Quando nel luglio del 2013 Papa Francesco scelse Lampedusa come primo viaggio del suo pontificato, non andò a parlare di immigrazione. Andò a parlare di indifferenza. Denunciò quella che definì la “globalizzazione dell’indifferenza”: uomini, donne e bambini che morivano nel Mediterraneo mentre l’Europa discuteva di quote, confini e procedure.
Tredici anni dopo anche Leone XIV sceglie Lampedusa. Non è soltanto una visita pastorale. È un messaggio politico, nel senso più alto del termine, è un invito all’Europa a tenere insieme regole e accoglienza. Ed è un messaggio che arriva nel momento in cui il vento soffia nella direzione opposta. Negli Stati Uniti Donald Trump ha trasformato l’immigrazione nel principale terreno di scontro politico, tra deportazioni di massa, muri e retate. In Europa avanzano governi e partiti che considerano ogni barcone una minaccia e ogni politica di integrazione una resa. Ovunque sembra prevalere la tentazione di sostituire il governo dei fenomeni con la loro rappresentazione: meno soluzioni, più slogan; meno regole efficaci, più propaganda. È dentro questo clima che Lampedusa torna a essere una coscienza. Ricorda che controllare i confini è un dovere degli Stati. Ma costruire deliberatamente irregolarità non è una politica. È un fallimento. E proprio qui emerge il paradosso italiano. Esiste una categoria di persone che la destra detesta più di ogni altra: i migranti irregolari. Ne parla ogni giorno. Li indica come il simbolo del degrado, dell’insicurezza, dell’illegalità. Promette di rimpatriarli, di espellerli, di fermarli, di mandarli in Albania.
Sono la materia prima di ogni campagna elettorale. Poi accade una cosa curiosa. La stessa destra difende con i denti la legge che quegli irregolari li produce. La Bossi-Fini è ormai un monumento politico. Dal 2002 non si tocca. È diventata una reliquia identitaria. Guai a dire che forse non funziona. Verresti immediatamente catalogato tra gli amici dell’immigrazione incontrollata. E invece basterebbe leggere i numeri. Meno di un ingresso su dieci previsto dai Decreti Flussi si trasforma davvero in un permesso di soggiorno e in un contratto di lavoro. Gli altri finiscono nel limbo. Invisibili. Ricattabili. Perfetti per il lavoro nero, il caporalato, l’economia sommersa. Una legge nata per combattere la clandestinità produce clandestini in serie. Un piccolo capolavoro. Naturalmente il governo Meloni sa benissimo che l’Italia ha bisogno di lavoratori stranieri. Lo dimostra ogni anno quando approva nuovi Decreti Flussi autorizzando centinaia di migliaia di ingressi. Ed è qui che il racconto diventa irresistibile. Perché oggi i più accesi sostenitori della “remigrazione” sono gli stessi che ieri hanno votato quei decreti. I deputati vannacciani, oggi in Futuro Nazionale, nel 2024 votarono il decreto che autorizzava oltre 450 mila lavoratori stranieri. Forse erano altri? Forse un’improvvisa epidemia di omonimia parlamentare. Oppure, più semplicemente, cambiano le parole d’ordine con la stessa rapidità con cui si cambia gruppo parlamentare. Prima servivano lavoratori. Adesso servono nemici.
La verità è molto meno epica. L’Italia invecchia. Nascono sempre meno bambini. Mancano muratori, infermieri, badanti, camerieri, operai agricoli. Lo ripetono gli imprenditori. Lo sanno i sindaci. Lo sa il governo. Lo sanno tutti. Ma anziché costruire un sistema semplice per fare entrare chi serve, identificarlo, farlo lavorare, pagare le tasse e i contributi, preferiamo costruire un labirinto amministrativo che trasforma persone regolari in persone irregolari. Poi ci indigniamo perché esistono gli irregolari. È un meccanismo quasi perfetto. Prima li fabbrichiamo. Poi li utilizziamo come prova che avevamo ragione. La Bossi-Fini è questo: una gigantesca macchina della clandestinità di Stato. Non perché favorisca l’immigrazione. Perché favorisce l’immigrazione irregolare. Costringe lo Stato a rincorrere permessi, rinnovi, pratiche, timbri e ricorsi, mentre i controlli veri sul lavoro nero restano insufficienti e lo sfruttamento prospera.
Sarebbe curioso chiedere a un elettore di destra se preferisce uno straniero identificato, assunto regolarmente, che versa contributi e paga le tasse, oppure uno sconosciuto senza documenti, senza contratto e nelle mani dei caporali. Probabilmente sceglierebbe il primo. Eppure continua a votare chi difende il secondo modello. Perché la destra ha scoperto una cosa straordinaria: alcuni problemi sono troppo redditizi per essere risolti. L’immigrazione irregolare è uno di questi. Se diminuisse davvero, bisognerebbe trovare un altro argomento con cui spaventare gli italiani. E Lampedusa tornerebbe a essere ciò che dovrebbe essere: un’isola del Mediterraneo. Non il luogo in cui, da tredici anni, due Papi sono costretti a ricordare alla politica una verità elementare: l’immigrazione si governa con regole giuste, canali legali e controlli efficaci, non costruendo clandestini per poi usarli come bersaglio della propria propaganda.
Due più due fa cinque. Bisogna accettarlo: E’COSI’ PERCHE’ LO DICONO TUTTI.
Non importa essersi informati, aver seguito centinaia di lezioni, imparato a memoria le tabelline, ottenuto una laurea in matematica: se ti trovi di fronte due o più persone che sostengono che 2+2=5 tu, che sostieni faccia 4, sei un povero sfigato bastiancontrario in minoranza che “non capisce”.
O peggio: se anziché limitarti a sostenere che “due più due fa quattro e non cinque” hai l’ardire di indicare prove materiali a tuo favore (schemi delle tabelline, testi di matematica ecc), con ogni probabilità verrai tacciato d’esser [ noioso / pesante / arrogante / antipatico / stressante / fondamentalista / troppo rigido ].
ATTENZIONE: qui non si parla di divergenze d’opinioni ma di pura e semplice negazione di fatti.
OPINIONI VS. DESCRIZIONI DELLA REALTA’
Se Gianni sostiene che “il Gran Canyon é più bello della muraglia cinese” e Pinotto che “la muraglia cinese é più bella del Gran Canyon” si tratta di una divergenza d’opinioni, ossia considerazioni personali non misurabili e prive di valore oggettivo.
Se Gianni invece sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” non ci troveremmo più di fronte ad un’opinione personale ma ad una descrizione della realtà che pertanto può esser misurata in gradi di veridicità a seconda della sua maggior o minor capacità di rappresentare coerentemente la realtà conosciuta.
A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’
Se Gianni sostenesse che “la muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona“, per dimostrare che la muraglia cinese sta in Cina potresti mostrare fotografie, guide di viaggio, atlanti, documentari, testimonianze di amici cinesi, libri di storia. Ma tutto ciò potrebbe essere inutile.
Non per colpa dei tuoi atlanti o delle tue fotografie. Non per colpa del tuo amico cinese o delle tue guide di viaggio. Ma per colpa di Gianni stesso. Si perché fondamentalmente A GIANNI NON INTERESSA LA REALTA’. Non cerca riscontri oggettivi alle proprie credenze. Non mette in discussione le proprie convinzioni.
STOCKHOLM SYNDROME
Gianni é talmente abituato a stare nella sua prigione di convinzioni (anche se non é detto ci si trovi poi così comodo) che la difenderà a spada tratta, percependo come un attacco qualunque cosa potesse anche solo potenzialmente intaccarla. Perché Gianni ha paura ad uscire da quella prigione che conosce benissimo ed in cui sa come muoversi. Ecco che quindi Gianni bollerà tutte le prove in grado di distruggere la sua convinzioni come “roba noiosa da leggere, poco interessante, di parte e magari anche falsa”.
Brooks, dopo aver passato l’intera vita in carcere, alla notizia della sua scarcerazione tenta di uccidere un altro detenuto per prolungare la sua stessa prigionia (Le ali della libertà)
UN CRIMINE
Se la stupidità é una condizione sfortunata e pericolosa e l’ignoranza é una condizione risolvibile, la negazione della conoscenza é certamente un crimine.
Negando di affrontare l’evidenza, quindi, Gianni commette un crimine di cui é il solo responsabile.
COLPA DI GIANNI E DI CHI LO NUTRE
Pur non discolpando Gianni é comunque innegabile che la sua negazione della realtà derivi ANCHE all’humus culturale in cui é immerso. Perché vi sono anche molti altri “Gianni” a cui fa comodo che Gianni stesso resti com’é e fanno di tutto per alimentarlo e stimolarlo con cibi adatti a mantenerlo così.
Come un alcolizzato che fin da giovane é stato spinto a preferire i liquori in base al maggior tasso alcolico e non in base ad un gusto addestrato da corsi da sommelier, a Gianni é sempre e solo stato insegnato a descrivere/descriversi grossolanamente la realtà; più con la pancia che attraverso analisi logica e riscontri oggettivi.
A ciò hanno contribuito l’ambiente in cui é cresciuto, la famiglia in cui ha vissuto, gli amici che si é scelto, gli insegnanti che più l’hanno coinvolto, le cose che ha letto e sentito.
Se Gianni non ha una propensione personale a documentarsi e l’ambiente in cui é cresciuto lo ha abituato a leggere poco e/o a leggere male sarà sicuramente molto più a suo agio nella fruizione di testi che rispondono con semplicità alla sua pancia. Si troverà più a suo agio coi brevi servizi di Striscia la Notizia e con gli schiamazzi populisti che con la lettura di OpenData come dati Istat ed Eurostat o con testi troppo articolati e complessi.
Se poi Gianni si trova in un ambiente particolarmente avverso ai valori di precisione, merito, ricerca, dialogo ed analisi come l’Italia attuale (NB: non che all’estero sia tutto meglio, ma qui gli italici modelli di riferimento stan facendo danni a livelli diversissimi e in tutti i campi) una certa colpa va addossata pure all’humus di cultura popolare italiana.
Viste le premesse non stupisce il fatto che il dialogo nazionale vada avanti a colpi di emergenze emotive. Con la spinta degli introiti da grandi numeri e la scusante esteriore della simpatia si é lasciato sempre più spazio ad un tipo di comunicazione eccessiva, semplicistica ed inaccurata.
PROPAGANDA AUTORIGENERANTE
Ogni giorno escono a ritmi frenetici migliaia di articoli, post, commenti, tweet e servizi formanti un flusso mastodontico che investe la persona, la quale ormai si percepisce sempre meno figura che deve cercare le informazioni utili, e più utente raggiunto dalle notizie.
La mole di notizie che investono la persona la obbligano ad impiegare il suo tempo in un’operazione di rapidissima e frenetica scrematura quantitativa dei dati. Per ogni articolo letto per intero sono stati scartati decine e decine di titoli e foto che tuttavia, passando davanti agli occhi della persona vengono letti ed assorbiti.
A causa del gran numero e la rapidità con cui questi brandelli d’informazione passano sotto gli occhi di tutti, DI FATTO l’immaginario popolare viene plasmato più facilmente da immagini come questa che da argomenti che illustrano la realtà scientifica dei fatti (ossia chei migranti che giungono in Italia sono più sani degli italiani stessi):
(bufala priva di fondamento)
Allarmi di questo tipo vengono lanciati continuamente sui social network per esser visualizzati, rigirati, riportati, riscritti, copiati, rilanciati e, qualora ottenessero un certo successo, fatti proprio da blogger, giornalisti e politici che, per ottenere visibilità/visualizzazioni/consenso rilanceranno con maggior forza.
Il nostro Gianni, dopo aver esser stato raggiunto qualche decina o centinaia di volte da notizie simili avrà sicuramente assorbito il meme “gli immigrati portano l’ebola” e non andrà ad informarsi oltre: se ha già pregiudizi verso gli immigrati avrà già fatto sua quest’idea. Poco importa che sia tutta una balla e la realtà sia esattamente l’opposto (ossia che gli immigrati, più che portare malattie si ammalano quando arrivano in Italia).
Oltre alle bufale vere e proprie circolano allo stesso modo mezze verità, letture parziali dei fatti, esagerazioni gargantuesche ed ipersemplificazioni in un deleterio mix in cui un servizio al telegiornale può parlare di uno scambio di tweet tra un politico ed una soubrette a proposito di un’allarme-bufala lanciato da un blog che ha citato una frase falsa attribuita alla moglie del direttore del telegiornale, scatenando schiere di tifosi da smartphone che si lanciano in battaglie a suon di tweet, post e like a favore o contro la notizia. L’informazione diventa intrattenimento-spettacolo e le diverse opinioni vengono irregimentate in tifo da stadio. La natura stessa dei social network tende a premiare proprio quest’ultimo aspetto, livellando i dialoghi al minimo comun denominatore (tu tiri pietra – io lancio sasso) rendendolo DI FATTO il modo moderno di “dialogare”.
TUTTO QUESTO SENZA MAI VERIFICARE LA VERIDICITÀ’ DELLE AFFERMAZIONI LETTE E SOSTENUTE
La mancata distinzione tra informazione ed intrattenimento crea di fatto una forma di propaganda autorigenerante in cui sono le stesse persone suggestionate ad alimentare unilateralmente ciò che li ha suggestionati riproponendolo e rinnovandolo, distruggendo la distinzione fatta ad inizio di questo articolo, tra opinione e descrizione della realtà.
Ecco come negli ultimi anni il chiacchiericcio del momento é stato preso in ostaggio dai diversi Frame (sempre nuovi perché lo storytelling deve sempre essere fresco e affascinante):
“pericolo lavavetri”, “imprenditori suicidi”, “boom stupri”, “mandiamo a casa la casta”, “Berlusconi innocente”, “Toghe rosse”, “scandalo auto blu”, “Corona incarcerato per una foto”, “i clandestini ci stanno invadendo”, “questo governo non é stato votato”, “ridateci i nostri marò”, “L’Europa ci comanda” oltre a decine e decine di “rivelazioni” mai fatte, “ricerche” irreperibili. Il tutto utilizzando perlopiù un linguaggio urlato a volte cartoonesco, ma sempre attento più alla forma accattivante che all’attendibilità del contenuto.
Il risultato é l’aver impantanato ogni dialogo nazionale in uno sciocco chiacchiericcio monopolizzato da meme che sostituiscono la realtà dei fatti e che all’orecchio di chi si é preso la briga di documentarsi suonano assurde come “La muraglia cinese divide la Louisiana dall’Arizona” o “due più due fa cinque”. Ma guai a negarle! Se ci provassi verresti subito tacciato di essere via via noioso / poco interessante / di parte / arrogante / radical chic / il solito sessantottino / uno dei centri sociali / fascista / anarchico / marziano.
Non c’é che adattarsi. Prendere una pastiglia omeopatica, farsi fare un massaggio shiatsu, chattare su Facebook a proposito di quel post letto di sfuggita e mi ha indignato tanto per poi andare in centro (stando ovviamente lontano tutti i negri per non prender malattie) a comprare quel nuovo prodotto “bio” che tutti dicono faccia benissimo. Ma prima dovrò prelevare dei contanti alla mia banca che sarà certo in mano a degli ebrei.