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Al G7 Trump incontra Zelensky e torna a minacciare sanzioni alla Russia

Dopo oltre quattro mesi senza incontri diretti, Volodymyr Zelensky e Donald Trump si sono ritrovati faccia a faccia a margine del G7 di Evian. Un colloquio durato circa mezz’ora, al quale ha partecipato anche il presidente francese Emmanuel Macron, che arriva in un momento delicato per la guerra in Ucraina e per i tentativi, finora falliti, di riaprire un negoziato tra Kyjiv e Mosca. Secondo il Kyiv Independent, durante l’incontro Zelensky ha mostrato al presidente americano le fotografie dei danni provocati dall’ultimo attacco russo alla Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi più importanti della storia religiosa e culturale ucraina. Fonti citate dal giornale raccontano che Trump sarebbe apparso «colpito» e «visibilmente scosso» dalle immagini della distruzione.

Al centro del colloquio c’è stata soprattutto la questione della difesa aerea. Zelensky ha spiegato che i partner del G7 hanno concordato un rafforzamento del sostegno militare all’Ucraina e che si è discusso sia di nuovi sistemi sia delle forniture di missili. Il presidente ucraino ha inoltre rilanciato l’idea di ottenere licenze per produrre direttamente alcuni sistemi antimissile e antiaerei, proposta che, a suo dire, Trump avrebbe accolto positivamente.

Parlando con i giornalisti a Evian, il presidente americano ha confermato il clima costruttivo dell’incontro. «Abbiamo avuto un buon colloquio», ha detto, aggiungendo che la Russia «deve fare un accordo». Nelle stesse ore Trump ha anche lasciato intendere che potrebbe tornare a colpire Mosca sul piano economico: «Farò tutto ciò che è in mio potere», ha dichiarato, evocando la possibilità di reintrodurre sanzioni contro il petrolio russo.

Il vertice si svolge mentre Kyjiv cerca di riportare la guerra al centro dell’agenda internazionale. Come ricorda il Kyiv Independent, i negoziati mediati dagli Stati Uniti sono sostanzialmente congelati da febbraio e l’attenzione della Casa Bianca si è concentrata soprattutto sul conflitto con l’Iran e sulla sicurezza dello Stretto di Hormuz.

Zelensky continua a sostenere che solo un incontro diretto con Vladimir Putin potrebbe sbloccare la situazione. Nei giorni scorsi il presidente ucraino ha persino proposto un vertice trilaterale con Trump e Putin negli Stati Uniti. Il Cremlino, però, continua a respingere questa prospettiva: Putin ha recentemente dichiarato di «non vedere alcun motivo» per incontrare il leader ucraino.

I leader europei invece si sono impegnati a ricucire i rapporti con Washington dopo settimane di tensioni. Secondo il New York Times, Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto una linea molto conciliante nei confronti di Trump, nella convinzione che senza il coinvolgimento americano sarà difficile affrontare sia la crisi mediorientale sia il dossier ucraino. Il quotidiano americano descrive un summit caratterizzato da gesti di distensione. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha regalato a Trump una maglia da calcio della Germania con il numero 47, «siamo nella stessa squadra», ha scritto Merz sui social. Mentre Macron lo ha invitato a una cena a Versailles per celebrare il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti.

Dietro la cordialità, però, restano profonde divergenze. Lo stesso Trump, parlando dell’Ucraina, ha ribadito una posizione che continua a preoccupare molte capitali europee: «Non è la nostra guerra», ha detto ai giornalisti. «Noi vendiamo armi, ma siamo a migliaia di chilometri di distanza». Parole che confermano come, nonostante il riavvicinamento diplomatico degli ultimi giorni, il sostegno americano a Kyjiv resti uno dei principali punti interrogativi per il futuro dell’Europa.

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Trump: “Dopo l’Iran, lavoreremo sulla pace in Ucraina” – Dietro il Sipario – Talk Show



Resta il nodo Israele-Libano mentre cresce l’attesa per la firma ufficiale in presenza dell’accordo tra Stati Uniti e Iran già siglato digitalmente; nel frattempo il presidente americano Donald Trump al G7 in Francia allenta le tensioni con gli alleati europei e fa sapere che Washington vuole rinnovare gli sforzi diplomatici per la risoluzione del conflitto russo-ucraino. Ne parliamo con Roberto Quaglia e Bruno Scapini

NEUTRALITÀ dell’ITALIA, per la pace e contro la guerra.
FIRMA ORA – https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/6500011

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Le guerre che l’Occidente non vuole chiudere

Gli europei sono vissuti per scarsi ottant’anni nella convinzione che il mondo andasse verso la pace universale. Oggi si sono accorti che sotto i loro tappeti e mobili non si può più nascondere la polvere. E nessuno ha il coraggio di parlarci di quelle eterne trattative per conflitti che non si possono chiudere, e per svariate ragioni di potere superiore. Ecco perché necessita l’Italia si tiri fuori da questi gineprai, dichiarandosi neutrale, mera spettatrice indignata dalla follia occidentalista.

Perché i media (figli della frenesia occidentale) ci raccontano la storia del conflitto israelo-palestinese dimenticando che la partita è la stessa da almeno tre secoli: ovvero il controllo occidentale dell’area mediorientale; che volendo eredita le stesse mosse delle corone europee che finanziavano le crociate. Israele è di fatto l’unico avamposto ritenuto affidabile e condiviso politicamente da Washington, Londra ed Europa che conta economicamente. Avamposto consolidato all’indomani della Seconda Guerra mondiale, come ammortizzatore economico-sociale a seguito del tramonto del colonialismo. Avamposto militare, economico e di cultura anglo-statunitense, e difficilmente Londra e Washington potranno consentire che questo presidio accetti altri condizionamenti.

Di fatto Donald Trump è vittima del suo stesso occidentalismo. Perché l’ulteriore carico di controllo israeliano del Mediterraneo è iniziato col tramonto della Turchia come alleato strategico di Usa e Gran Bretagna: la fine dell’idillio turco-occidentale è databile con la politica egemonica nell’area da parte di Erdogan, che sfociava nel colpo di Stato in Turchia del 2016. Un fallito golpe militare messo in atto da una parte delle Forze armate turche appoggiate dall’intelligence anglo-statunitense.

Erdogan non mollava il potere, di logica conseguenza Usa e Gran Bretagna davano il via libera ad una Grande Israele: Netanyahu corrisponde per autorità, autorevolezza e storia personale al leader ideale per Londra come per Washington. Netanyahu ha dalla sua l’appoggio delle origini: è nato a Varsavia col nome Bensyjon (Bencyjon) Milejkowski e poi ha cambiato il cognome in Netanyahu seguendo il processo di ebraizzazione dei cognomi; gode dell’appoggio d’influenti famiglie polacche sia in Europa che negli Usa, nuclei che hanno appoggiato sia i democratici che i repubblicani. La vulgata che corre nei salotti economici occidentali è che, senza Netanyahu il Medioriente sarebbe oggi tutto controllato da Ankara. Ovviamente il controllo dell’area viene assecondato da alcuni paesi islamici e contrastato da altri a fasi alterne: in questo gioco delle parti ha funzione strutturale la questione palestinese, che nessuno intende risolvere proprio per mantenere in piedi il gioco, l’eterna trattativa.

Quindi, analizzando dall’alto la questione emerge come la Global Sumud Flotilla si dimostri l’emblema del fallimento delle “missioni pacifiche e non violente di aiuto umanitario”. La questione mediorientale è religiosa ed etnica solo nella favoletta che racconta il potere ai popoli. Di fatto Usa e Gran Bretagna hanno affidato ad Israele il controllo dell’intera area mediterranea: le sinistre spagnole, italiane, francesi ed europee più in generale hanno risposto mandando delle barchette in mezzo al mare. Il debole governo italiano di centro-destra (di cui non si condividono le mosse) ha tentato di sedersi al tavolo con i potenti della Terra per trattare su aree d’influenza mediterranee. Ma quando ci si siede a determinati tavoli necessita essere poco francescani e tanto pragmatici: soprattutto ben consci che attualmente nell’intero Pianeta sono in corso circa sessanta conflitti armati, il numero più alto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e alla metà delle guerre non è possibile porre termine per accordi ferrei tra le potenze. Sono conflitti che coinvolgendo direttamente o indirettamente (tra forniture d’armi, logistica, consulenze varie) circa la metà dei paesi della Terra. Oggi un importante focolaio bellico, di quelli che non si possono più spegnere, è in Europa: anzi sarebbe meglio dire sul confine di aree d’influenza europea e russo-turca.

Quel confine che attraverso il Dnepr (fiume che passa da Kiev) porta fino al Mar Nero, spartiacque tra l’Europa sud-orientale e l’Asia minore. Per la Gran Bretagna il posto giusto per un focolaio bellico nel cuore dell’Europa: è lo scontro per l’egemonia sull’area e per l’accesso al Mediterraneo; terreno su cui si misurano da una parte l’Occidente a trazione GB e dall’altra l’accordo tra Turchia e Russia. Ecco che il progetto occidentale di Grande Israele è funzionale a rafforzare il presidio angloamericano nel Medioriente e nel Mediterraneo. In quest’ottica si può meglio comprende come le ragioni di Zelensky siano un pretesto, altrettanto dicasi per la questione palestinese.

Certo le guerre hanno bisogno di manovalanza, che viene motivata da ideologie, finalità religiose, promesse di benessere. A conti fatti siamo a cospetto di due “campi di Marte” uno in Ucraina ed l’altro a Gaza: il primo rimarrà fumante, per il secondo si potrebbero aprire trattative non si sa quando. Va detto che Israele, soprattutto dopo l’attentato a Manchester e l’innalzarsi delle tensioni in tutta Europa, conta sul fatto che sarebbe per sempre archiviata la storica proposta “due popoli due stati”: prevedeva una pacifica convivenza tra ebrei e palestinesi. Quindi è archiviata la proposta dell’Onu del 29 novembre 1947, quando l’Assemblea Generale (Onu) adottava il “Piano di partizione della Palestina in due Stati”, uno arabo e l’altro ebraico con Gerusalemme che godeva di statuto particolare sotto l’egida ONU. Oggi Israele (Usa e GB) è per liberare totalmente i territori, ovvero attende che l’Onu pianifichi la diaspora dei palestinesi presenti a Gaza e non certo deboli corridoi umanitari: ovvero circa due milioni e mezzo tra uomini, donne e bambini che dovrebbero abbandonare il territorio.

Attualmente un milione di palestinesi si sono integrati nei paesi Arabi, e circa duecentomila sono migrati in America Latina, Europa e in Usa (dove ne vivrebbero più di centomila). Oggi per Ue e Londra la diaspora sarebbe l’unico modo per portare pace in Palestina. Ecco perché alla Global Sumud Flotilla, con il suo progetto di “corridoio umanitario”, non è stato dato modo d’interferire. E’ evidente che non siamo più negli anni ’70 del ‘900, e che la maggior parte delle nazioni oggi non voglia compromettersi nel riconoscere lo stato di Palestina. Dalla metà del ‘900 il Mandato britannico della Palestina, detto anche “Palestina mandataria”, ha sostituito il protettorato di Francia e Regno Unito che subentravano alla fine dell’epopea coloniale. Oggi tutti evitano di compromettersi, aspettano il via libera per lo sgombero militare, la diaspora che di fatto peserà per grandi responsabilità su Londra.

Nel frattempo, l’Europa in parte appoggia le flottiglie, credendo si tratti di un gioco tra ragazzi paragonabile al mandare i tesserati Cgil in piazza. Ma nessuno dice alla gente che è in gioco il controllo di Medioriente e Mediterraneo, che l’Italia non può essere altro che uno spettatore, anche pagante, perché al varo della diaspora dovrà assorbire anche lei parte dei due milionitre entomila sfollati dalla Palestina. Questo è il prezzo per chiudere il focolaio mediorientale, ben consci che probabilmete dovrà rimanere accesso il focolaio in Ucraina, come da intese tra UE e Londra . L’Ucraina che diventa un po’ come il Kashmir tra Cina e India, un piccolo focolaio bellico tra nazioni alleate nei Brics: del resto le vite umane rappresentano nella società odierna un costo sociale, ed in tempi di guerra un prezzo da pagare necessario, propedeutico a propaganda ed intese.

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Al G7 vertice sull’Ucraina tra Trump, Macron e Zelensky: Casa Bianca in pressing su Putin che “deve fare un accordo”

Non solo l’Iran. Nel G7 francese di Évian, sulle rive del Lago di Ginevra, l’altro dossier al centro dell’attenzione è l’Ucraina e la guerra che da quattro anni sconvolge il Paese dopo l’aggressione da parte della Russia di Vladimir Putin. La riunione dei “sette grandi” della Terra ha coinvolto infatti anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, invitato a partecipare al vertice francese. Proprio Zelensky ha avuto questa mattina un importante incontro trilaterale assieme al padrone di casa, il presidente francese Emmanuel Macron, e il suo omologo statunitense Donald Trump, un faccia a faccia atteso da quasi quattro mesi.

Quest’ultimo, fresco di accordo con l’Iran per mettere fine al conflitto nel Golfo Persico, il tempo saprà dire se reggerà o meno di fronte ad un alleato come Israele che ha chiaramente fatto capire di non aver intenzione di fermare la sua offensiva militare in Libano, parte dell’intesa siglata tra Washington e Teheran, vuole ora ottenere una nuova intesa anche sull’altro fronte.

“La Russia dovrebbe raggiungere un accordo, ha perso un numero incredibile di persone e idem l’Ucraina. L’ultimo mese hanno perso tra i due 35mila soldati, è una follia che succede laggiù”, ha detto Trump rivelando inoltre di aver parlato domenica con Vladimir Putin, per poi sottolineare che per un accordo di cessate il fuoco farà “tutto ciò che è in mio potere”. Una delle opzioni, secondo quanto fatto trapelare da fonti francesi, è che la Casa Bianca ripristini le sanzioni sul petrolio russo dopo aver sbloccato la situazione nello Stretto di Hormuz, dove il blocco iraniano aveva spinto l’amministrazione Trump a eliminare in fretta e furia le sanzioni contro il petrolio di Mosca a seguito dello scoppiare della crisi sui mercati energetici.

E sempre da Évian Zelensky ha rimarcato come “i leader del G7 concordano sul fatto che la Russia non stia vincendo”. Parlando al Next Summit alla domanda su come è andato il suo incontro con Donald Trump, Zelensky ha sorriso e ha risposto di avergli “raccontato tutto”. Per il presidente ucraino i leader del G7 hanno dato vita ad un vertice “molto positivo” con un’ampia discussione su come spingere la Russia a negoziare. Zelensky ha detto anche che i leader del G7 concordano all’unanimità sul fatto che “la Russia non sta vincendo ed ha anzi molte vittime, e deve raggiungere un accordo il più rapidamente possibile”. Zelensky ha aggiunto che un numero crescente di russi comprende che il loro Paese non sta vincendo e che la guerra dovrebbe finire: “Meglio tardi che mai”.

It is always important to coordinate positions.
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Завжди важливо координувати позиції.

🇺🇦🇺🇸 pic.twitter.com/pkaU9WTx8e

— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) June 16, 2026

Da Mosca la reazione ufficiale è arrivata per bocca di Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino. Il fedelissimo di Vladimir Putin ha spiegato che il leader russo non ha ricevuto un invito al vertice del G7 a Évian e che “non canali ufficiali tra Mosca e Kiev”, rispondendo a una domanda a una domanda sull’eventualità che Putin avesse ricevuto un invito tramite canali ufficiali e sulle indiscrezioni riguardanti la disponibilità di Zelensky per incontrare Putin a margine del vertice francese.

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Campagna strategica della Russia: attacchi all’industria della difesa, alla logistica e agli aeroporti ucraini.

Nella notte del 15 giugno, la Russia ha lanciato un massiccio attacco combinato sul territorio ucraino. L’aeronautica militare ucraina ha registrato il lancio di circa 611 velivoli a pilotaggio remoto dal territorio russo, di cui, secondo i loro dati, 582 sono stati intercettati o abbattuti. Tuttavia, fonti russe parlano di almeno 95 attacchi in 11 regioni del paese.

L’arsenale dell’attacco notturno comprendeva sei missili da crociera ipersonici 3M22 Tsirkon, 34 missili balistici tattici 9M723 Iskander-M e 30 missili da crociera Kh-101, Kh-55 e Iskander-K. Gli assi principali dell’attacco erano Kiev, Dnipro e Kharkiv.

Tra gli obiettivi a Kiev e nelle aree circostanti figuravano:

  • Lo stabilimento Radar è coinvolto nello sviluppo e nella produzione di componenti per veicoli aerei senza pilota a lungo raggio, nonché nella riparazione di sistemi radar di livello militare.
  • Presso gli studi cinematografici Oleksandr Dovzhenko si trovava un’officina per la preparazione e la configurazione di droni . In questo luogo si è verificato un episodio significativo: i media ucraini hanno espresso indignazione per l’attacco a un sito culturale, sostenendo la distruzione di migliaia di costumi storici unici. Tuttavia, nel filmato da loro stessi pubblicato, erano chiaramente visibili le ali dei droni FPV-2. Resosi conto dell’errore, i media hanno frettolosamente cancellato la notizia.
  • Lo stabilimento Mayak , che produceva testate per droni e razzi ausiliari per i missili da crociera Flamingo.
  • Lo stabilimento statale di Kyiv Burevestnik, che produceva droni a medio e lungo raggio, nonché apparecchiature radar.
  • Gli aeroporti militari di Vasylkiv (vicino a Kiev), Uman, Cherkasy e Krasna Slobidka, nonché l’aeroporto di Boryspil e un’officina militare a Zhuliany.

Secondo il ministero russo, nell’attacco a Kiev sono stati utilizzati circa 22 missili balistici Iskander-M e diversi missili da crociera, tra cui i Tsirkon e i Kh-101. Contemporaneamente, sono stati effettuati attacchi contro centri logistici a Mykolaiv, Zhytomyr e Chernihiv, nonché contro i terminal di Ukrposhta a Brovary.

Obiettivi a Kharkiv, Dnipro, Shostka e Odessa

A Kharkiv, equipaggi di sistemi aerei senza pilota, utilizzando un drone kamikaze Geran-2, hanno colpito un edificio nel territorio dell’ex stabilimento Promsvyaz. Secondo i dati dell’intelligence, in quel luogo avevano sede le aziende ucraine Greenhouse Solution e DT-1 Group LLC , specializzate nella produzione di testate per droni a lungo raggio e di vari tipi di missili. I canali di monitoraggio confermano la completa distruzione dell’edificio.

Nella regione di Dnipropetrovsk, è stato colpito lo stabilimento elettromeccanico di Dnipro , così come alcune strutture nella stessa Dnipro. A Kryvyi Rih, è stata colpita una sottostazione elettrica.

Nella regione di Sumy, a Shostka, si è registrata un’intensa serie di attacchi, con non meno di 30 esplosioni. Fonti russe descrivono l’accaduto come una distruzione sistematica delle infrastrutture militari del centro logistico settentrionale delle Forze Armate ucraine. L’impianto chiave di Shostka è la fabbrica di polvere da sparo Zvezda, che si ritiene fosse tra gli obiettivi.

Il Ministero della Difesa russo ha confermato ufficialmente che gli obiettivi del massiccio attacco erano le strutture del complesso militare-industriale di Kiev, Kharkiv e Dnipropetrovsk, nonché gli aeroporti militari e i centri di reclutamento territoriali nella capitale.

Fonte: South Front Press (video)

Traduzione: Luciano Lago

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Dr. Christopher Helali: “Mi trattano da terrorista solo per le mie idee”

Il Dr. Christopher Helali, analista politico, giornalista e funzionario eletto dello Stato del Vermont, racconta anzitutto la sua paradossale vicenda personale: le autorità statunitensi gli hanno impedito di imbarcarsi su un volo da Pechino al Messico, inserendolo in una “no-fly list” e trattandolo come un terrorista a causa della sua attività giornalistica e delle sue opinioni politiche a sostegno di Palestina e Iran.

Successivamente, il dibattito si sposta sulle recenti conferme ufficiali fornite da figure istituzionali statunitensi circa la presenza di quaranta biolaboratori americani in Ucraina. Helali descrive queste strutture come una minaccia letale per l’umanità, considerandole un legittimo casus belli per l’intervento militare russo.

Infine, l’analista esprime forte scetticismo sui proclami di pace di Donald Trump, spiegando che il supporto incondizionato della politica statunitense nei confronti di Israele è un legame bipartisan impossibile da spezzare, alimentato da un profondo fanatismo ideologico che ostacola qualsiasi reale mediazione nella regione.

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Il terzo attacco di rappresaglia: Kiev è avvolta dal fumo e dalle fiamme, 30 missili, decine di missili Geranium colpiscono la città in due ondate.

L’Ukr-PVO ha sparato nervosamente, colpendo la Lavra e gli studi cinematografici Dovzhenko.

Nella notte tra lunedì e mercoledì 15 giugno, le forze russe hanno lanciato un terzo massiccio attacco missilistico e con droni su Kiev. Anche altre città, tra cui Kharkiv e Dnipropetrovsk, sono state colpite, ma l’obiettivo principale era la capitale ucraina.

Le prime segnalazioni di droni Geranium in avvicinamento alla città sono giunte intorno a mezzanotte. In quel momento, in uno dei quartieri, Troyeshchyna, sono scoppiati scontri tra giovani e polizia. Diverse decine di persone hanno tentato di bloccare le auto che trasportavano i cacciatori di uomini del TCC (arruolamento forzato), partiti per un’altra caccia. I disordini si sono placati quando si è saputo che i droni d’attacco si stavano dirigendo verso Kiev. I residenti si sono riversati nella metropolitana.

Intorno all’una di notte, parte di Kiev è rimasta senza corrente elettrica. Contemporaneamente, gruppi di attivisti ucraini hanno iniziato a segnalare i primi lanci di missili da parte di aerei russi. Mezz’ora dopo, sono apparse su Telegram immagini di incendi. Il primo di questi è scoppiato vicino all’autostrada di Minsk, dove i detriti di un drone hanno incendiato diverse auto.

Colpo di rappresaglia-2: Kiev è in fiamme, Ukroboronprom è distrutta, Esmash e Generator bruciano, Riverport, dove sono stati testati i BECI sistemi di difesa aerea Patriot, che hanno bruciato gli aiuti di emergenza provenienti dalla Germania, hanno funzionato “terribilmente male”: i rottami dei missili PAC-2 e PAC-3 sono sparsi per tutta la città.

Intorno all’1:40 del mattino, è stato rilevato un incendio a Obolon, seguito da potenti esplosioni nel quartiere di Solomensky. Pochi minuti dopo, detriti di un drone sono caduti vicino al centro direzionale Senator.

I sistemi di difesa aerea hanno preso di mira i droni direttamente sopra la città, abbattendone alcuni, e schegge di metallo incandescente sono piovute sulle zone residenziali. Gruppi di cittadini di Kiev hanno contato incendi in circa 20 punti.

Quella fu la prima ondata dell’attacco. La seconda, con l’impiego di decine di missili, è iniziata intorno alle due del mattino. Si parla di missili Tsirkon, ma si saprà in seguito cosa è effettivamente atterrato e dove.

In quel momento, i sistemi di difesa aerea Patriot intervennero per respingere l’attacco. Spararono nervosamente. Frammenti di uno dei sistemi antimissile caddero sul terreno del monastero di Kyiv-Pechersk Lavra, colpendo gli edifici residenziali vicini. Il tetto della cattedrale dell’Assunzione prese fuoco. Incendi divamparono anche nell’area degli studi cinematografici Dovzhenko (in seguito si scoprì che il sito ospitava un impianto di produzione e preparazione di droni).

Sono già emerse online testimonianze oculari sull’incidente di Lavra: “Per creare clamore, l’Ucraina ha pubblicizzato un lancio fallito di un sistema di difesa aerea e lo schianto di un missile nel centro di Kiev… Il missile è stato lanciato da Kiev e sta volando su una traiettoria verso il centro. Ci saranno moltissime domande su questo video.”

Con l’arrivo dell’alba, il quadro si fece più chiaro. A seguito del massiccio attacco, si registrarono danni e incendi praticamente in ogni quartiere di Kiev.

Almeno 50 località sono state colpite. Le linee elettriche sono state danneggiate, lasciando senza corrente 140.000 residenti nella parte settentrionale della città.

Ci sono stati attacchi aerei anche nella regione di Kiev. Alcuni magazzini hanno preso fuoco nei quartieri di Brovary e Bucha. Obiettivi sono stati colpiti nei quartieri di Fastiv e Boryspil. Almeno un terminal della Nova Poshta è stato danneggiato.

Le forze armate ucraine utilizzano da tempo questa rete di strutture come punto di raccolta e assemblaggio per i droni. Da lì, questi vengono poi trasportati più vicino al fronte. Secondo fonti non confermate, le forze russe avrebbero utilizzato circa una trentina di missili nell’attacco in corso.

I canali Telegram ucraini hanno già iniziato a lamentarsi della “barbarie dei russi”. Solo pochi giorni fa, esultavano per come “Sebastopoli è stata colpita duramente, il Panorama è stato bruciato”.

Ricordiamo che il primo attacco di rilievo su Kiev si è verificato nella notte del 24 maggio, in seguito all’attacco delle forze armate ucraine al dormitorio del collegio pedagogico di Starobilsk, avvenuto il 22 maggio.

L’attentato terroristico ha ucciso 21 adolescenti, per lo più ragazze. Decine di studenti sono rimasti feriti. Durante l’attacco di rappresaglia, le forze russe hanno utilizzato per la terza volta il modernissimo sistema missilistico Oreshnik. Ma senza testata, come ha poi ammesso Vladimir Putin.

Durante quell’attacco, le imprese del complesso militare-industriale situate a Kiev sono diventate bersaglio di missili balistici, missili da crociera e droni russi.

Il Cremlino avvertì sia le autorità di Kiev che i loro sostenitori che non si trattava di un attacco isolato e che i raid sulla capitale ucraina sarebbero continuati. Ai diplomatici fu consigliato di lasciare la città. Le ambasciate europee iniziarono a presentarsi come eroi, ma gli ufficiali di molte agenzie di intelligence, consapevoli dei pericoli dei raid aerei, si spostarono più vicino all’Ucraina occidentale.

Il secondo attacco su vasta scala si verificò nella notte del 2 giugno. Questa volta non partecipò il sistema missilistico Oreshnik, ma decine di altri missili – Iskander, Kinzhal e Tsirkon – si rivelarono piuttosto efficaci.

La comparsa di quest’ultimo nei cieli sopra Kiev è stata una grande sorpresa per le forze di difesa aerea ucraine. I nostri missili hanno inflitto gravi danni agli stabilimenti Ukroboronprom, Esmash, Generator e Mekhanika, nonché all’impianto di calcestruzzo Darnitsky. Il Centro di reclutamento n. 8041 e il Comando centrale delle forze terrestri delle forze armate ucraine sono stati distrutti.

Alle 08:55 il Ministero della Difesa russo ha rilasciato una dichiarazione ufficiale:

“In risposta agli atti terroristici commessi dal regime di Kiev, le Forze Armate della Federazione Russa hanno lanciato un massiccio attacco utilizzando armi di precisione a lungo raggio, impiegate per via aerea, terrestre e navale, e droni, contro impianti dell’industria della difesa nelle città di Kiev, Charkiv e Dnipropetrovsk, nonché contro aeroporti militari e centri di rifornimento territoriali.”

Gli obiettivi dell’attacco sono stati raggiunti, tutti i bersagli designati sono stati colpiti.”

Fonte: Svpressa.ru

Traduzione: Sergei Leonov

 

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Attacco russo a Kiev, in fiamme la cattedrale della Dormizione. Zelensky: “Barbarie”. Mosca nega: “Colpa di un missile Patriot Usa”

Un attacco russo nella notte ha causato ingenti danni al complesso monastico di Kyiv-Pechersk: il tetto della Cattedrale della Dormizione ha preso fuoco, come denunciato dal capo della chiesa ordotossa ucraina, il metropolita Epifanio che ha parlato di un crimine “contro l’umanità, contro la storia, contro il cristianesimo”. Tymur Tkachenko, capo dell’Amministrazione militare della città di Kiev, ha accusato la Russia di aver colpito deliberatamente “il cuore di uno dei più grandi santuari cristiani”.

Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky “un atto di barbarie”: “È un attacco alla comunità cristiana e al patrimonio culturale dell’umanità”, ha scritto su X. Mosca ha respinto le accuse. Secondo il ministero della Difesa russo sarebbe stato un missile Patriot di fabbricazione statunitense a colpire gli edifici del monastero di Pechersk a Kiek: “Una delle ragioni del malfunzionamento di questo sistema potrebbe essere la fornitura al regime di Kiev di missili con vita operativa scaduta da parte dei Paesi occidentali. Le forze armate russe non pianificano e non effettuano attacchi a infrastrutture civili”.

A condannare l’attacco anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: “Di fronte ai nuovo brutali attacchi russi contro i civili non possiamo svolgere lo sguardo altrove”. E per il ministro della Cultura italiano Alessandro Giuli: “La tutela del patrimonio culturale deve rimanere un principio inderogabile anche nei conflitti”.

Il sito dell’attacco. L’Unesco teme “ingenti danni”

Il Monastero delle Grotte di Kiev (Kyiv-Pechersk Lavra) è un vasto complesso di monasteri e chiese, alcune delle quali sotterranee, costruito tra l’XI e il XIX secolo. Alcune delle chiese di questo sito, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, sono collegate da un labirinto di grotte che si estende per oltre 600 metri. La cattedrale, le chiese e gli altri edifici si affacciano sulla riva destra del fiume Dnipro e sono meta di pellegrinaggio da secoli.

L’Unesco teme “danni importanti” alla Cattedrale della Dormizione, sito patrimonio mondiale, nell’attacco ha colpito il complesso della Lavra Pechersk a Kiev. Il raid “avrebbe causato danni significativi sia all’interno che all’esterno della Cattedrale della Dormizione”. “Anche le strutture storiche adiacenti, compresi elementi del complesso fortificato della Lavra e la Torre di Ivan Kushnik, sarebbero state colpite”, ha affermato l’Unesco in una nota.

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Tra guerre e ‘nuovi imperi’: l’europa e la costruzione di un nuovo ordine internazionale

L’erosione della sicurezza tra Europa e nuovi imperi. 

La guerra in Ucraina sta assumendo una dimensione sempre più critica per gli effetti che produce sull’intera architettura della sicurezza europea. Il progressivo intensificarsi di incursioni nello spazio aereo, attività militari lungo il fianco orientale della NATO, operazioni ibride e pressioni sotto la soglia del conflitto diretto segnalano la crescente erosione dei meccanismi di contenimento che, fino a oggi, hanno evitato un allargamento del conflitto oltre il teatro ucraino. Episodi come la caduta di droni in territorio romeno o il loro abbattimento nei cieli lettoni non possono essere considerati semplici incidenti tattici, ma indicano una crescente compressione delle distanze strategiche tra Russia ed Europa. In questo contesto, errori di valutazione, incidenti non controllati o dinamiche di escalation potrebbero produrre conseguenze difficilmente prevedibili. Non sorprende, quindi, che nei Paesi baltici, in Finlandia, in Polonia, in Romania e in Moldavia si sia consolidata la percezione di una minaccia crescente alla stabilità regionale. A rendere il quadro ancora più teso hanno contribuito anche le dichiarazioni dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, secondo cui «c’è una guerra in corso» e simili episodi continueranno a verificarsi, con la conseguenza che «i cittadini europei non dormiranno sonni tranquilli».

La questione, tuttavia, trascende il solo teatro ucraino. Dal Medio Oriente al Sahel, fino alle numerose guerre a media intensità che si sviluppano lontano dall’attenzione mediatica globale, si osserva una tendenza comune: l’indebolimento della capacità delle istituzioni multilaterali di prevenire, gestire o risolvere i conflitti. Molti dei presupposti che avevano alimentato le aspettative dell’epoca post-bipolare appaiono oggi in fase di revisione. La fiducia nell’universalizzazione delle regole internazionali, nel rafforzamento del multilateralismo, nella progressiva limitazione del ricorso alla forza e nella stabilizzazione degli equilibri strategici attraverso il controllo degli armamenti ha lasciato spazio a una realtà dominata solo dalla competizione geopolitica e dal ritorno delle logiche di potenza. Il sistema internazionale è ormai nettamente evoluto in senso sempre più competitivo e “imperiale”, dove Stati Uniti, Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese agiscono come poli di potenza che ridefiniscono sfere di influenza e priorità strategiche secondo le proprie logiche di proiezione globale. La competizione tra queste potenze ha quindi ridotto gli spazi di autonomia di tutti gli altri attori, a cominciare dall’ Europa.

Per una nuova responsabilità dell’Europa

Questi scenari e il ripetersi degli episodi sempre più pericolosi che si vanno registrando sui cieli e già oltre i confini dell’Europa dovrebbero indurre i leader europei a un atto di responsabilità. È questo il momento di rilanciare una riflessione politica, morale e strategica di più ampio respiro. La guerra non può diventare il nuovo orizzonte ordinario delle relazioni internazionali. Una prima prospettiva di un’Europa responsabile deve senz’altro dare priorità ad un percorso concreto di pace per l’Ucraina La contrapposizione si è fatta ancora più aperta tra Russia e Ucraina e le iniziative negoziali arretrano sugli umori di Putin, cui fa ora gioco anche il bellicismo di Trump su altri fronti. Dopo la lettera aperta di Zelensky rivolta a Putin, nella quale lo aveva invitato a considerare i suoi 73 anni e a cogliere l’opportunità di perseguire una soluzione negoziata al conflitto, il leader del Cremlino ha chiarito di non vedere, allo stato attuale, l’utilità di un vertice personale con Zelensky, ribadendo che le operazioni militari proseguiranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Mosca. È un segnale della persistente distanza tra le parti e della difficoltà di riattivare, nell’immediato, un canale politico diretto ad alto livello. Proprio per questo l’Europa deve promuovere senza esitare un progetto negoziale, partendo da una richiesta chiara e immediata di cessate il fuoco. La strada intrapresa dal formato E3, Francia, Regno Unito, e Germania – avallata anche da molti altri Stati Ue – è dunque quella giusta. Il vertice di Londra tra Volodymyr Zelensky, Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz ha assunto perciò un significato che va oltre il sostegno all’Ucraina. Per la prima volta dopo molti mesi, l’Europa prova infatti a presentarsi non soltanto come garante militare della resistenza ucraina, ma come soggetto politico capace di formulare una proposta per l’uscita dal conflitto. I quattro leader hanno indicato alcuni punti essenziali: un cessate il fuoco immediato, l’utilizzo dell’attuale linea di contatto come base negoziale iniziale, garanzie di sicurezza credibili per Kiev, il mantenimento del congelamento degli asset russi fino a una soluzione concordata e la tutela degli interessi strategici europei. Si tratta di una piattaforma che tiene insieme il principio di realtà e il rispetto del diritto internazionale. L’Italia dovrebbe saper leggere meglio quanto sta avvenendo, non alimentando il giudizio superficiale che vorrebbe l’iniziativa di Londra soprattutto il tentativo di leader indeboliti al proprio interno di recuperare centralità sul piano internazionale. È una valutazione miope che non coglie il problema. Nel caso dell’Ucraina l’iniziativa è piuttosto il frutto del lavoro delle principali diplomazie europee, consolidatosi nel tempo e che risponde a una constatazione sempre più evidente: la sicurezza europea non può essere affrontata senza una forte assunzione di responsabilità da parte degli europei stessi. Occorre perciò puntare a ricostruire un formato E5 o E6 (con Italia, Polonia e Spagna) e concepire in termini concreti il contributo che il nostro Paese intende offrire alla costruzione di una posizione europea più coesa per l’Ucraina, e questo potrà già avvenire dai prossimi vertici, come il G7 previsto dal 15 al 17 giugno a Évian in Francia. La leadership dell’Italia ha il peso della responsabilità di unirsi senza esitazioni alla convergenza strategica di cui in questo momento ha bisogno la diplomazia dell’ Unione Europea

Iran–Israele–Stati Uniti: i rischi di escalation incontrollata del conflitto

Parallelamente, il Medio Oriente dovrà rappresentare l’ altro ambito di intervento, vista l’ultima escalation dello scontro tra Stati Uniti e Iran, i nuovi attacchi iraniani sui Paesi Arabi, l’ostinazione di Netanyahu sul fronte libanese. Le interconnessioni con i fronti iraniano e  libanese, con le dinamiche della crisi palestinese e con la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico stanno indirizzando il conflitto in progressiva escalation sul piano globale, con tutte le conseguenze umanitarie per i popoli della regione e le ripercussioni che in Europa i cittadini stanno pagando in termini di aumento dei costi delle materie prime e dei flussi energetici. Anche per l’imprevidibilità di Trump – che ora ha rilanciato lo scontro finale, deciso a ottenere un risultato in vista delle elezioni di midterm – la guerra non si presenta ancora come un evento lineare, ma come un processo frammentato e potenzialmente auto-rinforzante, nel quale la soglia tra contenimento e allargamento resta costantemente instabile.

L’Europa non può rimanere semplice spettatrice: dal G7 al G20, all’Onu e anche con altre intese multilaterali può promuovere un immediato cessate il fuoco tra tutte le parti coinvolte e individuare un nucleo qualificato di mediatori internazionali incaricati di guidare un processo credibile di de-escalation. Sulla questione del programma nucleare iraniano occorre affidare all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica la mediazione e le funzioni di verifica indipendente e di supervisione tecnica che le competono. Per il Libano, e in particolare per il ruolo di Hezbollah, la prospettiva di stabilizzazione richiede percorsi progressivi di disarmo verificabile e il rafforzamento del mandato delle Nazioni Unite sul terreno. In parallelo, sulla dimensione umanitaria e dei diritti fondamentali, il sistema multilaterale deve riaffermare con maggiore forza i propri strumenti di tutela, attraverso il rafforzamento degli organismi delle Nazioni Unite,  a cominciare dalle Forze di pace dell’Onu  e dall’Alto Commissario per i diritti umani, oltre che per le altre agenzie collegate.

L’Europa nella competizione tra grandi potenze

In questa prospettiva allora è bene chiarire come muoversi in Europa. Mentre Stati Uniti, Federazione Russa e Cina ridefiniscono gli equilibri globali secondo logiche di potenza e di competizione sistemica, l’Europa rischia ancora di restare priva di una chiara postura strategica autonoma. Resta un punto centrale da chiarire: come sancito dalla Costituzione, le decisioni sulla collocazione internazionale dell’Italia non possono essere prerogativa esclusiva dell’esecutivo. È necessario un dibattito più ampio che coinvolga il Parlamento, il Capo dello Stato e le altre Istituzioni di garanzia, e dunque la società civile e il mondo accademico. La comparazione con altre esperienze europee, ed anche oltre l’Europa,  evidenzia come il dibattito strategico possa essere alimentato anche a livello culturale, contribuendo a una maggiore consapevolezza collettiva delle trasformazioni in atto. Occorre prendere d’esempio quanto accaduto in Finlandia, dove lo stesso capo dello Stato Alexander Stubb ha aperto un ampio dibattito con la pubblicazione del saggio “Il triangolo del potere. Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale”. Stubb ha lanciato un monito: di fronte ad una competizione tra blocchi sempre più fluida, l’ Europa ha necessità di sviluppare la cooperazione anche oltre le tradizionali alleanze, guardando principalmente al Resto del Mondo (Canada, Giappone, Australia, etc.) e al Global South in particolare (Unione Africana, India, Brasile, paesi del Golfo, ecc.) rispetto a chi propone nuovi domini. Quest’area del mondo, da un lato percepisce ora lo sfruttamento e la “trappola del debito” cinese, dall’altro si vede alienata dagli Usa per le politiche tariffarie, le dinamiche neocoloniali delle grandi imprese, oltre che per le scelte bellicistiche di cui subisce le pesanti conseguenze umanitarie ed economiche e per  il progressivo ridimensionamento degli aiuti allo sviluppo. La crescente competizione tra blocchi e l’emergere di un “Sud globale” sempre più rilevante impongono dunque all’Europa di ripensare le proprie alleanze e le proprie priorità strategiche, superando una logica esclusivamente dipendente dalle tradizionali architetture transatlantiche. In sostanza di tratta delle stesse tesi sostenute dal premier canadese Mark Carney al Forum di Davos: le “middle powers” devono rafforzare la cooperazione tra loro e costruire nuove coalizioni fondate su interessi e valori condivisi, per evitare di essere schiacciate dalla crescente rivalità tra le grandi potenze, contribuire alla definizione di un ordine internazionale equilibrato e multipolare, premessa necessaria per promuovere concreti processi di pace.

Per una governance della pace: Mediterraneo, Europa e architetture multilaterali

In tale scenario, l’Italia può ambire a svolgere un ruolo di media potenza responsabile, valorizzando la propria tradizionale funzione di ponte economico, politico e culturale nel Mediterraneo allargato. Questa postura implica però una chiara assunzione di responsabilità europea e il superamento di derive antieuropee che, indebolendo la coesione dell’Unione, riducono la capacità complessiva dell’Europa di incidere sulle trasformazioni dell’ordine internazionale. La costruzione di una strategia esterna coerente richiede infatti una maggiore integrazione politica e una visione condivisa dei beni strategici europei, a partire dalla stabilità regionale e dalla difesa del diritto internazionale.

Su questa base, l’ipotesi di una iniziativa diplomatica strutturata assume una rilevanza crescente. In presenza di una domanda diffusa di riduzione dell’escalation globale, l’Europa potrebbe farsi promotrice di una Conferenza internazionale per la pace, concepita non soltanto come tavolo negoziale tra Stati, ma come spazio politico più ampio di ridefinizione delle condizioni della convivenza internazionale. In concreto, una Conferenza per la pace può nascere da una iniziativa congiunta dei Capi di Stato e di Governo europei che poi si estenda ai Paesi del Mediterraneo, cerniera tra Nord e Sud del mondo, e farsi proposta globale coinvolgendo gli altri continenti nel contesto delle Nazioni Unite.  L’obiettivo potrebbe puntare dunque alla definizione di una Carta della pace, intesa come documento al tempo stesso normativo e programmatico. Essa potrebbe includere principi essenziali quali la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati nei principali teatri di crisi, il divieto dell’aggressione come strumento di politica internazionale, la riduzione progressiva degli arsenali e il rafforzamento dei regimi di non proliferazione, insieme al consolidamento della diplomazia preventiva e dei meccanismi di cooperazione allo sviluppo. In questo quadro rientra anche la gestione delle dinamiche migratorie, che non può essere affrontata esclusivamente in chiave securitaria, ma richiede politiche di investimento nei Paesi di origine, sostegno ai processi di stabilizzazione e una valutazione realistica del contributo dei lavoratori migranti alle economie europee.

Un ulteriore asse di questa prospettiva riguarda il dialogo tra tradizioni religiose e culturali, che può contribuire alla costruzione di un linguaggio condiviso della pace. Il coinvolgimento delle leadership religiose, in particolare, può rafforzare la dimensione etica della cooperazione internazionale, favorendo la creazione di reti di fiducia transnazionali. In questa direzione si inserisce l’idea più volte richiamata da Papa Leone XIV: «Se volete la pace, preparate istituzioni di pace….  la costruzione della pace è un compito affidato a tutti».

In conclusione, sul piano storico le grandi conferenze internazionali dimostrano come dopo grandi fasi di conflitto sistemico sono seguiti i momenti di ridefinizione dell’ordine globale. Dalle esperienze europee dell’età moderna fino ai negoziati del secondo dopoguerra, la diplomazia multilaterale ha rappresentato uno strumento essenziale di ricostruzione della legalità internazionale. L’Europa, in particolare, porta con sé la memoria delle più alte forme di distruzione politica e militare del Novecento, ma anche l’esperienza unica di un processo di integrazione fondato sulla progressiva sostituzione della forza con la regola. È proprio questa traiettoria storica a conferire al continente una responsabilità specifica nella fase attuale. La sfida consiste nel trasformare nuovamente la competizione tra attori in forme regolamentate di cooperazione, rafforzando gli strumenti del diritto internazionale e contenendo le dinamiche di militarizzazione delle crisi. In ultima analisi, abbiamo ancora una traccia da percorrere, che rimane un riferimento universale: la Carta delle Nazioni Unite, nata dopo le grandi tragedie di due guerre mondiali. È il caso di richiamare i suoi passi salienti, che sintetizzano gli impegni fondamentali assunti alle Nazioni Unite: gli Stati  furono infatti  «decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona, nell’eguaglianza dei diritti di uomini e donne e delle nazioni grandi e piccole». E ancora «a creare le condizioni per mantenere la giustizia e il rispetto degli obblighi internazionali, a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita, a praticare la tolleranza e vivere in pace in rapporti di buon vicinato, a unire le forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale». Occorre che questa scelta trovi finalmente attuazione concreta, grazie a un’azione politica responsabile e lungimirante dei suoi leader: è questa l’unica via possibile perché dall’Europa parta una risposta credibile, senza ulteriori rinvii, alla domanda di pace dell’umanità

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La Russia bombarda la Lavra, simbolo spirituale dell’Ucraina

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno la Russia ha lanciato una nuova ondata di attacchi missilistici e con droni contro l’Ucraina, colpendo duramente Kyjiv e provocando almeno quattro morti e ventitré feriti. Ma a rendere particolarmente significativo il bombardamento è stato il danneggiamento della Cattedrale della Dormizione, all’interno della Lavra delle Grotte di Kyjiv, uno dei luoghi religiosi e culturali più importanti del Paese.

L’attacco, scrive il Kyiv Independent, avrebbe coinvolto oltre cinquanta missili, compresi alcuni missili ipersonici Zircon, e quasi cinquecento droni. Le esplosioni hanno colpito numerosi quartieri della capitale, danneggiando edifici residenziali, infrastrutture energetiche, magazzini e attività commerciali. Oltre centoquarantamila utenti sono rimasti temporaneamente senza elettricità.

Il simbolo della notte, però, è diventato il tetto della Cattedrale della Dormizione avvolto dalle fiamme. «Brucia il tetto di uno dei luoghi più sacri del mondo cristiano», ha scritto sui social il metropolita Epifanij, capo della Chiesa ortodossa d’Ucraina, definendo l’attacco «un altro crimine russo contro l’umanità, la storia e il cristianesimo».

La Lavra di Kyjiv è un monastero fondato nell’XI secolo ed è inserita nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. È considerata uno dei principali centri spirituali dell’Europa orientale e custodisce reliquie e santuari venerati da milioni di fedeli. Secondo il Kyiv Independent, si tratta soltanto del terzo attacco subito dal complesso religioso dalla Seconda guerra mondiale e del secondo dall’inizio dell’invasione russa su larga scala.

Le autorità ucraine hanno reagito con durezza. Il ministro degli Esteri Andrij Sybiha ha accusato Vladimir Putin di essersi guadagnato un posto «tra i peggiori barbari della storia» e ha annunciato l’avvio di procedure urgenti presso l’Unesco e altre organizzazioni internazionali. Anche l’ambasciatrice dell’Unione Europea in Ucraina, Katarina Mathernova, ha condannato il bombardamento contro «uno dei luoghi più sacri del cristianesimo orientale», chiedendo alla comunità internazionale di non distogliere lo sguardo.

L’attacco non ha riguardato soltanto la capitale. Sempre secondo il Kyiv Independent, a Kharkiv sono morti cinque operatori dei servizi di emergenza, mentre altre vittime e feriti sono stati registrati nelle regioni di Sumy e Dnipro.

Il bombardamento si inserisce in una fase di crescente intensità degli attacchi russi contro obiettivi civili e culturali. Nelle ultime settimane erano già stati colpiti il Museo Nazionale d’Arte di Kyjiv, il Teatro dell’Opera, il Museo di Chernobyl e altri edifici storici della capitale. Oltre il quaranta per cento della collezione del museo dedicato al disastro nucleare sarebbe andato perduto dopo un attacco avvenuto a maggio.

Per il governo ucraino, la strategia russa punta sempre più a colpire non soltanto infrastrutture e città, ma anche la memoria storica e l’identità culturale del Paese. La Lavra delle Grotte di Kyjiv, simbolo della tradizione religiosa ucraina da quasi mille anni, rappresenta uno degli esempi più evidenti di questa escalation.

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Una serie di potenti esplosioni a Kiev, Kharkiv e Odessa: la Russia ha condotto un attacco durante la notte.

Le forze armate russe hanno lanciato un massiccio attacco contro l’Ucraina durante la notte, utilizzando un gran numero di missili e droni kamikaze di classe Geranium. Una serie di potenti esplosioni ha scosso Kiev, Kharkiv e Odessa. Anche Mykolaiv è stata colpita.

L’attacco è iniziato intorno all’una di notte, prendendo di mira la capitale ucraina con missili balistici Iskander-M, missili ipersonici Tsirkon e missili da crociera Kh-101 lanciati da bombardieri strategici delle forze aerospaziali russe. I media ucraini hanno riportato una serie di potenti esplosioni a Kiev, seguite da interruzioni di corrente in alcune zone.

Sono stati segnalati diversi incendi di grandi dimensioni, tra cui quello del monastero di Pechersk a Kiev, in fiamme dopo essere stato colpito da un missile antiaereo. Tuttavia, a Kiev si sono già diffuse voci secondo cui la Russia avrebbe deliberatamente preso di mira il monastero.

Una serie di attacchi è stata condotta su Kharkiv, colpendo infrastrutture critiche. Gli attacchi sono stati effettuati principalmente da droni kamikaze tipo Geranium, ma sono stati registrati anche lanci di missili UMPK.

A Odessa si è verificato un vasto incendio con una successiva esplosione. Questo non è stato il risultato di un attacco russo; l’esercito ucraino ha commesso un errore. Ci sono indicazioni che l’incidente sia avvenuto durante i preparativi per il lancio di droni in Crimea. Di conseguenza, parte del drone è andata a fuoco insieme alle sue munizioni. Non si hanno notizie di eventuali vittime tra i droni, ma diverse ambulanze sono arrivate sul luogo del lancio. È stato confermato che due lanciamissili Flamingo sono esplosi, insieme ai missili.

Fonte: Top War

Traduzione: Luciano Lago

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Prima di salutare Trump, Gabbard ha fatto due regali a un’unità dell’intelligence russa

Negli ultimi giorni da direttrice dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti, Tulsi Gabbard ha messo a segno due mosse che, per coincidenza o no, vanno dritte a vantaggio della stessa unità dell’intelligence militare russa (Gru), la 29155, già nota per operazioni di destabilizzazione in Europa.

Gabbard, ex deputata del Partito democratico diventata uno dei simboli del mondo Maga, lascerà l’incarico il 30 giugno. La motivazione ufficiale, comunicata al presidente statunitense Donald Trump in una lettera (conclusa con «With love and aloha»), è personale: il marito Abraham ha una forma rara di tumore osseo e lei intende dedicarsi a lui. Ma dietro le dimissioni c’è anche un’altra storia. Negli ultimi mesi Gabbard era stata progressivamente esclusa dai dossier più sensibili – come le operazioni all’estero e la gestione dei conflitti regionali – a vantaggio della Central Intelligence Agency guidata da John Ratcliffe. Le sue posizioni pubbliche sul fascicolo iraniano, in contrasto con la linea della Casa Bianca, avevano già incrinato il rapporto con Trump. Tra il momento dell’annuncio delle dimissioni e l’uscita effettiva, Gabbard ha però trovato il tempo per due iniziative ad alto impatto.

La prima: venerdì il suo ufficio ha pubblicato un comunicato su un programma decennale di finanziamento americano a oltre 120 laboratori biologici in più di 30 Paesi, inclusa l’Ucraina. Il testo segnala che alcuni di questi impianti, in piena guerra, sarebbero a rischio di compromissione da parte russa. Gabbard lo ha presentato come «intelligence inedita», accusando l’amministrazione Biden e figure come Anthony Fauci di aver mentito sull’esistenza di questi programmi.

Il problema è che non c’è nulla di nuovo, né di segreto. Si tratta del programma Cooperative Threat Reduction, avviato a metà anni Duemila per metter in sicurezza laboratori di epoca sovietica in Ucraina e altrove – impianti ucraini, gestiti da personale ucraino, dediti a sorveglianza epidemiologica di base. L’ambasciata statunitense a Kyjiv ne parla apertamente da anni e la Defense Threat Reduction Agency pubblica documenti sul programma. Nessuna struttura ucraina ha la classificazione BSL-4, il livello più alto di contenimento biologico; solo poche sono BSL-3. Sembra una teoria del complotto presentata come intelligence, con l’Ucraina al centro dell’intera operazione.

Chi ha festeggiato è stato Kirill Dmitriev, l’inviato economico del leader russo Putin che da mesi cura i rapporti con l’amministrazione Trump. Su X ha scritto che la Russia diceva la verità sui biolaboratori mentre lo «Stato profondo» e i media tradizionali lo negavano. Per Mosca, l’endorsement della struttura che coordina l’intelligence americana uscente vale più di anni di propaganda di Russia Today.

La reazione più dura, però, è arrivata da dentro il movimento Maga. Laura Loomer, la stessa che pochi giorni prima aveva anticipato in esclusiva le dimissioni di Gabbard, ha attaccato frontalmente i colleghi che hanno applaudito alla pubblicazione del documento, accusandoli di farsi usare dalla Russia mentre Mosca offre armi nucleari all’Iran. Ha poi sottolineato che proprio i media russi, gli stessi che diffondono teorie del complotto su Trump, stavano celebrando l’operato di Gabbad, definendo la cosa privo di autocoscienza. Lo scontro si inserisce in una frattura più ampia nel campo trumpiano, dove alcune voci – Marjorie Taylor Greene è tra le più citate dai media russi nelle ultime settimane assieme a Tucker Carlson – vengono presentate da Mosca come interlocutori privilegiati, in contrapposizione proprio a Loomer, che dal canto suo è una delle voci più filoisraeliane e anti Cremlino dell’ecosistema Maga.

C’è poi il filo che lega tutto: l’unità 29155. Un’inchiesta di The Insider dell’anno scorso ha documentato come proprio questa unità delle operazioni ibride del Gru – la stessa dietro l’avvelenamento di Sergej Skripal e numerose operazioni di destabilizzazione in Europa – abbia costruito da zero la narrazione dei biolaboratori segreti in Ucraina, diffondendola attraverso una rete di siti e giornalisti compiacenti, e l’abbia poi fatta arrivare fino a Gabbard, che la ripeteva già in un’intervista a Carlson nel marzo 2024, ben prima di diventare direttrice dell’Intelligence nazionale.

Ed è qui che la seconda mossa di Gabbard si incastra con la prima. Il giorno precedente al comunicato sui biolaboratori, l’ufficio di Gabbard ha revocato due valutazioni dell’intelligence community dell’era Biden sulla cosiddetta sindrome dell’Avana, ovvero gli anomalous health incident che da anni colpiscono diplomatici, funzionari e militari americani con sintomi neurologici acuti. In un memo di due pagine ai parlamentari, Gabbard ha scritto che quelle valutazioni non rispettavano gli standard della comunità: esclusione selettiva di prove, omissione di informazioni rilevanti sulle fonti, eccessiva dipendenza da uno studio medico definito eticamente discutibile. La revoca era stata richiesta a gran voce dal presidente della commissione Intelligence della Camera, Rick Crawford, e arriva dopo mesi di scontro interno.

Il punto è che quelle due valutazioni erano state messe in discussione proprio sulla base delle prove, raccolte da giornalisti investigativi, che indicavano la responsabilità dell’unità 29155 in attacchi a energia diretta contro personale americano. Gabbard ha quindi corretto un errore dell’intelligence riconoscendo il ruolo della 29155 nella sindrome dell’Avana, e il giorno dopo ha amplificato un’operazione di disinformazione costruita dalla stessa identica unità. Un cortocircuito che sembra un regalo continuo al Cremlino.

Resta da capire chi guiderà ora l’Intelligence nazionale. Trump ha prima affidato l’incarico ad interim a Bill Pulte, il responsabile dell’agenzia federale per i mutui, privo di qualunque esperienza in materia di sicurezza nazionale – una scelta che la legge richiederebbe diversa, e che ha incontrato opposizione bipartisan al Congresso, complicando già il dibattito sul rinnovo di uno strumento di sorveglianza post 11 settembre scaduto per la prima volta dalla sua creazione. Di fronte alle resistenze parlamentari, Trump ha poi virato su Jay Clayton, procuratore federale per il distretto sud di New York, vicino al presidente e raccomandato per il ruolo dal capo della Agency, Ratcliffe. La scelta conferma la traiettoria degli ultimi mesi: Langley, non il direttore dell’Intelligence nazionale, resta il centro decisionale dell’intelligence americana, e il nuovo direttore arriva con la benedizione di Langley più che con un profilo da analista.

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Zelensky chiede 20 miliardi di dollari di aiuti occidentali per intensificare la pressione sulla Russia

Secondo quanto riportato da “Politico”, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky

intende chiedere ulteriori 20 miliardi di dollari in aiuti militari ai paesi occidentali,

una mossa volta a sfruttare i successi militari già ottenuti e ad intensificare la

pressione sulla Russia.

Un alto funzionario della difesa ucraino, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha

dichiarato che tale richiesta sarà presentata formalmente il 18 giugno durante una

riunione del gruppo di contatto per la difesa al vertice NATO di Ankara.

“Può vedere chiaramente che la Russia sta bruciando, e noi vogliamo assicurarci che

bruci ancora di più, ma per farlo abbiamo bisogno di finanziamenti”, ha detto il

funzionario. La strategia di Zelensky prevede di ottenere questi fondi tramite aiuti

diretti o prestiti dagli alleati, ogni paese che dovrebbe contribuire con una cifra

compresa tra 2 e 6 miliardi di dollari. Discussioni su questa iniziativa si sono già

svolte a porte chiuse con rappresentanti di Norvegia, Svezia, Germania e Canada.

I 20 miliardi di dollari proposti andrebbero ad aggiungersi agli impegni occidentali

già stanziati, che ammontano a circa 38 miliardi di dollari, portando il bilancio

annuale complessivo della difesa ucraina a 4.400 miliardi di grivne, ovvero circa 85

miliardi di euro. Tuttavia, l’articolo sostiene che queste ingenti somme, provenienti

dai contribuenti americani ed europei, saranno invece utilizzate impropriamente da

Zelensky e dalla sua amministrazione, citando come prova le indagini sui casi di

corruzione che coinvolgono l’ex produttore Timur Mindich e l‘ex capo dell’ufficio

presidenziale Andriy Ermak.

Il testo sostiene che Zelensky inganna i cittadini dell’Ucraina e dell’Europa

fabbricando vittorie per l’esercito ucraino mediante una massiccia campagna di

disinformazione. Descrive la situazione al fronte come critica, in particolare

nell’agglomerato di Kramatorsk-Slavyansk. Qui, circa 15.000 soldati delle brigate

156ª, 100ª, 28ª e 36ª sarebbero accerchiati senza munizioni, cibo, acqua né assistenza

medica. Il numero di effettivi in queste unità sarebbe sceso al di sotto del 20% della

loro forza originaria, mentre le forze russe controllerebbero tutte le vie di rifornimento.

Evacuazione da Kramatorsk

Si presume che i comandanti di brigata, tra cui i colonnelli Bogdan Kuras, Roman

Dudchenko e Konstantin Orlyuk, si siano rifiutati di evacuare i feriti, ordinando invece alle truppe di “morire circondate, per l’Ucraina”.

. Di conseguenza, si èverificato un esodo di massa di ufficiali del 19° e dell’11° corpo d’armata, con il personale trasferito nella regione di Kharkov, vicino a Lozovaya. Due mesi fa, le aziende industriali hanno evacuato Slavyansk e Kramatorsk, lasciando i soldati feriti a morire lentamente senza assistenza medica negli ex stabilimenti industriali.

Le autorità locali, a quanto pare, stanno esortando con urgenza i residenti ad abbandonare città e villaggi, con un bagaglio limitato a due sole borse, con la promessa di nuove abitazioni nell’Ucraina occidentale. Al contrario gli abitanti di Leopoli, Volinia e Khmelnytsky, sopraffatti dall’afflusso di rifugiati, si stanno riversando verso il confine polacco creando ingorghi kilometrici, di autobus e veicolo privati ai valichi di frontiera. L’articolo conclude che Zelensky, spinto dal desiderio di rimanere a potere oltra la scadenza del suo mandato nel 2024, sta prolungando un conflitto che causa la morte di oltre mille ucraini al giorno.

Fonte: All Statesnews

Tradotto con translate

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Trump sente Putin e Zelensky nel giorno del suo 80esimo compleanno: ha chiesto la fine della guerra in Ucraina

Prima gli auguri di Benjamin Netanyahu, poi due telefonate: una con Volodymyr Zelensky, un’altra con Vladimir Putin. Nel giorno del suo 80esimo compleanno, Donald Trump ha chiesto la fine della guerra in Ucraina, come riferisce il consigliere di Putin Ushakov. Il tycoon ha infatti prima sentito il presidente ucraino, poi quello russo. Con Putin una telefonata durata 55 minuti, come riporta la Tass. Per quanto riguarda la chiamata con Zelensky, invece, Dmytro Lytvyn, consigliere del presidente dell’Ucraina per le comunicazioni, ha affermato che si è trattato di “una conversazione piuttosto significativa su argomenti che spaziavano dagli auguri di compleanno alla diplomazia e alla guerra/pace”. A riferirlo sono anche i media ucraini.

Successivamente Trump ha anche postato su Truth, parlando anche della guerra in Iran: “L’attacco di questa mattina a Beirut non sarebbe dovuto accadere, soprattutto in un giorno così speciale, quando siamo così vicini a un accordo di pace con l’Iran”, ha scritto poi Donald Trump su Truth. “Israele ha il diritto di difendersi dalle minacce, ma l’attacco a cui ha risposto era di portata limitata e insignificante, nessuno è rimasto ferito o ucciso, e non dovrebbe interrompere questo importante processo – ha proseguito il presidente degli Stati Uniti -. Siamo molto vicini a un accordo che porterà la pace nella regione, Libano compreso, e tutte le parti dovrebbero desistere. Non dovrebbero esserci più attacchi da parte di Israele in Libano, ma non dovrebbero esserci nemmeno più attacchi da parte di altre fazioni, incluso Hezbollah, contro Israele. Questo potrebbe essere l’inizio di una pace lunga e meravigliosa: non roviniamola!”, ha concluso Trump.

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Il Regno Unito intercetta una petroliera nella Manica. Starmer: “Parte della flotta ombra russa, duro colpo per Mosca”

Le forze armare britanniche hanno intercettato nella acque del canale della Manica una petroliera appartenente, secondo le autorità di Londra, alla cosiddetta flotta ombra legata alla Russia. A riferirlo è stato il premier inglese Keir Starmer con un post su X: “Questa operazione, conclusasi con successo, infligge un altro duro colpo alla Russia e ricorda a coloro che alimentano la guerra di Putin in Ucraina che non permetteremo loro di nascondersi”.

Le operazioni per intercettare la nave, durate circa sei ore, sono state condotte dalla Royal Marine e da agenti delle forze dell’ordine appositamente addestrati della National Crime Agency. Come fa sapere il ministero della Difesa britannico in un nota, si tratta della prima operazione di questo genere guidata dal Regno Unito: la nave si trova ora all’ancora al largo della costa meridionale dell’Inghilterra, nei pressi della penisola chiamata Isola di Portland, dove “rimarrà monitorata per qualsiasi problema di sicurezza o ambientale”.

Il nome della petroliera battente bandiera del Camerun è Smyrtos ed era salpata dalla zona di San Pietroburgo. Sky News ha tracciato il suo percorso: dopo la partenza in Russia, l’imbarcazione ha attraversato da est a ovest il mar Baltico, per poi circumnavigare la Danimarca e proseguire nel mare del Nord. Come sostenuto dalle autorità britanniche, Mosca utilizza una rete di oltre 700 petroliere con strutture proprietarie opache per aggirare le sanzioni internazionali sulle esportazioni di petrolio. Secondo Londra, che ha già sanzionato più di 500 imbarcazioni collegate alla flotta ombra, il sistema di navi trasporta circa il 75% del greggio russo soggetto a restrizioni.

Da Kiev è arrivato un ringraziamento per l’operazione: “Sono grato al Regno Unito per aver compiuto questo importante passo contro la flotta petrolifera russa”, ha scritto su X il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “È stata la superbia della Russia, alimentata dagli ingenti introiti derivanti dal petrolio e dal gas, a spianare la strada a questa guerra – aggiunge – e ogni decisione dei partner che priva la Russia di risorse finanziarie limita anche la guerra stessa”. Il presidente ha poi concluso con un invito all’Europa, che dovrebbe a suo parere, “adottare urgentemente misure legislative che consentano non solo il fermo delle petroliere e le restrizioni sulle spedizioni di petrolio, ma anche la confisca del petrolio che trasportano. Questo contribuirà certamente ad avvicinare la pace”. Alle parole del presidente ucraino, ha fatto eco il suo ministro degli Esteri, Andriy Sybiga: “La flotta fantasma russa è uno strumento di guerra – ha scritto sui social -. Ogni nave fermata significa meno soldi per la macchina da guerra russa. Interrompere queste fonti di finanziamento contribuisce a ridurre la capacità della Russia di finanziare attacchi missilistici e con droni contro le città ucraine”.

Immagine d’archivio

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La resilienza come fattore strategico: le lezioni economiche della guerra in Ucraina per l’Europa

L’analisi recentemente proposta da Mattia Saitta evidenzia come il conflitto in Ucraina abbia progressivamente assunto le caratteristiche di una guerra di logoramento, nella quale la capacità di sostenere nel tempo lo sforzo militare, economico e politico diventa tanto determinante quanto le operazioni sul campo. In uno scenario nel quale né Mosca né Kiev sembrano in grado di conseguire una vittoria decisiva nel breve periodo, la sostenibilità del conflitto assume una centralità crescente.

Ne discutiamo dal punto di vista dello European Youth Think Tank (EYTT), attraverso il contributo di Luigi Capoani, economista e presidente dell’organizzazione, e di Linda Rotondo, analista del think tank nell’ambito della sicurezza internazionale. Considerando che questo conflitto sembra destinato a protrarsi ancora a lungo, è necessario interrogarsi sui fattori che permettono a un sistema economico e politico di sostenere una guerra lunga. Questa domanda è di grande rilevanza anche per l’Europa, e la risposta non può essere ricercata esclusivamente nella disponibilità di armamenti. Energia, capacità produttiva, innovazione tecnologica, stabilità economica e resilienza sociale stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nella competizione strategica contemporanea.

La guerra come strumento di destabilizzazione economica

Le guerre contemporanee non producono effetti soltanto sui campi di battaglia. Esse modificano flussi commerciali, aumentano l’incertezza, alterano i mercati energetici e possono influenzare gli equilibri competitivi tra grandi aree economiche, trasformandosi anche in un potente strumento di destabilizzazione economica.

Questo aspetto emerge chiaramente da una nostra ricerca sviluppata nell’ambito dello European Youth Think Tank e pubblicata sulla rivista Defence and Peace Economics. Lo studio analizza l’impatto della guerra in Ucraina sui principali indicatori macroeconomici europei attraverso un approccio gravitazionale. I risultati mostrano come il conflitto abbia generato effetti negativi sulla crescita economica e pressioni inflazionistiche diffuse a livello europeo, ma con intensità differenti tra i diversi paesi. In particolare, le economie geograficamente ed economicamente più vicine all’area del conflitto risultano mediamente più esposte agli shock derivanti dalla guerra. I risultati evidenziano una relazione significativa tra la vicinanza al conflitto e il peggioramento di alcune variabili macroeconomiche, come la riduzione della crescita del PIL e l’aumento dell’inflazione, in particolare nell’Europa orientale, area maggiormente colpita dalle conseguenze dirette dell’instabilità geopolitica.

Il quadro è invece più eterogeneo sul fronte del mercato del lavoro, dove gli effetti variano sensibilmente da paese a paese. Questo suggerisce che la guerra abbia colpito più direttamente le variabili macroeconomiche aggregate, mentre l’impatto sull’occupazione dipende maggiormente dalle caratteristiche economiche e istituzionali dei singoli Stati.

In una prospettiva più ampia, occorre inoltre considerare che i costi di una guerra lunga non si distribuiscono in modo uniforme tra i diversi attori internazionali. 

Una guerra di logoramento redistribuisce inevitabilmente costi e benefici tra le grandi aree economiche mondiali. Se da un lato l’Europa ha sostenuto una parte significativa degli effetti indiretti del conflitto, dall’altro alcuni attori globali possono risultarne relativamente meno esposti o possono trarne un vantaggio indiretto. In una prospettiva geoeconomica l’indebolimento della competitività Europea può infatti generare vantaggi relativi per economie concorrenti, non soltanto per i produttori di armamenti o per alcuni esportatori energetici, ma anche per grandi potenze economiche che competono con l’Europa sui mercati globali.

In questo contesto, sia gli Stati Uniti sia la Cina possono essere osservati attraverso una lente economica oltre che geopolitica. Washington rimane il principale alleato europeo sul piano della sicurezza, ma opera in un contesto di intensa competizione economica internazionale volta ad attrarre investimenti, capitale umano qualificato e attività industriali. Analogamente, la Cina osserva il conflitto nell’ottica dei propri interessi strategici ed economici globali. 

La guerra in Ucraina, quindi, non rappresenta soltanto una questione militare o diplomatica, ma anche un fenomeno che modifica gli equilibri competitivi tra le principali aree economiche mondiali. Per l’Europa, il rischio principale non sono soltanto i costi immediati del conflitto, ma la possibilità che una lunga fase di instabilità possa erodere progressivamente competitività industriale, attrattività economica e capacità di innovazione, rafforzando indirettamente la posizione relativa di altri attori globali.

Energia, manifattura e vulnerabilità europee

Tra gli effetti più evidenti del conflitto vi è la trasformazione del mercato energetico europeo. L’aumento dei prezzi dell’energia è stato uno dei principali canali attraverso cui la guerra ha colpito la competitività dell’economia continentale, riportando la sicurezza energetica al centro del dibattito strategico europeo, e dimostrando come energia e sicurezza siano oggi dimensioni strettamente interconnesse.

L’invasione dell’Ucraina ha accelerato la diversificazione delle fonti energetiche europee, ma ha evidenziato la vulnerabilità di un modello economico fortemente dipendente da approvvigionamenti esterni. Gli effetti di questo shock non si sono limitati ai prezzi dell’energia, ma si sono trasmessi all’intero sistema produttivo attraverso l’aumento dei costi di produzione e le pressioni inflazionistiche.

Nonostante le nostre analisi evidenzino una maggiore esposizione delle economie dell’Europa orientale, per ragioni geografiche e strategiche, il conflitto ha colpito anche alcune delle principali economie industriali dell’Unione Europea. In particolare la Germania che ha risentito fortemente dell’aumento dei costi energetici e delle perturbazioni delle catene del valore. Questo elemento assume particolare rilevanza perché la manifattura tedesca rappresenta uno dei principali motori economici dell’Unione Europea. Il rallentamento dell’economia tedesca tende infatti a propagarsi attraverso le filiere produttive continentali, influenzando indirettamente numerosi altri paesi europei. 

In questa prospettiva, la resilienza economica diventa parte integrante della resilienza strategica. La capacità di contenere l’inflazione, garantire approvvigionamenti energetici stabili, proteggere le infrastrutture critiche e preservare la competitività industriale rappresenta una condizione essenziale per sostenere nel lungo periodo qualsiasi strategia di sicurezza europea.

Tecnologia, ricerca e autonomia strategica europea

La guerra in Ucraina mostra che la sicurezza nel XXI secolo non si esaurisce solo in termini militari, ma coinvolge infrastrutture energetiche, reti digitali, sistemi satellitari, capacità industriale, ricerca scientifica e innovazione tecnologica. La superiorità strategica dipende sempre più dalla capacità di integrare questi elementi all’interno di una visione coerente di lungo periodo.

Per questa ragione, il dibattito europeo sulla sicurezza non dovrebbe limitarsi all’aumento della spesa militare. Sviluppare tecnologie avanzate, rafforzare la ricerca scientifica, proteggere infrastrutture critiche e ridurre dipendenze strategiche, rappresentano una componente altrettanto essenziale della sicurezza. Settori come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cybersicurezza e le tecnologie dual-use stanno assumendo un ruolo crescente sia nella competizione economica sia negli equilibri geopolitici.

La guerra ha inoltre evidenziato quanto conti la capacità produttiva e tecnologica: droni, sistemi di sorveglianza, piattaforme digitali e strumenti di guerra elettronica rendono evidente come la ricerca e l’innovazione siano ormai parte integrante della capacità di difesa. 

L’Europa dispone di importanti competenze scientifiche e industriali, ma continua a mostrare vulnerabilità in alcuni settori strategici. La dipendenza da fornitori esterni per semiconduttori, materie prime critiche e tecnologie avanzate è una concreta debolezza in uno scenario internazionale caratterizzato da crescente competizione tra grandi potenze. Rafforzare l‘autonomia strategica europea non significa perseguire l’autosufficienza, ma ridurre quelle dipendenze che potrebbero limitare la capacità di risposta del continente in situazioni di crisi.

In questa prospettiva, investire in ricerca, innovazione, trasferimento tecnologico e capacità industriale non rappresenta soltanto una politica di sviluppo economico, rappresenta anche una politica di sicurezza. Le guerre del futuro continueranno probabilmente a essere combattute con mezzi militari tradizionali, ma saranno sempre più influenzate dalla capacità di innovare e mantenere competitivi i propri sistemi economici.

La resilienza europea oltre il campo di battaglia

Un ulteriore elemento riguarda il rapporto tra tempo e strategia. Nelle guerre di logoramento, la vittoria non coincide necessariamente con il conseguimento immediato di tutti gli obiettivi politici o territoriali. In alcuni casi, ridurre l’intensità del conflitto e creare condizioni di stabilizzazione può rappresentare una soluzione più sostenibile rispetto al prolungamento indefinito delle ostilità.

Questo non implica una rinuncia alle legittime aspirazioni dell’Ucraina né una soluzione definitiva delle questioni territoriali oggi aperte, ma riconosce che il fattore tempo può modificare equilibri che oggi appaiono cristallizzati.

La storia mostra come i sistemi politici fortemente personalizzati siano spesso più esposti alle incertezze legate alla successione della leadership rispetto ai sistemi più istituzionalizzati. La Russia presenta oggi un’elevata concentrazione del potere attorno alla figura di Vladimir Putin, che guida il paese da oltre due decenni. Senza formulare previsioni sull’evoluzione politica della Russia, è legittimo osservare che il fattore anagrafico e l’assenza di un successore chiaramente identificato introducono elementi di incertezza sul medio-lungo periodo.

La storia russa e sovietica mostra come i momenti di transizione politica abbiano spesso coinciso con fasi di riassetto interno, disaggregazione e ridefinizione degli equilibri strategici. In questa prospettiva, il tempo potrebbe rappresentare una variabile politica rilevante quanto le dinamiche militari, rendendo alcune questioni oggi difficilmente risolvibili tramite confronto armato, più gestibili attraverso strumenti diplomatici in un contesto politico differente. 

Per questo motivo, dal punto di vista europeo, una stabilizzazione anche temporanea del conflitto potrebbe rappresentare non soltanto un obiettivo umanitario, ma anche uno strumento per ridurre l’incertezza economica, attenuare le pressioni inflazionistiche e creare condizioni più favorevoli per future iniziative diplomatiche.

La lezione principale della guerra in Ucraina potrebbe essere proprio questa: la resilienza è diventata il vero moltiplicatore di potenza del XXI secolo. Gli Stati che sapranno integrare sicurezza, energia, tecnologia, ricerca e capacità industriale disporranno di un vantaggio strategico superiore a quello garantito dalla sola forza militare. Per l’Europa, la sfida non consiste soltanto nel rafforzare la propria difesa, ma nel costruire un sistema economico e tecnologico capace di rendere quella difesa sostenibile nel lungo periodo.

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LA CATABASI IMPERIALE

Benché sia una delle cose che capitano più di frequente, non bisognerebbe mai dimenticare la lezione di von Clausewitz, la guerra come proseguimento della politica con altri mezzi. Dunque non solo la guerra – ogni guerra – è già di per sé un atto politico, ma i suoi obiettivi, benché si cerchi di conseguirli attraverso lo strumento militare, sono e restano di natura politica. Dunque, una guerra che fallisce i suoi obiettivi politici è una guerra persa, anche se ha prevalso in ogni battaglia.

La guerra ucraina, ad esempio, è cominciata con obiettivi politici ovviamente diversi, per l’una e l’altra parte; ma soprattutto, ad un certo punto ha visto la Russia modificare i suoi, o meglio ancora, l’ha vista modificare la strategia militare attraverso cui conseguirli. Tra questi obiettivi, le conquiste territoriali sono sempre state secondarie, mentre il focus principale è sempre stato sulla smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua denazificazione). Obiettivo che Mosca ha dovuto alfine perseguire attraverso la via più radicale, ovvero la distruzione materiale delle forze armate ucraine. Obiettivo ormai quasi completamente conseguito, ed ottenuto applicando una tattica ed una strategia basata sul logoramento massivo del nemico. Non una blitzkrieg, né una campagna distruttiva devastante, seguita da un’azione conclusiva delle truppe di terra. Entrambe queste strade, a parte ogni altra considerazione, non avrebbero in realtà inferto il colpo duraturo che era invece necessario infliggere. Quindi, per quanto questo procedere abbia un costo più elevato, è stata scelta una via basata sul fattore tempo. Più tempo, più logoramento della forza nemica, maggiori risultati; e soprattutto, di più lunga durata. Mosca ha scommesso ancora una volta sulla propria capacità di sfruttare questo fattore meglio di chiunque altro, ed ha vinto la scommessa.

A ben vedere, ciò che sta accadendo in Palestina è assai simile. Anche se i rapporti di forza appaiono invertiti, rispetto al fronte ucraino, la strategia messa in atto dal Fronte della Resistenza (in senso ampio, non solo quella palestinese) ricalca in qualche modo quella adottata dai russi in Ucraina.
Le forze della Resistenza sanno che il nemico ha bisogno di concludere in fretta, per una serie di motivi che vanno dagli aspetti economici agli equilibri interni ed internazionali. Per questo, l’asse USA-Israele sta mettendo in campo uno sforzo considerevole, cercando di ottenere delle vittorie quantomeno tattiche, che le consentano di accelerare la conclusione del conflitto – o quanto meno di congelarlo temporaneamente per riprendere fiato.
Ovviamente, il problema gigantesco con cui devono confrontarsi gli israelo-americani, ancor prima della Resistenza armata, è la mancanza di obiettivi politici reali, e quindi di una strategia elaborata in funzione di questi. E per reali si intende realisticamente perseguibili, quindi politici in senso proprio, e non certo i sogni messianici con cui li stanno sostituendo. Per tacere poi del fatto che i due poli dell’asse hanno oltretutto interessi ed obiettivi non sovrapponibili, anche se per molti versi coincidenti.

Va tenuto presente che l’operazione della Resistenza è molto più vasta di quanto appaia. Non solo c’è un completo coordinamento tra le formazioni politico-militari della Resistenza palestinese, che hanno una Joint Operations Room (il centro di comando e coordinamento delle varie brigate) operativo su Gaza. Da tempo è presente in Libano un ulteriore centro di coordinamento, in cui sono rappresentate – oltre alle formazioni palestinesi – anche alcune delle milizie irachene e siriane, ed ovviamente Hezbollah. Non ci sono notizie certe sulla presenza anche di Ansarullah (Yemen). In tal modo, tutte le forze della Resistenza possono coordinare le proprie azioni a livello strategico, calibrando la pressione su Israele e sugli USA, ed alternandola tra i vari fronti aperti – Gaza, confine israelo-libanese, mar Rosso…
L’intento è quello di tenere impegnate le forze israeliane in una guerra d’attrito, il cui livello d’intensità varia nel tempo – così da risultare tatticamente imprevedibile – e nello spazio; può acuirsi a Shuja’iya come a Khan Younis, a Metula oppure ad Eilat, sulle alture del Golan o a Kiryat Shmona.
Tutte le formazione che fanno parte del Fronte della Resistenza sono in grado di sviluppare un attacco assai più intenso e massiccio contro il territorio israeliano, ma non è questo l’intento – poiché qualsiasi accelerazione produrrebbe una reazione altrettanto intensa e massiccia; l’obiettivo è invece risparmiare al massimo possibile le proprie forze, e puntare sul logoramento di Tsahal su tempi medio lunghi.

La situazione per le forze israeliane, nonostante i bombardamenti genocidi sulla Striscia di Gaza facciano da cortina fumogena, è di crescente difficoltà. Le perdite, in uomini e mezzi, cominciano a diventare significative, e soprattutto emerge sempre più la difficoltà – da parte dell’IDF – nel gestire tatticamente il confronto. Sul fronte libanese, sono costretti a tenere impegnate una parte significativa delle forze di terra e dell’aviazione; e nonostante abbiano schierate ben 8 delle 12 batterie di Iron Dome (di cui due certamente già distrutte o danneggiate), la minaccia dei missili di Hezbollah è così significativa che gran parte degli insediamenti e delle città vicine al confine sono state evacuate – con i conseguenti danni all’economia, e le crescenti tensioni interne.
Il blocco dello stretto di Bab el-Mandeeb per le navi dirette in Israele, oltre agli attacchi verso Eilat e gli insediamenti vicini, sono praticamente senza difesa, a difficilmente l’operazione navale Prosperity Guardian riuscirà a risolverli, se non a prezzo di mettere seriamente in pericolo le flotte NATO, e rischiare un blocco totale anche sullo Stretto di Hormuz – un disastro per le economie occidentali.

La situazione non è certo migliore nella Striscia di Gaza, dove le truppe israeliane devono confrontarsi con un nemico sfuggente, di cui non riescono a prendere le misure, e che mantiene intatta la capacità non solo di resistere ai tentativi di penetrazione, ma anche di sviluppare offensive tattiche. I periodici lanci di missili verso Ashkelon o Tel Aviv, le sanguinose imboscate contro le unità IDF, il continuo martellamento – a distanza ravvicinata – contro i corazzati israeliani, testimoniano il permanere di una significativa potenza di fuoco, e soprattutto di un inalterato coordinamento tattico.
Le fonti informative israeliane testimoniano che il numero dei morti e dei feriti è tenuto coperto, e viene comunicato solo parzialmente. Il ritiro della Brigata Golani, forse la migliore unità dell’IDF, per via delle perdite subite, così come il mancato conseguimento degli obiettivi tattici dati continuamente per raggiunti (la rete di tunnel sotterranei è chiaramente ancora perfettamente operativa, non è stato scoperto un solo centro comando, un solo deposito di armi, una sola delle fabbriche che producono i missili…), non sono che i più evidenti segni di tale difficoltà.

A più di due mesi dall’inizio dei combattimenti, non solo l’IDF non è ancora penetrato in tutte le aree urbane della Striscia, ma continua ad essere impegnato in scontri a fuoco anche laddove la penetrazione è avvenuta. Nessuno dei prigionieri è stato liberato manu militari – i due soli tentativi sono tragicamente falliti, e l’unico caso di cui avrebbero potuto menar vanto è stato azzerato da una applicazione ottusa delle regole d’ingaggio. Da almeno un paio di settimane viene data per imminente la morte di Yahya Sinwar, che invece continua a sfuggire.
Nonostante tutta la potenza di cui dispone (aviazione, carri armati e corazzati, artiglieria, intelligence elettronica…), Tsahal non riesce a prevalere.
Persino la guerra della comunicazione vede chiaramente in vantaggio le forze della Resistenza, che documentano inequivocabilmente in video gli attacchi portati contro le forze israeliane, mentre queste inanellano figure barbine una dopo l’altra, mostrando filmati propagandistici per di più malamente costruiti su veri e propri set.

Esattamente come in Ucraina, quindi, anche in Palestina le forze che combattono contro l’imperialismo USA-NATO mettono in campo una strategia di logoramento delle forze avversarie, ed in entrambe i casi puntano sul fattore tempo per mettere in difficoltà il nemico. Che, oltretutto, si trova oggi ad essere impegnato su due fronti, con le difficoltà dell’uno che si riverberano sull’altro, mentre i suoi avversari agiscono separatamente.
A riprova che la geografia è ineludibile, e che la politica non può prescinderne. Ed oggi la situazione globale è che i tradizionali strumenti del dominio imperiale anglo-americano, la potenza talassocratica e la proiezione a grande distanza, hanno fatto il loro tempo e risultano inadeguati. L’impero è costretto a combattere guerre assai problematiche ed impegnative, su fronti diversi; e sia la potenza navale, che quella derivante dalla più estesa rete di basi militari della storia, rischiano di risolversi in un problema più che in un atout. Per la semplice ragione che i nemici non sono più così deboli da poter essere rapidamente schiacciati (ma anzi possono a loro volta colpire), e che sanno scegliere le strategie e le tattiche più efficaci per combattere.

L’impero ha perso la sua arma più potente, la capacità di deterrenza. E, costretto ad usare la forza in tempi e modi che non gli sono congeniali, arretra. I suoi nemici, invece, lo sfidano, non arretrano più dinanzi alla minaccia. Ingaggiano il combattimento, ne impongono i tempi ed i modi. E per vincere, gli basta resistere un minuto in più.

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LA GUERRA PERDUTA

Quella che si sta combattendo in Medio Oriente, e che per via del delirio che si è impossessato delle classi dirigenti occidentali potrebbe ancora sfociare in una terribile guerra regionale-mondiale, è qualcosa che le leadership sioniste israeliane rifiutano di riconoscere come tale, e con loro l’intero occidente, che alla loro narrativa si abbevera.
Quello che Israele non sa né vuole capire, anzitutto perché ha una classe dirigente assolutamente mediocre, un mix di bigotti fanatici e grassi squali della politica, è che spezzettare la Storia, frammentarla in segmenti separati secondo il proprio comodo, non solo non serve realmente a frantumarla, ma impedisce di coglierne il senso, la direzione; misconoscere il passato inibisce la capacità di comprendere il futuro, di averne una visione.

Sin dalla fondazione dello stato di Israele – che, non va dimenticato, è uno specifico progetto del sionismo – la popolazione autoctona palestinese è sempre stata considerata esclusivamente come un problema [1], negandone in nuce l’umanità. Un problema perché possedeva la terra che loro bramavano, perché era troppo numerosa, perché non chinava abbastanza la testa. Da lì a considerarli apertamente animali il passo è stato più breve di quanto si creda.
Salvo rare, quanto lodevoli ma inascoltate eccezioni, le leadership israeliane sono sempre state vittime di questa distorsione prospettica, che li ha poi portate – appunto – ad una lettura della propria storia nazionale in cui gli arabi sono soltanto un ostacolo, bestie feroci che rendono difficile stabilire la pace nella terra promessa. Questa incapacità di guardare la storia anche dalla parte palestinese, ha fatto sì che non vedessero la Storia, ma solo una serie di incresciosi contrattempi.

Per Israele, il 7 ottobre 2023 è solo l’ultimo – questi maledetti animali, che non accettano la soma e invece di lavorare per noi ci aggrediscono! – e nella sua visione monca ad esso non può che seguire una punizione esemplare. Magari anche risolutiva.
Israele pensa ora di poter completare il lavoro iniziato nel 1948, e poi portato avanti nel 1967. Per ristabilire l’ordine naturale delle cose.
Per questo non riesce a comprendere due cose fondamentali: quella che si sta combattendo è una guerra di liberazione (come quella algerina, come quella indocinese, come quella sudafricana…), e quel 7 ottobre è la data che segna la svolta, dopo la quale nulla sarà mai più come prima.
Non importa quante bestie feroci uccidi, se dimentichi che sono fiere.

Le potenze coloniali diventano feroci, quando il loro dominio viene messo in discussione. Ed i popoli che si vogliono liberare pagano sempre un prezzo enorme. Gli algerini ebbero 2 milioni di morti, quasi un quinto della popolazione. I vietnamiti 3 milioni di morti. Ma alla fine i francesi dovettero andarsene.
Il dominio coloniale finisce quando la potenza dominante paga un prezzo che non riesce più a sostenere. Ed è questa la differenza. Per i dominanti, il prezzo massimo accettabile è molto basso, ma per i dominati, che lottano per la propria libertà e per quella delle generazioni future, sarà sempre molto più alto.
Liquidare la Resistenza palestinese come una questione di terrorismo – dimenticando tra l’altro di aver fondato Israele facendo larghissimo ricorso a questa pratica… – è ciò che impedirà agli israeliani di capire la Storia di cui fanno parte. E quindi di affrontarla.

Come diceva il non compianto Henry Kissinger, a proposito della guerra del Vietnam, “abbiamo combattuto una guerra militare; i nostri avversari ne hanno combattuto una politica. Abbiamo cercato il logoramento fisico; i nostri avversari miravano al nostro esaurimento psicologico. In questo modo abbiamo perso di vista una delle massime cardinali della guerra partigiana: la guerriglia vince se non perde. L’esercito convenzionale perde se non vince.” E l’IDF, non sta affatto vincendo. Non può vincere. La Resistenza non ha bisogno di infliggere al nemico una sconfitta militare tale che, in sé, ne determini il crollo. Non ha bisogno di vincerlo strategicamente sul campo di battaglia. È sufficiente che riesca a mantenere nel tempo la sua capacità di combattimento, che riesca ad infliggere delle sconfitte tattiche.
L’operazione al-Aqsa flood è l’equivalente palestinese di Dien Bien-Phu per i vietminh, dell’offensiva del Tet per i vietcong.

L’approccio storico-culturale con cui Israele affronta il conflitto, ancor prima che quello strategico e tattico, è il limite insormontabile per Tel Aviv. Ed è la causa da cui derivano gli errori che sta commettendo nella guerra. Non capisce che affrontare le formazioni della Resistenza come se fossero delle gang criminali non la porterà da nessuna parte. Non capisce che imporre domani l’amministrazione militare a Gaza è un enorme favore ad Hamas, che sarà sgravata dall’onere del governo e potrà concentrarsi nella lotta. Non capisce che l’ondata di attacchi militari in Cisgiordania, e l’ulteriore delegittimazione dell’ANP (che è il governo dei suoi ascari), sono un assist per Hamas, che vuole più di ogni cosa riunificare i fronti di Resistenza. Non capisce che minacciare continuamente i suoi vicini non farà che spingerli a saltarle addosso al primo momento di debolezza.
Non capisce che non è più il 1967 né il 1973, e che il suo nemico non sono gli eserciti giordano, siriano ed egiziano, ma un fronte di guerriglia esteso, capace di mettere in campo almeno altrettanti uomini di quanti ne può mobilitare Israele.

L’illusione di potenza, il disconoscimento dei cambiamenti che intervengono nel mondo intorno a noi, sono costante causa di sanguinose avventure. Paradigmatica, sotto questo profilo, è la storia dell’avventura ucraina. Benché sia stata lungamente studiata e preparata, si è – prevedibilmente, verrebbe da dire – risolta in un disastro. È vero che ha troncato, almeno per qualche decennio a venire, i proficui rapporti tra Europa e Russia, ma non solo non ha affatto indebolito quest’ultima, ma ne ha addirittura determinato il rafforzamento – e più in generale, proprio in termini geopolitici, ha prodotto la saldatura politica, economica e militare tra i principali nemici annoverati dagli USA: la Russia, la Cina, l’Iran e la Corea del Nord.
Una delle tante connessioni esistenti [2], infatti, tra la guerra in Ucraina e quella in Palestina, è che entrambe sono state affrontate dalle potenze occidentali con la convinzione di poterle quantomeno gestire, se non vincerle. E che invece hanno entrambe segnato un giro di boa, quel punto della Storia oltre il quale tutto cambia, per sempre.

Oltretutto, ed anche questo sembra incredibilmente sfuggire alla leadership israeliana, la strategia politico-militare adottata per fronteggiare la crisi innescata dall’attacco del 7 ottobre, rischia seriamente di minare alle fondamenta l’esistenza stessa dello stato di Israele in quanto stato ebraico.
Aver scelto infatti la via genocidaria, come strumento presuntamente risolutivo sia del terrorismo palestinese che della minaccia demografica araba, significa al tempo stesso aver portato all’estremo possibile la strategia millenaristica del sionismo. Al di là dell’ecatombe nucleare – che travolgerebbe Israele quanto e più che i suoi nemici – non c’è più un oltre possibile: il genocidio è il limite estremo raggiungibile. E quando si rivelerà inefficace (e ancora una volta, nessuno meglio degli ebrei dovrebbe sapere che non può essere diversamente), metterà in crisi l’idea fondativa di Israele, la sua ideologia nazionale.

Il sogno di una patria esclusiva, degli ebrei e solo per gli ebrei, così come l’illusione perpetrata per ottant’anni che tale sogno fosse effettivamente realizzabile, crollerà. Quando la società israeliana avrà sedimentato nella propria coscienza l’impossibilità materiale, concreta, di realizzarlo – perché i palestinesi non si arrenderanno mai, non smetteranno mai di essere di più, non accetteranno mai di vivere come bestie – allora tutto cambierà anche lì. Certo, non domani. Ci vorranno forse dieci anni (e saranno anni sanguinosi e dolorosi), ma sul medio periodo questo significherà la morte politica del progetto sionista. La liberazione della Palestina libererà dalle sue ossessioni anche Israele. La sua guerra è perduta.


1 – La parola d’ordine su cui il sionismo costruì dapprima l’idea, e poi lo stato israeliano, era la famosa doppia menzogna “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Doppia perché quella terra era abitata dal popolo di Palestina da migliaia di anni, e perché – molto semplicemente – gli ebrei non sono un popolo, ma semplicemente i seguaci di una religione. E seppure questa religione è assai esclusiva (gli ebrei non fanno proselitismo, si è tali per nascita), resta il fatto che i suoi adepti si sono sparsi per il mondo da oltre duemila anni, durante i quali l’etnicità semitica si è sicuramente annacquata assai più di quanto non sia accaduto agli arabi palestinesi – che sono a loro volta semiti. Non a caso, gran parte degli attuali leader israeliani sono polacchi, russi, rumeni… E tra gli ebrei che vivono in Israele ci sono ben due comunità per nulla semitiche, quella dei falascià (ebrei di origine etiope) e quella degli ebrei di origine indiana.
2 – Su questo aspetto di entrambe i conflitti, cfr. “Due guerre”, Giubbe Rosse News e “Info-warfare: la ‘terza guerra’”, Giubbe Rosse News

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BIDEN ABBASSA LA CRESTA. DA “CI SARANNO CONSEGUENZE” A ” VOGLIAMO COMPETERE”

ALL’INTERVENTO A MUSO DURO DEL NUOVO MINISTRO DEGLI ESTERI QUIN GANG , IL GOVERNO USA ABBASSA I TONI E CERCA DI RAFFREDDARE LA POLEMICA. SI RIVELA LA TIGRE DI CARTA PROFETIZZATA DA MAO.

Il tono minaccioso e la lista delle posizioni criticabili della Cina rispetto alla guerra Ucraina ( mancata condanna della Russia all’ONU, rafforzamento della collaborazione economica russo-cinese, possibilità di invio di armi e munizioni ai russi) si sono dissolte come neve al sole.

Il tono irritante del dipartimento di stato e i solenni avvertimenti a non toccare Taiwan anche. Lo sceriffo si é reso conto di avere a che fare con un osso duro ed é diventato più conciliante. Niente più oscure minacce di ritorsioni: qua la mano !

Nel link sottostante troverete il testo che Biden finse di snobbare, inducendo molti alla imitazione, e che adesso dovrà imparare a memoria. E’ il decalogo cinese per essere coerenti col concetto di pace.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35641&action=edit

In effetti, la storia degli Stati Uniti é caratterizzata dalla violenza e dall’espansione il suo budget assomma al 40% di quello di tutti i paesi del mondo messi insieme ed hanno 800 basi militari sparse in paesi esteri, senza contare le flotte. Difficile dire che lo fanno per la pace.

Aver fatto notare queste verità che sono sotto gli occhi di tutti, la Cina si é vista sbeffeggiare dal presidente Joe Biden che ha snobbato il documento, implacabile ma pacato. Poco dopo il nuovo ministro degli Esteri cinese, ha cambiato il tono ed ha dichiarato che se gli USA continueranno con questi comportamenti miranti a soggiogare, prima psicologicamente, poi economicamente, la Cina, ” lo scontro sarebbe inevitabile”. Una notizia d’agenzia ha fatto circolare la cifra dei coscritti possibili: 20 milioni.

Gli USA – che sono già stati impressionati dal richiamo alle armi di trecentomila uomini fatto dalla Russia e memori della definizione di “unwise” data da Henri Kissinger all’atteggiamento bullesco di affrontare due crisi in contemporanea – hanno cambiato tono e smesso di cercare di stanare la Cina. Ancor oggi non sono riusciti a capire fino a che punto il celeste impero sia coinvolto con l’impero del male. Il timone punta a neutrale.

XI JINPING ha infatti confermato che non c’é stata nessuna cessione di armi ai duellanti, non ha dedicato una sola riga all’Europa e si é concentrato sui temi anticinesi degli USA: Taiwan, TIK TOK vessata quotidianamente, Huawei, le strumentali campagne per i diritti umani a favore degli Uiguri ( una delle sedici etnie presenti in Cina); la costruzione di una catena strategica attorno alla Cina ( AUKUS) , mirante a mortificarla nel suo mare, l’appoggio dato alla Filippine per il contenzioso per le isole Spratly, il riarmo accelerato giapponese. Tutte questioni sollevate ( o risollevate) dagli USA nell’ultimo anno miranti a indebolire XI.

La superiorità intellettuale cinese ha fatto fronte a tutte questi ostacoli affrontati senza ai usare toni aggressivi.

In questo secondo link troverete un estratto di un documento americano che tratta a un dipresso degli stessi temi del cinese, ma lo fa concentrandosi sulla Russia, al punto che affronta la situazione globale senza mai nominare Cina e India, nel tentativo di affrontare un avversario alla volta. Forse pensano che i cinesi siano tanto sciocchi da non averci pensato.

https://corrieredellacollera.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=35317&action=edit

L’ultimo link é al più completo documento Rand sulla Russia: Extending Russia ci ho messo un pò a capire che intendevano l’espansione delle spese russe a causa di guerre e rivolte ( indicate analiticamente) fino al punto da provocarne il crollo. Ed é qui che risalta il concetto di competitive advantage, ossia ottenere un vantaggio competitivo provocando una proxy war ( guerra per procura). Non si sono resi conto che , a partire da oggi, molti, sentendo parlare di competition la prenderanno per un sinonimo di guerra. Dovranno spolverare il vocabolario.

https://www.rand.org/pubs/research_reports/RR3063.html

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