Il Papa sente Putin ma nessuna risposta per il cessate il fuoco


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Contenuto tratto dal numero di ottobre 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Un mercato che perde volumi ma guadagna valore, che vede calare il suo prodotto storico eppure garantisce allo stato un gettito record. È la fotografia scattata dal Rapporto sulla distribuzione dei prodotti da fumo e non da fumo 2026, realizzato da Logista in partnership con la Fondazione Tor Vergata e presentato a Roma nel corso dell’evento ‘Logistica e distribuzione al servizio del Paese’ il 17 settembre. Un settore in piena trasformazione, che chiede all’Europa una cosa: regole chiare, graduali e prevedibili.
Le sigarette, i sigari e il trinciato restano il cuore del mercato, ma la loro quota si assottiglia: dall’85% dei volumi distribuiti nel 2019 al 70% attuale. A erodere il primato sono i prodotti di nuova generazione senza combustione, a partire dagli htp (heated tobacco products), che nel 2025 hanno raggiunto quasi il 20% dei volumi. Non è una moda passeggera: dietro c’è un ciclo di investimenti industriali importante e, soprattutto, una domanda che si è spostata. I consumatori hanno cambiato abitudini più in fretta di quanto la regolamentazione sia riuscita a seguirli.
Il paradosso più interessante riguarda i numeri economici. Nonostante la flessione delle sigarette tradizionali, il mercato complessivo è cresciuto da 18,5 miliardi di euro nel 2019 a quasi 22 miliardi nel 2025. La spiegazione è doppia. Da un lato la crescita del fatturato dei prodotti senza combustione, trainata dall’espansione dei volumi e dalla conversione dei fumatori.
Dall’altro l’effetto prezzo: la contrazione delle sigarette è stata quasi interamente compensata da un aumento dei listini dell’11% dal 2019. Meno unità vendute, quindi, ma un valore complessivo che non arretra.
Il capitolo fiscale è quello che rende il settore un dossier di interesse nazionale. Ogni anno Logista movimenta oltre 80 milioni di chili di prodotti e versa allo stato circa 15 miliardi di euro di accise. Dietro questi numeri c’è un’infrastruttura fisica poco raccontata. Circa 90 transit point assicurano consegne a 60mila punti vendita, con una copertura del 100% del territorio nazionale, isole e aree interne comprese.
Su questa rete corrono i sistemi conformi al track & trace europeo: ogni confezione porta un codice univoco rilasciato dall’Adm, che consente alle autorità di seguire i flussi e intercettare rapidamente le anomalie. Un argine necessario, se si considera che il contrabbando in Italia vale circa 1,2 miliardi di euro e costa all’erario 690 milioni di mancato gettito.
La partita vera, però, si gioca a Bruxelles. La revisione congiunta della Direttiva sulla tassazione (Ted) e di quella sui prodotti del tabacco (Tpd) apre una fase delicata. L’ipotesi allo studio punterebbe a uniformare il trattamento regolatorio tra prodotti combustibili e non combustibili, superando la differenziazione che finora ha accompagnato l’ingresso sul mercato delle sigarette elettroniche e delle nuove categorie. Per la filiera italiana sarebbe un errore: le stime contenute nel rapporto indicano che una migrazione dei consumi verso i canali illegali potrebbe ridurre le entrate fiscali tra 1,2 e 5 miliardi di euro, con un effetto collaterale pesante su comparto agricolo, manifattura e distribuzione.
L’argomento che il settore porta al tavolo europeo è un dato di esperienza. Il calendario fiscale italiano, fatto di incrementi certi, graduali e sostenibili, ha prodotto un gettito in crescita stabile e superiore alle attese: +314 milioni di euro nel 2024 e +300 milioni nel 2025, senza shock di prezzo né distorsioni nei consumi. La prevedibilità ha permesso agli operatori di programmare investimenti e capacità produttiva. Il peso economico complessivo aiuta a capire la posta in gioco. La sola filiera distributiva genera oltre 7 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto e sostiene più di 7.400 posti di lavoro. Allargando lo sguardo all’intera catena, dal tabacchicolo alla manifattura fino al dettaglio, si arriva a oltre 300mila addetti.
“La revisione delle direttive europee Ted e Tpd arriva in un momento cruciale, con un mercato in piena trasformazione”, ha sottolineato Federico Rella, vicepresidente di Logista Italia. “È fondamentale che l’Europa trovi un equilibrio tra tutela della salute, sostenibilità economica e gradualità dei provvedimenti. Misure troppo rigide rischiano di rendere insostenibili i costi produttivi, favorire la delocalizzazione e ampliare lo spazio per il contrabbando”. Il messaggio che arriva dal rapporto è che la stabilità regolatoria non è una questione tecnica, ma la condizione per difendere gettito, investimenti e occupazione.
All’evento di presentazione, ad aprire sono stati Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, e il viceministro dell’Economia e delle finanze Maurizio Leo, in videomessaggio. La richiesta a Bruxelles è stata la stessa: gradualità, regole prevedibili e una distinzione netta tra prodotti tradizionali e senza combustione.
Al primo tavolo si sono confrontati Dario Crisci, amministratore delegato di Logista Italia, Luigi Liberatore, direttore centrale accise di Adm, Giovanni Catelli, vicepresidente nazionale vicario della Federazione italiana tabaccai, e i vertici delle aziende produttrici: Bat Italia, Imperial Brands Italia, Jti Italia, Manifatture Sigaro Toscano, Philip Morris Italia. Sfumature diverse, ma un’unica preoccupazione: che misure troppo rigide finiscano per spingere i consumi verso l’illecito.
Il secondo panel ha approfondito le prospettive e le proposte della politica con gli interventi di Claudio Durigon, sottosegretario del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di Maurizio Gasparri, presidente della Commissione affari esteri e difesa del Senato, di Dario Nardella, membro della Commissione Agri del Parlamento europeo, di Marco Osnato, presidente della Commissione finanze della Camera dei deputati, di Nicola Procaccini, membro della Commissione Envi e della Commissione Itre del Parlamento europeo, e di Valentino Valentini, vice ministro delle Imprese e del made in Italy. Un confronto che, pur con sensibilità diverse, ha indicato una direzione condivisa: stabilità delle regole e attenzione alle specificità della filiera italiana nel negoziato europeo.
L’articolo Tabacco, il mercato vale 22 miliardi. La filiera italiana chiede regole certe all’Europa è tratto da Forbes Italia.


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Il primo giorno del Consiglio europeo a Bruxelles si è concluso senza un accordo sul prossimo bilancio dell’Unione e con forti divisioni sulle politiche energetiche e climatiche. Dopo circa quattordici ore di negoziati, ieri i capi di Stato e di governo dei 27 paesi membri hanno confermato le proprie posizioni sulla spesa europea e discusso a lungo della richiesta di rinviare le nuove regole sulle emissioni dei trasporti e degli edifici. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha convocato una riunione straordinaria per il 26 novembre, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul bilancio entro dicembre. Ma diversi governi hanno già messo in dubbio che la scadenza possa essere rispettata.
Le difficoltà riguardano alcune delle principali scelte economiche e politiche che l’Unione dovrà affrontare nei prossimi anni. Il nuovo bilancio pluriennale, relativo al periodo dal 2028 al 2034, dovrà finanziare le politiche agricole, i programmi per le regioni economicamente più deboli, la ricerca e le nuove priorità europee, tra cui la difesa e la competitività industriale. Allo stesso tempo, i governi devono affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia e decidere come conciliare la protezione di famiglie e imprese con gli obiettivi climatici già approvati.
La proposta presentata dalla presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea, che esercita il coordinamento semestrale dei lavori, prevede una dotazione complessiva di circa 1.620 miliardi di euro. È una riduzione significativa rispetto al progetto iniziale della Commissione europea, ma non è bastata a ridurre le distanze tra i governi. I paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio comune chiedono ulteriori tagli, mentre quelli che ricevono più finanziamenti contestano la diminuzione delle risorse destinate alle politiche tradizionali.
Da una parte ci sono i sei paesi generalmente definiti frugali: Germania, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Danimarca e Finlandia. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz considera ancora troppo elevato il livello complessivo della spesa e, secondo due diplomatici citati da Politico, ha indicato nei fondi per le regioni economicamente più deboli uno degli ambiti in cui intervenire. Il primo ministro svedese Ulf Kristersson ha respinto la proposta irlandese, sostenendo che comporterebbe un aumento di quasi il 60 per cento del contributo netto della Svezia. Anche il primo ministro olandese Rob Jetten ha chiesto un bilancio più contenuto, con una maggiore attenzione alla sicurezza, alla competitività e alle nuove esigenze economiche europee.
Sul versante opposto si trovano i cosiddetti Amici della coesione, il gruppo più corposo di 17 paesi che comprende ltalia e Spagna. Il loro obiettivo è salvaguardare i finanziamenti agricoli e quelli destinati a ridurre le disparità economiche tra i territori. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha giudicato insufficiente la proposta irlandese rispetto alle ambizioni dell’Unione, mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha escluso la possibilità di accettare ulteriori riduzioni.
Le divisioni non coincidono però completamente con questi due schieramenti. Alcuni paesi favorevoli a mantenere elevata la spesa europea chiedono anche maggiori investimenti nella difesa, in particolare gli Stati baltici, che attribuiscono particolare importanza alla minaccia russa. La Finlandia, pur facendo parte dei frugali, vuole tutelare i sostegni all’agricoltura. La Francia non ha assunto una posizione definitiva sull’ammontare complessivo del bilancio, dovendo conciliare le proprie priorità europee con le difficoltà delle finanze pubbliche nazionali.
Costa vuole raggiungere un accordo politico entro dicembre 2026, in modo da lasciare tutto il 2027 all’approvazione delle norme necessarie per rendere operativo il bilancio dal primo gennaio 2028. Il calendario elettorale rischia però di complicare ulteriormente le trattative. Nei prossimi mesi sono previste le elezioni politiche in Italia e Polonia, ma soprattutto quelle presidenziali francesi dell’aprile 2027.
Durante la riunione a Bruxelles, il presidente francese Emmanuel Macron ha sostenuto la necessità di chiudere il negoziato entro dicembre. Secondo quattro diplomatici informati delle discussioni e citati da Politico, Macron ha spiegato ai colleghi che, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali francesi, non disporrebbe più del margine politico necessario per sottoscrivere un’intesa. Marine Le Pen è in testa ai sondaggi e ha promesso una forte riduzione del contributo francese al bilancio europeo e ha accusato le istituzioni dell’Unione di voler accelerare il negoziato per impedire al prossimo presidente di partecipare alla decisione.
Non tutti i governi condividono l’urgenza indicata da Macron. Kristersson ha detto di non considerare indispensabile un accordo entro dicembre, mentre Meloni ha ribadito che l’Italia non accetterà un compromesso economicamente svantaggioso soltanto per rispettare una scadenza. Anche il primo ministro lussemburghese Luc Frieden, pur dichiarandosi fiducioso sulla possibilità di concludere entro Natale, ha sostenuto che un eventuale rinvio non rappresenterebbe necessariamente un problema insuperabile.
La distanza tra queste posizioni si ritrova nelle conclusioni ufficiali del vertice. Nel documento approvato questa notte, i leader non hanno assunto un impegno vincolante a raggiungere l’intesa entro dicembre. Si limitano a riconoscere che un accordo entro il 2026 permetterebbe di adottare nel 2027 le disposizioni legislative necessarie a garantire la continuità dei finanziamenti europei dall’inizio del 2028. Un rinvio del compromesso politico non comporterebbe quindi un’immediata interruzione delle risorse europee. Ridurrebbe però il tempo disponibile per completare il successivo percorso legislativo, che richiede anche l’approvazione del Parlamento europeo. La presidente dell’assemblea, Roberta Metsola, ha già avvertito i governi che il Parlamento non si limiterà ad accettare automaticamente le loro decisioni.
Per cercare di superare lo stallo, Costa assumerà direttamente il coordinamento della nuova fase negoziale e presenterà una proposta prima del vertice straordinario del 26 novembre. Secondo le prime indiscrezioni, il presidente del Consiglio europeo intende modificare alcuni aspetti del compromesso irlandese, soprattutto quelli relativi alla flessibilità della spesa e alle nuove entrate comuni.
Tra le ipotesi da approfondire figurano forme di imposizione europea sulle grandi imprese tecnologiche, sulle attività legate alle criptovalute e sul gioco d’azzardo online. Costa esaminerà anche una proposta greca che prevede di destinare al bilancio europeo parte dei futuri ricavi nazionali derivanti dall’assegnazione delle frequenze mobili 6G. Queste soluzioni potrebbero ridurre la necessità di aumentare i contributi versati direttamente dai governi, ma incontrano a loro volta resistenze politiche.
Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha avanzato anche un’ipotesi diversa: ridurre la durata della programmazione finanziaria a tre o quattro anni, sostenendo che le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto sia difficile prevedere le esigenze europee su un periodo di sette anni. L’idea presenta tuttavia un ostacolo giuridico, perché le norme attuali dell’Unione stabiliscono una durata minima di cinque anni per il quadro finanziario pluriennale.
Le difficoltà sul bilancio hanno accompagnato un altro confronto particolarmente acceso, quello sulle politiche climatiche e sul costo dell’energia. La discussione, inizialmente dedicata alle misure per contenere i prezzi energetici, si è concentrata per circa tre ore sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione e sulla sua estensione ai trasporti stradali e al riscaldamento degli edifici.
Il meccanismo attuale, conosciuto come ETS, impone un costo alle emissioni di anidride carbonica prodotte da impianti industriali e centrali elettriche. Il nuovo sistema, chiamato ETS2, estende il principio ai combustibili utilizzati nei trasporti e negli edifici. La sua applicazione è al centro di un confronto politico perché potrebbe comportare costi aggiuntivi per famiglie e imprese, in una fase in cui i prezzi dell’energia sono già aumentati a causa delle tensioni internazionali e della guerra in Medio Oriente.
Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno chiesto di rinviare l’introduzione del nuovo meccanismo almeno fino al 2030. La richiesta ha ottenuto anche il sostegno di altri governi, mentre l’Estonia ha prospettato una revisione ancora più radicale. Secondo le ricostruzioni dei diplomatici presenti al vertice, Roma e i paesi del gruppo di Visegrád hanno insistito sul rischio che i nuovi costi delle emissioni aggravino ulteriormente le difficoltà economiche.
La proposta è stata contrastata da Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e diversi paesi nordici. Finlandia, Svezia e Danimarca avevano già inviato una lettera alle istituzioni europee per difendere il sistema di scambio delle emissioni, sostenendo che indebolirlo avrebbe compromesso la prevedibilità delle regole sulla quale si basano gli investimenti industriali nelle tecnologie meno inquinanti.
Il compromesso raggiunto non prevede il rinvio richiesto dall’Italia e dagli altri governi. Nelle conclusioni ufficiali, il Consiglio europeo incarica invece la Commissione di aggiornare la valutazione degli effetti dell’ETS2, con particolare attenzione al funzionamento del sistema e ai meccanismi di protezione. La revisione dovrà considerare anche i possibili costi per i consumatori e le attività economiche. Rimane quindi aperta la discussione su eventuali modifiche, senza che sia stata presa una decisione di posticipare l’applicazione delle regole. Per il sistema ETS già esistente, i leader hanno chiesto interventi per rendere il mercato delle emissioni più prevedibile, limitare le oscillazioni dei prezzi della CO₂ e proteggere la competitività industriale. Allo stesso tempo, hanno confermato il ruolo centrale attribuito alla fissazione di un prezzo delle emissioni nella transizione energetica europea.
Sul fronte più immediato dei prezzi dell’energia, il Consiglio ha accolto l’intenzione della Commissione di prolungare il quadro temporaneo degli aiuti di Stato per i settori industriali maggiormente esposti alla crisi. Sono previste inoltre iniziative per migliorare la capacità delle raffinerie europee e favorire, su base volontaria, il coordinamento della domanda energetica. Si tratta di interventi che dovranno essere ulteriormente sviluppati dalla Commissione, non di un pacchetto già integralmente approvato e operativo. Lo scontro sull’energia ha avuto conseguenze anche sulla gestione del vertice. Le discussioni si sono protratte molto oltre il programma iniziale, costringendo Costa a cancellare la conferenza stampa prevista al termine della giornata e a proseguire i negoziati fino a tarda notte.
La prima giornata del vertice ha inoltre affrontato il futuro allargamento dell’Unione europea e le riforme interne necessarie a consentire il funzionamento delle istituzioni con un numero maggiore di Stati membri. Anche in questo caso, il documento finale contiene indicazioni generali, ma non introduce nuove scadenze vincolanti. La seconda giornata del Consiglio europeo, oggi sarà dedicata principalmente alla sicurezza e alla politica estera, con particolare attenzione alla guerra in Ucraina, alla difesa europea e alla gestione dei flussi migratori. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, arrivato a Bruxelles già giovedì per una serie di incontri bilaterali, parteciperà ai colloqui con i leader europei per chiedere ulteriori aiuti militari e finanziari.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Bruxelles prima del vertice, ha ribadito la proposta di nominare un rappresentante europeo incaricato di dialogare con Russia, Ucraina e Stati Uniti, in modo da garantire una posizione comune dell’Unione negli eventuali negoziati sulla guerra.
L'articolo Il Consiglio europeo non trova l’accordo sul bilancio Ue e rinvia il negoziato a novembre proviene da Linkiesta.it.
Lunedì 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha dato luce verde definitiva al regolamento che istituisce il Programme for Agile and Rapid Defence Innovation (AGILE), un nuovo strumento da 115 milioni di euro pensato per portare le tecnologie difensive dirompenti “dal laboratorio al campo” a velocità finora mai vista negli iter di finanziamento europeo. L’adozione conclude un percorso legislativo insolitamente rapido per gli standard dell’Unione: meno di sette mesi dalla proposta al voto finale, che riflette l’urgenza politica di questo momento storico. Infatti, la guerra in Ucraina ha dimostrato che sul campo di battaglia la velocità di innovazione conta quanto l’innovazione stessa.
AGILE si inserisce nel più ampio quadro di ricostituzione delle capacità difensive europee, avviato dopo la Dichiarazione di Versailles del marzo 2022 e consolidato dal Libro Bianco per la Preparazione alla Difesa Europea 2030 presentato dalla Commissione e dall’Alto Rappresentante nel marzo 2025. Ma mentre strumenti come il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) premiano grandi progetti collaborativi e pluriennali, AGILE nasce per fare ciò che Bruxelles non ha mai fatto troppo bene: muoversi in fretta, con procedure snelle, a favore di piccole imprese e start-up.
L’iter di sviluppo: dalla proposta all’adozione
La proposta di regolamento è stata presentata dalla Commissione europea il 25 marzo 2026, su impulso del Commissario per la Difesa e lo Spazio Andrius Kubilius, tra i più convinti fautori di un’Europa della difesa più reattiva. Kubilius ha riassunto la filosofia del programma in una frase: “le guerre e i campi di battaglia stanno cambiando in modo molto drammatico; gli eserciti hanno bisogno di nuove tecnologie, consegne rapide e prezzi molto competitivi”. La logica era chiara già nel testo originario: lo European Defence Fund è strutturato per consorzi complessi e cicli lunghi, mentre EUDIS, lo schema per l’innovazione che assorbe circa il 20% del bilancio annuale dell’EDF, non basta a colmare la cosiddetta “valle della morte” tra prototipo e capacità operativa in cui molte piccole imprese innovative soccombono. La proposta è arrivata in un contesto politico favorevole: la triade irlandese-lituana-greca per la presidenza di turno del Consiglio dell’UE aveva fatto della prontezza difensiva una priorità, e l’eco dell’esperienza ucraina, dove le start-up consegnano droni e sistemi d’intercettazione in settimane e non in anni, ha creato un consenso trasversale piuttosto raro.
Il sostegno, infatti, è andato ben oltre i fautori abituali dell’integrazione difensiva. Al Consiglio, il Coreper ha approvato il mandato di negoziazione il 3 giugno 2026. Al Parlamento, la posizione è stata adottata il 25 giugno nelle Commissioni Industria (ITRE) e Sicurezza e Difesa (SEDE) con 76 voti favorevoli, 8 contrari e 7 astenuti, insieme a un forte mandato negoziale approvato con 83 voti. Persino il gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR, di cui fa parte l’italiano Fratelli d’Italia), tradizionalmente cauto su ogni nuovo strumento comunitario, ha plaudito a un meccanismo “più operativo e più orientato all’industria”, sottolineando la complementarità con le iniziative NATO come DIANA e il NATO Innovation Fund. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha parlato di un’Europa che “ha il talento e la tecnologia per guidare l’innovazione difensiva”. Il negoziato si è chiuso il 15 luglio 2026, in un unico round negoziale di trilogo (termine tecnico della bolla brussellese per indicare i colloqui tra le tre istituzioni europee maggiori) sotto la presidenza irlandese. Questo è molto raro per una nuova iniziativa in materia di difesa: i precedenti strumenti o sono stati approvati con misure di emergenza (come ASAP ed EDIRPA) o hanno richiesto anni prima di essere approvati, come l’EDIP.
L’opposizione, pur minoritaria, non è mancata. Essa si è concentrata più sulla collocazione del programma che sul suo merito. Il primo ordine di critica riguarda lo stanziamento di risorse: 115 milioni sono una cifra molto inferiore a quelle di programmi come l’EDIP (1,5 miliardi) o l’EDF (7,3 miliardi) e alcuni hanno denunciato il rischio di uno strumento puramente simbolico. Il secondo è politico: al voto finale del 6 ottobre la plenaria del Parlamento ha approvato il testo con 536 favorevoli, ma 101 europarlamentari hanno votato contro e 16 si sono astenuti, con i gruppi più euroscettici e pacifisti critici verso una militarizzazione crescente del bilancio comunitario. Tra questi il gruppo di estrema sinistra The Left (di cui fa parte il Movimento Cinque Stelle) e quello di estrema destra e ultraconservatore L’Europa delle Nazioni Sovrane (di cui fa parte Futuro Nazionale). La terza critica è tecnica: il timore di sovrapposizioni con EUDIS e il rischio che il finanziamento rapido, con minori verifiche, esponga a sprechi.
Nessuna di queste resistenze ha però rallentato l’iter. Dopo il voto del Parlamento del 6 ottobre, il Consiglio ha completato l’iter il 12 ottobre. Il regolamento sarà firmato dai presidenti delle due istituzioni, pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione, quindi indicativamente a novembre 2026.
Come funziona e quanto è applicabile
AGILE è un quindi programma pilota a ciclo corto, pensato per essere pienamente operativo dal 1° gennaio 2027, con un primo bando atteso all’inizio dell’anno. I destinatari sono le PMI, le start-up e le scale-up che sviluppano prodotti difensivi emergenti e dirompenti, incluse le imprese di origine civile che adattano tecnologie a doppio uso al settore militare. I settori nel mirino sono quelli in cui il tempo di iterazione è più breve e l’impatto potenziale più alto: intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, sistemi senza pilota, sensori specializzati, comunicazioni e contromisure alle nuove minacce sul campo.
Ciò che distingue AGILE dagli strumenti europei finora noti è che la velocità non è un obiettivo, ma è inscritta nella sua architettura giuridica. Le imprese dovrebbero ricevere decisioni di finanziamento entro quattro mesi dalla chiusura del bando, con la possibilità di rifondere spese sostenute fino a tre mesi prima della scadenza. Secondo EU Business, questo è stato pensato per non costringere le piccole imprese a sostenere i costi senza liquidità durante l’attesa. Le tecnologie finanziate devono poter arrivare nelle forze armate entro uno-tre anni, un orizzonte impensabile per i cicli tradizionali degli appalti difensivi, e il programma finanzierà un numero volutamente limitato di venti-trenta progetti selezionati per il loro potenziale operativo più che per la dimensione.
Il programma di lavoro copre due attività strettamente concatenate. Da un lato lo sviluppo di prodotti e tecnologie orientati a missioni specifiche, dirompenti, con le sfide tecniche definite insieme agli Stati Membri in modo che l’innovazione risponda a bisogni operativi reali e non a curiosità di laboratorio. Dall’altro l’accesso accelerato alle strutture di test e certificazione, incontri con i grandi appaltatori della difesa e un ponte verso il mercato, senza il quale anche la migliore tecnologia resta un prototipo ben finanziato.
Quanto alla reale applicabilità, il modello di riferimento è esplicitamente quello ucraino: squadre ingegneristiche collegate direttamente agli utilizzatori operativi, con droni da ricognizione, intercettori e robot terrestri sviluppati sul campo in tempo reale. L’UE cerca di replicare quell’agilità attraverso le capacità di collaudo collettive e i collegamenti tra start-up e appaltatori principali. Il programma è deliberatamente piccolo rispetto ai grandi fondi per gli armamenti anche per quanto riguarda l’oggetto di finanziamento: non svilupperà aerei da combattimento o missili avanzati, ma tecnologie emergenti con costi di sviluppo iniziali contenuti come i sistemi senza pilota, sensori, applicazioni di comunicazione. L’idea è che poi queste possano essere acquistate in grandi quantità. Restano tuttavia i vincoli strutturali: la burocrazia comunitaria, la frammentazione dei mercati nazionali della difesa e la lentezza dei processi di approvvigionamento restano il tallone d’Achille di ogni iniziativa europea nel settore. Quindi AGILE completa EDF, EUDIS, EDIP, ed è affiancato dall’Hub for EU Defence Innovation dell’Agenzia Europea per la Difesa.
Opportunità e rischi
Le opportunità che AGILE apre sono reali e vanno ben oltre i 115 milioni stanziati. Il problema cronico dell’Europa difensiva non è tanto l’innovazione (che resta importante), ma i tempi di produzione: il ciclo che oggi separa un prototipo promettente da una capacità in servizio può durare sette-dieci anni, e AGILE attacca esattamente questa lentezza, comprimendo il periodo a tre anni. In secondo luogo, il programma apre l’industria della difesa a nuovi attori: le barriere all’ingresso del settore come certificazioni, contatti, e capitali hanno finora tenuto fuori le imprese tecnologiche civili che pure possiedono le competenze più avanzate in IA, quantistica e robotica. In terzo luogo, un percorso rapido verso il primo contratto militare è il segnale che il capitale di rischio europeo attende da tempo per investire nel difensivo, oggi sottocapitalizzato rispetto agli Stati Uniti: anche pochi milioni distribuiti con intelligenza possono infatti catalizzare flussi privati ben superiori. Infine, la Commissione ha già indicato che il Fondo Europeo per la Competitività, ovvero la probabile colonna portante dei fondi europei per il periodo 2028-2034 (in gergo tecnico chiamati Quadro Finanziario Pluriennale dell’UE) dovrebbe assicurare continuità ed espansione oltre la fase pilota, facendo di AGILE l’incubatore di un modello permanente di finanziamento difensivo rapido.
I rischi, tuttavia, sono altrettanto concreti. Il primo è la dimensione: resta il dubbio che 115 milioni per il numero di progetti indicati, seppur consistenti per delle piccole imprese o start-up, non siano comunque abbastanza per permettere alle PMI di superare la fase di prototipazione. Senza un aumento di scala, il pericolo è quindi che AGILE resti un precursore di facciata, incapace di cambiare le dinamiche di settore. Il secondo è speculare alla sua principale virtù: le procedure accelerate, rimborsi retroattivi e tempi di valutazione ridotti significano infatti meno verifiche, e quindi più rischi di selezioni affrettate, sprechi o fallimenti scoperti tardi. Proprio per questo il regolamento prevede che l’attuazione sia monitorata da Consiglio e Parlamento. Il terzo riguarda il mercato: favorire start-up “prescelte” nei collegamenti con i grandi appaltatori rischia di creare rendite di posizione e di insediare una logica di favoritismo industriale europea che distorce la competizione. Il quarto, e forse il più serio, è quello della domanda: con i bilanci difensivi europei in crescita ma appalti ancora rigidamente nazionale, le tecnologie finanziate da AGILE potrebbero non trovare acquirenti, replicando il destino dei progetti EDF validi ma mai schierati. La velocità di sviluppo, senza una velocità equivalente di adozione, produce solo prototipi più rapidi.
In conclusione, si potrebbe dire che AGILE è per ora un esperimento culturale più che un programma. L’Unione europea mette in discussione il proprio modello procedurale per adattarsi a una minaccia che evolve a ciclo continuo. La rapidità dell’adozione dimostra che quando c’è volontà politica Bruxelles sa correre. Come ha sintetizzato la rappresentante politica della Presidenza di turno incaricata del negoziato interistituzionale Helen McEntee, “l’Ucraina ci ha mostrato che l’innovazione può essere decisiva per la preparazione e la resilienza difensiva, e AGILE dà alle PMI uno strumento per fare ciò che sanno fare meglio: innovare, solo più in fretta e su scala maggiore”. Il banco di prova verrà nel 2027, con i primi bandi: se consegneranno tecnologie operative alle forze armate nel giro di pochi mesi, AGILE diventerà il modello di finanziamento difensivo europeo. Altrimenti, resterà la dimostrazione del costo di muoversi veloci in un sistema che ai margini resta lento.
Traduzione di cortesia. Per la versione originale in lingua inglese clicca qui.
L’Unione europea esprime profondo rammarico per la decisione dell’Autorità Palestinese di rinviare a settembre 2027 le elezioni legislative, inizialmente previste per il 28 novembre 2026, nonché le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto tenersi all’inizio del 2027.
Pur riconoscendo le sfide e le limitazioni cui deve far fronte l’Autorità Palestinese, ribadiamo l’importanza di organizzare quanto prima le elezioni legislative e presidenziali, conformemente agli impegni precedentemente assunti dal Presidente Abbas.
Lo svolgimento di elezioni democratiche e trasparenti in tutto il Territorio palestinese occupato è atteso da troppo tempo. I palestinesi devono poter esercitare il diritto di voto per eleggere i propri leader e rappresentanti nelle istituzioni.
L’Unione europea ribadisce la propria disponibilità a sostenere il processo elettorale, anche attraverso l’invio di una Missione di osservazione elettorale dell’UE.
L’Unione europea ribadisce il proprio consolidato sostegno agli sforzi volti alla costruzione dello Stato palestinese e all’attuazione delle riforme. Lo svolgimento di elezioni credibili, inclusive e trasparenti, aperte a tutti i palestinesi, è essenziale per il popolo palestinese, per garantire la legittimità democratica e la responsabilità delle istituzioni, nonché per la realizzazione della soluzione a due Stati. Il continuo sostegno dell’Unione europea all’Autorità Palestinese va di pari passo con i progressi verso il conseguimento di tali obiettivi e l’avanzamento delle riforme.
L’8 ottobre l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza ha comunicato che non farà più parte della rete europea dei garanti per l’infanzia, Enoc (European network of ombudspersons for children). Marina Terragni, titolare dell’autorità italiana, ha motivato così la sua decisione: «Con grande rammarico ho appreso che non sarebbe stata registrata e pubblicata la mia dissenting opinion riguardo al documento annuale approvato a maggioranza da Enoc sul tema dei diritti dei bambini e ragazzi Lgbtqia+, benché – a quanto risulta – nessuna norma statutaria del network lo vieti espressamente».
Il testo è stato presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc e quindi approvato dalla rete dei Garanti europei: si legge qui. Terragni ha dato voto contrario. Ma a fare problema non sarebbe tanto il contenuto dello statement, quanto il rifiuto di pubblicare in aggiunta al documento una breve postilla, dove lei spiegasse le ragioni del suo dissenso.
La scelta di lasciare l’Enoc ha ovviamente sollevato diverse critiche, prime fra tutte Defence for Children e Arcigay. Una presa di posizione netta è arrivata dall’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia – Aimmf, che non è entrata nel merito del tema Lgbtqia+ ma ha detto che è «grave e non condivisibile la scelta della Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza di ritirare l’Italia da Enoc». Ovviamente il diritto di esprimere il dissenso «è essenziale in ogni contesto democratico», ma la Garante «dispone di molteplici modalità per rendere pubbliche le proprie ragioni, senza per questo allontanarsi da un luogo di dialogo e di elaborazione comune sui diritti dei bambini e degli adolescenti», ha scritto il presidente Claudio Cottatellucci.
La questione invece è soprattutto «di responsabilità istituzionale. Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. Scelte di questa portata richiedono un’attenta ponderazione delle conseguenze e un adeguato confronto istituzionale. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze».
Chi ricopre temporaneamente un incarico di garanzia deve considerare che le proprie decisioni possono produrre effetti ben oltre la durata del mandato, compromettendo relazioni e percorsi di cooperazione costruiti nel tempo. La tutela dei minorenni esige continuità, dialogo e cooperazione internazionale, anche in presenza di divergenze
Claudio Cottatellucci, presidente Aimmf
Il Garante pugliese, Ludovico Abbaticchio, ha annunciato di aver chiesto, insieme ad altri garanti regionali, la sospensione del recesso dall’Enoc e la convocazione urgente della Conferenza nazionale dei Garanti regionali stessi. «La decisione di uscire dalla rete europea riveste una portata che va ben oltre il singolo documento: incide sul posizionamento dell’Italia nel sistema europeo di tutela dei minori su dossier strategici quali salute mentale, povertà educativa, tutela nell’ambiente digitale, intelligenza artificiale, minori migranti. Un’uscita determinerebbe un oggettivo isolamento, che ritengo problematico e non condivisibile», ha scritto in una nota.
Oggi il Gruppo Crc – Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza – un network composto da oltre 100 associazioni che da 25 anni monitora l’attuazione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia – esprime «preoccupazione e forte dissenso relativamente alla decisione dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza di uscire dall’Enoc» e «invita pertanto l’Autorità Garante a rivedere la propria decisione e restare nella rete Enoc» (la nota porta in postilla la posizione di AiBi, che «non aderisce non volendo esprimere giudizi nel merito del caso specifico, ma condivide l’importanza della partecipazione di Agia all’Enoc»).

«Abbandonare un coordinamento transnazionale di questo tipo è una scelta grave, che rischia di isolare l’Autorità garante italiana dal confronto europeo e rappresenta un arretramento rispetto al percorso di rafforzamento della cultura dei diritti che il Gruppo Crc ha contribuito a promuovere in questi anni». La scelta di lasciare l’Enoc, motivata dalla mancata pubblicazione di una dissenting opinion sullo statement annuale della rete, approvato a maggioranza e dedicato quest’anno ai diritti dei bambini e dei ragazzi Lgbtqia+ «appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete».
La scelta di lasciare l’Enoc appare sproporzionata, considerando che il dissenso può essere espresso, anche pubblicamente, attraverso altri strumenti, mantenendo aperto il confronto all’interno della rete
Gruppo Crc
Sul sito dell’Agia, Marina Terragni ha replicato alle richieste di chiarimento sottolineando che Enoc non è un’istituzione pubblica, ma una libera associazione e che la «non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee». L’adesione alla rete è riservata alle istituzioni dei 46 Stati membri del Consiglio d’Europa e attualmente la rete comprende 44 istituzioni di 34 Paesi del Consiglio d’Europa, 22 dell’Unione europea: svariati Paesi europei, fra cui Germania, Austria, Repubblica Ceca, Portogallo, non ne fanno parte. L’Italia vi aderiva dal settembre 2012.
La non-partecipazione a Enoc non pregiudica in alcun modo i rapporti tra le Autorità Garanti nazionali e le istituzioni europee
Marina Terragni, Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza
La lunga nota spiega le ragioni specifiche di contrarietà allo statement di Enoc: si leggono qui. Fra le criticità che la Garante ravvisa nel documento c’è il fatto che «per i bambini intersex Enoc chiede esplicitamente e giustamente di vietare e sanzionare gli interventi medici o chirurgici non urgenti e differibili fino al momento in cui il minore non sia in grado di esprimere un consenso libero e informato. Non viene espresso invece un analogo principio precauzionale riguardo ai minori “transgender” o gender questioning, per i quali si insiste sull’accesso tempestivo ai percorsi sanitari regolamentati – senza specificare quali – con disponibilità di servizi dedicati», oppure il fatto che sulla scuola «lo statement richiede che si riconosca il nome di elezione del minore con ideazione transgender e adotti i pronomi da lui indicati, senza peraltro specificare a quale livello di scolarità (il recente documento della Società Italiana di Pediatria, Oltre lo sguardo. Guida pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un ambulatorio pediatrico accogliente, ipotizza la possibilità di attivare una carriera alias già dalla prima classe della scuola primaria). Si tratta dunque, anche nel caso dello statement Enoc, del primo passo in direzione della cosiddetta “carriera alias” scolastica, punto di avvio della transizione sociale».
Va anche detto che il documento presentato il 2 ottobre a Barcellona all’assemblea generale dell’Enoc non è nato dal nulla: alla sua stesura anzi hanno partecipato anche i ragazzi della Consulta nazionale delle ragazze e dei ragazzi della nostra Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, che nello scorso luglio erano volati a Dublino. La Consulta nazionale è costituita da 40 adolescenti tra i 13 e 17 anni e nei mesi scorsi ha affrontato l’argomento dei diritti dei minorenni Lgbtqia+, ha scritto un testo con cinque raccomandazioni, lo ha approvato all’unanimità e lo ha portato a Dublino. Le raccomandazioni dei ragazzi e delle ragazze italiani si leggono qui e il Gruppo Crc «ritiene fondamentale che le raccomandazioni elaborate dalle ragazze e dai ragazzi trovino pieno ascolto, in coerenza con l’articolo 12 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza».
Le abbonate e gli abbonati di VITA che sono iscritti alla newsletter “Dire, fare, baciare” hanno già letto ieri, nella loro mail, buona parte di questo articolo. Nella puntata n. 143 della newsletter ho parlato anche di come l’aumento di posti disponibili nei nidi, raggiunto grazie al combinato disposto degli investimenti del Pnrr e del calo demografico, pastisca l’effetto San Matteo: i figli di famiglie benestanti ne hanno beneficiato assai più dei figli di famiglie in condizioni socioeconomiche basse. Il gap tra le due fasce è passato da 7,5 punti percentuali del 2005/06 a 24 punti di differenza nel 2025. E della sentenza della Cedu sul caso di Miele, un’altra vicenda che aveva emotivamente diviso il Paese: la Corte europea dei diritti dell’uomo – Cedu, con una decisione passata sostanzialmente sotto silenzio (il testo integrale è qui), conferma la violazione dell’articolo 8 della Convenzione e riconosce le responsabilità delle autorità italiane che non hanno fatto quanto necessario per rendere effettivo il percorso di riavvicinamento del bambino alla madre, lasciando che continuasse a vivere con la famiglia affidataria.
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In apertura, foto di ROBIN WORRALL su Unsplash
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«Equally unhappy». Il rapporto della riunione degli ambasciatori dei Paesi Ue non dà adito ad equivoci: con un taglio di oltre 140 miliardi di euro rispetto alla bozza presentata dalla Commissione, la proposta del nuovo quadro finanziario pluriennale avanzata dal Consiglio dell’Unione europea ha lasciato insoddisfatte tutte le delegazioni. E dal Parlamento, Popolari, Socialisti, Liberali e Verdi hanno già fatto sapere che su queste basi non sono disposti a sedersi al tavolo negoziale per disegnare il futuro finanziario dell’Unione.
La “nego-box” presentata dalla presidenza di turno – in questo caso, quella irlandese – del Consiglio dell’Ue è il documento che dovrebbe dare il via al negoziato con Commissione e Parlamento per arrivare alla definizione del Quadro finanziario pluriennale, cioè il bilancio dell’Ue. L’iter è lungo: la Commissione presenta una proposta, il Consiglio la rivede, i capi di Stato o di governo danno il via libera e quindi parte la discussione in Parlamento. Il testo non può essere emendato, ma solo approvato a maggioranza assoluta oppure respinto.
Sia la bozza della Commissione che quella del Consiglio dell’Ue impegnano per il bilancio 2028-2034 dell’Ue poco più dell’1% del pil. Dei 1.763 miliardi di euro immaginati dall’esecutivo Ue, però, il Consiglio ne ha tagliati 141, riducendo il budget del prossimo settennato a 1.622 miliardi. In valore assoluto, si tratta di una cifra maggiore rispetto al bilancio 2021-2027 ma a causa dell’inflazione a valori correnti si tratta di un taglio tra l’8 e il 10%, come segnalato anche da Siegfried Muresan, relatore al Parlamento europeo per il Quadro finanziario pluriennale. Una contrazione che stona con l’aumento della spesa pubblica degli Stati nazionali: in questi anni, i bilanci di 27 sono aumentati mediamente del 23%.
Le voci di spesa più colpite – in termini assoluti – dalla tagliola del Consiglio sono quelle che riguardano competitività, prosperità e sicurezza, cioè proprio i temi su cui Ursula von der Leyen aveva puntato per modernizzare l’Europa aggiungendo risorse in settori come decarbonizzazione e difesa. Così, dai 522 miliardi di euro proposti dalla Commissione, il Consiglio è sceso fino a 456 miliardi, -11%. In termini relativi, invece, il taglio più consistente riguarda il capitolo dedicato a politica estera e azione esterna dell’Ue: -17%, un taglio di 33 miliardi. Lapidario il commento del presidente della commissione Sviluppo del Parlamento Ue, Barry Andrews: «Sarebbe un grave errore, un errore che l’Europa pagherà con la sua stessa sicurezza e la sua posizione nel mondo». Anche il capitolo amministrativo è stato rivisto al ribasso, con un taglio di quasi il 9%, da 104 a 95 miliardi di euro: senza queste risorse, sarà impossibile assumere nuovi funzionari, reputati indispensabili dalla Commissione.
Sono stati quasi completamente preservati, invece, gli stanziamenti “classici” dell’Ue: la Politica agricola comune (Pac) e i fondi di coesione economica, sociale e territoriale. Il taglio è di appena il 3%, da 946 a 915 miliardi, che si concentrano però sugli strumenti di emergenza e di flessibilità, mentre i pagamenti diretti della Pac e i finanziamenti per la coesione sono rimasti al loro posto.
A ben guardare, si tratta di una bozza che ha cercato di accontentare i due fronti: “i frugali” – Germania, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia, Danimarca e Austria -, che spingono per tagli consistenti, e tutti gli altri Paesi, che puntano innanzitutto a preservare Pac e coesione. In questo modo, però, si è finito per scontentare tutti, tagliando su settori strategici. In un momento storico segnato dall’imprevedibilità degli Stati Uniti, dall’aggressività russa e dalla crescita, geopolitica e commerciale, della Cina, si tratta di un’abdicazione dal ruolo che, a parole, l’Europa dice di voler recitare.
«È la proposta peggiore di sempre», commenta con VITA Luca Jahier, relatore del Comitato economico e sociale europeo sul Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. «Non sblocca il dibattito e rende difficile il sostegno delle varie famiglie politiche europee, come i gruppi parlamentari hanno già fatto capire». L’obiettivo comune iniziale era quello di arrivare a una bozza finale entro la fine dell’anno, in modo tale da procedere con il voto in Parlamento entro la primavera. Ora, invece, i tempi slitteranno. Sul tavolo del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, infatti, ci sono già diversi temi: la gestione delle politiche migratorie dopo la crisi di Ceuta, il sostegno all’Ucraina, i rapporti con la Cina e quelli con gli Stati Uniti. Difficile che i capi di Stato e di governo trovino il tempo per discutere la bozza di bilancio. Più facile, invece, che ciascuno ribadisca le sue priorità. «L’unica spiegazione che mi do», riflette Jahier, «è che la presidenza irlandese abbia presentato questo documento per far prendere coscienza ai 27 della necessità di cambiare approccio: bisogna uscire dalla logica in cui ciascuno Stato fa i suoi interessi e ragionare sui beni comuni».
Tra i tagli più gravi, rileva Jahier, quelli al programma Agorà, che finanzia cultura, media, sport e il “Democratic shield”, cioè lo scudo per proteggere l’informazione e contrastare le fake news. «Investire sulla sicurezza significa investire sulla società civile, sulla protezione dei media, rafforzare gli strumenti di controinformazione. Invece, una voce di spesa di appena 8,5 miliardi di euro in sette anni verrebbe tagliata del 30%».

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DOVE VA A FINIRE LA FILANTROPIA
Secondo Jahier, la proposta del Consiglio è largamente insufficiente. «Nel suo Rapporto, Mario Draghi aveva indicato la necessità di un Next Generation Eu all’anno per 10 anni. Già la proposta della Commissione copriva appena un quinto delle necessità di investimenti segnalate da Draghi, ora siamo ancora più lontani». L’Ue, però, avrebbe a disposizione degli strumenti per raggiungere questi obiettivi. «Bisogna rompere il tabù del debito: serve un debito europeo per finanziare i beni comuni, che non sono solo l’agricoltura e i territori ma anche la difesa e gli investimenti sul digitale», puntualizza Jahier. Non solo. «Se si vogliono tagliare i contributi degli Stati membri bisogna incrementare le risorse proprie dell’Unione, eppure nessuna delle proposte che il Cese e Parlamento – come la tassa sul digitale o sul gioco d’azzardo – sono state prese in considerazione». Per questo, conclude Jahier, la proposta della presidenza irlandese è una «cleas melada», che in gaelico significa una «presa per il culo».
In apertura: Paws and prints via per Unsplash
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I titoli di solidarietà non sono aiuti di Stato. A confermarlo è stata la direzione generale Concorrenza della Commissione europea con una “comfort letter” emessa lo scorso 23 settembre. Gli istituti di credito potranno, dunque, raccogliere risorse da destinare al finanziamento delle attività di interesse generale degli enti del Terzo settore- Ets iscritti al Runts.
I titoli di solidarietà, previsti dall’art.77 del Codice del Terzo settore, sono obbligazioni, altri titoli di debito o certificati di deposito emessi dagli istituti di credito per raccogliere risorse per gli Ets, con i quali viene aperta una relazione creditoria. Il semaforo verde dell’Ue, oltre a sbloccare questo canale di finanziamento, comporterà ulteriori agevolazioni fiscali per i cittadini e gli investitori – con un regime equiparato a quello dei titoli di Stato e l’esenzione da imposte di bollo e successione – e incentiva il credito d’imposta per le banche che effettuano erogazioni liberali agli enti.
La comfort letter della direzione generale Concorrenza viene emessa sulla base dei dati forniti da uno Stato membro ed è un parere informale e non vincolante, quindi non crea giurisprudenza. Una valutazione positiva, però, equivale a un orientamento favorevole, indicando che — sulla base delle informazioni attuali — l’Unione europea non ha intenzione di avviare procedure di infrazione o contestazioni contro quella legge nazionale. Nel 2025, la dg Concorrenza aveva già inviato una comfort letter al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali valutando positivamente le nuove norme fiscali per gli enti del Terzo settore, specificando che non costituiscono aiuti di Stato. Dall’interlocuzione, però, era rimasta fuori la questione dei titoli di solidarietà. Il documento del 23 settembre, quindi, rappresenta un significativo passo in avanti per la finanza sociale e apre nuovi scenari di intervento.
«Il via libera europeo ai titoli di solidarietà è un passo importante per rafforzare il Terzo settore. Ora questa opportunità deve tradursi in finanziamenti concretamente accessibili, con condizioni sostenibili e procedure chiare anche per le piccole associazioni», commentaa Bruno Molea, presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura sport – Aics. «Per un’associazione, poter accedere al credito può significare rendere accessibile uno spazio, acquistare attrezzature per lo sport inclusivo o dare continuità a un servizio educativo e culturale. Sono investimenti che producono benefici per l’intera comunità, ma che spesso le realtà territoriali faticano a sostenere».

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Secondo Molea, il riconoscimento europeo è solo un primo tassello. «La sua efficacia si misurerà nella capacità di raggiungere anche gli enti con minori risorse e strutture organizzative», ha detto. Per farlo, servono «prodotti bancari adeguati alle caratteristiche del non profit» e «na valutazione che sappia considerare, insieme alla sostenibilità economica, il valore sociale dei progetti». Il prossimo step, dunque, sarà costruire un dialogo tra gli istituti di credito e le reti associative, in modo tale da disegnare insieme le misure opportune. «L’obiettivo è trasformare il risparmio orientato alla solidarietà in opportunità concrete per chi ogni giorno promuove sport, cultura e inclusione», conclude il presidente Aics.
Esulta anche il governo italiano. «Riconoscere la specificità del non profit significa offrire strumenti concreti a chi ogni giorno si prende cura delle nostre comunità», il commento della viceministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Maria Teresa Bellucci. «Grazie a questo strumento permettiamo ai cittadini di orientare il proprio risparmio verso destinazioni ad alto impatto sociale e garantiamo agli enti la liquidità necessaria per crescere, innovare e generare benessere sociale».
In apertura: Mauro Bottaro/EC/Audiovisual Service/Commissione europea)
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Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro di una crisi migratoria senza precedenti, che ha sottoposto a forte pressione il sistema di controllo della frontiera e ha riportato al centro del dibattito europeo la questione della gestione dei confini esterni dell’Unione. Ceuta e Melilla costituiscono, infatti, gli unici territori dell’Unione Europea situati sul continente africano e, proprio per la loro peculiare posizione, sono considerate uno dei punti più sensibili della frontiera esterna europea.
Rimaste sotto amministrazione spagnola dopo l’indipendenza dal Marocco nel 1956, nonostante la sovranità di Madrid sia da sempre contestata da Rabat, le due città sono diventate uno dei simboli della progressiva fortificazione delle frontiere europee. A partire dagli anni Novanta, le autorità spagnole hanno rafforzato le recinzioni per contenere gli attraversamenti irregolari, inserendole in un sistema di controllo più ampio, fondato sul potenziamento della sorveglianza e sul progressivo coinvolgimento di Paesi terzi nella gestione dei flussi migratori. La crisi del 2026 ripropone così una questione che va oltre il solo confine spagnolo e riguarda la capacità dell’Unione di gestire in modo condiviso le proprie frontiere esterne.
“La dimensione strutturale della crisi”
L’ingresso della Spagna nell’Unione Europea nel 1986 e la conseguente adesione allo spazio Schengen nel 1991 ha inserito Ceuta e Melilla nel sistema europeo di gestione delle frontiere, pur prevedendo un regime specifico. I confini con il Marocco costituiscono, infatti, frontiere esterne dello spazio Schengen, mentre sono previsti controlli sui collegamenti da Ceuta e Melilla verso la Spagna continentale. Nel corso degli anni si sono verificati svariati tentativi di attraversamento delle barriere, in particolare nel 2005 con episodi che portarono a un ulteriore rafforzamento dei controlli, rendendo Ceuta e Melilla tra i confini migratori più sorvegliati dell’UE. Tali situazioni, seppur spesso presentate come emergenziali, suggeriscono che si tratti invece di una dinamica strutturale: la pressione migratoria alle frontiere spagnole in Africa rappresenta una componente ricorrente del sistema migratorio euro-mediterraneo.
Pur non riconoscendo la sovranità spagnola su Ceuta, il Marocco ha assunto un ruolo centrale nel controllo delle frontiere migratorie verso la città. La posizione geografica dell’exclave rende infatti il controllo della frontiera fortemente dipendente dalla capacità delle autorità spagnole e marocchine di coordinare le rispettive attività di sorveglianza. Già la crisi di Ceuta del maggio 2021, in cui oltre 8000 persone attraversarono illegalmente la frontiera, mostrò l’importanza della collaborazione dei Paesi terzi nella gestione delle frontiere esterne dell’Unione.
Quanto accaduto questa estate ha, però, rappresentato un evento di portata nettamente maggiore rispetto alle ondate migratorie precedenti. Il 30 luglio 2026, Ceuta è stata teatro del più grande attraversamento irregolare mai registrato nella storia della città: circa 80.000 persone hanno superato la frontiera marocchina e circa 141 persone hanno perso la vita durante i tentativi di ingresso; nei giorni successivi la maggior parte degli individui sono stati riportati in Marocco. Questo episodio ha messo sotto pressione il sistema di controllo della frontiera, portando nuovamente al centro del dibattito europeo la gestione dei confini esterni dell’Unione.
Per di più, la crisi si è verificata poco dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il quale prevede che “l’UE disponga di frontiere esterne forti e sicure, che i diritti delle persone siano garantiti e che nessun paese dell’UE sia lasciato solo ad affrontare la pressione migratoria. Inoltre, integra saldamente la migrazione nei partenariati internazionali, contribuendo a prevenire le partenze irregolari e a contrastare il traffico di migranti.”. In questo senso, la crisi di Ceuta ha rappresentato un primo banco di prova per il nuovo patto e per la capacità dell’Unione di dare concreta attuazione al principio di solidarietà su cui si fonda.
“La gestione della crisi tra Madrid, Rabat e Bruxelles”
La risposta immediata di Madrid si è concentrata anzitutto sul ripristino del controllo della frontiera e sull’implementazione di misure necessarie a evitare ulteriori arrivi, tra cui anzitutto il rafforzamento della presenza delle autorità e il dispiegamento di ulteriori mezzi navali, elicotteri e droni. In questo contesto, è stata anche installata una barriera pneumatica di circa 500 metri nell’area del Tarajal, zona costiera in prossimità del principale valico di frontiera con il Marocco.
Parallelamente, Madrid ha intensificato il coordinamento con Rabat. Il Ministero dell’Interno spagnolo ha richiamato l’importanza del contributo delle forze di sicurezza marocchine nella gestione della crisi. Questi eventi hanno, infatti, nuovamente evidenziato l’ambivalenza della gestione europea delle frontiere, poiché pur trattandosi di un confine dell’Unione, la sua sicurezza dipende in larga misura dalla collaborazione con un Paese terzo.
La gestione della crisi a Ceuta non è rimasta confinata a livello bilaterale. Di fronte alla portata dell’emergenza, infatti, la Spagna si è rivolta alle istituzioni europee, chiedendo la solidarietà degli altri Paesi membri. Tuttavia, le reazioni dei vari Paesi europei non sono state unanimi, a partire dalla posizione dell’Italia, che ha deciso di sospendere temporaneamente e unilateralmente i viaggi di frontiera aperta con la Spagna, al fine di difendere i confini europei. È stato proprio il governo italiano, con l’appoggio di quello danese, a proporre la redazione di una lettera congiunta, firmata da 22 capi di Stato e di governo europei, indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al primo ministro irlandese Micheál Martin, che attualmente detiene la presidenza del Consiglio. I firmatari hanno sollecitato una risposta europea immediata e coordinata, chiedendo anche la convocazione di una videoconferenza straordinaria dei ministri degli Interni per valutare la situazione e discutere un ulteriore sostegno alla Spagna, nonché ulteriori misure a tutela delle frontiere esterne dell’UE.
Pertanto, il 4 agosto si è tenuta una videoconferenza informale tra i ministri degli interni dei Paesi membri dell’Unione Europea. Nel corso dell’incontro, Micheál Martin ha dichiarato: “L’UE è unita ed è pronta a sostenere la Spagna e a proteggere le nostre frontiere esterne dall’immigrazione clandestina. Le frontiere esterne dell’UE sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unita.” Successivamente, il commissario Magnus Brunner ha definito gli attraversamenti di massa un test per la resilienza europea e per la sicurezza delle frontiere esterne, sottolineando al contempo che la situazione è stata riportata sotto controllo e che lo spazio Schengen è rimasto invariato.
Il 24 agosto la Spagna ha chiesto all’UE un aiuto finanziario d’urgenza per rafforzare la capacità di accoglienza a Ceuta e le infrastrutture di sicurezza lungo il confine con il Marocco. Pochi giorni dopo, Madrid ha chiesto sostegno anche a Frontex, Europol e l’Agenzia dell’Unione europea per l’asilo, le quali hanno risposto positivamente. Nel frattempo, Sánchez ha escluso l’esistenza di prove di un coinvolgimento del Marocco negli attraversamenti di massa, attribuendo invece un ruolo nell’innesco della crisi alla disinformazione sui social media e sottolineando che le indagini proseguono. Il 1° settembre 2026, il governo spagnolo ha annunciato lo stanziamento di 309 milioni di euro per potenziare i servizi di sicurezza e le strutture di accoglienza a Ceuta e per sostenere l’economia locale.
Dopo la richiesta di Madrid alla Commissione Europea di istituire una presenza permanente di Frontex a Ceuta, il 9 settembre è arrivata una prima risposta concreta proprio da parte della Commissione, la quale ha concesso al Paese un aiuto d’urgenza pari a 114,7 milioni di euro, finalizzato a fronteggiare la crisi, ribadendo il proprio appoggio alla Spagna, anche attraverso la mobilitazione delle agenzie UE.
Nuove strategie e prospettive europee per la gestione delle frontiere
Nel discorso sullo Stato dell’Unione dello scorso 16 settembre, Ursula von der Leyen ha espresso supporto al popolo spagnolo, ribadendo che “il confine di Ceuta è un confine europeo” e sottolineando, quindi, la necessità di una risposta comune alla crisi, anche alla luce del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. A riguardo, la presidente della Commissione europea ha sostenuto che c’è bisogno di migliorare, soprattutto nelle situazioni emergenziali ed ha per questo annunciato la proposta di un nuovo meccanismo di risposta alle emergenze.
In questa prospettiva, il principio della responsabilità condivisa per la protezione delle frontiere esterne dell’Unione si è tradotta nel piano pubblicato dalla Commissione europea il 29 settembre, articolato in cinque punti e volto a “rafforzare la resilienza e la sicurezza delle frontiere esterne dell’UE”. Il piano individua cinque direttrici principali: il rafforzamento della cooperazione con i paesi partner per prevenire la migrazione illegale; il potenziamento delle frontiere esterne dell’UE; il miglioramento del monitoraggio della situazione e dei sistemi di allarme rapido; il contrasto alle reti di traffico e tratta di migranti; e, infine, il rafforzamento delle procedure di rimpatrio.
Il piano è stato successivamente presentato dalla Commissione al Consiglio Giustizia e affari interni (GAI) il 1° ottobre e i ministri degli Affari interni degli Stati membri ne hanno discusso nel più ampio discorso sullo stato generale dello spazio Schengen. In questa occasione, il ministro spagnolo dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha fornito un aggiornamento sulla situazione a Ceuta, chiedendo ai partner europei “solidarietà operativa, finanziaria e politica” per fronteggiare le crisi migratorie. Madrid ha ribadito l’efficacia dei controlli alle frontiere, sottolineando che nessun migrante arrivato a Ceuta ha proseguito verso altri Stati membri e che gli arrivi sulle rotte verso la Spagna sono in forte calo. Infine, il ministro ha evidenziato la piena operatività del sistema europeo di ingressi e uscite (EES) e il ruolo di Frontex nel controllo delle frontiere, sollecitando nuove misure europee per accelerare i rimpatri e le procedure di protezione internazionale in situazioni di crisi.
I ministri hanno, inoltre, affrontato la politica dei visti e le proprietà del ciclo Schengen 2026-2027, con particolare attenzione al rafforzamento dello scambio di informazioni e all’impiego delle nuove tecnologie per individuare tempestivamente i rischi emergenti e rafforzare la sicurezza nell’UE.
La crisi di Ceuta ha riportato al centro del dibattito europeo la gestione delle frontiere esterne e la responsabilità condivisa tra gli Stati membri. Nonostante le diverse posizioni emerse, le istituzioni europee hanno fornito supporto politico, finanziario e operativo alla Spagna e adottato nuove misure per rafforzare la sicurezza delle frontiere. Come sottolineato dal commissario Magnus Brunner, la crisi ha messo alla prova l’Unione in termini di rapidità, solidarietà e resilienza, mostrando al contempo la necessità di una risposta comune alle emergenze future.
L’Italia ha introdotto la valutazione di impatto generazionale delle leggi. Perché non resti un adempimento formale, deve rendere visibili costi, benefici e rischi che le politiche trasferiscono avanti nel tempo. Cosa insegna l’esperienza internazionale.
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Il 9 ottobre Donald Trump ha annunciato che la Russia immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da 500.000 a novembre e da un milione nei mesi successivi; poche ore dopo l’Office of Foreign Assets Control del Tesoro ha rilasciato una licenza generale valida fino al 7 aprile 2027. La decisione è giunta tre settimane dopo la firma del Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act, che consente dazi del 100% sui principali acquirenti di idrocarburi russi, e mentre a Miami gli inviati americani discutevano con ucraini ed europei le condizioni per chiudere la guerra.
La lettura più immediata, quella di un avvicinamento strategico fra Washington e Mosca, è anche la meno solida. La domanda utile è un’altra: che cosa rivela la licenza sul modo in cui l’amministrazione americana ordina i propri interessi, e quali conseguenze ne derivano per un’Europa che sulle sanzioni ha costruito la propria risposta all’aggressione russa. La tesi qui sostenuta è che il gasolio non segnala un’alleanza nuova, ma la subordinazione delle sanzioni alla politica dei prezzi in una fase di emergenza energetica: un precedente che le cancellerie europee non possono archiviare come episodico.
Uno shock di offerta, non un rovesciamento di alleanze
Il contesto spiega più delle intenzioni. Dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, lo Stretto di Hormuz è in larga parte chiuso. Da luglio, inoltre, Mosca ha vietato quasi tutte le esportazioni di gasolio dopo che i droni ucraini avevano fermato una quota rilevante della sua capacità di raffinazione. Ne è derivata una crisi del distillato medio: a settembre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha toccato il record di 6,52 dollari al gallone, più del doppio rispetto a un anno prima, e il G7 ha concordato il rilascio di 100 milioni di barili di scorte d’emergenza. A meno di un mese dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il costo del carburante è diventato un problema di politica interna prima ancora che di politica estera.
Letta in questa chiave, la licenza è anzitutto uno strumento di gestione del mercato, e la sua efficacia è dubbia. Con i fattori di conversione standard, le 300.000 tonnellate iniziali equivalgono a circa 2,2 milioni di barili, poco più di un giorno di esportazioni americane di gasolio verso l’Europa, che a luglio avevano toccato 1,7 milioni di barili al giorno. È poi incerto che la Russia possa consegnarle: nel terzo trimestre le sue esportazioni di gasolio sono crollate a 190.000 barili al giorno, contro gli 850.000 del primo, e per la prima volta il Paese ha dovuto importarne. Un ex dirigente dell’Agenzia internazionale dell’energia, citato da Al Jazeera, dubita che Mosca possa onorare le forniture senza sottrarle al mercato interno.
Il dato politico più rilevante è la contraddizione interna all’amministrazione. Il 18 settembre Trump ha firmato una legge che inasprisce le sanzioni contro Mosca; il 9 ottobre il Tesoro ne ha attenuato l’effetto con un atto amministrativo. Non è un’incoerenza casuale: le sanzioni restano lo strumento di pressione per eccellenza, ma vengono sospese quando il loro costo ricade sul consumatore americano. Per Washington la sanzione è diventata reversibile a condizioni che nulla hanno a che vedere con la condotta russa in Ucraina, ed è questo, più del gasolio, il segnale che il Cremlino registra.
Che cosa ottiene Mosca senza concedere nulla
Il guadagno economico russo è per ora più potenziale che reale, perché dipende da volumi che la Russia fatica a produrre. Il guadagno politico è invece immediato. Mosca aveva posto la condizione in modo esplicito: il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov aveva legato la ripresa delle esportazioni alla rimozione delle sanzioni occidentali. La licenza accoglie quella condizione senza una contropartita pubblica: nessun cessate il fuoco, nessuna sospensione degli attacchi alla rete elettrica ucraina, nessun meccanismo di verifica.
La sequenza si inserisce in un disegno più ampio. Secondo Reuters, l’inviato speciale Jared Kushner e Kirill Dmitriev, consigliere di Putin, hanno discusso nelle ultime settimane l’ingresso di un investitore americano nei gasdotti Nord Stream e la cessione delle attività estere di Lukoil, accompagnata dalla rimozione delle relative sanzioni. La Casa Bianca ha negato colloqui recenti sul Nord Stream e Berlino ha ricordato che la riapertura richiederebbe un’autorizzazione che non intende concedere. Le trattative sono esplorative, ma indicano che la leva energetica è diventata moneta negoziale nel dialogo fra Washington e Mosca, gestita da canali personali più che istituzionali.
Kyiv ne ha colto subito le implicazioni. Zelensky ha definito la licenza una decisione debole di partner forti e ha subordinato la sospensione degli attacchi alle raffinerie alla fine dei bombardamenti russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, provocando la reazione del Presidente Trump che ha dichinato come sia giunto il momento per l’Ucraina di cambiare presidente. La richiesta di risparmiare le raffinerie, che Trump gli aveva rivolto già a settembre, mostra il punto: le operazioni ucraine diventano un costo da comprimerequando incidono sui prezzi globali, benché siano una delle poche leve di Kyiv sull’economia di guerra russa.
Esiste peraltro una lettura alternativa che va soppesata. Gli incentivi economici sono uno strumento diplomatico legittimo, e una pressione priva di prospettive negoziali rischia di prolungare la guerra senza migliorarne l’esito. L’erosione, del resto, non è soltanto americana: già a maggio il Regno Unito ha esentato con una licenza generale il gasolio e il carburante per aviazione raffinati da greggio russo in Paesi terzi. L’argomento regge però solo se la concessione è legata a risultati verificabili. Al 10 ottobre nessuna fonte pubblica indica che lo sia, e un allentamento incondizionato abbassa il prezzo che Mosca dovrà pagare per ottenere il successivo.
L’Europa davanti a una garanzia negoziabile
Per le capitali europee il problema non è il gasolio, che il quadro sanzionatorio dell’Unione fondato sul Regolamento (UE) n. 833/2014 continua a escludere, ma ciò che la licenza rivela sull’alleato. La NATO poggia sulla presunzione che le due sponde dell’Atlantico condividano la stessa gerarchia delle minacce. Se Washington è disposta a sospendere la pressione su Mosca per contenere i prezzi interni, la convergenza diventa condizionale: non scompare, ma dipende dal ciclo economico ed elettorale americano. La questione non è se l’alleanza sia finita, ma se l’Europa possa continuare a pianificare la propria sicurezza assumendo che le priorità di Washington coincidano con le sue.
La risposta europea è avviata, ma incompleta. Secondo il primo rapporto annuale sulla prontezza della difesa, accolto dai ministri il 28 settembre, gli Stati membri hanno speso nel 2025 418 miliardi di euro, circa il 2,2% del PILdell’Unione, ma restano lacune significative proprio dove la dipendenza dagli Stati Uniti è maggiore. Berlino accelera: Merz a Kiev ha impegnato un miliardo di euro per droni intercettori e produzione congiunta di armamenti a lungo raggio. La spesa nazionale, tuttavia, non equivale a capacità europea, e la coesione politica è già sotto pressione, come mostra la posizione slovacca nell’Alleanza.
In questo quadro la proposta di Mark Carney offre un criterio più che un modello. A Davos, a gennaio, il primo ministro canadese aveva parlato di una rottura dell’ordine internazionale e invitato le medie potenze a cooperare per ridurre le dipendenze; il 17 settembre, al Parlamento europeo, ha proposto una partnership con l’Unione su minerali critici, industria della difesa, intelligenza artificiale e sicurezza energetica, escludendo di voler creare un terzo blocco. Il Canada è l’unico Paese extraeuropeo ammesso al fondo da 150 miliardi per gli acquisti comuni di difesa, e il giorno prima Ursula von der Leyen aveva prospettato per Ottawa una forma di associazione all’Unione. La logica è quella della copertura strategica: moltiplicare i partner affidabili senza rompere con Washington. Il limite è altrettanto chiaro: una rete di medie potenze riduce le vulnerabilità industriali ed energetiche, ma non sostituisce la deterrenza nucleare, l’intelligence strategica e la logistica americane.
Per l’Italia la questione è concreta. Il Paese dipende dalle rotte marittime del Mediterraneo allargato per l’approvvigionamento energetico e contribuisce alla deterrenza atlantica con capacità che il dibattito interno fatica a rafforzare, come segnala la frenata del governo sul potenziamento delle Forze armate. Roma ha dunque interesse a un regime sanzionatorio europeo autonomo e stabile, che non oscilli con i prezzi alla pompa americani, e a una partecipazione piena ai programmi comuni di acquisizione, compresi quelli aperti al Canada.
L’indicatore da osservare non è la durata della licenza, ma la sua funzione. Se resterà una misura emergenziale, legata alla chiusura di Hormuz e destinata a decadere con la normalizzazione dei flussi, il gasolio sarà ricordato come un episodio di politica dei prezzi. Se invece aprirà una serie di allentamenti senza contropartite, dal Nord Stream alle attività di Lukoil, segnalerà che per Washington la pressione su Mosca è negoziabile in sé. In entrambi i casi l’Europa ha già ricevuto l’informazione decisiva: la tenuta delle sanzioni dipende ormai dalle sue scelte, e la credibilità della sua deterrenza dalla velocità con cui trasformerà la spesa in capacità.
Versione integrale dell’intervento del Vicesegretario Generale Matteo Di Cocco al III Forum Antifascista di Mosca tenutosi a Maggio 2026.
Il Fascismo non è un incidente della storia. Non è una deviazione, non è un’anomalia. È il frutto avvelenato della degenerazione sistemica del capitalismo che, quando entra in crisi o si sente minacciato dai movimenti popolari e operai, reagisce con ferocia, togliendo la propria maschera della democrazia per mostrare il volto violento. Quello della violenza di classe.
Come insegnato da Antonio Gramsci, la pavidità dei partiti operai — egemonizzati dalle correnti riformiste, incapaci di una visione ideologica corretta — è stata la prima causa della sconfitta del movimento operaio italiano di fronte alla marea nera.
Non possiamo ripetere quegli errori. Non possiamo più permetterci quella codardia, sperando di strappare qualche simpatia qua e là nel campo socialdemocratico (se non peggio).
Questo perché (e ne abbiamo le prove giorno dopo giorno) il fascismo in occidente sopravvive e continua a riprodursi perché negli ultimi trent’anni l’ideologia e la modalità d’azione dei comunisti è stata smantellata e deligittimata, pezzo dopo pezzo da chi in una folle rincorsa ai richiami delle élite finanziarie ha abbracciato il neoliberismo dando vita ad una pseudo sinistra, incarnata in fine da chi a Bruxelles, nel Consiglio Europeo ha avuto il coraggio di equiparare il nazismo ed il comunismo, distruggendo nel frattempo lo stato sociale e continuando a sostenere il regime neo nazista di Kiev.
In Italia, come nel resto dell’Europa abbiamo sempre più la prova che la forma più avanzata di fascismo non ha più la camicia nera addosso, ma hanno i vessilli di chi ha tradito la classe operaia invece di difenderla. Questo tradimento è un sintomo, di una malattia più ampia.
Una malattia che si chiama fascismo moderno.
Il terrorismo, come il fascismo non è un fenomeno autonomo che cade dal cielo ed in questo ci rifacciamo proprio a quanto dichiarato dal Presidium del Comitato Centrale del KPRF nel giugno del 2024:
“Per sconfiggere il terrorismo, è necessario superare il capitalismo, unire la società sugli ideali della giustizia, e quindi del socialismo. L’esperienza sovietica ci dà un grande esempio di come la società può unirsi, forgiare una forte armatura della sicurezza nazionale e vergognare il nemico più cinico e crudele” (https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) [1]”
Il nostro Partito condivide in pieno questa lettura, le radici del terrorismo in epoca contemporanea sempre più affonda le radici nella povertà, nella diseguaglianza, nei conflitti militari fomentati dall’imperialismo per il controllo delle risorse o per la gestione delle proprie sfere di influenza a livello geopolitico fino alla frammentazione sociale prodotta coscienziosamente dal capitalismo neoliberista.
Possiamo definire il terrorismo come un fenomeno con tre facce, per quanto riguarda l’analisi politica contemporanea.
Qui ci poniamo una domanda: chi è il vero terrorista? Chi difende un popolo e la propria identità nazionale dall’aggressione di un governo fascista o quello stesso governo che attacca quei popoli? Noi sicuramente sappiamo da che parte stare.
[1] Dal servizio stampa del Comitato Centrale del KPRF 24 Giugno 2024 https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html
Se parliamo di strutture imperialiste e terroriste in occidente non possiamo evitare di parlare della NATO che con la sua continua aggressione imperialista con il allargamento ad est violando non solo gli accordi del 1991, ma qualsivoglia briciolo di buonsenso, hanno trasformato l’Ucraina in un avamposto anti-russo. Per questo il Partito Comunista (Italia) condanna nettamente il sostegno dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America a tutti quei settori che hanno egemonizzato il potere di Kiev dal colpo di Stato del 2014 in poi.
Fin da Euromaidan, l’obiettivo non è stato minimamente quello di mettere al centro la volontà del popolo ucraino, ma quello di accerchiare ed indebolire la Russia accerchiandola e cercando di distruggere qualsiasi forma di opposizione all’egemonia del dollaro e della finanza anglosassone, distruggendo quel filo rosso che unisce i popoli russi ed ucraini da ben prima che nascesse la NATO o che gli Stati Uniti d’America fossero un pensiero di Franlink o Jefferson.
Come è ben documentato, il regime di Kiev ha trasformato l’Ucraina nel primo stato terrorista d’Europa permettendo l’uso di metodi deliberatamente terroristici come gli attacchi ad infrastrutture civili, sabotaggi e addirittura uso di missili forniti dall’Occidente contro le popolazioni residenti nelle regioni del Donbass.
Se ci fossero dubbi, questo non è il comportamento di una democrazia, questo non è il comportamento di uno stato aggredito (come molti in Italia ed Europa definiscono l’Ucraina) ma questo è puro e semplice terrorismo di Stato, armato e finanziato dall’imperialismo occidentale.
L’Ucraina non è più una nazione, ma un asset strategico militare in mano a potenze straniere.
Le sanzioni contro la Russia si sono ritorte contro l’Europa stessa.
La NATO ogni giorno di più viene umiliata.
I popoli del Donbass si sono ribellati ed hanno preso le armi per difendere la propria autodeterminazione.
Oggi la Russia insieme alla Cina Socialista ed a tutte quelle nazioni che vogliono uscire dal giogo imperialista hanno l’opportunità di costruire un fronte per la pace e la sovranità economica e politica dei popoli.
Dobbiamo purtroppo constatare che in questo momento in Italia non ci sono le condizioni minime per attuare una politica di questo tipo, poiché la nostra nazione è da anni ormai retrocessa al rango di colonia.
Nostro l’ardito compito far risaltare le contraddizioni del sistema e sfruttarle per riportare anche in Italia il protagonismo della politica sull’economia e del popolo sull’imperialismo.
Cari compagni, dobbiamo essere chiari su un punto: non siamo di fronte a una crisi passeggera o ad un’anomalia che verrà risolta con qualche aggiustamento diplomatico.
Ci troviamo di fronte ad una crisi strutturale del capitalismo, che cerca la sua via d’uscita — come sempre nella storia — attraverso l’unico metodo che conosce: la guerra, la militarizzazione delle società e la distruzione dei diritti sociali conquistati dai lavoratori nel Novecento.
L’Unione Europea si è rivelata per quello che i comunisti hanno sempre denunciato: un apparato tecnico e burocratico al servizio del complesso militare del capitale.
Euro, Unione Europea e NATO non difendono la democrazia ma ne sono la diretta negazione.
Lo vediamo nelle politiche di austerità che negli anni hanno colpito i popoli europei, lo vediamo nella continua promozione di uno spirito anticomunista anche a livello istituzionale, non solo falsificando la storia, ma spergiurando sulle tombe di chi ha sacrificato la propria vita 81 anni fa per liberare il continente dal dominio nazifascista.
L’aumento smisurato delle spese militari sacrificando sanità, istruzione e pensioni sono il segnale di un’opera di distruzione della società per piegarla alla volontà delle élite economiche e militari utilizzando l’invenzione di una fantomatica minaccia russa come alibi per accelerare il processo di smantellamento di ogni residuo di Stato sociale.
Visto il continuo attacco dell’Unione Europea al suo stesso popolo, vista la continua ricerca di un nemico per militarizzare e spaventare gli europei convincendoli della giustezza di una futura guerra … possiamo definire la stessa Unione Europea come un’entità terroristica?
La risposta comunista non può essere né nazionalista né semplicemente pacifista.
Deve essere internazionalista e di classe.
Se vogliamo essere all’altezza del compito che la storia ci sta ponendo dobbiamo riunire tutti coloro che rifiutano il controllo imperialista, chi è a favore della sovranità de popoli ed contro l’ingerenza straniera.
Dobbiamo combattere tutti quei piani di riarmo che sono propedeutici a future aggressioni e conflitti, dobbiamo far si che tutte le componenti sociali dei nostri rispettivi stati difendano lo Stato Sociale e smascherino le pseudosinistra neoliberista, finto socialdemocratiche e tutti coloro che hanno tradito i loro popoli.
Nel nostro paese, il Partito Comunista (Italia) porta avanti questa battaglia senza compromessi. Non partecipiamo al gioco delle alleanze con il centro-sinistra atlantista. Non sosteniamo le missioni militare all’estero o l’invio di armi in Ucraina, siamo contro la NATO e contro l’Unione Europea del capitale.
Per questo il nostro compito non deve fermarsi solo a tutti coloro che si riconoscono nella nostra ideologia, ma dobbiamo essere capaci di egemonizzare quei movimenti di massa spontanei che altrimenti sarebbero fini a loro stessi: come ci hanno insegnato Lenin e Gramsci serve un partito, una direzione politica ed una visione ideologica chiara.
Compagni, permettetemi di chiudere con una riflessione che porto anche a nome del Segretario Generale Alberto Lombardo. Siamo qui a Mosca, capitale dell’Unione Sovietica che ha resistito all’invasione nazifascista ed ha liberato il continente dal pericolo nero al costo della vita di oltre venti milioni dei suoi figli.
L’Armata Rossa a Stalingrado non ha fermato la macchina militare nazifascista solo per l’Unione Sovietica, ma lo ha fatto per la libertà di tutto il mondo, fu la vittoria del socialismo sul fascismo, la vittoria del popolo sulla barbaria capitalista.
Lo abbiamo già detto lo scorso anno, per rispetto e onore del popolo sovietico Volvograd non deve essere Stalingrado pochi giorni dell’anno, ma deve tornare ad essere Stalingrado tutto l’anno!
Proprio su quell’esempio eroico noi siamo chiamati ad un’altra battaglia, sotto forme diverse contro nemici che oggi hanno giacche e cravatte. Invece dei carri armati usano canali di informazione, fondi di investimento e le banche centrali per manipolare la vita delle persone e la loro percezione della realtà.
Ma la sostanza non cambia: il capitalismo quando è in crisi torna a mostrare il suo volto di violenza, di guerra e di terrorismo contro i popoli.
Non so quando arriverà la Vittoria. Ma so che, quando arriverà, voglio che ci sia anche il mio ed il contributo del mio Partito.
Ma questa battaglia l’abbiamo già vinta una volta, 81 anni fa e non ce lo hanno mai perdonato.
Facciamolo accadere ancora una voltaSlava Stalingrad! Vperëd k pobede!
(Avanti verso la vittoria!)
English VersionFirst of all, allow me to convey greetings to you from the General Secretary, comrade Alberto Lombardo, and from the entire Central Committee of the Communist Party (Italy).
We thank the KPRF – Communist Party of the Russian Federation for organizing this Forum and for allowing us to bring the voices of those in Italy who fight every day against imperialism, war, and fascism in its many contemporary forms.
FASCISM IS NOT AN ACCIDENT — IT IS CAPITALISM’S VIOLENT RESPONSE
Fascism is not an accident of history. It is not a deviation, it is not an anomaly. It is the poisonous fruit of the systemic degeneration of capitalism, which, when it enters into crisis or feels threatened by popular and workers’ movements, reacts ferociously, removing its democratic mask to reveal its violent face. That of class violence.
As Antonio Gramsci taught, the cowardice of workers’ parties—dominated by reformist currents, incapable of a correct ideological vision—was the primary cause of the defeat of the Italian workers’ movement in the face of the oil slick.
We can’t repeat those mistakes. We can no longer afford that cowardice, hoping to gain some sympathy here and there in the social democratic camp (or worse).
This is because (and we have proof of this day after day) fascism in the West survives and continues to reproduce itself because over the last thirty years the ideology and mode of action of the communists have been dismantled and delegitimized, piece by piece, by those who, in a mad pursuit of the calls of the financial elite, have embraced neoliberalism, giving birth to a pseudo-left, ultimately embodied by those in Brussels, in the European Council, who had the courage to equate Nazism and Communism, meanwhile destroying the welfare state and continuing to support the neo-Nazi regime in Kiev.
In Italy, as in the rest of Europe, we have growing evidence that the most advanced form of fascism no longer wears black shirts, but instead carries the banners of those who betrayed the working class instead of defending it. This betrayal is a symptom of a broader disease.
A disease called modern fascism.
TERRORISM AS A POLITICAL CATEGORY
Terrorism, like fascism, is not an autonomous phenomenon that falls from the sky and in this we refer precisely to what was declared by the Presidium of the Central Committee of the KPRF in June 2024:
“To defeat terrorism, it is necessary to overcome capitalism, to unite society around the ideals of justice, and therefore of socialism. The Soviet experience gives us a great example of how society can unite, forge a strong armor of national security, and shame the most cynical and cruel enemy.”https://kprf.ru/party-live/cknews/227219.html) ”
Our Party fully shares this view: the roots of terrorism in contemporary times are increasingly rooted in poverty, inequality, military conflicts fomented by imperialism for the control of resources or the management of its own spheres of influence at the geopolitical level, up to the social fragmentation consciously produced by neoliberal capitalism.
We can define terrorism as a three-faceted phenomenon, as far as contemporary political analysis is concerned.
• There is terrorism as a mass criminal act against innocent civilians
• There is state terrorism, organized by those who attack civilian populations and finance paramilitary organizations and militias that organize massacres or coups d’état
• Finally, there is the instrumental use of the category “terrorism” employed as an ideological weapon to attack those who oppose imperialist maneuvers, to repress popular movements by legitimizing military aggression.
Here we ask ourselves a question: who is the real terrorist? Those who defend a people and their national identity from the aggression of a fascist government, or the very government that attacks those people? We certainly know which side we’re on.
UKRAINE AND THE CRUCIAL ISSUE
When we talk about imperialist and terrorist structures in the West, we cannot avoid mentioning NATO, which, with its ongoing imperialist aggression and eastern enlargement—violating not only the 1991 agreements but every shred of common sense—has transformed Ukraine into an anti-Russian outpost. For this reason, the Communist Party (Italy) strongly condemns the European Union and the United States’ support for all those sectors that have dominated Kiev’s power since the 2014 coup.
Since Euromaidan, the goal has not been to put the will of the Ukrainian people at the center, but to encircle and weaken Russia by encircling it and trying to destroy any form of opposition to the hegemony of the dollar and Anglo-Saxon finance, destroying the common thread that has united the Russian and Ukrainian peoples since well before NATO was born or the United States of America was even a thought of Franklin or Jefferson.
As is well documented, the Kiev regime has transformed Ukraine into Europe’s first terrorist state by allowing the use of deliberate terrorist methods such as attacks on civilian infrastructure, sabotage, and even the use of Western-supplied missiles against populations living in the Donbass regions.
If there were any doubt, this is not the behavior of a democracy, this is not the behavior of an attacked state (as many in Italy and Europe define Ukraine) but this is pure and simple state terrorism, armed and financed by Western imperialism.
Ukraine is no longer a nation, but a strategic military asset in the hands of foreign powers.
Sanctions against Russia have backfired on Europe itself.
NATO is being humiliated more and more every day.
The people of Donbass rebelled and took up arms to defend their self-determination.
Today, Russia, together with Socialist China and all those nations that wish to escape from the imperialist yoke, have the opportunity to build a front for peace and the economic and political sovereignty of the peoples.
Unfortunately, we must note that at this time in Italy the minimum conditions for implementing a policy of this type do not exist, since our nation has been relegated to the rank of a colony for years now.
Ours is the daring task of highlighting the contradictions of the system and exploiting them to restore, in Italy too, the role of politics over the economy and of the people over imperialism.
NEOLIBERALISM IS AT PERMANENT WAR
Dear comrades, we must be clear on one point: we are not facing a temporary crisis or an anomaly that will be resolved with some diplomatic adjustments.
We are facing a structural crisis of capitalism, which seeks its way out—as always throughout history—through the only method it knows: war, the militarization of societies, and the destruction of the social rights won by workers in the twentieth century.
The European Union has revealed itself to be what the communists have always denounced: a technical and bureaucratic apparatus at the service of capital’s military complex.
The Euro, the European Union and NATO do not defend democracy but are its direct negation.
We see it in the austerity policies that have affected the peoples of Europe over the years, we see it in the continued promotion of an anti-communist spirit even at the institutional level, not only by falsifying history, but by perjuring themselves on the graves of those who sacrificed their lives 81 years ago to liberate the continent from Nazi-Fascist rule.
The disproportionate increase in military spending, sacrificing healthcare, education, and pensions, signals a drive to destroy society, bending it to the will of the economic and military elites. The invention of a phantom Russian threat serves as an excuse to accelerate the dismantling of every vestige of the welfare state.
Given the European Union’s ongoing attack on its own people, given its constant search for an enemy to militarize and frighten Europeans into believing a future war is justified… can we define the European Union itself as a terrorist entity?
THE COMMUNIST RESPONSE
The communist response can be neither nationalist nor simply pacifist.
It must be internationalist and class-based.
If we want to live up to the task that history is placing before us, we must unite all those who reject imperialist control, those who are in favor of the sovereignty of peoples and those who are against foreign interference.
We must fight all those rearmament plans that pave the way for future aggression and conflict. We must ensure that all social groups in our respective countries defend the Welfare State and expose the neoliberal pseudo-left, fake social democrats, and all those who have betrayed their peoples.
In our country, the Communist Party (Italy) is fighting this battle uncompromisingly. We do not participate in the game of alliances with the Atlanticist center-left. We do not support military missions abroad or the shipment of weapons to Ukraine; we are against NATO and the European Union of capital.
For this reason, our task must not be limited to those who identify with our ideology, but we must be capable of hegemonizing those spontaneous mass movements that would otherwise be ends in themselves: as Lenin and Gramsci taught us, we need a party, a political leadership, and a clear ideological vision.
TOWARDS VICTORY
Comrades, allow me to close with a reflection I also offer on behalf of Secretary General Alberto Lombardo. We are here in Moscow, the capital of the Soviet Union, which resisted the Nazi-Fascist invasion and freed the continent from the dark peril at the cost of the lives of over twenty million of its sons.
The Red Army at Stalingrad did not stop the Nazi-fascist military machine just for the Soviet Union, but it did so for the freedom of the entire world. It was the victory of socialism over fascism, the victory of the people over capitalist barbarism.
We said it last year: out of respect and honor for the Soviet people, Volgograd must not be Stalingrad for a few days a year, but must return to being Stalingrad all year round!
Precisely on the basis of that heroic example, we are called to another battle, in a different form, against enemies who today wear suits and ties. Instead of tanks, they use information channels, investment funds, and central banks to manipulate people’s lives and their perception of reality.
But the substance does not change: when capitalism is in crisis, it returns to show its face of violence, war, and terrorism against people.
I don’t know when Victory will come. But I know that, when it does, I want my contribution and that of my Party to be there too.
But we already won this battle once, 81 years ago, and they never forgave us.
Let’s make it happen one more time
Slava Stalingradu! Vperëd k pobede!
(Onward to victory!)
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L'articolo Terrorismo e Imperialismo: Due facce dello stesso sistema – Intervento del Partito Comunista a Mosca proviene da IL PARTITO COMUNISTA - Sito Ufficiale.

Traduzione dell’articolo Сотни тысяч беженцев ждут неделями на хорватской границе, чтобы попасть в ЕС
Il 12 Giugno di quest’anno è entrato in vigore nell’Unione Europea (UE) il Patto sulla migrazione e l’asilo: dieci regolamenti che modificano le norme per l’ottenimento della protezione in tutta Europa.
Ai confini esterni dell’UE viene introdotto uno screening obbligatorio della durata massima di sette giorni dove una persona, a livello giuridico, viene considerata “non ammessa” o meno nel territorio dell’Unione. La rotta balcanica è un punto di incontro per quelle persone che si dirigono verso l’UE e cercano di ottenere il diritto d’asilo. Fino al 2022 la percorrevano i rifugiati provenienti dal Medio Oriente, ai quali si sono poi aggiunti i russi: attivisti politici, vittime di violenza domestica, persone in fuga dalla mobilitazione. A causa delle nuove restrizioni, questa rotta sarà di fatto chiusa.
Nonostante la violenza dello Stato, DOXA racconta come le persone abbiano trovato in sé la forza non solo di salvare i propri cari ma anche solidarizzare con tutti quelli che hanno percorso la rotta balcanica.
Come mai la rotta balcanica è diventata la principale via di fuga dalla Russia verso l’UE?
La rotta balcanica è il principale corridoio di transito via terra dall’Europa sud-orientale verso i paesi più ricchi dell’Europa occidentale. La sua particolarità sta nel fatto che è puramente di transito. Le persone rifugiate attraversano gli Stati balcanici; ma quasi nessuno di loro chiede asilo in quei Paesi. La maggior parte cerca di attraversarli il più rapidamente possibile per raggiungere luoghi dove l’economia è più forte e le garanzie sociali sono maggiori. Per gli Stati, le persone rifugiate che percorrono questa tratta rappresentano solo un flusso temporaneo da trasferire in modo organizzato verso i Paesi a ridosso [del corridoio balcanico.]
La tratta ha riunito persone completamente diverse. Coscritti e disertori fuggono dai comandi militari e dai tribunali. Persone queer e attivisti fuggono dai procedimenti penali. Il gruppo più numeroso è costituito dai ceceni. Le famiglie cecene fuggono dai contratti militari obbligatori e dalla politica di Kadyrov. Secondo i dati di Novaya Gazeta Europa, dall’Ottobre 2024 in Cecenia vi sono state almeno 67 retate per la mobilitazione. La maggior parte di loro non possiede visti Schengen: dal 2022 l’Unione Europea ha quasi smesso di rilasciare visti multipli ai russi, mentre alcuni paesi 1 non rilasciano più alcun visto turistico.
Questa rotta esiste ormai da più di dieci anni. Fin dalla fine degli anni 2000, siriani, iracheni, afghani e pakistani, in fuga dalle guerre, si sono diretti verso l’Europa passando per la Grecia, la Macedonia e la Serbia. Il picco si è registrato nel 2015, quando in un solo estate circa un milione di persone ha attraversato i Balcani occidentali per raggiungere l’Unione Europea. A poco a poco questa rotta è stata chiusa. Nel Marzo 2016 l’UE ha firmato un accordo con la Turchia: sei miliardi di euro in cambio dell’arresto del flusso di rifugiati. Dal 2015 l’Ungheria si è progressivamente isolata con recinzioni e ha trattenuto i richiedenti asilo in “zone di transito” di frontiera — di fatto in stato di detenzione — fino a quando la Corte di giustizia europea non ha dichiarato illegale questa pratica.
Quando nel 2024 la Corte di giustizia europea ha inflitto all’Ungheria una multa di 200 milioni di euro per aver violato le norme sul diritto d’asilo, Viktor Orbán ha definito la sanzione “scandalosa e inaccettabile” e ha affermato che per “i burocrati di Bruxelles i migranti irregolari sono più importanti dei cittadini europei stessi.” La Croazia, di anno in anno, rende sempre più rigide le norme sull’accoglienza dei rifugiati. I rifiuti sono diventati la norma: su 8500 richieste presentate nel 2023, il Paese balcanico ha concesso il diritto d’asilo solo a 24 persone. Da lì in poi, il percorso per tutti è più o meno lo stesso. Dopo la registrazione della richiesta di asilo viene rilasciato un documento provvisorio che, in teoria, imporrebbe di presentarsi in un campo. Ma la maggior parte si dirige verso altri paesi dell’UE. Tuttavia la rotta balcanica non è scomparsa: si è spostata in Bosnia-Erzegovina dove migliaia di persone hanno continuato a tentare di percorrerla.
Le persone volano dalla Russia verso uno dei tre paesi da cui partono i collegamenti diretti con la Bosnia: Turchia, Armenia o Serbia. La maggior parte sceglie Istanbul: lì si trovano i biglietti più economici e il maggior numero di voli per Sarajevo – e non serve il visto per la Bosnia. Da qui inizia la parte bosniaca. Da Sarajevo, in autobus, fino a Banja Luka2 — circa cinque ore, poi con un altro autobus — fino alla città di confine. Il valico più frequentato è Novi Grad.3 Da lì, il ponte sul fiume Una conduce direttamente alla città croata di Dvor. È proprio attraverso questo ponte che passa il flusso principale dei rifugiati russi. Le guardie di frontiera croate accettano le richieste di asilo — e i rifugiati entrano legalmente nell’UE, aggirando qualsiasi ambasciata e procedura burocratica.
Come i rifugiati si sono auto-organizzati per attraversare il confine croato
«Seduto a un tavolino vi era un ceceno con un quaderno. Un normale quaderno scolastico, a righe blu. Venivano scritti i nomi di chi erano riusciti a passare e chi, invece, erano appena arrivati. [Il quaderno veniva tenuto come una reliquia», racconta Slava, attivista queer proveniente dalla Russia. Secondo le persone con cui abbiamo parlato, tutti coloro che attraversano il confine a Novi Grad devono scrivere sul quaderno il proprio nome e cognome, il numero di familiari che li accompagnano e la data di attraversamento calcolata dai rifugiati stessi. Le persone vivono nelle città bosniache di confine in stanze in affitto, aspettando il proprio turno — anche per settimane.
Nel quaderno non vengono mai annotati i motivi per cui una persona cerca di attraversare il confine. Questo contribuisce a garantire la sicurezza di chi cerca di sfuggire alle persecuzioni: decine di persone hanno accesso alle annotazioni del quaderno e qualsiasi dettaglio superfluo potrebbe finire nelle mani sbagliate. Gli intervistati da DOXA hanno raccontato di un caso in cui il marito di una ragazza, fuggita da lui, si era recato al confine a Novi Grad e aveva iniziato a chiedere informazioni su di lei alla gente. Nessuno ha tradito la donna, e per motivi di sicurezza il suo nome è stato omesso dai registri.
Le guardie di frontiera croate accettano dieci persone al giorno – e solo nei giorni feriali. Anton, un attivista russo, ha attraversato il confine nel 2024 e sul suo canale Telegram ha descritto così la situazione: «Oggi sono arrivate molte persone, soprattutto dalla Cecenia; hanno provato a passare il confine senza essere nell’elenco e i croati le hanno respinte tutte. Un agente di frontiera bosniaco mi ha detto che avrebbe fatto passare tutti, ma i croati non ne avrebbero accettati più di 10. Ed è andata proprio così. Evidentemente è difficile gestire più di 10 persone al giorno; quindi non possono farle passare. Domani toccherà a me provarci. Vi aggiornerò al momento. Parlerò in croato con i funzionari di frontiera. Spiegherò che abbiamo stilato una lista dopo il loro consiglio – nonostante ci siano persone rifugiate che violano l’elenco. Vi prego di rispettarvi a vicenda. Ognuno si trova in una situazione diversa ed è importante rimanere umani.»
Dato che ogni giorno possono attraversare il confine solo dieci persone, i rifugiati hanno organizzato una fila per mantenere l’ordine. Ogni giorno, alle tre del pomeriggio, si ritrovano sul lungofiume a Novi Grad, si registrano e stabiliscono chi passerà e quando. Alcuni aspettano una settimana. Altri un mese. Chi non si presenta per tre giorni di fila viene cancellato dal registro, perdendo così la possibilità di attraversare il confine. È così che si è sviluppato un sistema di mutuo aiuto, in cui ognuno condivideva le proprie competenze e risorse con gli altri. Slava conosceva l’inglese e aiutava le donne cecene a orientarsi tra i siti web europei dove trovare informazioni sul diritto d’asilo. Chi riusciva ad attraversare il confine lasciava agli altri i marchi bosniaci4 non spesi.
«Nessuno dei ceceni si sedeva con me per discutere di politica. Si limitavano a controllare se avessi un posto dove dormire o qualcosa da mangiare. La mattina del mio passaggio non riuscii a svegliarmi perchè la sveglia non aveva suonato. Vennero bussare alla mia porta: sapevano dove abitavo. Mi trascinarono praticamente fuori dal letto,» racconta Slava.
“L’agente ha ritirato i passaporti e non restava altro da fare che aspettare”
La giornata del passaggio inizia presto. Alle sette del mattino un gruppo di dieci persone si incammina a piedi dal punto di raccolta vicino al confine verso il ponte sul fiume Una. Dall’altra parte del ponte c’è un agente di frontiera croato: ritira i passaporti e i telefoni e inizia a registrare i nuovi arrivati. Dopo aver attraversato il confine, le persone vengono sistemate in centri di detenzione. «Nel mio caso era una cella di nove metri per nove, con le sbarre alle finestre; ci stavi seduto per dodici ore ad aspettare. Nessuno ti chiedeva nulla. Il funzionario ritirava i passaporti e non restava altro da fare che aspettare,» racconta Slava.
Georgij, un architetto di Belgorod che aveva percorso quella stessa rotta prima di Slava, racconta che nel suo gruppo c’erano 11 persone: dieci ceceni e lui. I rifugiati ceceni venivano controllati più a lungo, mentre lui era stato sottoposto a un controllo di routine. Al valico gli avevano persino sequestrato le pillole per dormire. Quando hanno saputo che era cristiano, le guardie di frontiera sono diventate più cortesi. «Traducevo agli altri ceceni le domande del poliziotto. Lui comunicava con loro tramite me, perché ero l’unico del gruppo a parlare inglese,» ricorda Georgij.
Il comportamento cortese delle guardie di frontiera croate, di cui parla Georgij, è solo un aspetto della medaglia. Anton ha raccontato a DOXA un’altra storia: dopo aver espletato le formalità, uno dei poliziotti più anziani gli ha visto una sigaretta dietro l’orecchio e ha inveito contro di lui, dando inizio a un battibecco. A quel punto gli agenti hanno iniziato a picchiarlo: «Mi è saltato addosso e ha cominciato a prendermi a pugni. Si sono uniti a lui anche gli altri suoi colleghi. Alla fine sono riuscito a difendermi ma mi hanno fatto un bel po’ di bernoccoli. Mi picchiavano mentre ero disteso a terra e non si facevano scrupoli a calpestarmi con gli stivali.»
Rifugiati al guinzaglio e in manette: com’è la prigione per migranti in Ungheria
Anche dopo aver attraversato un confine dell’UE, le difficoltà per i rifugiati non finiscono.
Boris e Sasha, una coppia gay proveniente dalla Russia, e una ragazza trans che viaggiava con loro non sono riusciti a lasciare l’Ungheria in tempo. All’aeroporto di Budapest, proprio prima di salire sull’aereo, sono stati avvicinati da due uomini e una donna in borghese. Uno di loro ha tirato fuori dalla tasca un foglio di carta dove Boris ha riconosciuto le sue foto e le sue impronte digitali. È emerso che le autorità ungheresi li avevano messi nella lista dei ricercati.
«Mi è subito scappata una risata,» ricorda Boris nell’intervista a DOXA. «Sono un tipo ansioso e mi ero già immaginato questo scenario. Ho detto loro: Siamo qui, due gay e una ragazza trans. Se ci portate da qualche parte, non sarà una buona cosa per il Paese. Secondo le leggi dell’UE siamo persone vulnerabili.»
Li hanno condotti in manette attraverso l’aeroporto, li hanno rinchiusi nel seminterrato della struttura e, infine, li hanno trasportati nel centro di immigrazione ungherese.
Boris descrive così il centro: «Era un campo per clandestini e criminali. Secondo le leggi ungheresi, tutte queste persone devono essere condotte al guinzaglio. Il guinzaglio era fissato alle manette, e le manette ti legavano ad altre persone. Ci legavano in branco e ci portavano in giro come cani. Quando bisognava andare dal medico, ti agganciavano separatamente al guinzaglio e ti portavano da solo. Il medico veniva una volta al mese.»
Per due mesi interi venivano nutriti con pane e ketchup a colazione e a cena.5 A volte davano la zuppa: «acqua in cui galleggiava della pasta, modellata in modo tale da sembrare pollo.» Nonostante questa razione, nella sala comune c’era comunque un computer fisso collegato a Internet. Tramite questo mezzo, Boris e Sasha hanno contattato alcuni attivisti ungheresi per i diritti umani e hanno presentato un reclamo sulle condizioni di detenzione. Ma nessuno ha mai risposto.
Allo stesso tempo, i rifugiati si trattavano con rispetto. Nel centro di accoglienza, Boris e Sasha erano ospitati insieme a musulmani, libici, siriani e ceceni: nessuno di loro, secondo quanto riferito, discriminava le persone LGBT. «A loro non importa proprio un fico secco. Anche loro se ne erano andati perché la loro vita non era certo rose e fiori. Siamo tutti sulla stessa barca. A nessuno importa chi eri e chi sei, in quali divinità credi e che tipo di abito indossi.» Due mesi dopo, Boris e Sasha sono stati rimpatriati in Croazia. Ora stanno cercando di regolarizzare la loro posizione in Spagna.
Nell’Aprile 2026 l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE) ha sospeso il presidente dell’Assemblea dei popoli del Caucaso Ruslan Kutaev per aver definito le persone LGBT “pervertiti” e difeso i “delitti d’onore” in Cecenia come una questione interna familiare. Nei notiziari la vicenda è apparsa come uno scontro tra due fazioni inconciliabili: i ceceni contro la comunità queer, il conservatorismo islamico contro la tolleranza europea.
Nella città bosniaca di confine, però, non c’erano due fazioni. Una donna cecena con cinque figli, una coppia gay di Penza, un ragazzo fuggito dalla guerra, condividevano un unico quaderno, un’unica fila e un’unica paura di non farcela in tempo. Queste persone così diverse si aiutavano a vicenda non perché condividessero le stesse opinioni, ma perché altrimenti nessuno di loro sarebbe riuscito a superare quella prova. E tutti loro hanno subito violenze dalle forze dell’ordine russe e dai detentori dei “valori europei.”
Note
1Quali Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia, Finlandia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Islanda, Norvegia, Svezia, Slovacchia.
2Città bosniaca, capitale della Repubblica Serba della Bosnia-Erzegovina.
3Città settentrionale bosniaca.
4Moneta della Bosnia-Erzegovina.
5Come ha spiegato Boris, i suoi compagni di cella gli hanno raccontato che l’Unione Europea versava all’Ungheria 250 euro al giorno per ogni persona ospitata in quel centro.
Centinaia di migliaia di rifugiati, da settimane, aspettano al confine croato per entrare nell’Unione Europea ©, .