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Dopo le aggressioni. Come si lavora con i ragazzi che sbagliano?

«La prima reazione di tutti è quella di cercare una punizione esemplare e di colpevolizzare i genitori perché, in questi casi, è facile dare la colpa alle madri e ai padri e cercare una pena esemplare per i ragazzi». Sono le parole di Luigi Maccaro, vicepresidente della Fondazione Exodus don Antonio Mazzi e già presidente della cooperativa Exodus Cassino, a commento delle aggressioni da parte dei due ragazzi di 16 e 17 anni che, a bordo di una minicar nera riconosciuta dall’adesivo di un cobra rosso, hanno aggredito diverse persone, ammettendo i reati.

«Dalla nostra esperienza, sia nel nostro centro sia con le scuole che ci coinvolgono per gli studenti che prendono le sospensioni disciplinari, prima di fare un progetto la cosa più importante è incontrare i ragazzi e i genitori. Il primo obiettivo è il fatto che i giovani prendano consapevolezza del danno che hanno fatto, del dolore che provano le vittime e i loro familiari».

Scarsa empatia con le vittime causata dall’abitudine all’uso dei social

«Noi non ci siamo mai occupati di episodi così violenti, come i danneggiamenti personali», sottolinea Maccaro. Nelle aggressioni ad opera dei due giovani del quartiere Monteverde e Testaccio, sono state ferite delle persone, la più grave è l’attore Davide Iacopini, operato due volte all’ospedale San Camillo e ancora in prognosi riservata. «Ma anche i danneggiamenti alle cose coinvolgono, in qualche modo, le persone. Quello che abbiamo visto è che i ragazzi hanno uno scarso livello di empatia con le vittime, con chi ha subito il danno. Abbiamo l’impressione che questo scarso livello di empatia faccia il paio con l’abitudine all’uso dei social, che ti fa vedere la vita, la morte e qualunque cosa consentendo di mantenere la distanza a causa dello schermo», continua Maccaro.

Spostare l’attenzione dalla punizione all’educazione

Dopo aver fatto loro prendere consapevolezza del danno fatto, della sofferenza provocata, «bisogna conoscere i ragazzi, occorre capire che storia personale hanno. Sempre più spesso sono figli di famiglie del tutto normali, ordinarie. Uno dei due ragazzi del recente fatto di cronaca è figlio di un carabiniere, penso che abbia respirato in casa il rispetto della legalità». Poi però intervengono tanti fattori, «che hanno a che fare con le amicizie, con il contesto nel quale si cresce, magari con le sfide che vengono lanciate sui social». Maccaro sottolinea che «incontrare i ragazzi, capire qual è il loro modo di vivere aiuta a definire degli obiettivi e a spostare l’attenzione dal tema della punizione al tema del progetto educativo individuale. Bisogna stabilire degli obiettivi, che possono essere sia individuali che di gruppo».

I ragazzi che commettono questi reati hanno uno scarso livello di empatia con le vittime, con chi ha subito il danno. Questo scarso livello di empatia fa il paio con l’abitudine all’uso dei social

Luigi Maccaro, vicepresidente della Fondazione Exodus

Passare dal danneggiare al prendersi cura

Da 36 anni Exodus Cassino ha una comunità residenziale per ragazzi che hanno problemi di dipendenza e un centro diurno. All’esterno lavora nelle scuole con progetti di prevenzione alla dispersione scolastica e di prevenzione al disagio giovanile. Ogni anno segue 100-150 ragazzi con progetti educativi individualizzati. «In questo momento, per esempio, stiamo accompagnando un gruppo di adolescenti coinvolti nel danneggiamento di un bene pubblico. Con loro abbiamo avviato “Riparare”, un percorso educativo che ha un obiettivo preciso: aiutarli a riconoscere la gravità di ciò che hanno fatto, affrontarne le conseguenze e costruire comportamenti diversi», spiega Maccaro. Si sviluppa nell’arco di circa sei mesi. Una parte del percorso è condivisa da tutto il gruppo, ma ciascun ragazzo viene accompagnato attraverso un progetto educativo individuale. «Il filo conduttore è passare dal danneggiare al prendersi cura».

L’approvazione immediata del gruppo e dei like

Nel progetto “Riparare” sono coinvolte anche le famiglie, con incontri con i genitori, colloqui e momenti di confronto tra genitori e figli. «Un tema che abbiamo riscontrato incontrando i genitori è che molti dicevano: “Non voglio dire che mio figlio sia meglio degli altri, però se se si potessero separare sarebbe meglio”. L’idea sottostante è che se mio figlio se non fosse stato insieme ad altri ragazzi, non avrebbe fatto quello che ha fatto. Però quei fatti avvengono proprio quando c’è il gruppo, non perché “gli altri” siano “più cattivi”. Il fatto è che il gruppo dà un’approvazione immediata. E qui entrano in gioco anche i social: anche il like è una gratificazione immediata», continua Maccaro. «La presenza dei coetanei mentre si combina il danno, dà un’approvazione e una gratificazione immediate alle quali i ragazzi ormai sono “antropologicamente” abituati».

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Un lavoro individuale e di gruppo

Che fare allora? «Bisogna fare con questi ragazzi un lavoro individuale che parte dalla storia personale, ma noi proponiamo anche un lavoro con il gruppo dei coetanei che hanno commesso insieme a loro i reati. Questo è importante perché si può passare dallo stare insieme per fare danni allo stare insieme per fare cose positive. Si può cercare la gratificazione del gruppo dentro un’esperienza positiva, provando a ribaltare la modalità di accesso alla gratificazione».

Un intervento educativo parallelo con i genitori

Maccaro continua dicendo che «le famiglie vivono un senso di frustrazione importante, soprattutto laddove non ci sono condizioni di disagio e di marginalità. Quella condizione di frustrazione spesso si trasforma in un atteggiamento esclusivamente punitivo e mortificante. Purtroppo i genitori tendono a concentrarsi su questo aspetto, che poi li porta a fare interventi sbagliati coi figli. Invece, è importante fare anche il gruppo coi genitori, aiutarli a venire fuori da questa condizione, da questo senso di fallimento e provare a costruire un intervento educativo parallelo».

Da un lato «l’ente del Terzo settore o di altro tipo si occupa di fare il progetto educativo con i ragazzi, dall’altro si educa a quello che i ragazzi fanno dentro casa, con un percorso con i genitori, che devono essere orientati al raggiungimento di obiettivi educativi e non semplicemente alla punizione. I ragazzi devono avere delle regole più stringenti, una supervisione e un controllo un po’ più importanti. In alcune famiglie si è portati a delegare, a dare fiducia, non che questo sia sbagliato», puntualizza, «però il lavoro con le famiglie è fondamentale perché i ragazzi non abbiano dei messaggi contrastanti».

La non capacità di regolazione degli impulsi

I due ragazzi di Roma hanno ammesso di aver colpito le persone “per noia”: «La motivazione dei ragazzi è semplicistica, anche perché probabilmente non hanno ancora piena consapevolezza di ciò che hanno fatto. I ragazzi a quell’età ancora non hanno maturato una capacità di regolazione degli impulsi, non pensano alle conseguenze». Maccaro continua: «A volte un’eccessiva preoccupazione da parte dei genitori nei confronti dei bisogni dei figli li espone molto meno a maturare la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni. Spesso i genitori evitano ai figli le sofferenze e le preoccupazioni, li proteggono anche dall’emozione negativa del voto insufficiente a scuola, ciò sposta sempre più in avanti la maturazione dei ragazzi. A un certo punto arrivano a un’età in cui si trovano senza genitori che coprono loro le spalle e sbattono il muso contro la durezza della vita».

Foto di Rathish Gandhi su Unsplash

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La minicar e la sclerosi del limite

«Ci annoiavamo». È la spiegazione che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbero dato i due minorenni che hanno ammesso le aggressioni compiute a Roma a bordo di una minicar. Tra i feriti, il più noto è l’attore Davide Iacopini. La dinamica richiama, per alcuni aspetti, il knockout game delle cronache americane: colpire uno sconosciuto, farlo cadere, fuggire. Un’analogia, non la prova di un’emulazione. Ad accomunare questi gesti è soprattutto la riduzione dell’altro a bersaglio occasionale.

«Ci annoiavamo» può essere una giustificazione di comodo. Merita comunque di essere presa sul serio per il vuoto che sembra nominare. La noia è un’esperienza comune; qui colpisce la possibilità di riempirla attraverso il dolore inflitto. Come se mancassero le parole, i desideri, i significati capaci di dare forma a ciò che si prova, e il corpo di un passante diventasse la materia su cui scaricare un vissuto rimasto senza elaborazione.

È possibile leggere in questa sequenza una sclerosi delle mediazioni: l’inaridimento di quello spazio simbolico che permette di pensare un impulso prima di tradurlo in azione. Non è una diagnosi sui due ragazzi. È una domanda sulla qualità dei contesti in cui si cresce. Esistono relazioni fitte di contatti e povere di significato, ambienti affollati ma simbolicamente svuotati, nei quali si fatica a riconoscere il valore di un legame, di un’attesa, di una rinuncia. L’altro rischia allora di perdere consistenza umana: conta soltanto per le sensazioni che può suscitare.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. La capacità di riconoscere un limite si forma dentro un tessuto di esperienze che comprende scuola, amicizie e vita pubblica. La questione riguarda la tenuta di questo intreccio, le contraddizioni che lo attraversano, la credibilità degli adulti che lo abitano. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione.

Sarebbe insufficiente chiamare in causa soltanto la famiglia. Una società che celebra la sopraffazione e pretende rispetto, esalta l’esibizione e chiede misura, rende più difficile il lavoro quotidiano dell’educazione

Angelo Palmieri

Qui emerge il paradosso: viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle. Conoscere un divieto non equivale ad averne compreso il senso. Il limite prende corpo attraverso un accompagnamento, dentro rapporti nei quali si impara che l’esistenza altrui ci riguarda anche quando nessuno ci sorveglia. Se questo processo si inceppa, la regola rimane una prescrizione esterna, da aggirare appena possibile. L’affollamento dei codici può così convivere con un deserto di doveri sentiti.

Viviamo nella sovrabbondanza delle norme, mentre può impoverirsi la capacità di interiorizzarle

Angelo Palmieri

Su questa fragilità si innesta talvolta il bisogno di spingersi oltre ogni soglia, di cercare nell’eccesso una conferma della propria esistenza. Il pericolo, corso o fatto correre, diventa una misura dell’audacia; persino la possibilità della morte finisce per essere assorbita nella sfida, quasi fosse un’alleata capace di accrescerne l’intensità. È questo il passaggio più inquietante: quando la vita altrui viene usata per dimostrare qualcosa a sé stessi, l’irreversibilità delle conseguenze sembra scomparire dal pensiero.

La responsabilità di chi aggredisce resta piena. Ma quel «ci annoiavamo» interroga anche una società capace di moltiplicare stimoli e prescrizioni, assai meno sicura nel trasmettere ragioni per fermarsi. Il passante colpito paga sul proprio corpo questa distanza tra il divieto conosciuto e il limite non diventato mai coscienza.

Credit foto Benvenuti/Lapresse

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