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Latina, il Comune guida la lotta al caporalato nell’Agro Pontino

Oltre 26mila euro di sanzioni dopo i controlli nelle campagne del latinense, mentre il apoluogo pontino entra nel programma nazionale per l’inclusione socio-professionale delle vittime del lavoro irregolare

A pochi giorni dai controlli straordinari effettuati nelle campagne di Monte San Biagio (LT), che hanno portato a sanzioni per oltre 26mila euro e alla sospensione di un’attività agricola, si apre un ulteriore fronte nella lotta al caporalato. Il Comune di Latina ha infatti annunciato l’avvio operativo della sperimentazione nazionale dedicata alla presa in carico e all’inclusione socio-lavorativa delle vittime di sfruttamento e lavoro irregolare. Due percorsi distinti ma complementari, che hanno trovato una significativa convergenza in un progetto che prenderà il via su scala nazionale.

Nuovi controlli nell’area di Latina: lavoratori in nero e attività sospese

Condotti nell’ambito di operazioni coordinate dalla Polizia di Stato, i recenti controlli nel latinense hanno visto gli agenti della Squadra Mobile della Questura di Latina, il personale del Commissariato di Pubblica Sicurezza di Fondi e gli ispettori dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Latina impegnati in verifiche congiunte che hanno portato alla scoperta di nuove attività lavorative illecite nell’area. In particolare, nel corso delle ispezioni sono stati identificati complessivamente 60 cittadini stranieri impiegati nelle attività agricole controllate, ma di questi soltanto due risultavano regolarmente assunti e sei erano impiegati in nero, pur essendo potenzialmente regolarizzabili dal punto di vista professionale, mentre altri due erano del tutto privi dei requisiti necessari previsti dalla normativa vigente.

Gli accertamenti hanno inoltre evidenziato una sequela di difformità legate alla tutela della salute e della sicurezza negli ambienti di lavoro. Gli ispettori hanno contestato la mancata redazione del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), l’assenza di adeguati servizi igienico-sanitari e la mancanza della cassetta di primo soccorso. Quest’ultime si configurano come violazioni dirette del Decreto Legislativo 81 del 2008, che hanno spinto le autorità a disporre la sospensione dell’attività lavorativa ai sensi dell’articolo 14 del medesimo decreto e, contestualmente, all’imposizione di sei maxi-sanzioni amministrative per l’impiego di lavoratori in nero in ottemperanza all’articolo 3, comma 3, del Decreto-Legge 12 del 22 febbraio 2002. In aggiunta, al datore di lavoro è stata contestata anche l’inosservanza dell’articolo 22, comma 12, del Decreto Legislativo 286 del 1998, norma che punisce l’impiego di cittadini stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, arrivando ad un importo complessivo di 26.100 euro in sanzioni.

L’iniziativa del Ministero del Lavoro: rendere concrete le tutele previste dall’articolo 18-ter

L’operazione si inserisce in una più vasta attività di contrasto allo sfruttamento lavorativo che da anni interessa il territorio pontino, considerato uno dei contesti più delicati del Paese per la presenza di fenomeni di intermediazione illecita della manodopera e di lavoro irregolare in agricoltura. Uno scenario complesso, dunque, che ha portato alla ricerca e all’attuazione di strategie innovative da affiancare alle azioni di vigilanza e repressione. Non a caso, è proprio in quest’area che ha preso forma la nuova iniziativa dedicata al sostegno delle persone che hanno subito condizioni di sfruttamento.

Il Comune di Latina ha annunciato infatti di essere ufficialmente entrato nella fase operativa di una sperimentazione nazionale finalizzata alla costruzione di un modello per la presa in carico e l’inclusione socio-lavorativa delle vittime di caporalato e sfruttamento lavorativo. L’iniziativa, promossa dal Ministero del Lavoro in collaborazione con Anci e Fondazione Cittalia, si concluderà entro il 31 dicembre 2027 e potrà contare su uno stanziamento nazionale complessivo di 1,6 milioni di euro, pari a 800mila euro annui.

Il progetto vede il Capoluogo pontino tra le dieci realtà della rete Sai (Sistema di Accoglienza e Integrazione) chiamate a partecipare alla sperimentazione, insieme a Catania, Cuneo, Genova, Milano, Perugia, Pescara, Prato, Ravenna e Treviso, e nasce per rendere concrete le tutele previste dall’articolo 18-ter del Testo Unico sull’Immigrazione, introdotto dal decreto-legge 145 del 2024. La norma prevede specifici programmi di assistenza, formazione, orientamento e inserimento lavorativo rivolti alle vittime di reclutamento illegale e ai loro nuclei familiari. Proprio per questo, stando a quanto riferiscono i rappresentanti dell’amministrazione, la progettazione locale punterà sulla valorizzazione delle competenze professionali dei beneficiari, sul collegamento con le imprese che operano nel rispetto della legalità e sul monitoraggio centralizzato delle attività. L’obiettivo finale è contribuire alla definizione di un modello nazionale che possa diventare un punto di riferimento nella lotta al caporalato.

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I quattro braccianti bruciati vivi ad Amendolara mi ricordano il corpo di Cristo

Da antica tradizione, nella festa del Corpus Domini, c’è l’uso della processione con l’ostia contenuta in quello che si chiama testualmente ‘ostensorio’. Nome che deriva dal latino ‘ostendere’, e cioè mostrare. Conosciuto anche come ‘custodia’, è un recipiente utilizzato dalla liturgia cattolica per esporre l’ostia consacrata all’adorazione dei fedeli o per portarla in solenne processione.

Fabbricato in metalli preziosi e minuziosamente decorato, si compone di due parti. La parte centrale, con vetro e metallo che contiene l’ostia, e una struttura a raggi che evoca il sole, simbolo della luce di Cristo per il mondo. Tutto quanto descritto si è declinato ad Amendolara in Calabria, il primo giorno di questo mese.

Com’è tristemente noto si tratta della strage di quattro braccianti, bruciati vivi all’interno di un minivan, furgonetta concepita per il trasporto di passeggeri e munita di sedili movibili e portiere. I loro corpi sacrificati al profitto e messi nell’ostensorio, coi vetri scuri e i raggi di sole trasformati in fumo che saliva al cielo. Poi la processione di giornalisti, autorità, compagni di lavori e sindacalisti per tentare per celebrare l’ennesimo olocausto di una Repubblica pensata e voluta come fondata sul lavoro. Il Corpus Domini dovrebbe essere celebrato quest’anno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Oppure a Castelvolturno, nella Capitanata di Foggia o nella Fascia Trasformata di Pachino, in Sicilia.

Sono stati bruciati vivi, come Cristo sulla croce, lui di passione e loro per tradimento, impiegati nella raccolta delle fragole dai capoccia o ‘caporali’, come si suole chiamarli. Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani con l’accusa di omicidio volontario plurimo. Mohammad Taj Alamyar, 35enne afghano, unico sopravvissuto del gruppo, è riuscito ad abbandonare il veicolo.

Il Corpo di Cristo, dice il celebrante al momento di deporre l’ostia sulla mano dei fedeli che partecipano e poi comunicano il mistero. Parla e depone il corpo e non un nome o una realtà generica. Il corpo, proprio quello che è stato prima generato, cresciuto, torturato e infine crocifisso. Esattamente come i corpi dei braccianti, bruciati vivi per l’olocausto quotidiano del lavoro in Italia e nel mondo. Il corpo di Jerry Essan Masslo, rifugiato fuggito dall’apartheid e assassinato in una masseria abbandonata di Villa Literno dove dormiva. O ancora i corpi di 49 migranti nigerini cercatori d’oro, morti di sete nel deserto di ritorno a casa dal Mali. I corpi dei migranti e dei rifugiati incontrati durante il soggiorno a Niamey. Quelli dei detenuti nel carcere di Marassi a Genova, visitati e conosciuti per anni di servizio, quelli di un certo numero di ragazze, prezzolati in Centro Storico della stessa città. I corpi dei bambini smarriti o dilaniati nelle guerre, vicine e lontane dagli schermi televisivi.

Il Corpo di Cristo, afferma con gravità il celebrante o coloro che offrono la pallida ostia alla mano tesa dei fedeli durante la celebrazione. Quel Corpo sono tutti quei corpi e ognuno con un nome e una croce.

L’unico sopravvissuto al rogo di Amendolara è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i boss li minacciavano con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli. Loro, invece, hanno chiesto più volte di essere retribuiti per il lavoro nei campi di fragole.

Il nome Amendolara deriva forse dal greco e significa il ‘Paese dei mandorli’. Le mandorle, primo frutto mediterraneo a fiorire, è un simbolo di vita e la sua forma ovale contiere spesso l’immagine del Cristo vincitore della morte. Per la festa del santo patrono nei quartieri del centro storico della città vengono accesi i ‘fucarazzi’, falò, di cui quello con le fiamme più alte viene premiato.

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