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Usa. La lobby israeliana spinge Washington a ridimensionare l’ONU e a riscrivere l’ordine internazionale

di Giuseppe Gagliano –

Un centro studi israeliano ha incaricato una società di lobbying americana di promuovere a Washington una strategia per ridurre drasticamente il ruolo degli Stati Uniti nelle Nazioni Unite e sostituire progressivamente il sistema multilaterale con una rete di alleanze e organizzazioni guidate direttamente dagli americani. L’operazione, dal valore economico di appena 5.000 dollari, mostra come una commessa limitata possa inserirsi in un progetto politico molto più ampio già presente nella destra statunitense.
Il 24 giugno 2026 l’Istituto Misgav per la sicurezza nazionale e la strategia sionista, con sede a Gerusalemme, ha affidato per un mese alla Mercury Public Affairs il compito di promuovere negli ambienti politici americani un rapporto elaborato da Gilad Erdan, già ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, e Asher Fredman, direttore esecutivo dell’istituto. L’attività è stata registrata negli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act, la legge che disciplina l’attività degli agenti che rappresentano interessi stranieri.
Mercury aveva il compito di distribuire il documento e facilitare incontri con interlocutori delle commissioni parlamentari competenti per politica estera, difesa e stanziamenti, oltre che con il Consiglio per la sicurezza nazionale, il Dipartimento di Stato, la rappresentanza americana presso l’ONU e gli uffici della Casa Bianca responsabili del bilancio.
Il rapporto parte dalla convinzione che le Nazioni Unite siano ormai irriformabili. Gli autori contestano il principio secondo cui ogni Stato dispone di un voto nell’Assemblea generale e sostengono che Paesi con contributi finanziari limitati possano esercitare un’influenza sproporzionata sulle decisioni dell’organizzazione. La Cina viene indicata come la principale beneficiaria di questo sistema grazie alla crescente capacità di coordinamento con i Paesi del Sud globale.
La proposta prevede una progressiva riduzione della partecipazione americana. Il Congresso dovrebbe eliminare i finanziamenti automatici alle organizzazioni internazionali e autorizzare individualmente ogni contributo. Washington potrebbe inoltre accettare la perdita del diritto di voto nell’Assemblea generale per mancato pagamento delle quote, mantenendo soltanto le collaborazioni considerate direttamente utili agli interessi nazionali.
L’obiettivo non sarebbe quindi soltanto uscire dalle Nazioni Unite, ma trasferire progressivamente alcune delle loro funzioni verso accordi bilaterali, coalizioni temporanee, soggetti privati e organismi internazionali costruiti attorno alla leadership americana. Il multilateralismo universale verrebbe sostituito da una struttura selettiva nella quale l’accesso dipenderebbe dalla vicinanza strategica a Washington.
Israele occupa una posizione centrale in questa impostazione. Il rapporto accusa le istituzioni delle Nazioni Unite di applicare allo Stato israeliano criteri differenti rispetto ad altri Paesi e critica in particolare risoluzioni, commissioni d’inchiesta e iniziative internazionali considerate ostili a Gerusalemme. Si tratta delle posizioni degli autori, ma esse coincidono con una sensibilità ormai consolidata in parte della destra statunitense, che considera le organizzazioni multilaterali un limite alla sovranità americana e uno strumento attraverso il quale Cina, Iran e Paesi emergenti possono aumentare la propria influenza.
Il terreno politico negli Stati Uniti era già favorevole. Nel gennaio 2026 l’amministrazione Trump aveva disposto il ritiro americano da decine di organizzazioni e strutture internazionali, comprese numerose realtà collegate al sistema delle Nazioni Unite, nei limiti consentiti dalla legislazione statunitense.
Al Congresso esiste inoltre una proposta repubblicana per abrogare la normativa del 1945 sulla partecipazione americana all’ONU, chiudere la missione statunitense, interrompere i finanziamenti, rinunciare alle missioni di pace e mettere fine all’accordo che consente alle Nazioni Unite di mantenere la propria sede principale a New York. Il progetto non è diventato legge, ma dimostra come l’idea del disimpegno americano preceda l’iniziativa israeliana.
L’operazione del Misgav non crea quindi una nuova politica, ma tenta di inserirsi in un processo già in corso, fornendogli una giustificazione strategica particolarmente vicina agli interessi israeliani. Rappresenta il punto d’incontro tra il nazionalismo americano, la destra israeliana e l’industria delle relazioni istituzionali che opera nella capitale statunitense.
Un eventuale abbandono dell’ONU da parte degli Stati Uniti presenterebbe tuttavia rilevanti difficoltà giuridiche. La Carta delle Nazioni Unite non contiene una procedura esplicita per il recesso di uno Stato membro e Washington è indicata direttamente come uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza.
Una decisione unilaterale aprirebbe quindi un confronto sulle prerogative del presidente, sui poteri finanziari del Congresso, sulla normativa americana e sugli obblighi internazionali assunti con la ratifica della Carta. Ancora più complessa sarebbe la questione del seggio permanente americano, la cui eventuale modifica richiederebbe un intervento sul testo stesso della Carta.
Per questo la strategia proposta dal Misgav appare orientata più allo svuotamento progressivo dell’organizzazione che a un’uscita immediata. La riduzione dei finanziamenti e della partecipazione potrebbe diminuire l’influenza delle Nazioni Unite senza affrontare direttamente tutti gli ostacoli giuridici di un recesso formale.
La scelta presenta però un paradosso strategico. Gli Stati Uniti dispongono nel Consiglio di sicurezza di un diritto di veto che consente loro di bloccare risoluzioni contrarie ai propri interessi, proteggere Israele e influenzare decisioni riguardanti sanzioni e interventi internazionali. Abbandonare volontariamente questo strumento significherebbe lasciare maggiore spazio alla Cina e alla Russia.
Pechino potrebbe sfruttare il ridimensionamento americano per aumentare la propria influenza diplomatica soprattutto in Africa, Asia e America Latina e presentarsi come principale difensore delle istituzioni multilaterali. Mosca conserverebbe invece una posizione privilegiata grazie al proprio seggio permanente e al diritto di veto.
Anche per Israele le conseguenze potrebbero essere ambivalenti. Gerusalemme considera da tempo molte strutture delle Nazioni Unite ostili, ma ha contemporaneamente beneficiato della protezione diplomatica americana nel Consiglio di sicurezza. Se gli Stati Uniti si ritirassero e l’ONU continuasse a funzionare grazie al sostegno di Cina, Unione europea e potenze emergenti, Israele potrebbe ritrovarsi con minore protezione internazionale.
Sul piano finanziario, gli Stati Uniti sono il principale contributore al sistema delle Nazioni Unite. Una parte consistente dei finanziamenti americani riguarda tuttavia non soltanto la burocrazia dell’organizzazione, ma programmi umanitari, alimentari, sanitari e di assistenza ai rifugiati che rappresentano anche strumenti della politica estera di Washington.
La riduzione dei contributi produrrebbe un risparmio immediato, ma potrebbe imporre agli Stati Uniti la costruzione di strutture alternative per svolgere alcune delle stesse funzioni. Coalizioni parallele, organismi privati e accordi bilaterali richiederebbero apparati amministrativi, logistici e finanziari propri.
Il rischio maggiore riguarda però l’influenza sulle regole internazionali. Telecomunicazioni, trasporti, sanità, proprietà intellettuale, commercio e gestione delle crisi dipendono anche da organismi multilaterali nei quali vengono definiti standard utilizzati a livello globale. Rinunciare a partecipare significa lasciare ad altre potenze uno spazio maggiore nella definizione delle norme alle quali anche le imprese americane potrebbero successivamente essere costrette ad adeguarsi.
La vicenda di Mercury dimostra soprattutto quanto l’accesso ai decisori rappresenti una componente strutturale della politica americana. La società ha lavorato in passato per governi, imprese e soggetti stranieri, compresa la società israeliana NSO, produttrice del sistema di sorveglianza Pegasus. La registrazione delle attività rende questi incarichi pubblici e legali, ma mostra il ruolo esercitato dalle società di lobbying nel collegare interessi stranieri e processo decisionale statunitense.
I 5.000 dollari pagati dal Misgav non possono determinare l’uscita degli Stati Uniti dalle Nazioni Unite. Possono però servire a ottenere incontri, diffondere un documento e inserirne le proposte in un dibattito politico già avanzato.
La vicenda non dimostra quindi che Israele stia imponendo segretamente a Washington l’abbandono dell’ONU. Mostra invece una convergenza tra settori politici israeliani e americani che considerano l’attuale sistema multilaterale incompatibile con i rispettivi interessi strategici.
La questione centrale riguarda il futuro stesso della politica estera americana. Washington dovrà scegliere se continuare a esercitare la propria influenza dall’interno delle istituzioni internazionali, accettandone compromessi e limiti, oppure tentare di sostituirle con un sistema dominato da alleanze selettive. Nel secondo caso gli Stati Uniti potrebbero ottenere maggiore libertà d’azione immediata, ma rischierebbero contemporaneamente di lasciare a Cina e Russia una parte crescente degli strumenti attraverso i quali vengono definite le regole dell’ordine mondiale.

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L’illusione del calcolo

di Alessandro Pompei –

I costi operativi dell’Intelligenza Artificiale superano di diversi ordini di grandezza i ricavi generati dai singoli abbonamenti degli utenti. Questo disavanzo è attualmente sostenuto dai grandi investitori e dai fondi di venture capital, i quali iniziano tuttavia a manifestare crescenti preoccupazioni sul reale ritorno del capitale impiegato.
Sullo sfondo riaffiora lo spettro della bolla delle dot-com dei primi anni 2000, che tra il 2000 e il 2003 cancellò oltre 9.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato tra NYSE e NASDAQ, portando al fallimento o alla svendita di circa 8.000 società del settore.
Nonostante i significativi progressi nell’efficienza algoritmica, l’assorbimento complessivo di risorse hardware, energetiche e software è cresciuto a tassi ben più rapidi. Il passaggio dai semplici modelli di chat testuale del 2023 ai complessi ecosistemi di agenti autonomi, in cui più modelli cooperano in parallelo per gestire compiti specifici, può comportare un incremento del fabbisogno computazionale fino a 35 volte superiore.
Si innesca così un evidente paradosso: se da un lato l’avanzamento dei semiconduttori migliora l’efficienza energetica per singolo calcolo, dall’altro la scala mastodontica dei data center e la crescita esponenziale delle query moltiplicano la domanda aggregata di energia, spingendo i consumi elettrici a livelli senza precedenti.
È emblematico come le aspettative generate dall’introduzione di ogni nuova generazione di modelli abbiano spesso trovato riscontro in progressi meramente incrementali anziché rivoluzionari. Sebbene i vertici di OpenAI, a partire dal CEO Sam Altman, abbiano costantemente prospettato impatti trasformativi, il susseguirsi degli aggiornamenti ha evidenziato per lo più affinamenti architetturali e interventi di ottimizzazione, delineando una fase di rendimenti decrescenti rispetto ai significativi balzi prestazionali delle origini.
In generale, la regressione delle capacità degli LLM risulta particolarmente evidente per chi impiega l’intelligenza artificiale nel supporto alla programmazione. Inoltre, nonostante le elevate valutazioni attribuite a realtà di vertice come Anthropic o OpenAI, tali aziende continuano ad accumulare perdite per decine di miliardi di dollari; per la sola OpenAI, si prevede che il disavanzo raggiunga circa 14 miliardi di dollari nel corso del 2026.
La promessa iniziale mirava a rendere la tecnologia tanto indispensabile da risultare insostituibile, consentendo in seguito l’applicazione di tariffe elevate. Si trattava di una strategia analoga a quella delle origini di Uber: offrire un servizio a prezzi estremamente bassi per azzerare la concorrenza e affermarsi come monopolista di riferimento all’aumentare della penetrazione di mercato.
A differenza di tale modello, però, le Big Tech statunitensi attive nell’IA registrano una sproporzione critica tra costi di erogazione e ritorni economici: nel 2026, a fronte di circa 12 miliardi di dollari generati dagli abbonamenti nell’intero settore, sono stati stanziati oltre 500 miliardi di dollari unicamente per l’infrastruttura dei data center. Questo pesante disavanzo viene compensato principalmente dall’emissione di obbligazioni e dalla valorizzazione dei titoli azionari, alimentata da un peculiare circuito finanziario.
Inoltre, gli ingenti investimenti nell’hardware destinato all’intelligenza artificiale sono vincolati a una vita utile di frontiera relativamente breve. L’obsolescenza tecnologica impone infatti una frequente rotazione delle GPU di punta ogni due anni circa, mentre i chip più avanzati vengono impiegati per il pre-training dei modelli di punta, per poi essere riallocati in compiti di seconda e terza linea (come l’inferenza ad alto volume, il fine-tuning aziendale, i carichi di lavoro batch o gli ambienti di test a basso costo), consentendo ai grandi provider cloud di spalmare l’ammortamento a bilancio su un arco effettivo di 4, massimo 6 anni.
A sostenere il comparto interviene un sistema di investimenti a ciclo chiuso. Da un lato, Nvidia alloca ingenti capitali in aziende del settore che finiscono per acquistare i suoi stessi sistemi di calcolo e servizi server; dall’altro, più in piccolo ma similmente a Nvidia, anche Microsoft ha investito circa 13-14 miliardi di dollari in OpenAI, principalmente sotto forma di crediti per l’utilizzo dei server Azure. Benché tali impegni si traducano spesso in disponibilità di servizi di calcolo piuttosto che in liquidità pura, il risalto mediatico di queste partnership attrae banche e fondi d’investimento, sostenendo temporaneamente un settore che appare tuttavia ancora lontano dal traguardo della redditività.
A ridurre la probabilità di un rientro dai costi per le grandi aziende tecnologiche statunitensi contribuisce anche la forte concorrenza delle intelligenze artificiali cinesi, le quali offrono servizi sempre più competitivi a prezzi inferiori.
I laboratori cinesi beneficiano, da una parte, di un volume di investimenti molto più contenuto, quantificabile complessivamente in circa 70 miliardi di dollari, contro i quasi 800 miliardi stimati per gli Stati Uniti nel 2026 e destinati a raggiungere i 1.000 miliardi nel 2027; dall’altra, di pratiche di ingegneria inversa condotte tramite gli stessi LLM. È il caso del provvedimento adottato da Anthropic, la quale ha revocato l’accesso a circa 24.000 account associati a diverse entità cinesi, tra cui Moonshot AI (sviluppatrice di Kimi AI), responsabili di interrogare in modo massivo e coordinato Claude per carpirne le dinamiche di funzionamento degli agenti e replicarne l’architettura.
È proprio questa intensa concorrenza ad aver determinato una progressiva riduzione dei costi dei servizi e delle tariffe per token. Tale flessione è testimoniata dall’LLM Token Expenditure Index, indice elaborato da Bloomberg, che rileva un calo dei prezzi di circa il 20% da aprile ad oggi. Questo andamento rischia di ostacolare ulteriormente il percorso verso la sostenibilità economica dell’IA, prolungando la dipendenza del settore dalle iniezioni di capitale da parte degli investitori.
Un ulteriore segnale della sofferenza che attraversa il comparto risiede nel destino del 40% delle startup di intelligenza artificiale fondate nel 2024, risultate ad oggi interamente fallite.
L’intero comparto pare quindi avviarsi verso una severa fase di razionalizzazione.
La combinazione tra una spesa infrastrutturale di centinaia di miliardi di dollari, ma con ricavi effimeri, una rapida svalutazione dell’hardware costosissimo (una singola GPU Nvidia B200, ovvero lo standard attuale, costa circa 35.000 dollari) e una decisa pressione deflazionistica sul costo dei token, alimentata da una concorrenza asiatica sempre più aggressiva e dal ricorso a tecniche di distillazione, ha incrinato la narrativa originaria secondo cui l’espansione computazionale fine a se stessa avrebbe garantito rendite di monopolio immediate.
In questo scenario, il mercato appare destinato a una polarizzazione strutturale: da una parte, i laboratori puri e le startup prive di infrastruttura proprietaria o di un modello di business diversificato rischiano di soccombere all’esaurimento della liquidità speculativa; dall’altra, colossi integrati verticalmente come Alphabet affrontano una delicata transizione interna, costretti a bilanciare l’aumento dei costi di calcolo con il rischio di cannibalizzare i margini consolidati della ricerca pubblicitaria, potendo contare, però, su chip proprietari e riserve di cassa difficilmente replicabili.
Quando la circolarità dei finanziamenti incrociati e l’entusiasmo dei mercati cederanno definitivamente il passo alla disciplina di bilancio, l’intelligenza artificiale non scomparirà, ma si spoglierà dell’aura di bene speculativo per trasformarsi in una componente infrastrutturale di base. A sopravvivere non saranno le promesse di modelli onnicomprensivi sostenuti a debito, ma esclusivamente quelle architetture capaci di convertire l’enorme costo dell’elaborazione in un valore economico reale, misurabile e finalmente sostenibile.

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Ecuador. L’ombra della Cia sugli attacchi alle imbarcazioni al largo delle Galápagos

di Giuseppe Gagliano –

Un peschereccio scomparso con otto uomini a bordo, altre imbarcazioni attaccate da piccoli velivoli senza pilota e pescatori catturati e trasferiti in El Salvador alimentano gli interrogativi su una possibile operazione clandestina statunitense nelle acque al largo delle Galápagos. Secondo un’inchiesta del Washington Post, dietro alcuni degli episodi potrebbe esserci un programma segreto della Cia collegato alla nuova strategia americana contro il narcotraffico.
L’Agenzia non ha confermato l’esistenza dell’operazione, mentre le autorità militari statunitensi hanno negato di conoscere gli episodi e il governo salvadoregno non ha fornito chiarimenti. A sollevare ulteriori interrogativi sono però i movimenti di un aereo statunitense da sorveglianza denominato Fenix 701 e il trasferimento di alcuni pescatori verso El Salvador.
Non sono state rese pubbliche prove che dimostrino il coinvolgimento degli equipaggi colpiti nel traffico di cocaina. I superstiti sostengono di essere stati impegnati esclusivamente nella pesca. Se questa ricostruzione fosse confermata, gli attacchi assumerebbero una rilevanza particolare anche sotto il profilo del diritto internazionale, soprattutto qualora fossero avvenuti all’interno della zona economica esclusiva dell’Ecuador.
L’amministrazione Trump avrebbe sviluppato due strumenti paralleli nella lotta al narcotraffico. Il primo è rappresentato dalla campagna militare dichiarata contro le imbarcazioni sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Il secondo sarebbe invece un programma clandestino affidato alla Cia, dopo che nell’ottobre 2025 il presidente avrebbe concesso all’Agenzia nuovi poteri contro le organizzazioni criminali transnazionali, compresa la possibilità di utilizzare la forza letale.
L’impiego di piccoli velivoli senza pilota permetterebbe di colpire le imbarcazioni senza esporre direttamente personale americano, mentre gli aerei da sorveglianza potrebbero individuare e seguire gli obiettivi prima dell’intervento di unità incaricate di recuperare eventuali superstiti. Una strategia che presenta tuttavia un rischio elevato di coinvolgere pescatori estranei al narcotraffico, soprattutto in un’area marittima caratterizzata dalla presenza di numerose piccole imbarcazioni e da sistemi di identificazione spesso insufficienti.
Particolare attenzione viene riservata all’aeroporto salvadoregno di Ilopango, dove sarebbe stato osservato Fenix 701. Lo scalo fu utilizzato negli anni Ottanta nell’ambito delle operazioni statunitensi legate al conflitto contro il governo sandinista del Nicaragua e oggi potrebbe nuovamente avere una funzione logistica. La stretta collaborazione tra Washington e il presidente Nayib Bukele rende inoltre El Salvador un possibile punto di appoggio per attività di sorveglianza, trasferimento dei prigionieri e raccolta di informazioni.
Le acque delle Galápagos hanno un’importanza strategica perché si trovano lungo alcune delle rotte utilizzate per trasferire la cocaina dalle aree di produzione sudamericane verso il Messico e gli Stati Uniti. In questo sistema anche imbarcazioni normalmente destinate alla pesca possono essere utilizzate per fornire carburante, viveri e assistenza logistica ai trafficanti, rendendo particolarmente difficile distinguere le attività criminali da quelle legali.
La vicenda solleva infine una questione di sovranità. Qualora venisse confermato che la Cia ha condotto operazioni armate nella zona economica esclusiva ecuadoriana senza il consenso di Quito, la strategia statunitense segnerebbe un ulteriore passaggio dalla tradizionale attività di contrasto al narcotraffico verso un modello militare fondato sull’individuazione e sull’eliminazione degli obiettivi.
La classificazione dei narcotrafficanti come soggetti assimilabili a combattenti rischia infatti di trasferire alla guerra alla droga strumenti sviluppati dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre nella lotta al terrorismo. Il caso degli otto uomini della Fiorella, scomparsi nel Pacifico senza che siano state rese pubbliche accuse o prove sul loro eventuale coinvolgimento nel narcotraffico, potrebbe diventare uno dei casi più controversi di questa nuova strategia americana.

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