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When a Social Media Mob Came for Cornell’s Jane Doe

After a former student named seven men in a lawsuit saying they had sexually assaulted her, a movement gained steam online to reveal her identity.

© Lauren Petracca for The New York Times

A former Cornell student’s lawsuit accusing members of a fraternity of sexual assault stirred anger and debate at the university and on college campuses nationwide.
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Mexico Bans Violent Content on Social Media for Children

Joining a global movement, President Claudia Sheinbaum signed a decree requiring the removal of a range of material for people under 18 and held out the prospect of tougher measures.

© Marco Ugarte/Associated Press

A student turning over his phone before entering a classroom in Mexico City on Tuesday. Mexico has clamped down on phone use in schools.
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Indian Protesters Describe Rough Treatment by the Police

Some of those detained accused security forces of beating them during an intense crackdown on demonstrations in India’s capital over the weekend. Police have said they followed the law.

© Saumya Khandelwal for The New York Times

Security personnel detained protesters demanding the resignation of Chief Election Commissioner Gyanesh Kumar in New Delhi, India, in October.
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Il sociale e il parasociale

Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.

Speciale a cura di Giulia Moriconi

“P rima andavamo su Internet per fuggire dalla realtà, ora andiamo nella realtà per fuggire da Internet” recita un proverbio contemporaneo, e per proverbio contemporaneo intendo ovviamente un meme. Di meme mi sono occupato in un libro che ha ormai quasi dieci anni, ma non è di questo che voglio parlare oggi. Pur rimanendo in ambito Internet, nel corso del tempo il mio interesse si è progressivamente spostato dalle cose, come i manufatti digitali, alle persone, o a ciò che rimane delle persone quando abitano ambienti virtuali. Di questo passaggio ritrovo l’abbrivio nel primo articolo che scrissi per questa rivista, anch’essa giunta a spegnere dieci candeline, un’indagine controcorrente sul fenomeno del ghosting. All’epoca, nel 2019, di ghosting si parlava già da qualche anno e in modo a mio avviso superficiale. Talmente superficiale che alcuni discorsi sbrigativi in merito riuscivano a rivelarne la verità per contrasto.

Tutti associavano correttamente il ghosting al tipo di socialità che passava per le nuove tecnologie – social media, messaggistica istantanea, dating app e Internet nel suo insieme – ma poi traevano conclusioni senza senso. Si diceva che queste tecnologie avessero reso “più facile sparire” e da qui la diffusione del neologismo. Appare invece evidente il contrario: sparire era facilissimo quando al massimo ti si poteva raggiungere con una telefonata, magari su fisso. Ben più difficile quando ogni relazione si estende su una pletora di social media e applicazioni di messaggistica. Allora il paradosso del ghosting va inteso in un altro senso, più vicino alla figura del fantasma da cui prende il nome: chi “ghosta” non scompare davvero, anzi. Insiste ad apparire in tutti gli ambienti virtuali che continuiamo a condividere con foto, stories, status e altre manifestazioni di vita. Mi sento “ghostato” solo quando osservo una chat in cui l’ultimo messaggio è il mio. Per questo il neologismo si è diffuso solo in questo ecosistema tecnologico, perché è l’unico che consente di sparire continuando ad apparire. Oggi considero il ghosting come un caso particolare e acuto di parasocialità, ovverosia il regime di socialità cui siamo costantemente immersi per via delle nuove tecnologie e il tema di questo articolo.

L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social network.
Ad alcuni non sarà sfuggito il riferimento gucciniano del titolo, a Il sociale e l’antisociale, una delle canzoni meno note del cantautore recentemente scomparso. Ma a ispirare la stesura di quest’articolo è stata in realtà una delle sue canzoni più famose, che ho sempre trovato un po’ retorica: Il vecchio e il bambino. Riascoltandola nella strada verso il mare, a poche ore dalla sua morte, ho pensato che lo struggente verso finale descrive bene chi si occupa di new media al giorno d’oggi: “Mi piacciono le fiabe, raccontane altre”. Così ci sentiamo a fare archeologia del recente, recentissimo, passato del web, ma non verso un ipotetico vecchio: verso noi stessi. L’accelerazione tecnologica è stata tale che epoche da noi vissute sono tanto incongruenti con il presente da scolorire nel fiabesco. Non solo il mondo pre-Internet, ma anche quella fase intermedia, tra l’imporsi dell’Internet di massa e l’alba del moderno social network. Ed è lì che ora dobbiamo tornare per capire la situazione in cui ci troviamo.

Le tre gomitate di Goku
Durante il 22° Torneo Tenkaichi, Goku, il protagonista di Dragon Ball, stende il suo avversario con una fulminea gomitata alla bocca dello stomaco. O almeno così sembra. Così sembra ai lettori e agli spettatori meno esperti all’interno della storia; ma non al suo rivale Tien Shinhan che spiega: le gomitate sono state tre, ma talmente veloci e fluide da sembrare una sola. Oltre a fondare un topos immortale del genere, questa scena di Dragon Ball è una splendida metafora dell’atto creativo, artistico e non; Star Wars non è semplicemente un blockbuster con effetti speciali inediti per l’epoca, non è semplicemente una riproposizione del “viaggio dell’Eroe” alla base del folklore occidentale, non è semplicemente uno sguardo in un mondo che preesiste la storia che racconta e si estende nello spazio e nel tempo nella mente dello spettatore: è tutte queste cose insieme, eseguite contemporaneamente. E lo stesso vale per Facebook.

Ho parlato delle sue tre gomitate istantanee in questo articolo (che si è poi sviluppato in un libro, ci arriviamo), un solo gesto articolato in tre punti che hanno fondato il social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, identità e profilo. L’Internet primordiale cui assesta questa triplice gomitata era un posto ben strano visto con gli occhi odierni, simile a una fiaba che non ricordiamo di aver vissuto. Ci aggiravamo per posti chiamati “forum” e “chat room” e lo facevamo nel più completo anonimato, mascherati dietro avatar e nomi fittizi. Avevamo paura che a fare altrimenti saremmo caduti vittime di predatori sessuali e ladri di bancomat. Questi luoghi di aggregazione erano poi tantissimi e della “rete” promessa dal web che tutto doveva collegare non vi era traccia.

Zuckerberg con Facebook in un solo gesto articolato in tre punti fonda il social network moderno e, per metonimia, l’Internet contemporaneo: rete, identità e profilo.
Arriva la gomitata di Zuckerberg e tutto si riassembla: appare la rete, ovverosia un solo sito che copre tutta la socialità del web e si struttura non a partire da spazi comuni ma da profili interconnessi, ognuno con l’identità anagrafica dell’utente. Nell’articolo di cui sopra, ho analizzato in lungo e in largo la genialità di questa rivoluzione e cercherò di non ripetermi oltre. Voglio infatti parlare di quello che gli è mancato, la gomitata che non ha assestato e che hanno poi inferto i suoi competitor, completando il quadro parasociale dei social media contemporanei e costringendo il pioniere a inseguirli sul loro campo.

Parlarne tra amici
Mentre parlavamo della faccenda, della suddetta gomitata mancata di Facebook, un’amica, una sincera spin doctor di area dem che ha uscite tanto politicamente scorrette quanto pregnanti, la sintetizzò così: “La home di Facebook è l’immagine mentale di un ebreo”. Si riferiva alla grafica che compariva all’utente non ancora iscritto al social: una dozzina di omini disposti ai quattro angoli del globo su una cartina geografica stilizzata, uniti da linee tratteggiate. Sopra campeggiava la scritta “Connettiti con i tuoi amici”. Solo il popolo diasporico per antonomasia, suggeriva la spin doctor, ha amici letteralmente in tutto il mondo.

Sebbene molto probabilmente la sua origine non sia questa, l’amicocentrismo del padre fondatore dei social network è un aspetto singolare e a tratti incomprensibile. È come se Zuckerberg si fosse ritrovato per le mani la chiave per unire finalmente tutto il mondo sotto un unico sito e avesse deciso di limitarne la portata alle rispettive cerchie sociali di ciascuno. A ben guardare, fu un passaggio dialettico necessario. Consapevole o meno non importa. Ricordate l’Internet pieno di sconosciuti pronti a rubarvi i dati personali nel quale ci aggiravamo nascosti dietro nickname? Per farci andare in mare aperto senza protezioni occorreva che questo oceano spaventoso venisse ridotto: su questo sito ci sono solo i tuoi amici, aggiungi solo chi conosci. Il virtuale come doppio del reale. Ma appunto fu solo un passaggio dialettico, un gradino per salire al successivo.

Dapprima furono gli utenti stessi a compiere questo salto, attraverso l’uso pragmatico che fecero del mezzo. Sin dall’inizio, specialmente i più giovani, iniziarono ad “aggiungere” anche gli sconosciuti, da quel menù che è tutt’ora ipocritamente intitolato “Persone che potresti conoscere”. Ma quella di Facebook non era una mera scelta semantica, quanto un vero e proprio meccanismo: l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i seguaci. Anche qui non è semantica, giacché non viene richiesta reciprocità e puoi seguire chi ti pare, che lui lo voglia o meno (sì, lui può bloccarti ma ci siamo capiti).

Su Facebook l’amicizia è reciproca, va “accettata” da entrambi gli utenti. Su questo campo, tutti e dico tutti i suoi competitor hanno ignorato le direttive del padre fondatore senza pensarci due volte. Agli amici hanno sostituito i “follower”, i seguaci.
Lo squadernamento completo del mondo, che Facebook aveva aperto per poi richiudere subito, ha avuto bisogno di un altro passaggio, ovverosia la distribuzione algoritmica dei contenuti. Nei manuali di storia dei social media si legge ancora che “l’algoritmo” lo ha implementato Facebook a inizio anni Dieci, scegliendo di mostrare agli utenti i contenuti non in ordine cronologico ma secondo altri criteri di preferibilità, tarati sulle loro azioni precedenti, determinati appunto da un algoritmo. Si tratta però di una verità fuorviante, visto che l’algoritmo di quei tempi si ostinava comunque a mostrare solo i contenuti condivisi da questi appiccicosi amici.

La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti gli altri social media, prescinde dal network dell’utente – che sia di amici o di follower – e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing. Al punto che il wunder kid dei social media, l’ultimo arrivato, l’infante prodigio chiamato TikTok, ha proposto come punto forte un algoritmo programmaticamente fondato sui contenuti esterni, i “PerTe”, con la rete sociale preesistente trattata alla stregua delle vestigia di un organo inutilizzato, il coccige di nonno Facebook. Pensate che nonno ha raggiunto figli e nipoti solo negli ultimi due anni, quando ha finalmente aperto del tutto i rubinetti dei contenuti esterni, con risultati altalenanti che gli hanno cagionato una sorta di bizzarra seconda giovinezza. Ma di questo parleremo un’altra volta.

La vera distribuzione algoritmica dei contenuti, implementata via via da tutti gli altri social media, prescinde dal network dell’utente e gli fa arrivare un certo numero di contenuti “da fuori”, i cosiddetti “suggeriti”, che sono poi stati la base del social media marketing.
Il punto è che con le frontiere aperte ai contenuti alieni si delinea compiuto il panorama attuale dei social media in cui amici, conoscenti, influencer, celebrità e sconosciuti sono tutti sullo stesso piano. Un piano particolare però, un piano parasociale, e ora finalmente spiegherò cosa significa.

Il parasociale
Nel 2025 il Cambridge Dictionary ha eletto “parasociale” parola dell’anno. Lo stesso dizionario la definisce così:

involving or relating to a connection that someone feels between themselves and a famous person they do not know, a character in a book, film, TV series, etc., or an artificial intelligence.

Wow, quanta roba. Celebrità, romanzi, film e addirittura intelligenze artificiali… davvero un solo tipo di relazione ci lega a tutte queste cose?  Curiosamente, tra tutte queste ne manca una che è invece centrale nell’articolo scritto per spiegare il premio del 2025:
Interest in one-sided parasocial relationships that people form with celebrities, influencers and AI chatbots has driven Cambridge Dictionary’s Word of the Year for 2025.

Eccoli qui, gli influencer, e per estensione i social media. Parasociale vince nel 2025 e non nel 1774, anno di pubblicazione dei I dolori del giovane Werther o nel 1963 della Beatlemania, perché i social media hanno centralizzato tutta una serie di fenomeni, rendendoli visibili. A unire tutte queste esperienze è l’unilateralità della relazione, vuoi perché l’altro non esiste (romanzi e film), perché non lo conosciamo e probabilmente non lo conosceremo mai (celebrità e influencer) o perché il suo statuto di esistenza è ambiguo e dibattuto (intelligenze artificiali).  È l’unilateralità il discrimine, ciò che aggiunge il prefisso para- a questa inquietante forma di socialità.

La celebrità, o per meglio dire la relazione che instauriamo con questa, il rapporto di fama, è stato il fondamento storico del concetto di parasocialità, la prima relazione unilaterale che ha attirato l’attenzione degli studiosi. Questi studiosi si chiamavano Donald Horton e Richard Wohl e nel 1956 usarono per la prima volta la locuzione “interazione parasociale” in un paper che ha avuto un’enorme influenza sulla psicologia e la sociologia degli anni seguenti. Descrivevano così le reazioni dei primi telespettatori ai convenevoli dei personaggi televisivi: “Signore e signori, buonasera!” e dal divano si sentivano salutati per davvero, dimenticando di star osservando un elettrodomestico luminoso. La relazione parasociale è l’evoluzione di queste prime interazioni, un attaccamento stabile verso figure che non hanno idea della tua esistenza ma ti sembra di conoscere per davvero. Quindi, la relazione parasociale nasce per descrivere il rapporto che ci lega alle celebrità “classiche”, quelle novecentesche, si estende alle nuove microcelebrità come gli influencer e poi ingloba personaggi di finzione e i chatbot. Tutto qui? Non proprio.

Fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della barricata.

Ho unito tutti questi puntini dapprima in quell’articolo del 2024 e poi in un libro uscito a inizio 2025,  Storia della fama, Genesi di otto miliardi di celebrità, portando il ragionamento alle sue estreme conseguenze. La mia tesi parte dal presupposto che non possiamo legare la definizione di fama – e quindi la relazione parasociale – ad un criterio quantitativo, perché implica il paradosso del Sorite (sopra quale soglia uno può considerarsi “davvero” famoso? Da quante persone deve essere conosciuto? E se fosse una in meno o una in più? ecc.). Pertanto, la definizione deve essere minimale: essere famoso vuol dire essere conosciuto da almeno una persona che tu non conosci. La relazione di fama è quindi definita da tale asimmetria conoscitiva che però si ritrova anche al di fuori delle relazioni con famosi propriamente detti, le celebrità classiche novecentesche. In virtù di quanto detto prima sull’architettura dei social media, questo tipo di relazione è cresciuta a dismisura negli ultimi quindici anni, al punto che ciascuno di noi è conosciuto da almeno una persona che non conosce, anche solo come utente e foto profilo. Da qui traevo le mie estreme conseguenze: siamo diventati otto miliardi di celebrità, ognuno è famoso per tutta la vita per almeno quindici persone.

Riassumendo, fama e parasociale sono praticamente sinonimi, il primo termine indica un fenomeno sociologico e il secondo descrive la natura di questa relazione, caratterizzata sostanzialmente da un’asimmetria conoscitiva che produce tutta una serie di conseguenze psicologiche e sociali da entrambi i lati della barricata. E nel mondo dei social media viviamo continuamente su tutti e due i lati perché la struttura profilistica delle piattaforme ha fornito a ciascuno un palcoscenico su cui performare e infiniti palchi da ammirare. Se mi fermassi qui, avrei sostanzialmente rielaborato riflessioni già esposte altrove, come un dottorato che ricompone la sua tesi per un progetto di ricerca leggermente diverso. E invece sento che manca qualcosa. Sento che se parasociale vuole arrivare a descrivere davvero lo straniante tipo di socialità in cui siamo immersi dopo l’avvento dell’Internet contemporaneo, il concetto va ripensato completamente.

Onlife e parasocialità totale
Onlife è il fortunato neologismo coniato oltre dieci anni fa dall’italiano Luciano Floridi per rendere conto della continuità tra online e offline. Se suona un po’ retorico e vago, torniamo ancora una volta al fiabesco mondo dell’Internet primordiale. In quel contesto esisteva una classe di individui chiamata “gli amici di Internet”. Costoro erano quei soggetti – che conoscevamo primariamente attraverso il loro buffi nickname – che avevamo raccattato in giro per forum e chat e che di tanto in tanto beccavamo di persona nei cosiddetti “raduni”, solitamente convocati in una città del centro Italia per dare modo a tutti di raggiungerla. Il salto tra l’online e il reale era un vero e proprio evento che riguardava solamente questa eterogenea ciurma di persone che si erano conosciute sul web e che avevano poi una vita “vera”, con amici “veri”, completamente separata dal side-project forumistico.

È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella che assume la sincronia della comunicazione.
Oggi non solo sarebbe bizzarro chiamare un contatto Instagram o Facebook un “amico di Internet”, visto che nella maggior parte dei casi è collegato a voi attraverso uno stuolo di persone “reali” che avete in comune, ben visibile nell’apposita sezione della piattaforma, ma è vero anche il contrario: chi sono gli amici “reali”? Tutti i nostri rapporti, compresi quelli con persone che conosciamo da una vita intera, vivono online tanto quanto offline. Li abbiamo su tutti i social media che condividiamo – che spesso ci aggiornano sulla loro vita prima di qualsiasi chiacchierata individuale – e li sentiamo più volte al giorno sulle app di messaggistica. Certo, con i più vicini ci incontriamo di frequente, ma pensateci un attimo: se potessimo quantificare le interazioni virtuali e quelle reali, in quante di queste relazioni vincerebbe il reale? A meno che non conviviate direi: nessuna, esclusi i colleghi di lavoro (sempre che non siate “in smart”).

Il grosso della nostra socialità avviene online e segue le modalità comunicative delle sue infrastrutture. Voglio espandere il senso di parasociale affinché possa descrivere il quid di tutte queste relazioni, ciò che di straniante hanno rispetto alla socialità precedentemente conosciuta. In Storia della fama facevo un passo in questa direzione quando parlavo di “stilizzazione famogena” delle interazioni con persone che conoscevamo davvero. Portavo l’esempio di una discussione virtuale che avviene in pubblico, sotto il profilo di qualcuno. Osservavo come la presenza di spettatori – e dei loro like, dei loro commenti, delle loro reazioni – trasformasse una conversazione tra amici che si conoscono da una vita in un dibattito tra un famoso che difende il suo “content” e un fan/hater che lo contesta. Questo però riguardava appunto solo le interazioni pubbliche. Cosa ne è di quelle individuali?

Perché avvertiamo qualcosa di parasociale anche nello scambiarci continuamente reel con amici che conosciamo benissimo, nei lunghi vocali da ascoltare che diventano impegni di lavoro, nel fidanzato che ti dà la buonanotte e risulta online due ore dopo? Per rendere conto anche di questo straniante dobbiamo slegare il parasociale dalla fama e quindi dal criterio che lo fondava: l’asimmetria/unilateralità della relazione. Fonderemo il più ampio concetto di parasociale su un altro criterio: l’asincronia.

È parasociale ogni comunicazione che assume l’asincronia come premessa dell’interazione. Di converso, la relazione sociale propriamente detta è quella che assume la sincronia della comunicazione. Se vi sembra un criterio arbitrario e riduttivo, vi faccio notare che per decine di migliaia di anni la socialità umana non è stata altro che questa. La scrittura inaugura la possibilità parasociale che rimane per altre svariate migliaia di anni circoscritta alla comunicazione pubblica (libri, leggi, documenti ecc.) e all’episodico della comunicazione epistolare.

Il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida.
In questo senso, il parasociale prevede l’interazione continua con documenti, documenti magari molto recenti, documenti che possono animarsi da un momento all’altro, ma comunque documenti. Documenti, scritture, tracce, come le chiamava Derrida. La disseminazione continua di documenti da parte di persone comuni è una cosa recentissima che merita di essere inquadrata come una nuova forma di socialità. Quelli del passato erano artefatti culturali prodotti e diffusi dalle élite – politiche e culturali – e solo in senso molto lato si poteva parlare di relazione sociale mediata da questi, come il lettore che scorge l’animo dell’autore e si affina elettivamente a Goethe attraverso Werther.  Non a caso, quando questi documenti si fanno più vivi per mezzo della tecnologia video, ecco che si attivano i recettori della socialità, rispondiamo al “buongiorno” del presentatore e gli studiosi individuano quella prima forma di parasocialità. Faccio notare di passaggio che l’asincronia include anche tutte le relazioni di fama che abbiamo discusso in precedenza; non le caratterizza profondamente come l’asimmetria/unilateralità, che è un criterio aggiuntivo e discriminante, ma nondimeno la comprende.

Il parossismo di questa comunicazione documentale, il luogo paradigmatico che sembra negarla ma in realtà svela la sua vera natura, è chiaramente la chat. Wikipedia alza un bel dito medio alla mia teoria e dice che la chat è formalmente nota come synchronous computer-mediated communication, SCMC. E dice una cazzata. La chat è sincronica nelle sue intenzioni ma non nella sua sostanza, non nelle implicazioni delle sue premesse materiali. È sincronica solo relativamente, solo paragonata ad altre forme di comunicazione telematica che incorporano una diversa intenzionalità come le e-mail. Di fatto, sono scrittura sia l’una sia l’altra e pertanto possono essere lette in qualsiasi momento. Come dicevano gli antichi, solo la voce vola, la scrittura è ciò che rimane. L’unica vera comunicazione sincronica passa per la voce (sempre che questa non sia registrata, come i lunghissimi vocali di cui sopra). Dal momento che la scrittura entra in gioco, siamo nel documentale almeno in potenza. Ed è una potenza che si fa atto più spesso di quanto vorremmo.

L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una chat, all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech.
Lo sgarbo più grave e insieme ridicolo che l’uomo moderno può fare al suo prossimo è “visualizzarlo in faccia”. L’introduzione delle cosiddette spunte blu, ossia dei marcatori dell’avvenuta visualizzazione del messaggio in una chat, implementata all’inizio degli anni Dieci è stato un atto di terrorismo sociale senza precedenti, una sadica aggressione psichica alla popolazione mondiale da parte di Big Tech. Ancora una volta in contrasto col fiabesco mondo dell’altro ieri in cui il pioniere di tutte queste applicazioni, MSN Messenger, aveva messo a disposizione tutta una serie di etichette come “Occupato” o “Non al computer” per depotenziare l’ambigua presenza online di un contatto. Il cambio di marcia verso l’iperconnessione permanente, la reperibilità verificabile, è stato repentino e sconvolgente. Bontà loro, hanno poi consentito a ciascuno di rimuovere la feature e addirittura gli ultimi accessi online, ma parallelamente si è diffusa la sensibilità per cui, come chi non beve vino, un uomo senza spunte blu ha qualcosa da nascondere. Nessuno dal vivo, ma neanche al telefono, può ascoltarti e non risponderti. La possibilità di questa offesa si apre solo a partire dell’indecidibilità della tua presenza perché, i tuoi messaggi come i suoi, altro non sono che documenti, lettera morta, delle semplici cose.

L’Internet delle cose che noi siamo (la vera Dead Internet Theory)
Ma torniamo da dove siamo partiti: il ghosting come apparizione anziché come scomparsa. Nessuno ha mai avuto problemi a sparire dalla vita di qualcuno prima del 2010. Solo da quindici anni a questa parte abbiamo inventato una parola per inquadrare un fenomeno apparentemente vecchio quanto il mondo, ma in realtà profondamente diverso. Le persone non spariscono più, lasciano delle tracce, dei documenti, dei fantasmi. Internet delle cose è un’improbabile locuzione tecnica dal sapore colloquiale che vuole semplicemente indicare l’ecosistema di aggeggi connessi alla rete che ci circondano nella nostra vita quotidiana: il telefono che comunica col pc, che comunica col tablet, che comunica con la TV, che comunica con l’AirTag nella macchina, che comunica con la lavatrice ecc. La prendo in prestito per annunciare che le cose siamo noi, quando siamo dentro Internet. Cose giustapposte ad altre cose in un tentativo di comunicazione. Siamo messaggi, foto, like, video, condivisioni, parole che si depositano sul fondo virtuale eternamente visibile in attesa della risposta di altre cose. Viviamo nella parasocialità quando crediamo di socializzare mentre lasciamo tracce, segni della nostra presenza non più attuale, semplici cose.

A proposito di locuzioni fortunate e vagamente suggestive, possiamo rubarne una a un filosofo prestato all’economia chiamato Karl Marx. Critici e seguaci in egual misura gli hanno sempre riconosciuto una prosa talmente vivida da trasformare analisi scientifiche in brani letterari memorabili. Ad esempio, nel tentativo di riportare sulla terra i misteri dell’economia che si presenta come un eterno scambio di cose chiamate merci, prodotte chissà come e chissà perché, si inventa l’espressione “lavoro morto” (verstorbene Arbeit), buttandoci dentro pure un vampiro. Tutto ciò che vediamo, tutta la ricchezza oggettivata, il capitale, le merci, i mezzi attraverso i quali sono state prodotte, altro non sono che azioni ormai concluse compiute da esseri umani, lavoro morto incorporato. Allo stesso modo, dobbiamo intendere il parasociale come socialità morta, incorporata nelle tracce che di essa abbiamo davanti agli occhi.

Il disagio che viviamo deriva da un dialogo tra morti. La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale. Ridi pure ma accade e ci accadrà. Ognuno di noi scriverà l’ultimo post su Facebook, l’ultima story di Instagram, l’ultimo messaggio su Whatsapp che non saprà di essere l’ultimo.

La parasocialità è uno scambio di documenti che alludono alla presenza dell’altro. Ma per quanto ne sappiamo l’altro potrebbe pure essere morto, morto in senso letterale.
Chissà come avrebbe descritto “il tipo parasociale” il morto illustre che abbiamo precedentemente citato. Forse una via di mezzo tra il suo sociale e antisociale: “Amo oltremodo dissare gli altri, mandare fuochi alle ragazze / A ottobre vado al Club2Club e condivido diciotto stories / Perché su Insta poi non conta la presenza, basta ci sia soltanto l’apparenza”. Ma il parasociale non è un tipo, un carattere proprio di alcuni individui, quanto una dimensione che attraversiamo tutto il giorno, tutti i giorni, con amici, conoscenti e sconosciuti. Disertare completamente questa dimensione è senza dubbio possibile, ma richiede investimenti radicali: comprarsi un telefono antico che manda solo SMS e abbandonare tutte le piattaforme di social media. Per tutti gli altri, occorre imparare a navigare la parasocialità dando la giusta importanza alle sue “cose” che si spacciano per persone. E quando siete sociali, fateci caso.

L'articolo Il sociale e il parasociale proviene da Il Tascabile.

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Divenire flusso

Per i dieci anni del Tascabile, riapriamo l’archivio per chiederci cosa sia cambiato in un decennio. Le collaboratrici e i collaboratori di questi ultimi anni del Tascabile si confrontano con i pezzi del passato per ripercorrere le trasformazioni culturali e sociali che abbiamo attraversato.

Speciale a cura di Giulia Moriconi

N el pieno infuriare della pandemia da Covid-19, le notizie di animali alla riconquista degli habitat da cui l’uomo li aveva respinti si rincorrevano sui vari social. Mentre le città erano percorse da bus quasi vacanti, su cui viaggiavano operai e altri lavoratori considerati “essenziali” – sacrificabili –, un gruppo di delfini agitava le acque della laguna veneziana, tornate limpide grazie allo stop forzato delle imbarcazioni. Sono i sacrificabili a incarnare per primi la fantasia di redenzione che il resto della specie si concede a distanza di sicurezza. Nessuno, mentre condivide dal proprio divano le immagini dei delfini a Venezia, si immagina davvero tra le vittime della “punizione divina” che invoca. La speranza di questa punizione governa le condivisioni della notizia, in breve tempo virale. Peccato che quelle pinne e quei cetacei non fossero affatto a Venezia, ma nel mare del porto di Cagliari.

I solerti debunker tentano di denunciare la bufala, ma i segmenti di utenza confinati nella quarantena non rispondono più alle metriche tradizionali di verifica del vero e del falso: che quei delfini fossero davvero a Venezia è totalmente secondario perché a essere importante è che l’immagine svolgesse il suo compito redentivo, offrendo alla coscienza anestetizzata delle masse confinate il carburante emotivo perfetto per la prossima condivisione. Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale.

Era il 2020, un tempo che avvertiamo lontano, soffuso, come si addice ai contenuti rimossi dalla coscienza, un tempo in cui delle pinne decontestualizzate, detournate, annunciarono una svolta nell’apocalisse culturale iniziata quattro anni prima, nel 2016, l’anno in cui il Merriam-Webster nominò “surreale” parola dell’anno, come ricordava su questa rivista Daniele Cassandro in Cronaca pop di un anno surreale. A giugno 2016 il Regno Unito fuoriesce dall’Unione Europea, e il 9 novembre, inverando una vecchia puntata dei Simpson, Donald Trump diventa presidente degli Stati Uniti. Nel nostro Paese, la parabola di Matteo Renzi volge al capolinea: dopo la sconfitta referendaria, il presidente del consiglio, “il rottamatore”, si dimette. Sono grandi eventi politici che per la prima volta vengono vissuti interamente dentro la temporalità dei social network.

Il dibattito mainstream sui nuovi media occulta il fatto che oggi l’informazione viene recepita solo in base alla sua funzione operativa e alla sua velocità di ricircolo nei feed. La popolazione è precipitata nello schermo nero del digitale.
D’altronde parliamo di un momento in cui si consuma l’apice di un processo che potremmo chiamare memification: la rincorsa della realtà allo svuotamento del suo significato referenziale originario per andare incontro a una riconfigurazione in unità informative modulari, altamente replicabili e pronte alla circolazione virale. A questo movimento si contrappone l’incursione dei meme nella realtà. Dopo una lunga permanenza nelle retrovie di Internet, il meme di Pepe the Frog viene bollato come vettore di odio razziale, ormai saldamente nelle mani dell’alt-right statunitense, e persino Facebook è costretto ad adottare una policy specifica per contenerlo. Nei talk show italiani vengono utilizzati i meme satirici di Federico Palmaroli, l’admin della pagina Facebook “Le frasi di Osho”: è il primo caso di un autore di meme italiano che diventa opinion leader politico.

Il 2016 “è stato un anno in cui, come nei sogni, le cose più ovvie hanno preso una forma nuova”, ricorda Cassandro. La discesa in politica di Donald Trump avviene infatti nello stesso momento in cui Pokémon Go, “il gioco più surrealista mai realizzato”, permette a dei mostri di invadere i quartieri, mentre sullo sfondo l’ISIS e la sua guerra asimmetrica perseguitano l’immaginario collettivo, sgozzando preti e colpendo l’Occidente con attentati sanguinari messi a segno da “lupi solitari” mimetizzati nella società dei consumi e arruolati su Call of Duty. È un anno “contraddittorio”, oltre che surreale, un fermento esuberante di sogni e incubi, in cui le conquiste civili – In Italia viene approvata la legge Cirinnà che ha riconosciuto legalmente le unioni civili per coppie dello stesso sesso – si contrappongono alle brutali violazioni dei diritti umani.

Il 2016 è stato anche l’anno di nascita del Tascabile, rivista online che nel corso di un decennio ha agito come una sonda in grado di attraversare le crepe sulla facciata del mondo, inoltrandosi in quei vuoti che lasciano intravedere i lineamenti di una metamorfosi dell’immaginario, una rivoluzione, che trascende il semplice mutamento delle nostre immagini culturali e si manifesta come un mutamento del rapporto tra immaginario e reale. Ripercorrere questo decennio significa attraversare tre soglie, e la prima, che si estende dal 2016 al 2019, è quella in cui l’intero decennio comincia a perdere fiducia in ciò che si presenta alla vista.

Questione di fiducia (2016-2019)
Il mondo è sulla soglia di una crisi di fede, l’idea di realtà vacilla sotto il peso di una nuova accumulazione originaria. Mentre il #MeToo porta all’arresto del produttore cinematografico Harvey Weinstein, ridisegnando il discorso sul genere come hashtag globale, sullo schermo il Marvel Cinematic Universe consuma la propria fase 3, costruendo una mitologia condivisa capace di tenere insieme un pubblico globale sempre più diviso su tutto il resto. Nel frattempo, i social si evolvono: Instagram copia le istantanee di Snapchat e introduce le “storie”, brevi contenuti della durata di ventiquattro ore, Facebook la possibilità di reagire ai contenuti, e dalla Cina inizia la sua corsa egemonica TikTok, una app concentrata esclusivamente su video verticali che in pochi anni spazzerà via la concorrenza. La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione, attraverso lo studio delle interazioni sui social, al fine di influenzare elezioni politiche e referendum cruciali, come quello che aveva portato alla Brexit due anni prima.

La parola algoritmo è centrale nel dibattito culturale e diventa presto questione geopolitica quando nel 2018 scoppia lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica: il furto dei dati personali di oltre ottanta milioni di utenti e la loro profilazione.
Nel 2017 Carlo Mazza Galanti, che in Robot come umani riprende le parole di Philip K. Dick, descrive la “graduale confusione della generale natura e funzionalità umana nella natura e funzionalità di ciò che gli umani hanno costruito”: “abdicando la sua fisicità animale e riducendo gli spazi di autonomia è l’uomo a diventare macchina, e non viceversa”. L’intuizione di Mazza Galanti anticipa qualcosa di preciso, e vale la pena di fissarla un attimo: muovendo le sue argomentazioni a partire da Westworld, il serial HBO in cui i robot di un gigantesco parco a tema Far West si ribellano ai loro sadici costruttori, Mazza Galanti invita il lettore a prendere atto che è il genere umano a rivelarsi sempre più un dispositivo di registrazione, che come tale non si interroga più sulla veridicità di ciò che riprende. È l’uomo a scivolare verso la macchina, o forse a rivelarsi già tale. È un rovesciamento che riguarda, prima ancora del lavoro e dell’identità, la percezione stessa: il crollo della realtà conduce a uno sfaldamento dell’esperienza, intesa come la capacità di dare un senso a ciò che accade, e al suo posto avviene una semplice registrazione.

È esattamente questo scollamento tra vedere e credere, esperire e registrare, che Pietro Minto descrive l’anno successivo, nel 2018. In Il collasso della realtà, Minto racconta come “i social network” siano riusciti a confezionare “un piccolo mondo personalizzato per ciascun utente, un feed che contiene notizie e personaggi che l’algoritmo ritiene possano piacerci”. Il mondo scompare, l’accesso empirico al referente va incontro a una contrazione, al suo posto a essere vista è la sua immagine, qualcosa di già filtrato, prodotto per essere visto e mai colto nella sua innocenza: l’evento non viene mai fruito all’esterno della sua mediazione tecnica.

L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche e ideologiche: le bolle filtro diventano gigantesche camere di eco a causa del labirinto autoreferenziale in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti. Tutto ciò non è stato un effetto collaterale, ma un elemento strutturale delle modalità con cui le piattaforme hanno creato una merce ancora più miracolosa della viva carne umana: il dato, una risorsa che, per essere estratta, ha richiesto una vera e propria “rivoluzione agricola del digitale”, capace di coltivare mercati su desideri inoculati così in profondità da far impallidire i vecchi pubblicitari.

L’apparente dimensione globale delle interazioni sui social network si rivela presto una contraria dispersione delle comunità online in vere e proprie prigioni psichiche, labirinti autoreferenziali in cui l’algoritmo delle diverse piattaforme rinchiude i propri utenti.
Le filter bubble hanno sì garantito una maggiore personalizzazione dell’esperienza dell’utente, ma con lo stesso gesto lo hanno trasformato in una miniera di estrazione dati, intensificando il processo di mercificazione dell’esistente, superando in parte la dimensione materiale e pervadendo anche le nicchie più recondite. La figura dell’utente-macchina trova qui il suo destino pratico: privato di margini di agency autonoma, il soggetto viene incorporato nell’architettura delle piattaforme di intermediazione, diventando così miniera di dati comportamentali. Da agente a giacimento. Elementi essenziali della virtualità creata dalle bolle filtro, scrive ancora Minto, “sono le fake news […] aggiornate secondo i voleri dell’algoritmo, e quindi scritte per fare da esca a un certo pubblico”. È una frattura che si propaga rapidamente dal terreno tecnico a quello politico: se ciascuno abita un mondo confezionato su misura, la premessa stessa della vita democratica, un terreno di fatti condivisi, smette di reggere.

Mentre la politica, in particolare le nuove destre, cavalca questa frattura muovendosi in avanti, in direzione del sospetto sistematico, della contraffazione e della propaganda più smaliziata, il mondo culturale sceglie la direzione opposta, conducendo una battaglia dalle retrovie che lo porta a indietreggiare nel tempo. L’immaginario pop subisce una regressione che lo riporta alle estetiche degli anni Ottanta: già due anni prima, la serie Netflix Stranger things fa del citazionismo al decennio dell’opulenza un genere a sé. È il tribalismo del Digital Folklore descritto da Valerio Mattioli in Il Medioevo digitale, nome di un’epoca che “guarda ai primi anni del web come a un’epoca di ingenuo artigianato popolare prima dell’avvento dei grandi monopoli”.

La realtà è che sotto la patina anni Ottanta si cela il fatto che “le più spericolate proiezioni post-umane della tardomodernità si sovrappongono alle vestigia del passato”: sotto i synth, le acconciature vaporose e le biciclette bmx che sfrecciano tra i vialetti con le loro case tutte uguali, pulsa il midollo di un sempiterno Medioevo. Al suono dei clavicembali e dei sintetizzatori viene assemblata un’estetica che “risponde alla sensazione di vivere in una fase di transizione e disgregazione, dove la fede nel progresso lineare si è spezzata”. Un’epoca di “carestie e di epidemie”, in cui la servitù della persona torna a essere la norma sociale esplicita, non il suo sintomo; il nostro tempo è il manifestarsi di una nuova gleba scavata da servi algoritmici: robot, da robota, “schiavo” nelle lingue slave.

Nel 2019, in Consumare la nostalgia, Francesco Guglieri chiude il cerchio aperto dall’anno surreale descritto da Cassandro, recensendo il film interattivo di Netflix Bandersnatch. Più di ogni altra piattaforma, il colosso dello streaming ha colonizzato l’immaginario capitalizzando la nostalgia e convertendo l’intrattenimento in profilazione di massa. “Ogni minuto che viviamo”, scrive Guglieri, “produciamo una nuvola di dati […] il punto è cosa si fa con quei dati. E chi”. Operazioni come Bandersnatch non sono che “beta-testing” aperti “a un’audience globale e mainstream […] un raffinato sondaggio d’opinione, un test psicologico su misura. Un test Voight-Kampff”. Nel 1982 quel test, reso celebre da Blade Runner di Ridley Scott, serviva a smascherare i replicanti, e per funzionare presupponeva che esistesse ancora un confine reale, per quanto sottile, tra l’umano e la sua simulazione. Nel 2019, l’anno stesso in cui è ambientato Blade Runner, quel confine è già ridotto a un sondaggio di marketing travestito da narrazione. Basteranno pochi mesi, e un virus, per oltrepassare definitivamente la soglia.

Biennio cerniera (2020-2021)
Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo solo un anno dopo. O meglio: la comunità scientifica non era all’oscuro, a più riprese aveva tentato di avvertire i governi di una possibile catastrofe epidemiologica e non ne era all’oscuro neanche David Quammen, il divulgatore statunitense che nel 2012 finì per predire, in Spillover, la pandemia e la quarantena globale. Da Wuhan, periferica città della Cina centro-orientale, capoluogo della provincia dello Hubei, il SARS-CoV-2 compie il salto di specie, dai pipistrelli agli uomini, e con esso la realtà si prepara a deflagrare. Sono gli ultimi mesi del 2019, ma il tutto esploderà all’inizio dell’anno successivo e alle immagini televisive di mesti cittadini cinesi in mascherina si sostituiranno presto le ambulanze che sfrecciano verso l’ospedale di Brescia e le funebri processioni mediatiche di innumerevoli bare. È ufficialmente l’inizio della fine. Ali di pipistrelli, laboratori segreti per produrre armi chimiche, oscuri complotti per decimare la popolazione attraverso la modifica del DNA: gli anni del Covid sono stati anni di guerra ideologica furiosa.

I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo.
L’urgenza del vaccino scatena gli animi dei no-vax, e in alcuni casi gli Stati rispondono con l’introduzione di specifici pass che garantiscono la circolazione previa vaccinazione. I nemici dei regimi democratici hanno un nuovo nome: complottisti. Un fronte non lineare, composto da una parte da veri e propri fabbricanti di disinformazione e dall’altra da una generazione stritolata dalla crisi della classe media che non ha superato il lutto della società della mediazione e ha abbracciato le dietrologie per continuare a sperare che esista un senso umano al male del mondo.

Nuovi eretici, contro cui è necessario mobilitare il vocabolario bellico. Giancarlo Sturloni lo osserva nei suoi primi giorni di diffusione, in Il linguaggio militare della pandemia: “l’appello a respingere il tiranno invasore è rimbalzato dalle stanze del potere alle corsie degli ospedali, trovando eco nei titoli dei giornali e negli applausi dai balconi […] siamo in guerra”. È un lessico che funziona, riesce a compattare, mobilitare, perché è capace di rassicurare dando una forma riconoscibile all’ignoto. Il linguaggio militare trasforma “i medici in soldati da mandare al fronte e i malati in vittime collaterali o in combattenti a cui si chiede di ‘vincere la loro battaglia’”. “La metafora della guerra impedisce di concepire le malattie infettive nell’ambito delle relazioni ecologiche in cui gli agenti patogeni emergono e si diffondono”. Così, l’altro, il virus, il complottista, lo straniero o il “deviato”, diventano frammenti dello stesso fuori espunto: emanano un’aura minacciosa, in quanto simboli di un tremendo da cui ci separa un fronte, una trincea, la nostra porta di casa, ultimo criterio per distinguere il dentro dal fuori.

È in questo frangente emergenziale che le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui la studentessa svedese Greta Thunberg aveva dato vita a una gigantesca mobilitazione globale attraverso il movimento di protesta ambientalista Fridays for Future; lontanissimi seppure sia trascorso solo qualche anno da quando, entrando di peso nel nostro immaginario, Thunberg lanciò i suoi strali ai potenti nel suo discorso di apertura al UN Climate Action Summit, in cui chiede furiosa ai capi di Stato e di governo mondiali: “How dare you?”, “Come osate?! Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote”. L’attenzione per la catastrofe climatica si rivela però uno dei tanti trend che si rincorrono nel palinsesto delle piattaforme. Con il Covid-19 è giunta l’alba della “società dello streaming”.

Nel frangente emergenziale del Covid-19 le priorità imposte dalla catastrofe climatica sono state surclassate dal desiderio di sopravvivenza immediata. Sono lontanissimi i tempi in cui Greta Thunberg aveva dato vita alla mobilitazione globale dei Fridays for Future.
In Parole sulla pandemia, Paolo Pecere si fa portavoce di Arundhati Roy, leggendo nel tempo pandemico una “porta, un passaggio tra un mondo e il successivo”. Critico verso le posizioni espresse da Agamben in L’invenzione di un’epidemia, Pecere invita a coniugare l’analisi delle fonti scientifiche con la capacità di restare con i piedi per terra, senza mitizzare (e militarizzare) la vita pandemica né in senso positivo né in quello distopico. Era l’aprile del 2020, e nell’articolo di Pecere si possono già ritrovare frasi che incrinavano “la possibilità di tornare a una normalità comunitaria e sociale”, chance “andata persa del tutto”, vittima del processo di accelerazione con cui la pandemia ha estremizzato le tendenze omicide del capitalismo. È stato sì un passaggio, il definitivo “jack-in” della popolazione ai dispositivi mediali. Il nuovo mondo è sempre meno umano, sempre meno razionale.

Con lo spazio comune, anche il sapere condiviso si frantuma. L’abdicazione alla scienza, un anno dopo l’inizio della pandemia, porta all’emersione di vecchie teorie olistiche, come il terrapiattismo, capaci di prendere il timone nella spiegazione del mondo complicato dalle nuove tecnologie. Il consesso umano presente è scisso in mondi, spazi di significato differenti, e a volte in collisione. Con la quarantena alle spalle, Laura Tripaldi affronta in Quantum dot, controllo dell’umanità e materia programmabile il proliferare dei complottisti antiscientifici, avversari della tecnologia 5G, ossessionati dai quantum dot e dalle nanoparticelle, e li legge come sintomo di uno “spostamento più profondo” che pone la società davanti a un bivio: o affrontiamo la possibilità di intendere la tecnologia in modo radicalmente diverso, oppure ci condanniamo alla sua demonizzazione. Bisogna prendere atto che “ci troviamo di fronte a una tecnologia che non si manifesta più attraverso la presenza ingombrante e visibile delle macchine tradizionali, perché agisce a livello molecolare, mimetizzandosi con la natura stessa e rendendo i confini tra artificiale e naturale sempre più sfumati”. Maggiore sarà la potenza della tecnologia, maggiore la diffidenza nei suoi confronti.

Non è un caso che, nello stesso anno, un’abdicazione dello stesso tipo si consumi anche sul fronte letterario. Francesco Pacifico mette sotto accusa la voce narrante del romanzo occidentale contemporaneo, quella che si vuole empatica, progressista, consapevole del proprio privilegio, e che proprio per questo, scrive Pacifico in La voce narrante del padrone, resta compromessa esattamente quanto la scienza di Tripaldi, che arranca nella vaporizzazione dell’autorevolezza. La prima persona letteraria e l’uso della terza persona distaccata dominano lo spazio del romanzo, così come il genere di successo dell’autofiction, e si rivelano come trampolini per indebite generalizzazioni che mascherano una verità evidente, ossia che “la voce narrante non è mai neutrale”, e questo perché “porta con sé il peso della provenienza sociale, del privilegio e delle aspettative del mercato editoriale”. La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino; questo accade affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole, finendo così per desiderare storie capaci di sovvertire il linguaggio e, inevitabilmente, il mondo.

La comunicazione trasparente, come la buona letteratura che entra in classifica, è sempre frutto della voce del padrone, che vuole rassicurare il suo sottoposto: il lettore borghese, il cittadino, affinché non si inizi a mettere in crisi la propria visione del mondo, le proprie parole.
È in questo doppio vuoto – esplicativo e narrativo – che trova spiegazione l’ossessione escapista per lo spazio domestico borghese, dominante nelle narrazioni contemporanee. Del resto, finché la fuga dalla realtà resta l’unica via, dal momento che abbiamo perduto il mondo, non possiamo che cercare rifugio tra le mura domestiche, l’unico luogo a rimanere familiare. La pandemia e le restrizioni imposte dai governi hanno chiuso la parabola di Greta Thunberg ma hanno soprattutto reso ancora più difficile raccontare l’ignoto. Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi, gli autori di Medusa (2021), denunciano espressamente la crisi climatica come crisi dell’immaginazione, guardando all’impossibilità di creare narrazioni capaci di comprendere il cambiamento climatico, poiché quest’ultimo, in quanto “iperoggetto” (Timothy Morton, Iperoggetti, 2018), evidenzia il limite umano nel concettualizzare una scala di realtà così enorme. Il cambiamento climatico non ci sta davanti, esso ci attraversa e per questo non riusciamo a visualizzarlo e quindi a raccontarlo. In quanto “schema organizzativo espresso in forma di storia”, la letteratura secondo De Giuli e Porcelluzzi deve “creare gli spazi mentali per ciò che non siamo ancora capaci di vedere o accettare”, invece di limitarsi a “rispecchiare il presente”.

Ciò che gli scrittori non fanno più viene eseguito da eserciti di professionisti alle dipendenze di magnati californiani narcisisti e abbronzati. A ottobre del 2021, mentre il decennio si prepara ad attraversare la sua terza e ultima soglia, Facebook cambia nome in Meta e annuncia di voler costruire il metaverso: uno spazio interamente sintetico in cui vivere, lavorare, socializzare, sostitutivo del mondo condiviso che nel frattempo si è appena prosciugato. La stessa azienda che aveva confezionato le bolle filtro si ribattezza nel momento esatto in cui la letteratura chiede un nuovo spazio mentale per l’impensabile, e risponde, a modo suo, con un mondo del tutto immaginario da vendere. Nonostante il metaverso si sia poi rivelato un flop, il compito affidato alla letteratura da De Giuli e Porcelluzzi finirà per essere raccolto da un nuovo tipo di macchina.

L’immagine senza corpo (2022-2026)
Dal 2016 a oggi l’immagine ha smesso di mentire dentro un mondo verificabile e si è resa così autonoma, capace di esistere indipendentemente dal mondo. A distanza di sei anni da quell’anno surreale in cui i sogni avevano invaso la realtà, sono le macchine, questa volta, a cominciare a sognare e a delirare. Il 2022 è l’anno di Dall-e e Midjourney, i primi sistemi di intelligenza artificiale text-to-image in grado di generare immagini a partire da un testo scritto. Il loro impatto, scrive Francesco D’Isa in La rivoluzione degli algoritmi nel mondo dell’arte, è paragonabile a quello della fotografia. Nell’articolo, D’Isa individua nella reazione della società e del mondo dell’arte un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia – “quando la novità dello strumento è tale che ogni prodotto che crea sembra straordinario” – per poi passare alla preoccupazione, il timore che il nuovo strumento esaurisca le possibilità dell’attività creativa umana, e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione, in cui la diffusione della tecnologia normalizza il proprio stesso utilizzo.

D’Isa richiama lo sprezzante giudizio di Baudelaire di fronte alla fotografia. La “principale paura” del poeta francese era che la facilità di realizzazione di immagini offerta dalla macchina fotografica “avrebbe moltiplicato a dismisura le opere dozzinali, e a distanza di secoli possiamo dire che aveva perfettamente ragione”. Ma Baudelaire negava alla fotografia lo statuto d’arte non per una ragione di principio, bensì “banalmente” perché “non era un bravo fotografo”: “non basta una macchina fotografica per fare un fotografo”.

Nella reazione della società e del mondo dell’arte all’IA è individuabile un pattern ricorrente, un processo che dallo scetticismo iniziale evolve nella meraviglia per poi passare alla preoccupazione e approdare infine, dialetticamente, all’accettazione.
Dall-e e Midjourney, osserva D’Isa, non sono un “androide antropomorfo con una personalità propria”, ma “modelli algoritmici” capaci di riconoscere pattern in un’enorme quantità di dati – non diversi, sostiene, da un pennello: uno strumento come tanti altri, carico delle contraddizioni che ne strutturano il funzionamento. Lo sguardo malinconico di Walter Benjamin sulla perdita d’aura dell’opera d’arte, in questa lettura, va ridimensionata: l’artista resta “co-autore” dello strumento, ma a problematizzarsi è semmai la limitazione al pieno utilizzo dello strumento stesso che infatti, nel caso dei Large Language Models “opera una severa censura, vietando termini e immagini che possano offendere più o meno chiunque” sulla base dell’intervento umano con cui è stato programmato. “A monte di questa censura”, nota D’Isa, “non è difficile notare una confusione tra l’idea di immagine di fantasia e reale”.

Il dibattito sulle IA, in questa fase ancora aurorale, resta concentrato su una futile culture war mentre manca ancora una riflessione seria sulla loro impronta materiale: “l’industria dell’AI richiede sempre più materie prime per mantenere la sua corsa verso il progresso […] per allenare un grande modello linguistico vengono emesse circa 300 tonnellate di CO2: una cifra considerevole e preoccupante”, senza contare che solo chi possiede un’enorme quantità di GPU può permettersi di allenare questi modelli, un fattore questo che esclude in partenza i piccoli attori dalla sperimentazione d’avanguardia. L’ottimismo critico di D’Isa non nasconde che questi strumenti non sono affatto neutrali: chi li utilizza, in qualche misura, viene utilizzato a sua volta per gli scopi estrattivi che caratterizzano questa nuova fase della tecnologia. Attraverso il prompt, l’utente non impartisce ordini alla macchina: la sta allenando. In quel momento è il modello a essere nutrito.

Quando nel 2023 nasce su Reddit il meme del Will Smith che mangia gli spaghetti – un video generato con le prime versioni dei text-to-image, dai tratti fortemente espressionisti, movimenti innaturali e forme grottesche in divenire continuo – quel senso di uncanny valley non è ancora la crisi vera e propria, ma ne è già il sintomo visibile; è il nostro primo impatto con una immagine non umana del mondo, un’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale. Mentre l’immaginario dell’uomo entra progressivamente in crisi, quello della macchina comincia ad assemblarsi con una logica del tutto inumana.

La macchina resta, in questo senso, saldamente sé stessa, ed è proprio questo aspetto, non la sua eventuale somiglianza con noi, il punto più inquietante. Jacopo Cirillo lo nota nello stesso anno del Will Smith che mangia spaghetti, spostando l’ultima frontiera del test di Turing verso la comicità (La comicità artificiale, 2023): “il senso dell’umorismo, la capacità cioè di riconoscere una porzione di mondo e di realtà in quanto ‘comica’”, rende l’uomo “l’unico animale che ride”, ed è proprio questa capacità a determinarlo. Non ci resta che una risata, e la speranza che gli algoritmi non imparino mai a comprendere gli intricati metalivelli ironicamente misogini, razzisti e abilisti della migliore stand-up comedy americana.

Con l’IA l’immagine che ha smesso di imitare o sostituire la realtà perché il suo referente ha cessato di essere il mondo ed è oggi l’archivio delle immagini umane pregresse, che è stato divorato, ricombinato e restituito senza passare mai dal reale.
La distinzione tra vero e sintetico si ripercuote sulla ragione pubblica. Nell’estratto pubblicato dal Tascabile dal libro di Gregorio Magini, Mitologia del complottismo. Il Behemoth delle storie (2024), il complottista occupa una delle tante posizioni nello spettro indistinto in cui siamo tutti immersi – proprio come l’immagine sintetica non è più il falso da smascherare, ma una posizione nello stesso flusso indistinto di immagini vere. Anche il ragionamento perde per il proprio fuori rispetto a cui essere verificato: chiedersi chi ha ragione e chi mente significa mancare completamente il punto della questione. L’adesione al complottismo riposa su basi alogiche, esistenziali, emotive se vogliamo, le stesse su cui riposa il ragionamento di buon senso, per cui pur bollandole come teorie pseudoscientifiche o irrazionali, i complottismi non smetteranno di diffondersi finché le loro premesse non verranno disattivate.

A darle manforte, facendo capolino nel nostro presente, il rilascio, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, di milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia americano sul caso Epstein. I file confermano ciò che il sospetto più moderato aveva paventato per anni, ossia una fitta rete di complicità tra il finanziere e un’élite politica ed economica reale, non immaginata. Nonostante manchino prove reali del traffico di minori e persino degli atti di cannibalismo rituale immaginati da QAnon, gli Epstein’s files hanno dato ragione anche ai complottisti, è questo il punto della questione, che analisti e sciocchi e creduloni siano finiti dentro lo stesso gesto di sospetto verso il potere.

Nel suo articolo Magini si poneva nel solco della soluzione comunitaria, un tic che denuncia una certa retromania umanista della critica del presente, una postura che guarda al passato piuttosto che prendere atto della scomparsa dell’umanità analogica. Chiedere più socialità, in questa lettura, ignora l’eccesso di società che già condiziona e avvelena la sfera interiore. Nel 2025, Fabio Ciancone, esaminando l’opera della sociologa Eva Illouz in Sovrasocialità e altre storie, aiuta il lettore ad addentrarsi nella “modernità esplosiva” in cui anche le emozioni umane sono modellate in profondità dalle strutture economiche e sociali. Con il venir meno dello spazio pubblico e la pervasività dei social media, lo spaesamento individuale porta la razionalità tradizionale a incrinarsi davanti a disuguaglianze crescenti e a una diffusa rassegnazione politica.

Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, separati nelle nostre camere esistenziali, siamo diventati pixel di un unico, grande, script pubblicitario. Posseduti da una fama inconsistente, subentrata al crollo dell’olimpo un tempo riservato ai divi del cinema e della televisione, spazzato via dal #MeToo e dall’avvento dello streaming, la celebrità del nostro tempo è minima e globalmente diffusa, scrive Alessandro Lolli in Storia della fama (2025). Intervistato sul Tascabile da Elisa Cuter, Lolli parla esplicitamente della fine del mainstream tradizionale in favore di “micro-celebrità” di nicchia, un’altra tessera che va ad aggiungersi al puzzle della frantumazione dell’immaginario. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto bisogna guardare al passaggio dai social network ai social media. “Il social network nasceva per parlare con gli amici, creando fama in modo quasi inconscio. I social media richiedono invece un’intenzionalità imprenditoriale: chi vi partecipa accetta consapevolmente di salire su un palcoscenico per un pubblico di sconosciuti […] fare arte o comunicazione diventa simile a un’indagine di mercato, dove bisogna differenziarsi dai competitor e studiare il proprio target di riferimento”. Tutto ruota attorno al feedback costante, che costringe l’utente dei social a un’autocensura preventiva pur di compiacere la propria bolla.

Con la conversione degli smartphone in dispositivi di ripresa e trasmissione continua, si consolida un regime di celebrità diffusa che atomizza i soggetti e li inchioda al loro personaggio virtuale. Siamo tutti famosi e tutti più soli, pixel di un unico, grande, script pubblicitario.
La filosofia ha sempre guardato con sospetto le immagini. Schermo, esca, apparenza, inganno, un vocabolario che oggi descrive però qualcosa di diverso da ciò per cui era stato pensato. Giacomo Croci, recensendo L’inquietudine dell’immaginario. Etiche dello sguardo di Pietro Bianchi (2026), lo scrive nella forma più netta: “la preoccupazione non è più soltanto la manipolazione ma anche la generazione, per via d’intelligenza artificiale, di flussi continui di immagini senza redini né referenti reali”. Secondo Bianchi viviamo ormai una nuova modalità percettiva, che fa a meno del corpo: la vista prescinde dagli occhi e dai nervi, perché oggi vediamo innanzitutto “con il cinema”, “con la televisione, gli smartphone, i musei” e “le finestre”. Siamo noi stessi immagini, immagini che producono altre immagini: è la fine dell’autorialità dispersa nel dominio del flusso. Ma è anche la fine dell’immagine stessa.

È in questa luce che va letta, forse, la morte annunciata del meme stesso. Il reel, secondo Alessandro Lolli, ha preso il posto del meme visivo e statico. Nella baraonda di “sketch comici interpretati da aspiranti comedian, pubblicità buffe di aperitivi a Catania, influencer che fanno la predica, influencer che ‘reactano’ l’influencer di prima cercando di umiliarlo, gymbro e cryptobro che cercano di insegnarti la vita, rare footage di concerti o programmi televisivi, interviste al man on the street e ovviamente tonnellate di AI slop”, il meme è morto “come idea, come attore principale di Internet”, non più “parola-chiave delle nuove culture digitali”.

Fuoriuscendo dall’anonimato autoriale dei forum e diffondendosi sui social media, il meme è stato presto cooptato dalla pubblicità e, come già ricordato, dalla politica. Come le altre immagini, anche il meme si inserisce negli “interessi degli asset finanziari”, che hanno svelato secondo Hito Steyerl il mondo dell’arte come settore economico, capace di accelerare la circolazione delle immagini in un ecosistema che, oltre a una dimensione energivora, impatta profondamente anche sul piano del lavoro – con artisti costretti a operare “su e per infrastrutture produttive delle aziende del big tech”, fomentando “dinamiche razziali/imperialiste in cui divisione e delocalizzazione di micro-task” ricadono su “lavoratori e lavoratrici poveri e razzializzati”, come descritto da Vincenzo Estremo in Estetica del surriscaldamento – rafforzando così, ulteriormente, il divario di classe.

L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale di estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione. 
Proprio quest’anno, quasi a certificare per via finanziaria ciò che l’immagine ha già mostrato per via teorica, l’oligopolio delle grandi piattaforme cambia volto: al vecchio acronimo GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, le compagnie che dieci anni fa avevano costruito le bolle filtro descritte da Pietro Minto – subentra, sui mercati, il nuovo acronimo MANGOS: Meta, Anthropic, Nvidia, Google, OpenAI, SpaceX. Non più le aziende che estraevano dati da un mondo condiviso, ma quelle che generano mondi propri, sintetici, attraverso il sacrificio del mondo materiale. L’epilogo di questo viaggio nel passato recente è il quadro di un’epoca in cui l’immagine ha decretato la morte dell’immagine stessa, indisponibile ormai alla contemplazione perché parte di un flusso globale governato da un’oscura termodinamica, in cui il maggiore o minore calore non segnala altro in quale settore sta avvenendo l’estrazione violenta di dati mediante la cattura dell’attenzione.

L'articolo Divenire flusso proviene da Il Tascabile.

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Primi passi con Riot/Matrix

Una semplice guida passo-passo che spiega come creare un account Matrix ed accederci con Riot.im

In altri post abbiamo già osservato cos’é Matrix, cosa lo rende radicalmente diverso da qualsiasi altra piattaforma chat e della sua possibilità di poter funzionare anche se il server fosse guasto, scollegato da internet o distrutto in mille pezzi da una bomba. e che chi sa smanettarci un pò su, può comunicare da Matrix con altre piattaforme, come Telegram e Whatsapp.

Per chi non avesse letto gli altri post, qui basterà ricordate solo una cosa: Matrix é il nome della piattaforma, Riot é l’applicazione che ci accede e matrix.org é il più noto fornitore della piattaform.

Per fare un paragone:

Matrix – La piattaforma; come dire l’email

matrix.org – Uno dei server della piattaforma Matrix; come dire email.it o gmail.com

Riot – é come dire Outlook Express o Thunderbird o Apple Mail.

Il paragone con l’email spiega bene le diverse soluzioni possibili con Matrix: così come puoi decidere il server mail che preferisci e registrarti a tua scelta su Hotmail, Libero o Protonmail sapendo che in ogni caso potrai scambiare mail con persone registrate anche su altri server, su Matrix ti registri al server che preferisci e da lì chatti con persone che possono anche essere registrate su server diversi dal tuo, essendo tutti utilizzatori della piattaforma “email”.

Una volta che ci si é registrati al server email che si é scelto, ad esempio Gmail, si può decidere se accederci dal browser su gmail.com, o scaricando l’app chiamata Gmail o impostando Outlook Express. Allo stesso modo, con Matrix, una volta scelto il server, ci si può accedere da browser o usando l’app Riot o un’altra delle diverse Applicazioni disponibili (ce ne sono diverse, ma questo tutorial tratterà solo la più comune, Riot)

 

CREARE L’ACCOUNT

1) Da computer fisso, andare su https://riot.im/app/  (A dire il vero l’account si può creare benissimo direttamente da smartphone, ma per qualche oscuro motivo a me inspiegabile, ho riscontrato che molte persone si perdono in questo passaggio e quindi opto per indicare la soluzione che va meglio per tutti)

 


NOTA IMPORTANTE: Per usare Matrix, come già spiegato, basta registrarsi ad uno qualsiasi dei suoi server pubblici. Questo tutorial ed i link che contiene, si riferiscono al server matrix.org, attualmente il più usato. Tuttavia é possibile che matrix.org limiti le registrazioni. In questo caso basterà scegliere un altro server.

Un elenco incompleto di server pubblici utilizzabili é disponibile su hello-matrix.net

Due di questi server che possono essere vivamente consigliati, sono i seguenti:

Opencloud (Lussemburgo) https://riot.opencloud.lu/#/welcome (NB: il server é in Lussemburgo ma gli admin sono italiani, il che può aiutare in caso doveste chiedere informazioni o aiuto)

TeCHNiCS (Germania) https://chat.tchncs.de/#/welcome


 

 

2) Apparirà questa schermata. Clicca su [CREATE ACCOUNT]

 

3) Scegliere uno [USERNAME] ed una [PASSWORD]. Scegli una password seria! Mi raccomando che contenga lettere, numeri, simboli, maiuscole e minuscole! E segnatela da qualche parte! Non é obbligatorio ma é meglio inserire anche il proprio indirizzo [EMAIL].

 

4) A questo punto va risolto il  Captcha [NON SONO UN ROBOT]

5) Accettare [TERMINI E CONDIZIONI]

 

6) FATTA: L’ACCOUNT É STATO CREATO! La sua forma, senza gli spazi, é questa:

                                             

@ nomeutente : matrix . org

 

7) In questo momento stai usando la versione web di Riot, ma volendo puoi scaricare la sua Applicazione per PC Windows, Mac, o Linux da qui https://about.riot.im/downloads/ Puoi anche scaricare l’App Riot.im per Android da Google Play e da F-Droid o per iOS dall’ App Store.

 

8) Riot in versione web (o Applicazione) da per computer fisso permette di fare molte più cose della versione per smartphone. In questa guida iniziale però viene spiegato solo il funzionamento da smartphone.

 

9) L’App di Android e quella di iOS hanno delle leggere differenze fra loro, perciò le schermate ed i menù di Riot sul tuo telefono potrebbero non essere del tutto uguali a quelle descritte qui.

 

10) Scarica l’App sullo smartphone

 

11) Dal momento che hai creato il tuo account aspetta almeno 2 o 3 minuti e poi puoi accedere all’App con il nome utente e password che hai creato.

 

12) Se hai dato il tuo indirizzo mail ti sarà arrivata una email di verifica. Se non la vedi controlla nell’antispam.

 

USARE RIOT

A questo punto ci si può loggare da smartphone. Banalmente, basta inserire il nome utente e la password. Non serve mettere il nome utente completo di formattazione (invece che scrivere @:mionomeutente:nomeserver.org basterà scrivere mionomeutente)

Se si é scelto un server diverso da matrix.org, questo va indicato nella schermata di Login

L’app per smartphone Riot.im, di default intende che tu abbia un account su matrix.org. Se così non fosse bisognerà selezionare “Custom server” ed inserire il suo dominio. (Se il l’account é su Opencloud bisognerà scrivere https://riot.opencloud.lu)

 

 

Una volta loggato nell’App ti ritroverai una schermata come questa:

Schermata iniziale al primo utilizzo

 

Non appare granché perché devi ancora aggiungere i tuoi contatti. A questo punto, se non l’hai ancora fatto, sarebbe bene leggere il post Cos’é Matrix per comprendere i concetti base di come funzionano le cose da queste parti. É facile, ma se finora hai usato solo App tipo Whatsapp, Facebook, Telegram e Viber, che sono iper-semplificate ed estremamente simili fra loro, molto probabilmente hai bisogno di ripassarti due-tre concetti su sicurezza e comunicazione digitale che le App che hai usato finora tendono a eliminare.

 

OGNI CHAT É UNA STANZA

La cosa principale da ricordare é che su Riot si comunica a STANZE. Hai presente un gruppo Whatsapp? Beh, qui su Riot un “gruppo” é chiamato stanza e funziona più o meno allo stesso modo. Ma su Riot anche la comunicazione tra te ed un’altra persona deve avvenire in una stanza!

Se Andrea chatta con Sabrina non é semplicemente una comunicazione diretta tra Andrea e Sabrina ma é una comunicazione che avviene in una stanza che ha come membri… solo Andrea e Sabrina!

Riot permette di dividere le stanze in quattro tipi: FAVOURITES, PEOPLE, ROOMS e LOW PRIORITY. Questa cosa all’inizio può confondere: si tratta sempre di stanze! Non importa se tu classifichi una stanza “people” o “room”: resta sempre e solo una stanza! Io, per esempio, trovo comodo classificare “people” le stanze con solo me ed un’altra persona, “room” quelle con 3 o più persone, “favourite” le preferite e “low priority” quelle con persone o gruppi con cui non mi sento spesso.

Quando premi il pulsante [+] ti vengono fornite tre opzioni. [START CHAT] e [CREATE ROOM] sono fondamentalmente la stessa cosa! Solamente, funzionano in modo un pò diverso: “Start chat” é più veloce, selezioni subito le persone con cui chattare ed appena l’hai fatto inizi la conversazione in una stanza senza nome. “Create room” invece ti chiede prima di impostare la stanza, dargli un nome, selezionare diverse opzioni e solo quando hai fatto tutto puoi invitare chi vuoi nella stanza.

Altra grossa differenza: con “Start chat” tu e le altre persone nella discussione siete tutte parimenti amministratrici della stanza di discussione. Con “Create room” tu amministri e gli altri utenti no.

La terza opzione, [JOIN ROOM] serve ad entrare in stanze create da altri. Ma questa opzione non viene trattata in questa guida

 

PRIMO IMPATTO

Come quando si indossa un nuovo paio di scarpe o si guida una nuova moto, all’inizio bisognerà prendere confidenza con certe funzioni basilari: quello che su un altra App sai fare a occhi chiusi, qui devi un po’ re-impararlo: é normale! Fai qualche prova, gira qua e là tra i menù, esplora. E non farti problemi a sperimentare: che vuoi che succeda di così grave? 😉

Impara a disabilitare le notifiche, trova le impostazioni generali e quelle di ogni singola stanza, creare stanze, unirti a stanze già esistenti ed abbandonarle…

 

ACCOUNT E RUBRICA

Se hai già letto il post Cos’é Matrix sai che l’intero sistema Riot/Matrix é estremamente attento a privacy e sicurezza. Qui tutto é pensato perché non vengano diffuse informazioni su di te. Per questo quando hai creato il tuo account Matrix non era obbligatorio mettere la tua email o il numero di cellulare: qui nessuno ti obbliga a collegare il tuo account alla tua identità reale. Nelle istruzioni sulla creazione dell’account ho suggerito di inserire comunque un indirizzo email perché nel caso perdessi la tua password, con un’email puoi ancora riuscire ad entrare in Riot mentre senza, ahimé, non avresti alcun modo di recuperarla.

Se entri nelle preferenze di Riot però vedrai che ci sono i campi per inserire i tuoi dati personali: il nome visualizzato, il numero di telefono ed appunto, una o due email. Puoi scegliere tu se metterli o meno: se li inserisci, chi conosce il tuo vero nome, email o numero di telefono, riuscirà a trovarti facilmente qui su Riot; se invece non li inserisci, qui su Riot verrai contattato solo da chi conosce il tuo account esatto.

Logo “Impostazioni”

 

Sempre nelle impostazioni ti verrà chiesto se vuoi che Riot possa accedere alla Rubrica del tuo telefono per vedere se ci sono, appunto, indirizzi email o numeri di telefono di qualcuno che li ha abbinati al suo account Riot.

 

LISTA CONTATTI DI RIOT

Su Riot, se hai notato, non hai una tua lista dei contatti Matrix. Questa é la seconda cosa che risulta un pò spiazzante per chi viene da Whatsapp ed altre App simili ma che ti appare chiara se hai letto il post Cos’é Matrix. Si tratta difatti di una scelta voluta per un fatto di sicurezza: Riot non vuole memorizzare i dati dei tuoi contatti. Al contrario, quando ti iscrivi a WhatsApp, tu fai sapere a Facebook tutti i numeri di telefono ed indirizzi email che hai memorizzato sul tuo telefono.

Il concetto base é che i tuoi contatti devono stare solo sulla tua Rubrica del telefono mentre le chat devono stare solo sull’app di chat (in questo caso Riot)

 

Ti chiederai “Ma allora, quell’impostazione per permettere a Riot di accedere ai miei contatti?”. Beh, qui é una questione di fiducia: ti fidi a dare accesso a Matrix.org alla tua Rubrica e leggere tutti i numeri di telefono, le email ed i nomi collegati? Anche qui, hai la possibilità di scegliere.

Se scegli di NON permettere a Riot di accedere alla Rubrica, i tuoi contatti potranno essere recuperati solo all’interno delle stanze in cui avete dialogato.

Se scegli di permettere a Riot di accedere alla Rubrica, l’App mostrerà al suo interno i tuoi contatti, ma identificherà solo quelli già iscritti a Riot e che hanno fornito l’email o il numero di telefono che hai sulla tua Rubrica.

Questo sistema ha una mancanza: se un utente che ha un account Matrix, NON ha fornito il suo numero di telefono o email, Riot non lo “conoscerà”. Se qualcuno ti da il suo indirizzo Matrix, il modo migliore per archiviarlo é dunque segnarselo manualmente in Rubrica! Così facendo, quando cercherai il suo nome da Riot, vedrai il suo numero di telefono, l’email… e l’account Matrix!

LE RUBRICHE DEL TELEFONO

Bisogna spendere due parole sulle Rubriche del telefono e sul loro modo di gestire i contatti. Banalmente: esiste una sorta di “standard” che però nessuno rispetta veramente e dunque i “Contatti” su iOS sono gestiti in modo diverso che su Android e lo stesso vale per PC, Mac, LInux.

Questo vuol dire che ogni telefono ha un modo un pò suo di gestire la cosa.

Per esempio, su iOS, l’indirizzo Matrix va inserito tra le email e non tra i contatti social.

Detto altrimenti: potresti dover fare un paio di tentativi per capire qual’é il modo migliore per segnarti gli indirizzi Matrix in Rubrica.

 

LE FUNZIONI AVANZATE DI RIOT/MATRIX

Questo articolo serve giusto per spiegare i primissimi passi con Riot/Matrix. Le funzioni speciali, la differenza tra l’App per smartphone e quella per computer fisso, la crittografia end-to-end sono invece ciò che rende Matrix speciale e possono essere affrontate solo dopo aver compiuto questi primi passi. Una cosa però é chiara: per poter capire le funzioni avanzate é indispensabile aver letto Cos’é Matrix ed aver appreso i concetti fondamentali su cui si regge.

 

Riot su Desktop

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