Modalità di lettura

Mondiali 2026, Lionel Andrés Messi: il Dio del calcio non smette mai di incantare

Messi apre il suo sesto Mondiale con una tripletta e trascina l’Argentina al 3-0 sull’Algeria. A Kansas City aggancia Klose a quota 16 gol nella storia del torneo, festeggia la partita numero 200 con la Seleccion e poi si commuove: “Ho passato dei giorni difficili”.

Tripletta all’Algeria, 200 presenze con l’Argentina e aggancio a Klose a quota 16 gol nei mondiali

Lionel Andrés Messi. Non serve dire molto altro, basta nominarlo. Eppure chi ama il calcio non smette mai di stupirsi davanti a lui. Al sesto Mondiale, dopo aver portato un popolo intero alla gloria quattro anni fa, ricomincia così: come nessuno pensava, come nessuno immaginava, come quasi nessuno credeva fosse ancora possibile. Quasi 39 anni, la “vacanza in MLS” secondo qualcuno, e invece la Pulce ha ricordato a tutti che certi limiti umani, nel calcio, possono ancora sfiorare qualcosa di divino. Lionel Andrés Messi è una storia eterna. Una storia che vorremmo non finisse mai.

Messi ha scelto il modo più suo per ricordare al mondo che il calcio non ha ancora finito di passare dai suoi piedi. Alla prima partita del suo sesto Mondiale, a quasi 39 anni, ha segnato tre gol all’Algeria e ha lanciato l’Argentina campione in carica con un 3-0 netto a Kansas City. È stata una serata da archivio storico. Messi ha raggiunto Miroslav Klose a quota 16 gol nella classifica dei migliori marcatori di sempre ai Mondiali, ha firmato la sua prima tripletta nel torneo e ha trasformato la presenza numero 200 con l’Albiceleste in un’altra pagina della sua leggenda.

Il primo gol è arrivato al 17’, dopo un movimento da regista e finalizzatore insieme. Messi si è abbassato, ha indicato la strada e poi ha sfruttato il pallone verticale di Rodrigo De Paul. Nella giocata ha pesato anche l’incertezza di Luca Zidane, portiere dell’Algeria e figlio di Zinedine Zidane, presente in tribuna. Poi è iniziato lo show. Nella ripresa, dopo una respinta non pulita di Luca Zidane su un tiro di Mac Allister, la Pulce ha chiuso il conto da pochi passi. Al 76’ ha completato la tripletta con un tiro angolato. L’Argentina ha preso i primi tre punti del gruppo J e ha mandato subito un messaggio alle rivali.

Messi è diventato il primo giocatore nella storia dei Mondiali ad aver giocato almeno un minuto in sei edizioni: 2006, 2010, 2014, 2018, 2022 e 2026. Con la partita contro l’Algeria è salito a 27 presenze mondiali, rafforzando il primato già conquistato dopo aver superato Lothar Matthäus. Con la tripletta ha raggiunto quota 120 gol con l’Argentina. A 38 anni e 357 giorni, ha superato Roger Milla ed è diventato il giocatore più anziano di sempre a segnare più di un gol nella stessa partita di un Mondiale. Vent’anni dopo il suo primo gol iridato, il 16 giugno 2006 contro la Serbia, ha riscritto ancora la classifica.

Dopo il primo gol, Messi ha pianto. Nel post partita ha spiegato il motivo: “La verità è che, per una questione che con lo sport non c’entra niente, ho passato dei giorni difficili, complicati. Però voglio ringraziare tutta la delegazione, tutti i miei compagni perché mi sono stati sempre accanto, dandomi molta forza per farmi stare bene”.

Dentro quel pianto c’era tutto Leo. C’erano la pressione dell’ultimo grande ballo, il peso emotivo di un Mondiale giocato da campione in carica e la consapevolezza di essere ancora, vent’anni dopo, il centro tecnico e sentimentale dell’Argentina. Messi ha parlato anche del rapporto con il gruppo e del modo in cui sta vivendo questa fase della carriera: “Tutto quello che sto vivendo ora è fantastico. Ho avuto la fortuna di realizzare tutti i miei sogni e l’ho fatto a livello di gruppo, che mi ha portato a un livello più alto di quello che avrei potuto ottenere a livello individuale. Mi godo un gruppo fantastico che mi fa sentire bene, mi diverto ancora sul campo come ho sempre amato fare. Onestamente, tutto quello che ho vissuto è molto più di quanto avrei mai potuto immaginare da bambino. A me piace competere, dare il massimo: se potrò continuare a farlo e starò bene, continuerò a farlo. Il calcio mi piace, è la passione che ho da quando sono bambino e quando mi sento bene do il massimo. In questi giorni stiamo guardando la serie su Rafa Nadal e mi identifico molto in lui: credo che in questo siamo simili”. Sul record di Klose, però, resta fedele al suo modo di stare nella storia. Messi ha detto: “È un onore stare lì per quello che significa. Però per me sono statistiche: in quella classifica ci sono anche Ronaldo e Mbappé, che di goal nella sua prima partita ne ha segnati due. Sono statistiche per me, ovviamente è un lusso poter competere con loro ma sono solo statistiche. Ronaldo per me è stato il più grande goleador e non è primo. È una statistica”.

Il duello a distanza con Kylian Mbappé è già partito. Il francese ha segnato due gol contro il Senegal, Messi ha risposto con tre all’Algeria. Il Mondiale è appena iniziato, ma il richiamo al Qatar è inevitabile: l’Argentina difende il titolo, la Francia resta una delle rivali più attese e la sfida tra generazioni è già entrata nel racconto del torneo.

Anche Lionel Scaloni si è arreso all’evidenza: “Leo è inspiegabile per quello che fa. Ma lo fa da 20 anni”. Una frase semplice, quasi disarmata, per descrivere un giocatore che continua a sembrare fuori scala anche quando tutto dovrebbe suggerire il contrario.

La partita dell’Argentina non è stata perfetta in ogni momento. Dopo il vantaggio, la squadra ha gestito, ha concesso qualcosa e ha lasciato spazio a qualche iniziativa dell’Algeria. Chaibi ha provato a scuotere la nazionale africana, ma i suoi tiri non hanno davvero messo in crisi Dibu Martinez, recuperato dall’infortunio al dito. Scaloni ha mosso la squadra nella ripresa. Montiel ha lasciato il posto a Molina, Almada a Nico Gonzalez, Lautaro Martinez a Julian Alvarez. La struttura è rimasta quella di un’Argentina solida, capace di aspettare il momento giusto per colpire. E quando il momento è arrivato, Messi ha fatto quello che fa da una vita. C’è stato anche un episodio che avrebbe potuto cambiare la partita. Al 31’, dopo il primo gol, Messi è intervenuto duro da dietro su Aissa Mandi. Un fallo rischioso, con il piede tra polpaccio e tendine d’Achille del difensore algerino. L’arbitro non ha estratto nemmeno il giallo. Il pericolo è passato e la serata della Pulce è proseguita verso il record.

Il pubblico ha seguito tutto come se fosse un concerto. Sugli spalti di Kansas City c’erano circa 69mila spettatori, con una presenza argentina molto forte. In Missouri si parlava di circa 20mila tifosi arrivati per vedere ancora una volta il loro capitano, il giocatore che dopo Diego Armando Maradona è riuscito a ridare all’Argentina un’altra forma di culto calcistico. Ora l’Argentina guarda alle prossime partite del gruppo J. Dopo l’esordio con l’Algeria, la Seleccion affronterà l’Austria lunedì 22 giugno alle 19, poi la Giordania nella notte tra sabato 27 e domenica 28 giugno alle 4.

L’Argentina, si gode il suo capitano. Il calcio si gode il suo Dio. Il pallone si gode il suo migliore amico.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE SPORT

L'articolo Mondiali 2026, Lionel Andrés Messi: il Dio del calcio non smette mai di incantare proviene da Affaritaliani.it.

  •  

“Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”: le lacrime di Messi

Dove eravamo rimasti: dalla doppietta nella finale di Qatar 2022, alla tripletta con cui ha aperto l’edizione 2026. Leo Messi sempre più nella storia del calcio, a 39 anni trascina l’Argentina alla vittoria contro l’Algeria con tre gol uno più bello dell’altro. Messi ha così segnato 16 gol nelle sue sei presenze complessive ai Mondiali, un record, e sembra inevitabile che il primato eguagliato di Klose venga battuto nelle prossime settimane. La tripletta è stata la 61esima della carriera di Messi, l’undicesima con la maglia della nazionale e la prima ai Mondiali.

Un Messi emozionato che non ha nascosto le lacrime dopo aver segnato il primo gol: “Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. E quelle emozioni erano dovute a quello. Ringrazio i miei compagni di squadra, lo staff tecnico e la delegazione per il supporto che mi hanno dato”, ha detto dopo la partita. “Sono molto felice di aver vissuto tutto quello che ho passato. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”, ha detto Messi che è andato a segno anche nella quinta partita consecutiva disputata ai Mondiali. “Sono molto felice e grato per questo gruppo meraviglioso. Mi diverto tantissimo”, ha aggiunto.

La presenza di Messi contro l’Algeria è stata la 200esima della sua carriera in nazionale, iniziata nel 2005 all’età di 18 anni. Gli unici giocatori con più presenze sono il portoghese Cristiano Ronaldo, che disputerà la sua 229esima partita mercoledì, e Bader al-Mutawa, con 202 presenze con il Kuwait. La Pulce ha avuto a che fare con un lieve infortunio al bicipite femorale con l’Inter Miami, che lo ha rallentato nel periodo di preparazione ai Mondiali. “Questo è il mio sesto Mondiale e mi sento ancora in ottima forma“, ha dichiarato Messi. “Fortunatamente sto bene e oggi siamo riusciti a vincere una partita difficile. È importante iniziare il torneo con una vittoria alla prima partita, perché non è mai facile in un Mondiale”, ha concluso.

L'articolo “Ho passato dei momenti difficili. Non c’entrava il calcio. Quello che sto vivendo ora è la ciliegina sulla torta”: le lacrime di Messi proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Mondiali 2026, Messi ne fa tre e l’Argentina vola. Doppietta Haaland nel poker della Norvegia

L’Argentina ha battuto 3-0 l’Algeria ai Mondiali. Protagonista indiscusso della partita è stato Lionel Messi con una tripletta che ha eguagliato il record di gol in Coppa del Mondo finora appartenuto esclusivamente a Miroslav Klose. La Norvegia ha battuto l’Iraq 4-1 ai Mondiali, nella partita del gruppo 1. Protagonista della partita è stato Erling Haaland, che ha realizzato una doppietta decisiva nel primo tempo, annullando il pareggio realizzato da Hussein. Nel secondo tempo sono arrivati una rete di Leo Ostigard e un autogol di Hussein a sigillare la partita in favore della Norvegia.

L’attaccante iraniano Mehdi Torabi ha ottenuto un visto per gli Stati Uniti che gli permetterà di giocare ai Mondiali. Torabi, in panchina nella partita d’esordio finita con un pareggio contro la Nuova Zelanda, aveva ottenuto un solo permesso d’ingresso negli Usa. “Grazie agli sforzi della Federazione calcistica e del coordinamento con la Fifa, è stato rilasciato oggi un nuovo visto per ingressi multipli”, ha dichiarato un dirigente della squadra.

Torabi “non avrà problemi a restare con la nazionale iraniana nelle prossime partite e potrà viaggiare con la squadra”. L’ultima partita del girone dell’Iran sarà contro l’Egitto a Seattle il 26 giugno. La concessione dei visti ai giocatori iraniani ha risentito della guerra tra Stati Uniti e Iran. La squadra di Teheran fa base a Tijuana, in Messico. Le autorità statunitensi hanno negato completamente i visti a oltre una dozzina di membri dello staff, impedendo loro di raggiungere i campi di calcio.

L'articolo Mondiali 2026, Messi ne fa tre e l’Argentina vola. Doppietta Haaland nel poker della Norvegia proviene da Affaritaliani.it.

  •  

War Loomed Over Past World Cups, Too

Here’s a look back at times when international conflicts seeped into soccer’s biggest tournament.

© Gabriela Bhaskar/The New York Times

Iranian fans during the World Cup match between Iran and New Zealand at SoFi Stadium in Inglewood, Calif., on Monday.
  •  

Chi non paga gli alimenti ai figli resta fuori dagli stadi ai Mondiali: la scelta dell’Argentina

I padri che non hanno versato il mantenimento ai propri figli non potranno accedere agli stadi per seguire le partite dei Mondiali. È la decisione delle autorità in Argentina. In altre parole, chi non è in regola con gli obblighi economici verso i figli resterà fuori dagli impianti. L’annuncio è arrivato dalla ministra della Sicurezza nazionale, Alejandra Monteoliva, che ha spiegato con fermezza la linea adottata dal governo: “Chi non si prende cura dei bisogni dei propri figli non entrerà allo stadio per assistere alla partita”. Una misura che può apparire insolita, ma che in Argentina non rappresenta una novità assoluta. Restrizioni simili, infatti, vengono già applicate abitualmente nelle competizioni nazionali.

Mondiali 2026, la classifica dei gironi aggiornata
Mondiali 2026, la classifica marcatori in diretta

E al Mondiale in corso tra Usa, Messico e Canada, il governo di Buenos Aires ha inviato alle autorità statunitensi un elenco di circa 13mila persone che risultano inadempienti da almeno due mesi nel pagamento degli alimenti destinati ai figli minorenni. Questi tifosi non potranno quindi assistere alle gare del torneo. A questa categoria si aggiungono le persone coinvolte nel programma “Tribuna Segura”, il sistema che impedisce l’accesso agli stadi a imputati, soggetti sotto processo o già condannati per reati collegati agli eventi sportivi, oltre a individui considerati potenzialmente pericolosi per l’ordine pubblico. Complessivamente, il numero delle persone escluse dagli impianti supera le 30mila unità.

Mondiali 2026, i gironi e il nuovo regolamento
Calendario Mondiali: date e orari, dove vedere le partite in tv
L’albo d’oro dei Mondiali

L’Argentina dovrà quindi rinunciare a una parte del proprio seguito sugli spalti. Se in molti casi le difficoltà di ingresso negli Stati Uniti sono state attribuite ai severi controlli delle autorità americane, in questa circostanza il divieto nasce direttamente da una decisione del governo argentino. Un provvedimento che continua a dividere l’opinione pubblica del Paese. Sul fronte sportivo, invece, cresce l’attesa per l’esordio della Nazionale di Lionel Messi, che scenderà in campo nella notte tra martedì e mercoledì, alle 3 ora italiana, contro l’Algeria.

L'articolo Chi non paga gli alimenti ai figli resta fuori dagli stadi ai Mondiali: la scelta dell’Argentina proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

La batalla cultural después de la batalla política: quién moldea una sociedad y con qué objetivos – Por Ivone Alves García

Por Ivone Alves García

Las sociedades se engañan con una facilidad asombrosa: como niños, muchos creen que los grandes cambios nacen de revoluciones sangrientas, de golpes de Estado o de crisis económicas que lo derrumban todo. La verdad es más simple y más lenta: los cambios que realmente moldean un pueblo ocurren en silencio, durante décadas, en las aulas, en las redacciones, en las universidades, en las pantallas y en los despachos donde se decide qué es conveniente decir y qué debe ser silenciado.

El poder real no se mide en bancas parlamentarias, sino en la capacidad de moldear el sentido común.

Argentina vivió uno de esos procesos en las últimas décadas. No fue solo un giro político. Fue una reingeniería cultural profunda que alteró la forma en que millones de personas entienden la familia, la educación, el sexo, la autoridad, la nación y hasta el significado de las palabras. Sus impulsores lo vendieron como progreso inevitable y moralmente superior. Sus críticos lo señalaron como lo que era: un proyecto deliberado de desmantelamiento de los valores y estructuras que habían sostenido la convivencia.

Ninguna transformación de esta magnitud surge por generación espontánea. Requiere dinero, instituciones, militantes pagados, ONGs, organismos internacionales, fundaciones extranjeras, universidades capturadas y medios alineados. Aquí entra en escena un actor clave: las grandes fundaciones y ONGs internacionales. Organizaciones como Open Society Foundations, Ford Foundation, Rockefeller y agencias de la ONU (UNFPA, entre otras) inyectaron cientos de millones de dólares durante décadas en Iberoamérica y en Argentina específicamente para promover agendas de género, derechos sexuales y reproductivos, diversidad queer y deconstrucción familiar.

No fue filantropía desinteresada. Nunca lo es cuando se trata de poder a gran escala. Estos actores operan con objetivos estratégicos claros: imponer marcos ideológicos uniformes a nivel global que debiliten las soberanías nacionales, erosionen las identidades culturales fuertes y faciliten el control supranacional. Históricamente, muchas de estas mismas fundaciones promovieron políticas de control poblacional en el Tercer Mundo para “estabilizar” recursos y mercados. Hoy disfrazan el mismo impulso bajo el lenguaje de “justicia de género” y “emancipación individual”. Una población que no se reproduce, que prioriza el individualismo hedonista y la autopercepción por encima de la continuidad biológica y cultural, es más manejable, más dependiente de flujos globales de capital, bienes y migración, y menos capaz de resistir agendas externas.

El impacto demográfico es devastador y predecible. Los países que más se adhirieron a esta agenda —incluida Argentina— registraron caídas brutales en sus tasas de fertilidad. En Argentina la tasa bajó a niveles catastróficos, rondando el 1.1-1.2 hijos por mujer en los últimos años, muy por debajo del nivel de reemplazo (2.1). Las familias estables se volvieron más escasas, la maternidad se postergó dramáticamente, la natalidad adolescente colapsó gracias a campañas masivas de anticoncepción y aborto legal, y una generación entera creció priorizando “realizarse” individualmente sobre la transmisión de la vida. Esto no es casualidad ni mero “progreso moderno”. Es el resultado lógico de una cultura que patologiza la masculinidad, celebra la esterilidad como liberación, y trata la familia tradicional como una reliquia opresiva.

El resultado es una bomba de tiempo demográfica: envejecimiento acelerado, fuerza laboral futura diezmada, sistemas de seguridad social insostenibles y una nación que, a mediano plazo, pierde densidad humana y capacidad de defensa territorial y cultural. Países que se vacían demográficamente terminan importando población, muchas veces incompatible con la cultura original, profundizando aún más la fragmentación.

Argentina no salió de este experimento más unida, más libre ni más próspera. Salió fragmentada, de rodillas y dependiente. Los resultados están a la vista: la natalidad se hundió, la destrucción de la familia estable se volvió la norma y la confianza social fue arrasada. El sistema educativo fue vaciado de conocimiento para ser convertido en una maquinaria de adoctrinamiento ideológico, mientras se ejecutaba el desmantelamiento sistemático de toda autoridad: la de los padres, la de los docentes y la de las instituciones.

El verdadero objetivo de este proceso fue la demolición deliberada de la cohesión social. Destruyeron la idea de una ciudadanía común para imponer un tribalismo fanático, donde la identidad de cada grupo se financia a través de la victimización y el odio al otro: hombres contra mujeres, blancos contra negros, nativos contra “colonialismo”, tradición contra “diversidad”, biología contra autopercepción. Liquidaron el “nosotros” para entronizar una guerra civil cultural: un permanente «nosotros contra ellos».

Una sociedad así es estructuralmente débil. Pierde la capacidad de generar consenso mínimo, de transmitir cultura de forma estable, de resistir presiones externas. Un pueblo atomizado, donde cada individuo busca validación en su identidad particular, es mucho más fácil de gobernar desde arriba. Depende del Estado, de los medios y de las corporaciones culturales para saber quién es y qué debe pensar.

En la educación esto se vio con una claridad tremenda. La escuela dejó de ser el lugar donde se transmitían conocimientos duros, disciplina intelectual y una narrativa cultural compartida. Se convirtió en un centro de intervención emocional y política. Se bajó la exigencia, se cuestionó la autoridad del docente, se patologizó la masculinidad, se sexualizó prematuramente a los niños bajo el disfraz de “educación afectiva” y se trató la herencia cultural como algo sospechoso. El resultado es previsible: chicos que saben menos, que toleran menos la frustración y que están más expuestos a la propaganda del momento.

Mientras tanto, la tan proclamada “diversidad” se reveló como un engaño. Nunca hubo tanta uniformidad ideológica en universidades, medios, cine, música y organismos públicos. La diversidad se tolera siempre y cuando coincida con la línea correcta. Disentir sigue siendo costoso.

Lo más revelador es que esta ocupación cultural sobrevive a las derrotas electorales. Las batallas políticas son coyunturales y se dirimen cada cuatro u ocho años; las batallas culturales son estructurales: se ganan a lo largo de décadas mediante la colonización institucional, el adoctrinamiento de cuadros y el secuestro del lenguaje. Por eso las mismas consignas destructivas reaparecen una y otra vez, aunque la sociedad las haya escupido en las urnas. Tienen infraestructura. Tienen recursos extranjeros. Tienen un fanatismo ciego.

El resultado de este sabotaje es una población anestesiada. Mientras provocan el colapso de la economía real, desintegran la excelencia educativa y hunden la demografía, dilapidan la energía pública en guerras simbólicas sobre pronombres, baños y «violencias» inventadas. Es una estrategia clásica de dominación: agotar a la comunidad en debates estériles para que sea incapaz de defender lo esencial.

Esa es la verdadera disputa de nuestro tiempo. No entre izquierda y derecha tradicionales, sino entre quienes creen que la comunidad humana es una herencia imperfecta que debe mejorarse sin destruirla, y quienes ven en esa herencia solo cadenas que hay que romper para liberar al individuo (y, de paso, controlarlo mejor).

Los resultados del segundo camino los tenemos delante. Ya es hora de mirarlos sin miedo.

Ivone Alves García
Productora general | AsiaTV

Productora general y gestora cultural especializada en cooperación internacional y comunicación geopolítica. Cofundadora y productora general de AsiaTV, plataforma dedicada al análisis geopolítico y la cooperación internacional. Ha coordinado encuentros académicos, culturales y diplomáticos con embajadas, universidades y organizaciones internacionales. Cofundadora de la Alianza para el Desarrollo Auténtico y la Cooperación Ruso-Iberoamericana (ADACRI).

  •  
❌