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Cisgiordania. Il Papa, Stop alle violenze contro i palestinesi’

Dire * –

“Rinnovo il mio appello affinché cessino le ripetute violenze contro la popolazione civile palestinese in Cisgiordania e chiedo con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati per una pace giusta e duratura”. È l’appello lanciato all’Angelus da Papa Leone XIV.
Dopo la preghiera mariana recitata questa domenica, 16 agosto, in piazza della Libertà a Castel Gandolfo, il Pontefice è tornato ad affrontare il tema delle violenze che si perpetuano ai danni della popolazione palestinese nella West Bank, terra contesa dagli israeliani. Di qui la supplica del Pontefice che chiede “con urgenza alla comunità internazionale di fare in modo che progredisca la soluzione a due Stati, per una pace giusta e duratura”. Un pensiero infine da patte di Papa Prevost anche ai Giochi del Mediterraneo che si disputeranno a Taranto dal 21 agosto al 3 settembre 2026 prossimi: siano una “profezia di pace e di fratellanza tra i popoli”.

* Fonte: agenzia Dire.

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Grecia. Il cortocircuito della transizione verde tra incendi, reti fragili e abbandono del territorio

di Alessandro Pompei –

Gli incendi che nell’estate del 2026 hanno colpito la Grecia, devastando l’Attica occidentale e Creta e mandando in fumo oltre 14mila ettari, hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità della rete elettrica e il rapporto sempre più problematico tra crescita delle energie rinnovabili, manutenzione delle infrastrutture e gestione del territorio. Secondo i dati preliminari della Direzione investigativa sui crimini di incendio dei Vigili del Fuoco greci, i guasti riconducibili alla rete elettrica, pur costituendo una quota limitata degli inneschi, sarebbero stati responsabili di circa tre quarti della superficie complessivamente percorsa dalle fiamme.
Il dato mette in evidenza una contraddizione per un Paese considerato tra i protagonisti della transizione energetica europea. La Grecia ha infatti portato stabilmente oltre il 50 per cento la quota di energia pulita nel proprio mix elettrico e continua ad aumentare rapidamente la capacità fotovoltaica. Alla crescita della generazione rinnovabile non è però corrisposto un adeguamento altrettanto rapido delle infrastrutture di distribuzione.
Durante le ondate di calore, le temperature elevate si sommano al riscaldamento dei conduttori provocato dall’aumento della domanda elettrica per la climatizzazione e dai consistenti flussi di energia solare immessi nella rete. La dilatazione termica può determinare l’abbassamento dei cavi aerei. In presenza di vento forte e vegetazione troppo vicina alle linee, possono verificarsi contatti, archi elettrici o cadute di conduttori, con la conseguente proiezione di materiale incandescente sulla vegetazione secca.
Il problema riguarda una rete di distribuzione a media e bassa tensione che utilizza ancora oltre 120mila chilometri di linee aeree e circa 4,5 milioni di sostegni in legno. Una struttura concepita in condizioni climatiche ed energetiche differenti da quelle attuali e sottoposta a decenni di esercizio.
La fragilità della rete, tuttavia, spiega soltanto una parte del fenomeno. L’abbandono progressivo dell’agricoltura tradizionale, del pascolo e della gestione forestale nelle zone collinari e montane ha favorito l’accumulo di vegetazione e biomassa secca. Arbusti e pinete altamente infiammabili hanno progressivamente occupato vaste aree, creando una continuità del combustibile che permette alle fiamme di propagarsi con estrema rapidità.
In assenza di sfalcio, pascolamento controllato e gestione forestale, anche un singolo innesco può quindi trasformarsi rapidamente in un incendio di grandi dimensioni, soprattutto durante le giornate caratterizzate da temperature elevate, siccità e vento intenso.
A pesare sulla situazione è anche l’eredità della crisi finanziaria. Durante i programmi di aggiustamento economico tra il 2010 e il 2018, la manutenzione delle infrastrutture e la prevenzione forestale hanno risentito delle restrizioni di bilancio. Potature lungo le linee elettriche, sostituzione dei pali degradati e ammodernamento degli isolatori sono stati rinviati, mentre anche il personale forestale ha subito una forte riduzione.
La strategia pubblica si è così progressivamente spostata dalla prevenzione alla gestione dell’emergenza, privilegiando gli interventi di spegnimento, compresi quelli aerei, rispetto alla manutenzione preventiva del territorio. Una scelta che comporta costi elevati e interviene quando l’incendio ha spesso già assunto dimensioni difficili da controllare.
Il fenomeno solleva anche interrogativi sulla contabilità ambientale della transizione energetica. Nel 2025 la Grecia ha installato circa 1,84 gigawatt di nuova capacità fotovoltaica, potenzialmente in grado di produrre circa 2,85 terawattora di elettricità all’anno e di evitare emissioni significative rispetto alla produzione da gas e lignite. Gli incendi del 2026 hanno però determinato contemporaneamente il rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica proveniente dalla combustione della biomassa.
Il confronto deve comunque tenere conto delle differenti scale temporali. Un impianto fotovoltaico produce elettricità a basse emissioni per diversi decenni, mentre una parte della CO2 liberata dagli incendi forestali può essere nuovamente assorbita dalla vegetazione durante la ricrescita. Gli incendi producono tuttavia danni ambientali che vanno ben oltre il bilancio del carbonio.
La perdita della copertura vegetale riduce infatti ombreggiamento ed evapotraspirazione, aumenta la temperatura del terreno e rende più difficile la rigenerazione degli ecosistemi. Le alte temperature raggiunte durante i roghi possono inoltre modificare le caratteristiche del suolo e ridurne la capacità di assorbire l’acqua.
Con l’arrivo delle piogge autunnali, i versanti bruciati diventano così maggiormente esposti a erosione, smottamenti, colate detritiche e alluvioni improvvise. Un incendio provocato durante l’estate da un guasto elettrico può quindi trasformarsi pochi mesi dopo in un problema idrogeologico, con conseguenze per abitazioni e infrastrutture situate a valle.
Un’altra criticità riguarda la capacità della rete greca di assorbire la crescente produzione rinnovabile. Nelle ore di massima generazione fotovoltaica si verificano congestioni che obbligano il gestore del sistema a limitare temporaneamente la produzione di alcuni impianti. I cosiddetti curtailment riducono l’energia effettivamente utilizzata e incidono sia sulla redditività degli investimenti sia sui benefici ambientali attesi.
Il caso greco evidenzia inoltre un problema nella distribuzione degli investimenti. Una parte consistente delle risorse europee è stata destinata alla realizzazione di nuovi impianti di generazione, mentre interventi meno redditizi ma essenziali per la sicurezza, come manutenzione delle linee, gestione della vegetazione e rafforzamento dei servizi forestali, hanno ricevuto minore attenzione.
Un precedente significativo è rappresentato dalla California, dove la crisi della utility Pacific Gas and Electric, coinvolta negli incendi del 2017 e 2018, ha portato a una profonda revisione delle procedure di manutenzione, delle responsabilità degli operatori e dei protocolli di disalimentazione preventiva delle linee nelle aree maggiormente esposte.
Per la Grecia l’interramento dell’intera rete, il cui costo sarebbe nell’ordine di decine di miliardi di euro, appare difficilmente praticabile. Esistono però interventi intermedi, dalla sostituzione dei conduttori nudi con cavi aerei isolati nelle zone forestali più pericolose all’impiego di droni e sistemi LiDAR per controllare la crescita della vegetazione vicino alle linee. Anche sistemi di protezione capaci di interrompere rapidamente l’alimentazione in presenza di anomalie possono ridurre significativamente la probabilità che un guasto produca un incendio.
L’esperienza greca mostra quindi che l’aumento della capacità rinnovabile non può essere separato dalla sicurezza della rete e dalla gestione del territorio. Senza investimenti paralleli nelle infrastrutture elettriche, nella prevenzione forestale e nella manutenzione delle aree rurali, la transizione energetica rischia di procedere più rapidamente della capacità del territorio di sostenerla.

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Ucraina. Le 800mila armi disperse durante la guerra preoccupano l’Europa

di Enrico Oliari –

Quasi 800mila armi risultano denunciate come perdute o rubate in Ucraina dall’inizio della guerra, un fenomeno che alimenta i timori sulla possibile proliferazione degli armamenti nei circuiti criminali europei una volta terminato il conflitto. Secondo i dati del ministero dell’Interno di Kiev, dal 2022 sarebbero 780.465 le armi scomparse, 149mila delle quali nei primi cinque mesi del 2026.
Il dato non significa che tutte siano finite sul mercato nero, poiché parte del materiale potrebbe essere stata distrutta, abbandonata sul campo o registrata in maniera incompleta. Le dimensioni del fenomeno indicano tuttavia le difficoltà nel controllare gli equipaggiamenti distribuiti durante una guerra ad alta intensità. Le regioni maggiormente interessate sarebbero Mykolaiv, Kiev e Donetsk, mentre militari ed ex militari sono stati arrestati per tentativi di vendita di munizioni, mine, fucili d’assalto e lanciagranate.
Tra il 2022 e il 2024 le autorità ucraine hanno sequestrato 10.875 tra granate, mine e lanciagranate, con un aumento del 153 per cento rispetto al triennio precedente, mentre le munizioni confiscate sono quasi triplicate. Il problema riguarda anche la possibile destinazione europea di questi materiali.
Già nel 2022 Interpol aveva avvertito del rischio che gli armamenti disponibili in Ucraina potessero finire nelle mani della criminalità organizzata. Anche Europol ed Eurojust avevano espresso preoccupazioni sulla possibile proliferazione. Alcune successive segnalazioni hanno indicato la presenza di materiale destinato all’Ucraina in circuiti criminali o presso formazioni armate straniere, anche se non tutti i casi hanno ricevuto conferme indipendenti.
Allora era anche girata la notizia, ripresa da Notizie Geopolitiche, del ritrovamento nel darknet di un annuncio per la vendita addirittura di un missile anticarro che gli Usa avevano fornito alle forze ucraine.
La dispersione degli armamenti rappresenta da tempo una delle principali preoccupazioni legate alle forniture occidentali a Kiev. Durante il conflitto è possibile seguire le consegne fino ai principali depositi, mentre diventa più complesso ricostruirne il percorso dopo la distribuzione alle unità, le rotazioni dei reparti, le ritirate e l’abbandono di materiali sul campo.
Al problema delle armi si aggiunge quello delle competenze acquisite sul campo. Combattenti stranieri possono apprendere in Ucraina tecniche per l’impiego militare dei velivoli senza pilota, la preparazione di ordigni, le comunicazioni cifrate e le contromisure contro la guerra elettronica, trasferendo successivamente queste conoscenze nei Paesi di provenienza.
La stampa britannica ha riferito inoltre di tentativi da parte di soggetti collegati a gruppi armati e al narcotraffico colombiano di infiltrarsi tra i volontari diretti in Ucraina. Il fenomeno assume particolare rilevanza alla luce della crescente utilizzazione di velivoli senza pilota da parte delle organizzazioni armate colombiane, che ha spinto Bogotà a investire in sistemi di rilevamento e disturbo.
Il rischio maggiore potrebbe emergere alla conclusione della guerra, quando grandi quantità di materiale militare potrebbero diventare eccedenti e aumentare l’interesse di trafficanti e organizzazioni criminali. La posizione geografica dell’Ucraina, confinante con quattro Stati dell’Unione europea e collegata alle rotte balcaniche e del Mar Nero, rende particolarmente delicata la questione.
Per limitare il fenomeno sarà quindi determinante rafforzare la tracciabilità delle forniture, le verifiche nei depositi e, dopo la fine delle ostilità, i programmi di raccolta e distruzione delle armi. Il rischio è che una parte dell’arsenale accumulato durante la guerra continui a circolare molto tempo dopo la cessazione dei combattimenti, alimentando criminalità organizzata e conflitti in Europa e in altre regioni del mondo.

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