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Usa e Svizzera docent: l’Ai non è servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale

Nel giro di 24 ore la Svizzera e gli Stati Uniti hanno chiarito una verità che in molti preferivano ignorare: l’intelligenza artificiale è materia di Stato. L’accesso ai suoi sistemi più avanzati obbedisce alle logiche di chi comanda — la politica — molto più che al potere dei miliardi. Due diversi episodi, letti insieme, chiudono la stagione dei modelli di AI intesi come beni neutri e globali, a disposizione di chiunque abbia i soldi per permetterseli. Se mai qualcuno ci ha creduto.

Il primo verdetto arriva dal Tribunale commerciale di Zurigo. Palantir, colosso della sorveglianza e dell’analisi dati fondato dal tecno-oligarca numero uno d’America, Peter Thiel — e noto per i suoi contratti con Pentagono, Cia, Fbi, Nsa e Ice – voleva costringere Republik, testata svizzera di giornalismo investigativo, a pubblicare una sfilza di rettifiche dopo una serie di articoli critici. I giornalisti avevano ricostruito, carte alla mano, anni di sistematici rifiuti da parte delle autorità della Confederazione Elvetica ai prodotti della società di Thiel.

Ebbene, hanno vinto i giornalisti. I giudici hanno respinto 22 richieste di replica su 23, condannando Palantir a pagare il 95% delle spese processuali e a rimborsare i legali della testata. L’operazione di forza pensata per blindare l’immagine del gruppo di Thiel ha ottenuto l’effetto opposto, certificando un movimento di diffidenza – anzi: di rigetto – che attraversa l’Europa: dal ministero della Difesa tedesco alla sanità pubblica britannica, fino al Policlinico Gemelli a Roma, le amministrazioni europee iniziano a dire no alla sorveglianza “stile Usa”, nel tentativo di proteggere l’integrità delle proprie infrastrutture pubbliche da progetti di controllo tecnocratico.

Il secondo verdetto, speculare, arriva da Washington. Con una direttiva d’urgenza sul controllo delle esportazioni, l’amministrazione Trump ha vietato ad Anthropic di Dario Amodei di fornire i suoi modelli di punta, Fable 5 e Mythos 5, ai cittadini stranieri, dentro e fuori i confini statunitensi. La motivazione è la solita: sicurezza nazionale. Privi di uno strumento tecnico in grado di filtrare la nazionalità degli utenti in tempo reale, all’azienda è rimasta una sola strada: attivare il kill switch su scala globale, interrompendo immediatamente il chatbot oltre i confini Usa. Chiunque in Europa usi Claude di Anthropic si ritrova davanti a un avviso: “Claude Fable 5 al momento non è disponibile”.

Centri di ricerca, imprese e ospedali europei che avevano integrato quei modelli nei propri processi operativi si sono ritrovati al buio da un minuto all’altro, scoprendo quanto costi appaltare la continuità del proprio lavoro a qualcuno oltreoceano.

C’è un legame tra il rifiuto svizzero e la censura americana? Sì, ovvio. Berna ha respinto Palantir perché aveva previsto con esattezza lo scenario che si è poi materializzato con Anthropic: chi ha i server, i codici e gli algoritmi detiene anche il potere di staccare la spina. L’oscuramento deciso da Washington conferma la fondatezza di quegli scenari vagamente distopici. Gli Stati Uniti ricordano all’Europa che l’intelligenza artificiale non è un servizio di pubblica utilità, ma una risorsa strategica di proprietà nazionale, convertibile in strumento di pressione economica e geopolitica, adesso e in tutte le crisi che verranno.

Mentre la Cina si muove da superpotenza con le idee chiare, investendo massicciamente in una propria autonomia in grado di sfidare e sorpassare l’America sul fronte AI, l’Unione Europea continua a balbettare subendo le decisioni altrui, sempre di rimessa, mai all’attacco. Finora Bruxelles ha giocato la partita sul terreno delle norme, partorendo l’AI Act nella convinzione che fissare codici etici e burocratici basti a governare i mercati. Niente di più sbagliato.

Fino a quando l’Ue – e le aziende che vi lavorano – non sceglierà di essere produttore oltre che cliente, investendo in infrastrutture di calcolo e sistemi propri, la “sovranità digitale” resterà solo uno slogan, quelli da nazioni subalterne. Con le idee eleganti non si va da nessuna parte.

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Il referendum in Svizzera è stato superfluo: la crescita della popolazione sta già rallentando

Il referendum di questi giorni sul controllo della popolazione in Svizzera è stato respinto, ma poco sarebbe cambiato anche se fosse stato approvato. Un classico esempio di domanda che non ha una risposta valida, specialmente se deve essere risolta con un voto sì/no.

All’origine di questo referendum c’è un dibattito iniziato negli anni ’50, quando si scoprì che la popolazione umana stava crescendo in modo esponenziale e si pensava che questo avrebbe portato a guerre e carestie. In Occidente, il dibattito si è esaurito quando si è scoperto che la fertilità umana stava precipitando. Era la “transizione demografica” che ha rallentato e poi invertito la tendenza alla crescita nella maggioranza dei paesi occidentali. Il timore di una crescita esponenziale incontrollabile della popolazione umana è oggi parte della storia delle paure esagerate, insieme ai cavalli dei cosacchi che si abbeveravano alle fontane di Piazza San Pietro.

Tuttavia, il referendum in Svizzera dimostra che la questione della sovrappopolazione è ancora viva e che c’è chi pensa che qualche forma di controllo della popolazione sia necessaria. Il problema è che la storia dimostra che la popolazione umana resiste ai vari tentativi dei governi di influenzarla. Un buon esempio ci viene dalla Cina, dove il tentativo del governo di frenare la crescita demografica generò la “politica del figlio unico”, varata all’inizio degli anni ’80.

In pratica, la politica del figlio unico si è rivelata superflua; è stata ufficialmente abolita nel 2016, ma aveva cessato di essere applicata molto prima. La popolazione cinese ha attraversato la sua transizione demografica in parallelo con quella di altri paesi asiatici che non avevano preso le stesse misure di controllo. Un caso fra i tanti che dimostra che gli interventi governativi volti a regolare la natalità di solito falliscono (vi ricordate il tempo degli “otto milioni di baionette” di memoria mussoliniana?). Questa storia è descritta in dettaglio nel mio libro recente La fine della crescita della popolazione.

In Svizzera, il referendum era altrettanto superfluo e fuori tempo della politica cinese del figlio unico. Entrambi erano tentativi di forzare la popolazione a fare una cosa che già stava facendo: rallentare o invertire la crescita.

Il tasso di fertilità totale (TFR) della Svizzera, ovvero il numero di figli per donna, è sceso al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1 nel 1970, e ora si attesta intorno a 1,3 — uno dei più bassi al mondo. Vuol dire che le nascite non sono sufficienti per garantire il rimpiazzo della naturale mortalità della popolazione. Se la tendenza si mantiene, come ha fatto negli ultimi 50 anni, la popolazione svizzera è destinata a diminuire. Alcuni studi prevedono che supererà la soglia dei 10 milioni, altri ritengono che rimarrà al di sotto. Altri ancora prevedono un rapido declino (“effetto Seneca”) dopo il picco. In pratica, il governo svizzero potrebbe presto doversi preoccupare di un problema opposto a quello che il referendum pretendeva di risolvere: lo spopolamento.

A quel punto, nemmeno favorire l’immigrazione sarà una soluzione ovvia. L’81% degli immigrati che vivono in Svizzera provengono dall’Europa, per lo più dall’Ue, paesi che non avranno un surplus di popolazione da esportare. Solo circa il 5% degli immigrati proviene dalle regioni ancora in crescita dell’Africa subsahariana, ma la transizione demografica sta avvenendo anche lì.

La Svizzera, come tutti i paesi industrializzati, farà meglio ad adattarsi a un inevitabile declino demografico piuttosto che cercare di forzare le nascite a seguire qualche piano governativo.

La popolazione mondiale sta vedendo l’inversione di una tendenza di crescita che durava da millenni. Per molti versi, questa inversione è benvenuta, poiché alleggerirà la pressione su un ecosistema già messo a dura prova. Ma è una strada con una destinazione sconosciuta: dovremo esplorare questa nuova situazione via via che si sviluppa.

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Referendum in Svizzera, vince il no: respinta la proposta anti-immigrazione per frenare la crescita demografica

Gli elettori svizzeri hanno respinto alle urne l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dall’Unione democratica di centro (Udc) per limitare la crescita demografica del Paese. Secondo i risultati definitivi riportati dai media svizzeri, al referendum per istituire un limite alla popolazione in Svizzera ha vinto il ‘no’ con il 54,8% dei voti. Decisivo, secondo gli analisti, il netto voto contrario espresso nella Svizzera francese e nei principali centri urbani, mentre in diversi cantoni della Svizzera tedesca e in Ticino i favorevoli risultano in vantaggio.

L’iniziativa, nota anche come “Iniziativa per la sostenibilità“, chiedeva di fissare un tetto di 10 milioni di residenti permanenti entro il 2050 e prevedeva misure restrittive in materia di asilo e ricongiungimento familiare una volta raggiunta la soglia di 9,5 milioni di abitanti. I promotori sostenevano che l’immigrazione fosse all’origine di problemi come la carenza di alloggi e la pressione sui servizi pubblici. Governo, Parlamento e mondo economico avevano invece invitato a respingere la proposta, avvertendo che avrebbe potuto danneggiare il mercato del lavoro, il sistema sanitario e i rapporti con l’Unione europea.

Nel caso in cui avesse vinto il e nel caso in cui la popolazione avesse superato la soglia dei 9,5 milioni prima del 2050, il Consiglio federale e il Parlamento sarebbero stati obbligati ad adottare provvedimenti nel settore dell’asilo e del ricongiungimento familiare e a invocare le clausole d’eccezione previste dagli accordi internazionali che contribuiscono alla crescita demografica. Attuazione di queste misure che avrebbe messo in discussione la partecipazione svizzera agli accordi di Schengen e di Dublino con l’Ue, compromettendo la cooperazione su sicurezza e accoglienza.

Prima del voto, gli oppositori del progetto avevano soprannominato la proposta “iniziativa del caos“, sostenendo che il disegno antiimmigrazione avrebbe potuto avere ricadute economiche gravi. In primis nel mondo imprenditoriale, preoccupato per l’aggravarsi della carenza di manodopera e per un possibile deterioramento dei legami economici con l’Europa. E poi anche gli operatori sanitari, secondo cui una riduzione del numero di immigrati avrebbe potuto indebolire i servizi, considerando che quasi la metà dei medici in Svizzera è di nazionalità straniera.

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Infermiera in Svizzera. “In Italia mi sentivo un fantasma in reparto e non trovavo una dimensione umana”

Quando si è laureata in Infermieristica, la oggi 26enne Annalisa Bergo immaginava corsie ospedaliere dove crescere professionalmente, imparare dai colleghi più esperti e mettere in pratica ciò che aveva studiato all’università. La realtà che ha trovato entrando in un grande ospedale milanese, però, è stata molto diversa. Un ambiente segnato da gerarchie rigide, dinamiche di “nonnismo” e scarso spazio per le nuove generazioni. Tanto da spingerla a mettere in discussione la scelta della sua professione. “Ero la più giovane, una neolaureata in terapia intensiva. Mi sentivo letteralmente un fantasma che girava per il reparto”, racconta a ilfattoquotidiano.it. “Quello che dicevo e facevo era insignificante. Mi impegnavo al massimo, ma avevo la sensazione che non fosse mai abbastanza. Quando proponevo approcci nuovi, basati su ciò che avevo studiato all’università, la risposta era sempre la stessa: qui si è sempre fatto così, non ci interessa come faresti tu. Un clima che, più ancora della questione economica, rischia di allontanare molti giovani professionisti sanitari. “A un certo punto tornavo a casa e pensavo di aver sbagliato tutto. Mi chiedevo se quella fosse davvero la strada giusta”.

La svolta arriva quasi per caso. Tra curriculum inviati senza troppe aspettative compare un progetto particolare: coordinare l’apertura di un reparto pediatrico dedicato ai grandi ustionati presso la Zion Medical Clinic, una struttura sanitaria sul Monte Elgon, in Uganda. Annalisa si candida senza immaginare che quella scelta cambierà radicalmente il suo percorso. Partita nell’ottobre del 2025 per quello che avrebbe dovuto essere un mese di volontariato, resterà in Africa per oltre tre mesi e mezzo. “Quando sono arrivata la prima sera non c’erano nemmeno i guanti”, ricorda. “Non parliamo di farmaci sofisticati o apparecchiature avanzate: mancavano strumenti basilari. Ho comprato guanti per tutta la clinica e per loro era come se avessi donato una Lamborghini”.

In quel contesto, fatto di risorse limitate e bisogni enormi, Annalisa riscopre il significato più autentico della sua professione. La giornata iniziava con gli ambulatori per pazienti provenienti anche da centinaia di chilometri di distanza, che spesso giungevano a piedi: donne incinte, bambini da vaccinare, casi di malaria o tubercolosi. Nel pomeriggio si dedicava al reparto ustionati, gestendo visite, emergenze e organizzazione della struttura. La sera, dopo il tramonto, la comunità si ritrovava insieme. Le donne del villaggio cucinavano per tutti, volontari compresi. Nei fine settimana c’erano trekking nella foresta, visite ai villaggi e momenti di condivisione. Ma soprattutto c’erano i pazienti. Tra loro, un bambino di appena due anni destinato a lasciare in lei un segno profondo. “Era il più piccolo che avessi in cura ed era completamente solo, senza famiglia. Pensavo sinceramente che non ce l’avrebbe fatta. L’ho assistito tutte le notti, gli sono rimasta accanto continuamente”. Quel bambino si chiama Samuel. La sua storia ha portato alla nascita del “Centro Samuel”, una struttura dedicata ai minori abbandonati della zona. “Grazie a lui ho capito che la cura non è soltanto una procedura clinica. C’è una dimensione umana che è fondamentale e che in Italia avevo smesso di trovare. Mi mancava terribilmente”.

In Uganda scopre anche qualcosa che ritiene essenziale per chi lavora nella sanità: la condivisione emotiva. “Noi infermieri vediamo sofferenza e morte ogni giorno. Se non c’è uno spazio per parlarne, per confrontarsi, non si va avanti. Lì era normale condividere tutto: la stanchezza, la tristezza, le difficoltà. Questa umanità mi ha arricchita enormemente”. Il ritorno in Italia, però, è traumatico. Non soltanto per l’impatto emotivo del rientro, ma anche per il modo in cui la sua esperienza viene percepita. “Durante un colloquio in videoconferenza, mentre ero ancora in Africa, con una clinica lombarda mi dissero: ‘Adesso che è stata via così tanto, per un po’ le vacanze se le scorda’. Rimasi senza parole. Risposi che non ero in vacanza, stavo lavorando”. Ma il peggio doveva ancora arrivare. “Mi dissero che a loro interessavano due cose: che non ripartissi e che non avessi una gravidanza nel breve periodo. A quel punto ho deciso di termine il colloquio”.

Parole che sintetizzano, secondo Annalisa, una difficoltà più ampia del sistema italiano nel riconoscere il valore di percorsi professionali non convenzionali. La svolta arriva poche settimane dopo dalla Svizzera. Qui la sua esperienza africana viene letta in modo completamente diverso. Durante il colloquio per una posizione in terapia intensiva cardiochirurgica, l’attenzione dei selezionatori si concentra quasi esclusivamente sul progetto ugandese. “Praticamente abbiamo parlato solo dell’Africa. Erano colpiti dall’esperienza, dalla capacità di adattamento e dalle competenze sviluppate sul campo”. Non solo. L’ospedale decide di finanziare direttamente la convalida del titolo professionale e di sostenerla economicamente in un Master internazionale in Cooperazione e Aiuto Umanitario, con percorsi formativi tra Europa e Africa orientale. “Ora posso continuare a lavorare e allo stesso tempo prepararmi per future missioni umanitarie. È esattamente la direzione che volevo dare alla mia carriera”. Guardando all’Italia, Annalisa individua un problema che va oltre gli stipendi. “Non si dà abbastanza spazio ai giovani. Spesso chi ha idee nuove e competenze aggiornate viene schiacciato da modelli organizzativi fermi da decenni. In medicina, però, la conoscenza evolve continuamente. Bisognerebbe valorizzare chi porta innovazione, non relegarlo ai margini”. E a chi oggi sogna di intraprendere la professione infermieristica dà un messaggio chiaro: “Non siamo semplici aiutanti del medico. Siamo professionisti laureati, con competenze e responsabilità precise. Dobbiamo smettere di accettare l’idea dell’infermiere come semplice ‘assistente’ e iniziare a rivendicare il nostro ruolo. È una battaglia culturale che la mia generazione ha il dovere di portare avanti”.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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