nella merce di scambio di una globalizzazione asimmetrica.

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Colombia. Bogotá chiede a Washington la sospensione dei dazi dopo il terremoto

di Giuseppe Gagliano –

Il presidente colombiano Abelardo de la Espriella ha chiesto agli Stati Uniti una sospensione temporanea dei dazi sulle esportazioni del Paese dopo il terremoto di magnitudo 7,4 che il 10 agosto ha provocato 289 morti, 3.937 feriti e 143 dispersi, causando ingenti danni alle infrastrutture e all’economia nazionale.
De la Espriella, insediatosi appena tre giorni prima del sisma, ha rivolto la richiesta al presidente Donald Trump con l’obiettivo di garantire alle imprese colombiane l’accesso al principale mercato di esportazione durante la fase di ricostruzione. Secondo le autorità, oltre 95mila abitazioni sono state danneggiate e circa 14mila distrutte, mentre risultano compromessi ospedali, scuole, strade, acquedotti e cinque aeroporti.
Un’eventuale sospensione dei dazi potrebbe sostenere settori come petrolio, caffè, fiori, prodotti agricoli e manifatturieri, ma non sarebbe sufficiente a compensare le conseguenze economiche del terremoto. I danni alle infrastrutture di trasporto e agli impianti produttivi limitano infatti la capacità stessa delle imprese di produrre ed esportare.
La richiesta assume anche una rilevanza politica nei rapporti tra Bogotá e Washington. L’amministrazione Trump utilizza le politiche commerciali anche come strumento di politica estera e un’eventuale concessione potrebbe accompagnarsi alla richiesta di una maggiore collaborazione colombiana nella lotta al narcotraffico, nel controllo delle frontiere, nella gestione dei rimpatri e nel contenimento dell’influenza cinese nella regione.
Il sostegno espresso da Trump a de la Espriella durante la campagna elettorale potrebbe favorire un riavvicinamento tra i due Paesi. Per Washington, il nuovo governo colombiano rappresenta infatti un interlocutore potenzialmente più disponibile a rafforzare la cooperazione politica, economica e militare con gli Stati Uniti.
Il terremoto ha inoltre conseguenze sulla sicurezza interna. I danni ad aeroporti, strade e reti di comunicazione possono ridurre temporaneamente la capacità delle forze armate e della polizia di controllare alcune aree del Paese, con il rischio che organizzazioni criminali, gruppi armati e reti del narcotraffico approfittino dell’emergenza.
Gli Stati Uniti potrebbero intervenire fornendo trasporto aereo, mezzi del genio, intelligence e assistenza alle forze colombiane. Un sostegno che contribuirebbe alla gestione dell’emergenza, ma rafforzerebbe contemporaneamente la dipendenza operativa di Bogotá da Washington.
La richiesta di sospendere i dazi diventa così il primo importante banco di prova nei rapporti tra il nuovo governo colombiano e l’amministrazione Trump. Per de la Espriella l’intesa con Washington potrebbe accelerare la ricostruzione, mentre per gli Stati Uniti l’emergenza rappresenta un’occasione per consolidare la propria influenza su uno dei principali alleati strategici dell’America meridionale.

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Israele. Netanyahu a Kushner: disarmo di Hamas, nessuna apertura allo Stato palestinese

di Daniele Priori –

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito agli Stati Uniti che qualsiasi avanzamento del piano per Gaza dovrà essere subordinato a un disarmo effettivo e verificabile di Hamas, escludendo al tempo stesso concessioni che possano aprire la strada alla costituzione di uno Stato palestinese. È quanto emerge dall’incontro tenuto a Gerusalemme con Jared Kushner, inviato e genero del presidente statunitense Donald Trump, impegnato in una nuova iniziativa diplomatica per superare lo stallo sull’attuazione del piano americano per la Striscia.
Durante il primo mandato di Trump, Kushner era stato promotore di un piano denominato “Nuova Palestina”, che prevedeva la nascita dello Stato palestinese con la sicurezza garantita da Israele, un’ipotesi respinta da Netanyahu, il quale da lì a poco fece approvare alla Knesset una proposta di legge per l’annessione della Cisgiordania.
Secondo Ynet, che cita una fonte israeliana presente ai colloqui, “La parte israeliana ha chiarito durante l’incontro che non verrà concesso nulla che possa spianare la strada a uno Stato palestinese”. La precisazione assume particolare rilievo perché il nuovo percorso negoziale sostenuto dagli Stati Uniti prevede, oltre al disarmo di Hamas, il progressivo ritiro delle forze israeliane e una futura amministrazione palestinese della Striscia affidata a tecnocrati.
Il nodo immediato rimane però quello delle armi di Hamas. La fonte israeliana citata da Ynet ha spiegato che “c’era la percezione iniziale che il Board of Peace volesse iniziare con delle ‘zone pilota’, ma ora non se ne parla più così. Bensì: Hamas deve dimostrare impegno nella distruzione delle armi, va accertato che non consegni armi non funzionanti. Gli americani sono determinati a continuare il Piano, per Netanyahu la prova sta nell’effettiva consegna delle armi da parte di Hamas”.
Secondo i24News, dai colloqui sarebbe emersa anche un’intesa sulla modalità iniziale del disarmo: nella prima fase le armi consegnate da Hamas dovrebbero passare direttamente alle forze statunitensi, che ne curerebbero la distruzione. L’obiettivo sarebbe quindi quello di creare un meccanismo verificabile, evitando che la consegna di materiale inutilizzabile possa essere presentata come adempimento degli obblighi previsti dal piano.
La missione di Kushner arriva dopo un passaggio diplomatico particolarmente significativo al Cairo, dove l’inviato americano ha incontrato il leader di Hamas Khalil al-Hayya. Secondo fonti informate citate da Axios, i rappresentanti del movimento palestinese avrebbero confermato la disponibilità alla demilitarizzazione di Gaza nell’ambito di una roadmap comprendente cessate-il-fuoco permanente, ritiro israeliano, ricostruzione e trasferimento dell’amministrazione a un governo palestinese tecnocratico nel quale Hamas non avrebbe un ruolo futuro.
Il confronto di Gerusalemme è durato diverse ore e vi hanno partecipato anche esponenti del Board of Peace, tra cui l’ex premier britannico Tony Blair e Nickolay Mladenov. Il tentativo americano è quello di recuperare il proprio piano in 15 punti, che nelle ultime settimane si era arenato proprio sulle differenti interpretazioni della successione tra disarmo palestinese e ritiro israeliano.
Netanyahu aveva già respinto l’ipotesi di un ritiro israeliano prima del completo disarmo di Hamas. Il Board of Peace aveva tuttavia precisato nei giorni scorsi che il piano rimane operativo e che l’attuazione dovrebbe procedere per fasi, sulla base di impegni sottoposti a verifica.
Dietro la disputa sulle modalità tecniche emerge così una divergenza politica più profonda. Washington tenta di costruire un percorso nel quale demilitarizzazione, ritiro israeliano, forza internazionale di stabilizzazione e nuova amministrazione palestinese siano parti dello stesso processo. Netanyahu punta invece a separare nettamente la questione della sicurezza da quella politica: prima la completa eliminazione delle capacità militari e di governo di Hamas, poi l’eventuale ritiro, senza che il processo possa trasformarsi in un passaggio verso il riconoscimento di uno Stato palestinese.
Il successo della missione di Kushner dipenderà quindi dalla possibilità di trasformare la disponibilità dichiarata da Hamas in atti concreti e verificabili e, contemporaneamente, di ottenere da Israele l’accettazione delle successive fasi del piano. È proprio su questa reciprocità che resta aperta la distanza tra le parti: entrambe chiedono che sia l’altra a compiere per prima il passo considerato irreversibile.

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Ungheria. Il governo Magyar rivede Paks II, tra siccità e dipendenza dalla Russia

di Giuseppe Gagliano –

Il governo ungherese guidato da Peter Magyar ha ordinato una revisione completa del progetto nucleare Paks II, affidato nel 2014 alla società statale russa Rosatom, mentre il caldo estremo e la siccità hanno ridotto la portata del Danubio mettendo in difficoltà la produzione nucleare della regione.
La centrale di Paks, che normalmente garantisce circa un terzo dell’elettricità ungherese, ha ridotto il proprio contributo a poco più del 10%. Problemi analoghi hanno interessato la Romania, costretta a fermare anche l’ultimo reattore operativo di Cernavoda per l’insufficiente disponibilità di acqua destinata al raffreddamento e ad acquistare elettricità dall’Ucraina attraverso la società moldava Energocom.
La situazione ha riportato al centro del dibattito Paks II, progetto voluto dal precedente governo di Viktor Orbán e basato sulla costruzione di due nuovi reattori con un finanziamento russo fino a 10 miliardi di euro. Magyar contesta ritardi e costi dell’opera, che secondo il programma originario avrebbe dovuto essere operativa entro il 2024. Budapest avrebbe già investito circa mille miliardi di fiorini, equivalenti a 2,8 miliardi di euro.
Rosatom sostiene che la preparazione del calcestruzzo per l’Unità 5 sia completata per oltre l’80%, che i lavori dell’Unità 6 stiano avanzando e che alcuni componenti siano già in produzione. Il governo ungherese ritiene invece necessario verificare la sostenibilità economica e tecnica dell’intero progetto.
Uno dei principali problemi riguarda il sistema di raffreddamento. La dipendenza diretta dalla portata del Danubio può obbligare una centrale a ridurre la produzione durante periodi di siccità e temperature elevate, proprio quando cresce la domanda di elettricità. Magyar ha quindi sollevato la questione dell’assenza di un sistema a circuito chiuso, la cui eventuale introduzione comporterebbe però nuovi investimenti, autorizzazioni e ulteriori ritardi.
Budapest dovrà decidere se proseguire con il progetto esistente, rinegoziarlo introducendo modifiche tecniche oppure ridimensionarlo a favore di fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e maggiori collegamenti con le reti europee. Una cancellazione potrebbe comportare penali e contenziosi con Mosca, mentre il completamento dell’opera manterrebbe l’Ungheria legata per decenni alla tecnologia, all’assistenza e potenzialmente alle forniture russe.
Paks II rappresenta infatti anche una questione geopolitica. Il progetto è stato uno dei principali simboli dei rapporti privilegiati costruiti da Orbán con Mosca e la sua revisione potrebbe segnare un riavvicinamento dell’Ungheria alla linea prevalente nell’Unione Europea. Bruxelles potrebbe favorire una ristrutturazione basata su maggiore diversificazione tecnologica e adattamento alle nuove condizioni climatiche.
Per la Russia, al contrario, la perdita o il ridimensionamento del progetto significherebbe rinunciare a un importante strumento di presenza economica e strategica nell’Europa centrale. Mosca potrebbe quindi chiedere compensazioni o utilizzare i rapporti energetici ancora esistenti con Budapest come leva negoziale.
La decisione su Paks II supera così la dimensione industriale. Per il governo Magyar si tratta di stabilire quanto del futuro energetico ungherese possa dipendere contemporaneamente dal Danubio, dalla tecnologia russa e dai finanziamenti di Mosca, in un momento in cui cambiamento climatico e tensioni geopolitiche stanno modificando gli equilibri energetici dell’Europa centrale.

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Schengen: più sicurezza non significa meno Europa

di Gerardo Petta * –

ZURIGO (CH). Di fronte alle critiche della sinistra, che considera la posizione del Governo italiano su Schengen una scelta meramente strumentale e dannosa, è necessario fare chiarezza. La tutela dei confini non è una bandiera ideologica: è una responsabilità di governo. La possibilità di reintrodurre temporaneamente i controlli alle frontiere interne è prevista dalle regole europee. Ricorrervi, quando ne sussistono le condizioni, non significa essere contro l’Europa, né mettere in discussione i rapporti di amicizia e collaborazione con la Spagna. Significa utilizzare uno strumento contemplato dall’ordinamento europeo per tutelare la sicurezza, la legalità e gli interessi del Paese.
Non si tratta, peraltro, di una scelta estranea alla prassi europea: diversi Stati membri hanno fatto ricorso, negli anni, a controlli temporanei alle frontiere interne. È quindi difficile sostenere che l’utilizzo di uno strumento previsto dalle stesse regole europee costituisca, di per sé, una scelta antieuropea.
Anche sulla questione migratoria occorre evitare confusioni. Il decreto flussi italiano riguarda ingressi regolari e programmati, disciplinati da procedure definite e stabiliti anche sulla base delle esigenze del mercato del lavoro. Ben diverso è il problema dell’immigrazione irregolare. Distinguere chiaramente tra questi due fenomeni è indispensabile per qualsiasi politica migratoria seria e credibile.
Naturalmente è legittimo, e in una democrazia doveroso, chiedere al Governo trasparenza sui numeri, sulle provenienze e sui meccanismi di ingresso. Ma è altrettanto necessario riconoscere che uno Stato ha il diritto e la responsabilità di governare i flussi migratori e di contrastare l’immigrazione irregolare.
È su questo punto che emerge una differenza politica sostanziale. Ritengo che solidarietà e accoglienza debbano necessariamente accompagnarsi a legalità, sicurezza, integrazione e sostenibilità. L’Italia non può adottare una politica delle porte aperte, ma deve essere nelle condizioni di decidere e controllare chi entra nel proprio territorio, contrastando gli ingressi irregolari e favorendo quelli legali, secondo regole e procedure precise.
Si può naturalmente discutere nel merito dell’efficacia e della proporzionalità delle singole misure. È questo il terreno sul quale dovrebbe svilupparsi un confronto politico serio. Ma liquidare automaticamente ogni rafforzamento dei controlli come una scelta meramente propagandistica significa eludere la questione centrale: come garantire sicurezza e legalità, governando al tempo stesso il fenomeno migratorio in maniera ordinata e sostenibile.
Governare significa anche prevenire situazioni fuori controllo. Tutelare i confini, nel rispetto delle regole europee, non significa essere contro l’Europa. Significa assumersi la responsabilità di governare e svolgere, con serietà, le funzioni che i cittadini hanno affidato alle istituzioni.

* Articolo in mediapartnership con Giornale Diplomatico.

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Filippine. Manila tratta con Pechino per petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale

di Giuseppe Gagliano –

Le Filippine e la Cina potrebbero avviare esplorazioni congiunte di petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale. Lo ha affermato il presidente filippino Ferdinand Marcos junior, secondo il quale i negoziati con Pechino avrebbero compiuto progressi sufficienti a rendere possibile un’intesa nonostante le persistenti dispute territoriali tra i due Paesi.
Per Manila la ricerca di nuove risorse energetiche è diventata prioritaria a causa del progressivo declino del giacimento di Malampaya, per anni fondamentale per la produzione elettrica nazionale. La diminuzione della produzione interna costringe infatti le Filippine a ricorrere maggiormente alle importazioni, esponendo il Paese alle oscillazioni dei prezzi internazionali.
Al centro dei negoziati potrebbe esserci il Banco di Reed, chiamato Banco Recto nelle Filippine, un’area potenzialmente ricca di idrocarburi che Manila considera parte della propria zona economica esclusiva. Pechino include invece quelle acque nelle proprie rivendicazioni sul Mar Cinese Meridionale.
La sentenza arbitrale internazionale del 2016 ha respinto le pretese storiche cinesi su gran parte del bacino, decisione che Pechino continua a non riconoscere. Un eventuale accordo dovrebbe quindi consentire lo sfruttamento delle risorse senza definire formalmente la sovranità sulle acque interessate, disciplinando investimenti, ricavi, sicurezza e gestione delle infrastrutture.
Per Manila il principale rischio politico consiste nell’evitare che la cooperazione venga interpretata come una rinuncia ai diritti rivendicati sulla base della sentenza del 2016. Pechino, parallelamente, difficilmente accetterebbe una formula che riconoscesse esplicitamente la giurisdizione filippina. Una soluzione potrebbe quindi prevedere un’intesa temporanea esclusivamente economica, rinviando la questione territoriale.
L’eventuale scoperta di riserve sfruttabili permetterebbe alle Filippine di ridurre le importazioni energetiche e aumentare la sicurezza degli approvvigionamenti, anche se sarebbero necessari anni prima dell’avvio della produzione commerciale. Servirebbero infatti piattaforme, condotte, infrastrutture costiere e consistenti investimenti.
Per la Cina l’intesa avrebbe invece un valore sia economico sia strategico. Pechino potrebbe ottenere accesso alle risorse e nuove opportunità per le proprie imprese, rafforzando contemporaneamente il proprio ruolo di interlocutore indispensabile nelle controversie regionali.
La possibile cooperazione energetica si inserisce tuttavia in un quadro caratterizzato da frequenti tensioni tra unità filippine e cinesi. Manila accusa da tempo la guardia costiera cinese e altre imbarcazioni di ostacolare le proprie attività nelle zone contese attraverso manovre pericolose e cannoni ad acqua. Marcos ha ribadito che qualsiasi collaborazione economica non comporterà una rinuncia ai diritti territoriali filippini.
Sul negoziato pesa anche il rapporto di alleanza tra Filippine e Stati Uniti. Manila ha ampliato negli ultimi anni la cooperazione militare con Washington e l’accesso americano alle proprie basi, una presenza che Pechino considera parte della strategia statunitense di contenimento della Cina nel Pacifico e attorno a Taiwan.
Un accordo limitato al Banco di Reed potrebbe quindi rappresentare la soluzione più praticabile, consentendo alle parti di sfruttare le risorse senza risolvere la controversia territoriale. Il fallimento dei colloqui potrebbe invece spingere Manila a procedere autonomamente o insieme a società di Paesi alleati, aumentando il rischio di nuovi confronti con la Cina.
L’esplorazione congiunta rappresenta così molto più di un’intesa energetica. Nel Mar Cinese Meridionale, dove si sovrappongono risorse, rotte commerciali e interessi militari, il negoziato mette alla prova la capacità delle Filippine di soddisfare le proprie esigenze energetiche senza compromettere le rivendicazioni territoriali e rafforzare ulteriormente l’influenza strategica di Pechino.

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Arabia Saudita. Riad lancia una coalizione navale mentre torna a crescere la tensione nello Yemen

di Giuseppe Gagliano –

L’Arabia Saudita ha annunciato l’avvio operativo di una coalizione multinazionale per proteggere la navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, mentre il confronto con gli Houthi torna a intensificarsi dopo circa quattro anni di relativa calma. Tredici Paesi hanno completato le procedure di adesione e quindici hanno sottoscritto la dichiarazione comune.
Riad fornirà il primo comandante della coalizione, mentre il Pakistan dovrebbe indicare il vicecomandante. La struttura avrà il compito di coordinare la raccolta e la condivisione delle informazioni, le esercitazioni e le operazioni navali destinate alla protezione del traffico mercantile.
L’iniziativa arriva mentre nello Yemen aumentano nuovamente gli scontri. Gli Houthi hanno attaccato campi militari delle forze governative sostenute dall’Arabia Saudita, sostenendo di avere individuato preparativi per un’offensiva contro i territori sotto il loro controllo. Almeno trenta militari governativi sarebbero rimasti uccisi.
La tensione era aumentata il 13 luglio, quando le forze appoggiate da Riad hanno colpito l’aeroporto di Sana’a per impedire a un velivolo iraniano di riportare nello Yemen una delegazione Houthi. Il movimento ha successivamente dichiarato conclusa la tregua e annunciato un blocco navale contro l’Arabia Saudita. Da allora sono state rivendicate operazioni contro infrastrutture marittime e petrolifere saudite, mentre Riad ha ripreso gli attacchi contro installazioni militari nello Yemen.
La sicurezza del Mar Rosso è diventata particolarmente importante per l’Arabia Saudita anche in seguito alle difficoltà della navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Saudi Aramco ha aumentato il trasferimento di greggio attraverso l’oleodotto che collega la parte orientale del Paese al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Da giugno le operazioni di carico avrebbero superato mediamente i quattro milioni di barili al giorno, oltre quattro volte il livello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente.
La strategia consente di ridurre la dipendenza da Hormuz, ma espone una quota crescente delle esportazioni saudite alle minacce nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb. Petrolio e derivati rappresentano oltre tre quarti delle esportazioni del regno e un deterioramento simultaneo della sicurezza sui due principali corridoi marittimi avrebbe conseguenze dirette sulle entrate pubbliche e sui programmi economici di Riad.
Gli Houthi non dispongono di una marina convenzionale paragonabile a quella saudita, ma possono utilizzare missili antinave e balistici, velivoli senza pilota, mine e imbarcazioni esplosive telecomandate. Strumenti relativamente economici che permettono di minacciare il traffico commerciale e aumentare i costi delle assicurazioni e dei trasporti.
La coalizione potrà rafforzare la sorveglianza, scortare le navi e migliorare l’intercettazione delle minacce, ma la sua efficacia dipenderà dall’integrazione tra ricognizione aerea, sorveglianza satellitare, difesa antimissile, sminamento e protezione dei porti, oltre che dalla definizione di regole d’intervento condivise.
Particolare rilievo assume la partecipazione del Pakistan, che dispone di esperienza navale nell’Oceano Indiano e mantiene stretti rapporti militari con l’Arabia Saudita. Islamabad potrebbe contribuire con personale e capacità operative, anche se resta da verificare fino a che punto sia disposta a essere coinvolta in un confronto diretto con gli Houthi e indirettamente con l’Iran, con il quale condivide una lunga frontiera.
Per Teheran, gli Houthi rappresentano uno strumento di pressione sull’Arabia Saudita e sulle rotte commerciali tra Asia, Europa e Mediterraneo. La coalizione è formalmente destinata alla sicurezza della navigazione, ma assume quindi anche una funzione di contenimento dell’influenza iraniana nella regione.
Il rischio principale resta quello di una nuova escalation nello Yemen. Un’offensiva delle forze sostenute da Riad potrebbe provocare attacchi Houthi contro porti, infrastrutture energetiche e territorio saudita, collegando ulteriormente le crisi del Mar Rosso, di Bab el Mandeb e dello Stretto di Hormuz. La nuova coalizione rappresenta così il tentativo saudita di proteggere uno dei corridoi energetici più importanti del mondo, mentre la ripresa delle ostilità yemenite minaccia di trasformare nuovamente il Mar Rosso in un fronte della competizione regionale.

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Russia. Unità missilistiche russe vicino a Hokkaido dopo la visita di Putin alle Curili

di Giuseppe Gagliano –

Quattro unità missilistiche della Flotta russa del Pacifico sono transitate a circa 40 chilometri da Hokkaido, senza entrare nelle acque territoriali giapponesi, pochi giorni dopo essere state avvistate nella stessa area e all’indomani della visita del presidente Vladimir Putin a Iturup, una delle Curili meridionali controllate da Mosca e rivendicate da Tokyo come Territori del Nord.
Le navi sono state individuate il 14 agosto al largo di Capo Soya e seguite da un velivolo da pattugliamento marittimo P-3C giapponese. Le stesse unità erano state osservate il 9 agosto nei pressi dell’isola di Rebun, prima di attraversare lo stretto di Soya e dirigersi successivamente verso ovest.
Le imbarcazioni appartengono al Progetto 12411M Molniya-1, classificato dalla Nato come classe Tarantul III, unità veloci equipaggiate con missili antinave. Il passaggio, pur avvenuto in acque internazionali, assume particolare rilievo nel quadro delle crescenti tensioni tra Russia e Giappone sulla sovranità delle Curili meridionali e della crescente militarizzazione dell’arcipelago.
La visita di Putin a Iturup ha provocato una dura reazione di Tokyo, che ha convocato l’ambasciatore russo presentando una protesta formale. Mosca ha respinto le contestazioni giapponesi, mentre Dmitrij Medvedev ha minacciato pesanti conseguenze qualora Tokyo insistesse nelle proprie rivendicazioni territoriali.
Le Curili meridionali furono occupate dall’Unione Sovietica nel 1945 e la controversia ha impedito a Russia e Giappone di concludere un trattato di pace definitivo dopo la Seconda guerra mondiale. I tentativi di raggiungere un compromesso sono progressivamente naufragati, soprattutto dopo l’adesione giapponese alle sanzioni occidentali contro Mosca e il rafforzamento della cooperazione militare tra Tokyo e Washington.
Per la Russia l’arcipelago riveste una rilevanza strategica particolare, poiché controlla gli accessi tra il Mare di Ochotsk e il Pacifico e contribuisce alla protezione delle forze della Flotta del Pacifico. L’aeroporto militare di Burevestnik, sull’isola di Iturup, rafforza inoltre la capacità russa di sorvegliare le rotte marittime e aeree della regione.
Alla dimensione militare si aggiunge quella economica. Le acque delle Curili sono ricche di risorse ittiche e la posizione dell’arcipelago consente di controllare importanti passaggi marittimi. Allo stesso tempo, nonostante le tensioni politiche, il Giappone continua ad attribuire importanza alle forniture energetiche provenienti dall’Estremo Oriente russo, in particolare a quelle legate ai progetti di Sachalin.
Il transito delle quattro unità russe appare quindi soprattutto come una dimostrazione militare calibrata, sufficientemente vicina al territorio giapponese da essere percepita come un segnale politico, ma condotta senza violare le acque territoriali. La disputa sulle Curili si inserisce ormai nel più ampio confronto strategico nel Pacifico tra Russia, Giappone e Stati Uniti.

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Usa. La lobby israeliana spinge Washington a ridimensionare l’ONU e a riscrivere l’ordine internazionale

di Giuseppe Gagliano –

Un centro studi israeliano ha incaricato una società di lobbying americana di promuovere a Washington una strategia per ridurre drasticamente il ruolo degli Stati Uniti nelle Nazioni Unite e sostituire progressivamente il sistema multilaterale con una rete di alleanze e organizzazioni guidate direttamente dagli americani. L’operazione, dal valore economico di appena 5.000 dollari, mostra come una commessa limitata possa inserirsi in un progetto politico molto più ampio già presente nella destra statunitense.
Il 24 giugno 2026 l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, con sede a Gerusalemme, ha affidato per un mese alla Mercury Public Affairs il compito di promuovere negli ambienti politici americani un rapporto elaborato da Gilad Erdan, già ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, e Asher Fredman, direttore esecutivo dell’istituto. L’attività è stata registrata negli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che disciplina l’attività degli agenti che rappresentano interessi stranieri.
Mercury aveva il compito di distribuire il documento e facilitare incontri con interlocutori delle commissioni parlamentari competenti per politica estera, difesa e stanziamenti, oltre che con il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento di Stato, la rappresentanza americana presso l’ONU e gli uffici della Casa Bianca responsabili del bilancio.
Il rapporto parte dalla convinzione che le Nazioni Unite siano ormai irriformabili. Gli autori contestano il principio secondo cui ogni Stato dispone di un voto nell’Assemblea generale e sostengono che Paesi con contributi finanziari limitati possano esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni dell’organizzazione. La Cina viene indicata come la principale beneficiaria di questo sistema grazie alla crescente capacità di coordinamento con i Paesi del Sud globale.
La proposta prevede una progressiva riduzione della partecipazione americana. Il Congresso dovrebbe eliminare i finanziamenti automatici alle organizzazioni internazionali e autorizzare individualmente ogni contributo. Washington potrebbe inoltre accettare la perdita del diritto di voto nell’Assemblea generale per mancato pagamento delle quote, mantenendo soltanto le collaborazioni considerate direttamente utili agli interessi nazionali.
L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto uscire dalle Nazioni Unite, ma trasferire progressivamente alcune delle loro funzioni verso accordi bilaterali, coalizioni temporanee, soggetti privati e organismi internazionali costruiti attorno alla leadership americana. Il multilateralismo universale verrebbe sostituito da una struttura selettiva nella quale l’accesso dipenderebbe dalla vicinanza strategica a Washington.
Israele occupa una posizione centrale in questa impostazione. Il rapporto accusa le istituzioni delle Nazioni Unite di applicare allo Stato israeliano criteri differenti rispetto ad altri Paesi e critica in particolare risoluzioni, commissioni d’inchiesta e iniziative internazionali considerate ostili a Gerusalemme. Si tratta delle posizioni degli autori, ma esse coincidono con una sensibilità ormai consolidata in parte della destra statunitense, che considera le organizzazioni multilaterali un limite alla sovranità americana e uno strumento attraverso il quale Cina, Iran e Paesi emergenti possono aumentare la propria influenza.
Il terreno politico negli Stati Uniti era già favorevole. Nel gennaio 2026 l’amministrazione Trump aveva disposto il ritiro americano da decine di organizzazioni e strutture internazionali, comprese numerose realtà collegate al sistema delle Nazioni Unite, nei limiti consentiti dalla legislazione statunitense.
Al Congresso esiste inoltre una proposta repubblicana per abrogare la normativa del 1945 sulla partecipazione americana all’ONU, chiudere la missione statunitense, interrompere i finanziamenti, rinunciare alle missioni di pace e mettere fine all’accordo che consente alle Nazioni Unite di mantenere la propria sede principale a New York. Il progetto non è diventato legge, ma dimostra come l’idea del disimpegno americano preceda l’iniziativa israeliana.
L’operazione del Misgav non crea quindi una nuova politica, ma tenta di inserirsi in un processo già in corso, fornendogli una giustificazione strategica particolarmente vicina agli interessi israeliani. Rappresenta il punto d’incontro tra il nazionalismo americano, la destra israeliana e l’industria delle relazioni istituzionali che opera nella capitale statunitense.
Un eventuale abbandono dell’ONU da parte degli Stati Uniti presenterebbe tuttavia rilevanti difficoltà giuridiche. La Carta delle Nazioni Unite non contiene una procedura esplicita per il recesso di uno Stato membro e Washington è indicata direttamente come uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Una decisione unilaterale aprirebbe quindi un confronto sulle prerogative del presidente, sui poteri finanziari del Congresso, sulla normativa americana e sugli obblighi internazionali assunti con la ratifica della Carta. Ancora più complessa sarebbe la questione del seggio permanente americano, la cui eventuale modifica richiederebbe un intervento sul testo stesso della Carta.
Per questo la strategia proposta dal Misgav appare orientata più allo svuotamento progressivo dell’organizzazione che a un’uscita immediata. La riduzione dei finanziamenti e della partecipazione potrebbe diminuire l’influenza delle Nazioni Unite senza affrontare direttamente tutti gli ostacoli giuridici di un recesso formale.
La scelta presenta però un paradosso strategico. Gli Stati Uniti dispongono nel Consiglio di sicurezza di un diritto di veto che consente loro di bloccare risoluzioni contrarie ai propri interessi, proteggere Israele e influenzare decisioni riguardanti sanzioni e interventi internazionali. Abbandonare volontariamente questo strumento significherebbe lasciare maggiore spazio alla Cina e alla Russia.
Pechino potrebbe sfruttare il ridimensionamento americano per aumentare la propria influenza diplomatica soprattutto in Africa, Asia e America Latina e presentarsi come principale difensore delle istituzioni multilaterali. Mosca conserverebbe invece una posizione privilegiata grazie al proprio seggio permanente e al diritto di veto.
Anche per Israele le conseguenze potrebbero essere ambivalenti. Gerusalemme considera da tempo molte strutture delle Nazioni Unite ostili, ma ha contemporaneamente beneficiato della protezione diplomatica americana nel Consiglio di sicurezza. Se gli Stati Uniti si ritirassero e l’ONU continuasse a funzionare grazie al sostegno di Cina, Unione europea e potenze emergenti, Israele potrebbe ritrovarsi con minore protezione internazionale.
Sul piano finanziario, gli Stati Uniti sono il principale contributore al sistema delle Nazioni Unite. Una parte consistente dei finanziamenti americani riguarda tuttavia non soltanto la burocrazia dell’organizzazione, ma programmi umanitari, alimentari, sanitari e di assistenza ai rifugiati che rappresentano anche strumenti della politica estera di Washington.
La riduzione dei contributi produrrebbe un risparmio immediato, ma potrebbe imporre agli Stati Uniti la costruzione di strutture alternative per svolgere alcune delle stesse funzioni. Coalizioni parallele, organismi privati e accordi bilaterali richiederebbero apparati amministrativi, logistici e finanziari propri.
Il rischio maggiore riguarda però l’influenza sulle regole internazionali. Telecomunicazioni, trasporti, sanità, proprietà intellettuale, commercio e gestione delle crisi dipendono anche da organismi multilaterali nei quali vengono definiti standard utilizzati a livello globale. Rinunciare a partecipare significa lasciare ad altre potenze uno spazio maggiore nella definizione delle norme alle quali anche le imprese americane potrebbero successivamente essere costrette ad adeguarsi.
La vicenda di Mercury dimostra soprattutto quanto l’accesso ai decisori rappresenti una componente strutturale della politica americana. La società ha lavorato in passato per governi, imprese e soggetti stranieri, compresa la società israeliana NSO, produttrice del sistema di sorveglianza Pegasus. La registrazione delle attività rende questi incarichi pubblici e legali, ma mostra il ruolo esercitato dalle società di lobbying nel collegare interessi stranieri e processo decisionale statunitense.
I 5.000 dollari pagati dal Misgav non possono determinare l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite. Possono però servire a ottenere incontri, diffondere un documento e inserirne le proposte in un dibattito politico già avanzato.
La vicenda non dimostra quindi che Israele stia imponendo segretamente a Washington l’abbandono dell’ONU. Mostra invece una convergenza tra settori politici israeliani e americani che considerano l’attuale sistema multilaterale incompatibile con i rispettivi interessi strategici.
La questione centrale riguarda il futuro stesso della politica estera americana. Washington dovrà scegliere se continuare a esercitare la propria influenza dall’interno delle istituzioni internazionali, accettandone compromessi e limiti, oppure tentare di sostituirle con un sistema dominato da alleanze selettive. Nel secondo caso gli Stati Uniti potrebbero ottenere maggiore libertà d’azione immediata, ma rischierebbero contemporaneamente di lasciare a Cina e Russia una parte crescente degli strumenti attraverso i quali vengono definite le regole dell’ordine mondiale.

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Cisgiordania. Il Papa, Stop alle violenze contro i palestinesi’

Dire * –

“Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. È l’appello lanciato all’Angelus da Papa Leone XIV.
Dopo la preghiera mariana recitata questa domenica, 16 agosto, in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Pontefice è tornato ad affrontare il tema delle violenze che si perpetuano ai danni della popolazione palestinese nella West Bank, terra contesa dagli israeliani. Di qui la supplica del Pontefice che chiede “con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura”. Un pensiero infine da patte di Papa Prevost anche ai Giochi del Mediterraneo che si disputeranno a Taranto dal 21 agosto al 3 settembre 2026 prossimi: siano una “profezia di pace e di fratellanza tra i popoli”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Grecia. Il cortocircuito della transizione verde tra incendi, reti fragili e abbandono del territorio

di Alessandro Pompei –

Gli incendi che nell’estate del 2026 hanno colpito la Grecia, devastando l’Attica occidentale e Creta e mandando in fumo oltre 14mila ettari, hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità della rete elettrica e il rapporto sempre più problematico tra crescita delle energie rinnovabili, manutenzione delle infrastrutture e gestione del territorio. Secondo i dati preliminari della Direzione investigativa sui crimini di incendio dei Vigili del Fuoco greci, i guasti riconducibili alla rete elettrica, pur costituendo una quota limitata degli inneschi, sarebbero stati responsabili di circa tre quarti della superficie complessivamente percorsa dalle fiamme.
Il dato mette in evidenza una contraddizione per un Paese considerato tra i protagonisti della transizione energetica europea. La Grecia ha infatti portato stabilmente oltre il 50 per cento la quota di energia pulita nel proprio mix elettrico e continua ad aumentare rapidamente la capacità fotovoltaica. Alla crescita della generazione rinnovabile non è però corrisposto un adeguamento altrettanto rapido delle infrastrutture di distribuzione.
Durante le ondate di calore, le temperature elevate si sommano al riscaldamento dei conduttori provocato dall’aumento della domanda elettrica per la climatizzazione e dai consistenti flussi di energia solare immessi nella rete. La dilatazione termica può determinare l’abbassamento dei cavi aerei. In presenza di vento forte e vegetazione troppo vicina alle linee, possono verificarsi contatti, archi elettrici o cadute di conduttori, con la conseguente proiezione di materiale incandescente sulla vegetazione secca.
Il problema riguarda una rete di distribuzione a media e bassa tensione che utilizza ancora oltre 120mila chilometri di linee aeree e circa 4,5 milioni di sostegni in legno. Una struttura concepita in condizioni climatiche ed energetiche differenti da quelle attuali e sottoposta a decenni di esercizio.
La fragilità della rete, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. L’abbandono progressivo dell’agricoltura tradizionale, del pascolo e della gestione forestale nelle zone collinari e montane ha favorito l’accumulo di vegetazione e biomassa secca. Arbusti e pinete altamente infiammabili hanno progressivamente occupato vaste aree, creando una continuità del combustibile che permette alle fiamme di propagarsi con estrema rapidità.
In assenza di sfalcio, pascolamento controllato e gestione forestale, anche un singolo innesco può quindi trasformarsi rapidamente in un incendio di grandi dimensioni, soprattutto durante le giornate caratterizzate da temperature elevate, siccità e vento intenso.
A pesare sulla situazione è anche l’eredità della crisi finanziaria. Durante i programmi di aggiustamento economico tra il 2010 e il 2018, la manutenzione delle infrastrutture e la prevenzione forestale hanno risentito delle restrizioni di bilancio. Potature lungo le linee elettriche, sostituzione dei pali degradati e ammodernamento degli isolatori sono stati rinviati, mentre anche il personale forestale ha subito una forte riduzione.
La strategia pubblica si è così progressivamente spostata dalla prevenzione alla gestione dell’emergenza, privilegiando gli interventi di spegnimento, compresi quelli aerei, rispetto alla manutenzione preventiva del territorio. Una scelta che comporta costi elevati e interviene quando l’incendio ha spesso già assunto dimensioni difficili da controllare.
Il fenomeno solleva anche interrogativi sulla contabilità ambientale della transizione energetica. Nel 2025 la Grecia ha installato circa 1,84 gigawatt di nuova capacità fotovoltaica, potenzialmente in grado di produrre circa 2,85 terawattora di elettricità all’anno e di evitare emissioni significative rispetto alla produzione da gas e lignite. Gli incendi del 2026 hanno però determinato contemporaneamente il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica proveniente dalla combustione della biomassa.
Il confronto deve comunque tenere conto delle differenti scale temporali. Un impianto fotovoltaico produce elettricità a basse emissioni per diversi decenni, mentre una parte della CO2 liberata dagli incendi forestali può essere nuovamente assorbita dalla vegetazione durante la ricrescita. Gli incendi producono tuttavia danni ambientali che vanno ben oltre il bilancio del carbonio.
La perdita della copertura vegetale riduce infatti ombreggiamento ed evapotraspirazione, aumenta la temperatura del terreno e rende più difficile la rigenerazione degli ecosistemi. Le alte temperature raggiunte durante i roghi possono inoltre modificare le caratteristiche del suolo e ridurne la capacità di assorbire l’acqua.
Con l’arrivo delle piogge autunnali, i versanti bruciati diventano così maggiormente esposti a erosione, smottamenti, colate detritiche e alluvioni improvvise. Un incendio provocato durante l’estate da un guasto elettrico può quindi trasformarsi pochi mesi dopo in un problema idrogeologico, con conseguenze per abitazioni e infrastrutture situate a valle.
Un’altra criticità riguarda la capacità della rete greca di assorbire la crescente produzione rinnovabile. Nelle ore di massima generazione fotovoltaica si verificano congestioni che obbligano il gestore del sistema a limitare temporaneamente la produzione di alcuni impianti. I cosiddetti curtailment riducono l’energia effettivamente utilizzata e incidono sia sulla redditività degli investimenti sia sui benefici ambientali attesi.
Il caso greco evidenzia inoltre un problema nella distribuzione degli investimenti. Una parte consistente delle risorse europee è stata destinata alla realizzazione di nuovi impianti di generazione, mentre interventi meno redditizi ma essenziali per la sicurezza, come manutenzione delle linee, gestione della vegetazione e rafforzamento dei servizi forestali, hanno ricevuto minore attenzione.
Un precedente significativo è rappresentato dalla California, dove la crisi della utility Pacific Gas and Electric, coinvolta negli incendi del 2017 e 2018, ha portato a una profonda revisione delle procedure di manutenzione, delle responsabilità degli operatori e dei protocolli di disalimentazione preventiva delle linee nelle aree maggiormente esposte.
Per la Grecia l’interramento dell’intera rete, il cui costo sarebbe nell’ordine di decine di miliardi di euro, appare difficilmente praticabile. Esistono però interventi intermedi, dalla sostituzione dei conduttori nudi con cavi aerei isolati nelle zone forestali più pericolose all’impiego di droni e sistemi LiDAR per controllare la crescita della vegetazione vicino alle linee. Anche sistemi di protezione capaci di interrompere rapidamente l’alimentazione in presenza di anomalie possono ridurre significativamente la probabilità che un guasto produca un incendio.
L’esperienza greca mostra quindi che l’aumento della capacità rinnovabile non può essere separato dalla sicurezza della rete e dalla gestione del territorio. Senza investimenti paralleli nelle infrastrutture elettriche, nella prevenzione forestale e nella manutenzione delle aree rurali, la transizione energetica rischia di procedere più rapidamente della capacità del territorio di sostenerla.

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Cisgiordania. La polizia sostituisce l’esercito, cresce il timore di un’annessione di fatto

di Giuseppe Gagliano –

Israele trasferirà alla polizia parte delle funzioni civili finora esercitate dall’esercito in Cisgiordania, una riorganizzazione annunciata dal ministro della Difesa Israel Katz che potrebbe avere conseguenze politiche e giuridiche ben superiori alla semplice redistribuzione delle competenze. L’esercito dovrebbe concentrarsi sulle operazioni antiterrorismo, sulla protezione degli insediamenti e sul controllo dei confini, mentre alla polizia verrebbe affidata l’applicazione ordinaria della legge.
La misura consentirebbe alle forze armate di liberare uomini e mezzi dai compiti di ordine pubblico, ma introduce anche un elemento politicamente sensibile: la progressiva sostituzione dell’amministrazione militare con strutture civili israeliane può essere interpretata come un ulteriore passo verso la normalizzazione del controllo sulla Cisgiordania.
Il cambiamento non modifica automaticamente lo status giuridico del territorio. Secondo il diritto internazionale, infatti, ciò che determina l’esistenza di un’occupazione è il controllo effettivo e non la natura militare o civile delle autorità che lo esercitano. L’articolo 43 del Regolamento dell’Aia del 1907 impone alla potenza occupante di garantire l’ordine pubblico rispettando, salvo impedimenti, la legislazione esistente. Gli eventuali agenti israeliani continuerebbero quindi ad agire come organi dello Stato occupante e Israele rimarrebbe responsabile del rispetto dei diritti della popolazione palestinese.
Un elemento decisivo riguarda le aree A, B e C definite dagli accordi israelo palestinesi del 1995. Nelle aree A l’Autorità palestinese esercita competenze civili e di polizia, nelle aree B conserva responsabilità civili e di ordine pubblico mentre Israele mantiene importanti competenze di sicurezza, nell’area C il controllo israeliano è invece molto più esteso. L’annuncio di Katz non chiarisce fino a che punto arriveranno le nuove competenze della polizia.
Se l’intervento riguardasse prevalentemente l’area C e la popolazione degli insediamenti, la misura rappresenterebbe soprattutto una riorganizzazione delle strutture israeliane. Un’estensione stabile dell’attività della polizia alle aree A e B, con la sottrazione di competenze all’Autorità palestinese, avrebbe invece conseguenze politiche più profonde e potrebbe svuotare ulteriormente gli accordi di Oslo.
Il provvedimento non costituisce di per sé un’annessione formale, perché Israele non ha dichiarato la propria sovranità sulla Cisgiordania. Il problema riguarda tuttavia la possibilità di un’annessione di fatto attraverso la progressiva estensione delle funzioni normalmente esercitate da uno Stato, dall’amministrazione civile alla polizia, dalla pianificazione urbanistica alle infrastrutture e agli insediamenti.
Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia, attraverso un parere consultivo, ha considerato diverse politiche israeliane parte di un processo di annessione di porzioni del territorio palestinese e ha giudicato illegale la prosecuzione della presenza israeliana nei territori occupati. Israele contesta questa impostazione, richiama le proprie esigenze di sicurezza e sostiene che lo status definitivo dei territori debba essere stabilito attraverso negoziati.
Rimane inoltre il problema della presenza di due differenti sistemi giuridici. I coloni israeliani sono sottoposti in larga misura alla legislazione civile israeliana, mentre la popolazione palestinese vive sotto una combinazione di legislazione locale, ordinanze militari e competenze dell’Autorità palestinese. L’estensione dell’attività della polizia potrebbe consolidare ulteriormente questa separazione, soprattutto qualora non fosse accompagnata da un’effettiva repressione delle violenze commesse dai coloni.
La questione resta strettamente collegata alla continua espansione degli insediamenti, considerati illegali dalla maggior parte della comunità internazionale. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta alla potenza occupante di trasferire parte della propria popolazione civile nel territorio occupato e la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell’Onu ha ribadito che gli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967 non hanno validità giuridica.
Dal punto di vista operativo, l’esercito potrebbe ottenere il vantaggio di concentrare maggiori risorse sulle attività militari e di sicurezza. Restano però interrogativi sulla capacità della polizia di assumere le nuove competenze e sul coordinamento politico e operativo della riforma.
Il rischio per Israele è che un beneficio immediato sul piano della sicurezza produca conseguenze strategiche più ampie. La progressiva integrazione amministrativa della Cisgiordania potrebbe aumentare le pressioni diplomatiche e giudiziarie internazionali e indebolire ulteriormente l’Autorità palestinese. La sostituzione dei militari con la polizia, quindi, non modifica formalmente lo status dei territori, ma può contribuire a rendere permanente e ordinario un controllo che continua a essere al centro della disputa sulla possibile annessione di fatto della Cisgiordania.

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Cina. Il pensiero di Xi Jinping diventa dottrina del Partito

di Dario Rivolta * –

Per lunghi secoli in Europa si sostenne che re e imperatori governassero perché legittimati direttamente da Dio e la motivazione si rifaceva, tra l’altro, alla “Lettera ai Romani” di san Paolo. Bisognò arrivare al 1688 perché, per primi in Inghilterra, si decidesse che la sovranità spettasse al Parlamento, non al re, e che Dio non c’entrasse nulla. Circa un secolo dopo, in Francia e nel resto d’Europa ci vollero l’Illuminismo e la Rivoluzione per ammettere che i re, ove continuavano a esistere, avessero un potere puramente terreno. Quel concetto di “potere divino” non è però sparito del tutto e ovunque, nemmeno in Europa. Nel 1870 la Chiesa cattolica stabilì che ogni dichiarazione del Papa in carica, se fatta ex cathedra, dovesse considerarsi infallibile perché dottrina a lui rivelata direttamente da Dio. Quindi a lui e solo a lui era demandato il potere di enunciare la “verità”.
Non c’è quindi da stupirsi più di tanto se, pur con origini culturali e abitudini totalmente diverse, in Cina succede ancora oggi qualcosa di simile, anche se laggiù nessuno sente la necessità di invocare un’investitura divina. Tutti ricorderanno come i detti di Mao Tse-tung e il suo “Libretto rosso” fossero forzosamente considerati da tutti i cinesi, e anche dai loro pedissequi seguaci in Europa, quale “verità assoluta” e, dunque, unica interpretazione possibile della storia e della politica. Con i cambiamenti avvenuti dopo la sua morte si pensò che le cose sarebbero molto cambiate. In realtà mutò davvero tanto, ma sempre facendo riferimento agli “insegnamenti” di Mao e, naturalmente, al marxismo. Successe un po’ come con il nostro “ipse dixit” medievale, che faceva riferimento ai pensieri di Aristotele: si partiva da lui per arrivare talvolta a soluzioni anche opposte, ma senza mai smentirlo. Pensare, tuttavia, che in Cina il dover credere a un capo infallibile non sia più un obbligo politico è sbagliato.
Il Partito comunista al potere ha annunciato oggi un nuovo diktat filosofico-politico cui gli abitanti della Repubblica Popolare Cinese devono adeguarsi: il pensiero del presidente Xi Jinping. Nello scorso giugno, durante una conferenza nazionale del partito, quel “pensiero” è stato salutato come “una pietra miliare nella storia della teoria marxista sulla costruzione del partito e nella storia della costruzione del Partito Comunista Cinese”. La notizia è stata diffusa in modo imperativo dalla televisione statale CCTV e attribuita al responsabile dell’ideologia del partito Cai Qi, alto membro del Comitato permanente del Politburo. Il concetto di fondo raggruppa “14 principi fondamentali”, tra cui l’insistenza su “un autogoverno del Partito completo e rigoroso, un sistema organizzativo coeso a tutti i livelli, una lotta alla corruzione e un perfezionamento delle istituzioni e dei meccanismi di legiferazione”. Si prevede che il “pensiero” di Xi Jinping venga introdotto al più presto nelle aule scolastiche cinesi. In altre parole, ecco la Verità, la nuova, la sola, cui attenersi.
Un ricercatore senior presso l’Istituto Nazionale di Studi Strategici dell’Università Tsinghua ha affermato: “La dottrina di Xi… è destinata a diventare il principio guida del partito al potere in Cina per i decenni a venire, in quanto delinea gli obiettivi chiave che coprono tutti i principali aspetti della costruzione del partito, inclusi la teoria, la disciplina, l’organizzazione, la qualità dei quadri e la formazione”. Gli ambiti in cui tutto ciò dovrà realizzarsi sono numerosi, ma in particolare lo saranno l’economia, l’esercito, la diplomazia e la cultura.
Poiché in Cina è ammesso un solo partito, e cioè il Partito Comunista Cinese, va da sé che nessuno avrà il diritto, né il coraggio, di contraddirlo o discuterlo. Sembra di sentire il vecchio detto: tutto cambia affinché nulla cambi.
Certamente, con il nostro modo di pensare e di vivere ci sono enormi differenze, fortunatamente, da non sottovalutare, ma, nel nostro piccolo, provate a criticare ciò che dice il nostro Presidente della Repubblica o a sostenere che spesso ripeta banalità: vi troverete accusati per “lesa maestà” o, come si usa dire ora, vilipendio. Forse ce lo dimentichiamo, ma per configurare il reato è sufficiente “qualsiasi espressione o rappresentazione idonea a menomare il prestigio del Capo dello Stato”. E il reato è perseguibile d’ufficio, anche senza denunce. Ecco il dispositivo dell’art. 278 del Codice Penale, che mantiene il testo originario del 1930: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Come se non bastasse, a lui è equiparato anche il Sommo Pontefice.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

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Vietnam. Hanoi costruisce la sua più grande fregata antisommergibile e punta sull’autonomia militare

di Giuseppe Gagliano –

Il Vietnam ha avviato la costruzione della più grande fregata antisommergibile mai realizzata nel Paese, segnando un nuovo passo nella strategia di Hanoi per ridurre la dipendenza dalle forniture militari straniere e sviluppare un’industria nazionale della difesa. La nave sarà costruita presso il cantiere Song Thu di Danang, appartenente al ministero della Difesa, con la partecipazione del gruppo tecnologico militare Viettel e degli istituti di ricerca vietnamiti.
Una parte significativa delle armi, dei sensori e delle apparecchiature dovrebbe essere sviluppata o assemblata nel Paese. La principale sfida sarà tuttavia l’integrazione dei diversi sistemi necessari alla guerra antisommergibile, dagli apparati acustici ai siluri, dagli elicotteri ai sistemi di comando e alle comunicazioni protette.
La scelta di sviluppare una fregata specializzata nella lotta antisommergibile riflette le preoccupazioni di Hanoi per la crescente presenza navale cinese nel Mar Cinese Meridionale. Il Vietnam non può competere quantitativamente con la marina di Pechino e punta quindi a rafforzare le proprie capacità di dissuasione attraverso una rete composta da unità di superficie, sottomarini della classe Kilo, velivoli da ricognizione e sistemi missilistici costieri.
L’esperienza maturata con i sei sottomarini Kilo di fabbricazione russa e con le fregate della classe Gepard rappresenta una base importante per il nuovo programma. La capacità operativa della futura unità dipenderà comunque dall’addestramento degli equipaggi e dall’integrazione con una più ampia rete di sorveglianza marittima.
Il progetto risponde anche alla necessità di ridurre la tradizionale dipendenza militare dalla Russia, per decenni principale fornitore di sottomarini, fregate, velivoli e sistemi missilistici al Vietnam. La guerra in Ucraina, le sanzioni occidentali e le difficoltà dell’industria russa hanno reso più complessi i rifornimenti e spinto Hanoi verso una progressiva diversificazione dei partner.
India, Corea del Sud, Israele, Giappone, Francia e Australia rappresentano possibili fornitori di tecnologie, componenti elettronici e sistemi avanzati. Il Vietnam punta tuttavia a evitare di sostituire la dipendenza dalla Russia con quella da un altro Paese, privilegiando trasferimenti tecnologici e produzione nazionale.
In questo quadro assume particolare importanza il rafforzamento dei rapporti con l’Australia. Hanoi e Canberra condividono interessi nella sicurezza marittima e nella libertà di navigazione, pur senza costruire un’alleanza militare formale. La cooperazione tra la Guardia costiera vietnamita e la Forza di frontiera australiana punta ad aumentare il coordinamento nel controllo delle acque, nel contrasto ai traffici illegali, nella formazione e nello scambio di informazioni.
La convergenza strategica è accompagnata da una crescente integrazione economica. Nei primi sei mesi del 2026 gli scambi bilaterali sarebbero aumentati del 22 per cento, raggiungendo 8,1 miliardi di dollari. Il Vietnam esporta soprattutto prodotti elettronici, telefoni e abbigliamento, mentre importa dall’Australia carbone, gas naturale e materie prime.
La disponibilità australiana di minerali strategici ed energia e la capacità manifatturiera vietnamita possono favorire inoltre lo sviluppo di catene di approvvigionamento meno dipendenti dalla Cina, soprattutto nei settori dei microcomponenti, delle tecnologie energetiche e delle materie prime indispensabili anche all’industria della difesa.
Hanoi mantiene comunque la propria tradizionale politica di equilibrio. La Cina resta uno dei principali partner economici del Vietnam e contemporaneamente il maggiore concorrente strategico nelle acque contese del Mar Cinese Meridionale. L’avvicinamento all’Australia non rappresenta quindi una scelta di campo contro Pechino, ma uno strumento per rafforzare la capacità negoziale e militare vietnamita.
La fregata costruita a Danang difficilmente modificherà da sola gli equilibri navali regionali, ma rappresenta un passaggio significativo verso una maggiore autonomia strategica. Per Hanoi il risultato più importante sarà dimostrare di poter costruire, integrare e mantenere autonomamente unità militari sempre più complesse, riducendo la dipendenza dalla Russia e aumentando contemporaneamente il costo di qualsiasi pressione militare nel Mar Cinese Meridionale.

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Ecuador. L’ombra della Cia sugli attacchi alle imbarcazioni al largo delle Galápagos

di Giuseppe Gagliano –

Un peschereccio scomparso con otto uomini a bordo, altre imbarcazioni attaccate da piccoli velivoli senza pilota e pescatori catturati e trasferiti in El Salvador alimentano gli interrogativi su una possibile operazione clandestina statunitense nelle acque al largo delle Galápagos. Secondo un’inchiesta del Washington Post, dietro alcuni degli episodi potrebbe esserci un programma segreto della Cia collegato alla nuova strategia americana contro il narcotraffico.
L’Agenzia non ha confermato l’esistenza dell’operazione, mentre le autorità militari statunitensi hanno negato di conoscere gli episodi e il governo salvadoregno non ha fornito chiarimenti. A sollevare ulteriori interrogativi sono però i movimenti di un aereo statunitense da sorveglianza denominato Fenix 701 e il trasferimento di alcuni pescatori verso El Salvador.
Non sono state rese pubbliche prove che dimostrino il coinvolgimento degli equipaggi colpiti nel traffico di cocaina. I superstiti sostengono di essere stati impegnati esclusivamente nella pesca. Se questa ricostruzione fosse confermata, gli attacchi assumerebbero una rilevanza particolare anche sotto il profilo del diritto internazionale, soprattutto qualora fossero avvenuti all’interno della zona economica esclusiva dell’Ecuador.
L’amministrazione Trump avrebbe sviluppato due strumenti paralleli nella lotta al narcotraffico. Il primo è rappresentato dalla campagna militare dichiarata contro le imbarcazioni sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Il secondo sarebbe invece un programma clandestino affidato alla Cia, dopo che nell’ottobre 2025 il presidente avrebbe concesso all’Agenzia nuovi poteri contro le organizzazioni criminali transnazionali, compresa la possibilità di utilizzare la forza letale.
L’impiego di piccoli velivoli senza pilota permetterebbe di colpire le imbarcazioni senza esporre direttamente personale americano, mentre gli aerei da sorveglianza potrebbero individuare e seguire gli obiettivi prima dell’intervento di unità incaricate di recuperare eventuali superstiti. Una strategia che presenta tuttavia un rischio elevato di coinvolgere pescatori estranei al narcotraffico, soprattutto in un’area marittima caratterizzata dalla presenza di numerose piccole imbarcazioni e da sistemi di identificazione spesso insufficienti.
Particolare attenzione viene riservata all’aeroporto salvadoregno di Ilopango, dove sarebbe stato osservato Fenix 701. Lo scalo fu utilizzato negli anni Ottanta nell’ambito delle operazioni statunitensi legate al conflitto contro il governo sandinista del Nicaragua e oggi potrebbe nuovamente avere una funzione logistica. La stretta collaborazione tra Washington e il presidente Nayib Bukele rende inoltre El Salvador un possibile punto di appoggio per attività di sorveglianza, trasferimento dei prigionieri e raccolta di informazioni.
Le acque delle Galápagos hanno un’importanza strategica perché si trovano lungo alcune delle rotte utilizzate per trasferire la cocaina dalle aree di produzione sudamericane verso il Messico e gli Stati Uniti. In questo sistema anche imbarcazioni normalmente destinate alla pesca possono essere utilizzate per fornire carburante, viveri e assistenza logistica ai trafficanti, rendendo particolarmente difficile distinguere le attività criminali da quelle legali.
La vicenda solleva infine una questione di sovranità. Qualora venisse confermato che la Cia ha condotto operazioni armate nella zona economica esclusiva ecuadoriana senza il consenso di Quito, la strategia statunitense segnerebbe un ulteriore passaggio dalla tradizionale attività di contrasto al narcotraffico verso un modello militare fondato sull’individuazione e sull’eliminazione degli obiettivi.
La classificazione dei narcotrafficanti come soggetti assimilabili a combattenti rischia infatti di trasferire alla guerra alla droga strumenti sviluppati dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre nella lotta al terrorismo. Il caso degli otto uomini della Fiorella, scomparsi nel Pacifico senza che siano state rese pubbliche accuse o prove sul loro eventuale coinvolgimento nel narcotraffico, potrebbe diventare uno dei casi più controversi di questa nuova strategia americana.

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