Teatro romano dell’Area Archeologica di Nervia, Ventimiglia (IM)
Corso Genova 134, Ventimiglia- Imperia
TULLIO SOLENGHI in
DECAMERON UN RACCONTO ITALIANO IN TEMPO DI PESTE
Progetto e regia SERGIO MAIFREDI
Produzione Teatro Pubblico Ligure/Sergio Maifredi
Tullio Solenghi è in scena sabato 19 giugno (ore 21.00) nel Teatro Romano dell’Area archeologica di Nervia con “Decameron un racconto italiano in tempo di peste”, uno spettacolo con la regia di Sergio Maifredi, prodotto da Teatro Pubblico Ligure. Il Decamerone è oggi più che mai attuale perché fornisce una risposta positiva alla paura del contagio, controllata se non vinta con il ricorso al racconto e alla cultura.
Solenghi restituisce la lingua originale di Giovanni Boccaccio rendendola accessibile e comprensibile come fosse la lingua di un testo contemporaneo, affrontando la lettura interpretata di sei tra le più note novelle: Chichibio e la gru, Peronella, Federigo degli Alberighi, Masetto di Lamporecchio, Madonna Filippa e Alibech.
Lo spettacolo è preceduto (alle ore 19 nel Museo dell’Area Archeologica) dalla conferenza spettacolo “Platone nella Silicon Valley. Anima, Corpo, Intelligenza Artificiale” di Simone Regazzoni, che apre un ciclo dedicato alla filosofia antica, dove il legame con Ulisse – fil rouge dell’estate di Teatro Pubblico Ligure – si rinnova nella pratica dell’intelligenza concreta e nella capacità di agire attraverso la fisicità di mondo e mente. Una dimensione contemporanea del personaggio omerico che ritroviamo nell’opera dello stesso Bocacccio, che per primo lesse l’Ulisse in chiave moderna: assetato di conoscenza oltre ogni limite, ma anche portatore di doni come i mercanti protagonisti di molte delle sue storie.
Giovedì 25 giugno alle ore 21, la Fondazione Sabe per l’arte di Ravenna presenta Inconsistenze, un recital tra poesia e performance con testi di Deda Fiorini e musiche di Matteo Succi.
Un diffuso senso di smarrimento segna il presente, tra disorientamento individuale e una crescente difficoltà nel comprendere la realtà. Aggressioni, tragedie e fatti di cronaca inspiegabili si intrecciano al bisogno profondo di trovare amore e luce, per resistere a un contesto sempre più complesso. Da queste tensioni nasce uno spettacolo-recital intenso, che attraversa disastri, follie, necessità e speranze, offrendo parole capaci di scuotere e risvegliare da una normalità fragile e illusoria.
Le musiche originali del compositore Matteo Succi, tra contemporaneo ed elettronica, accompagnano il racconto insieme a esecuzioni live con EWI, raro strumento a fiato che diventa ponte tra suono e visione.
La performance, articolata in 25 quadri per circa 40 minuti, intreccia teatro e improvvisazione musicale in un flusso continuo, riflettendo la dualità dell’esperienza umana, sospesa tra opposti.
Il recital sarà introdotto da una lettura delle enfant prodige Claudia Di Giacomo e Violante Randazzo e da un Opening Act de Il Circolo degli Scrittori con Francesca Baldini, Liana Monti, Marinella Campana, Edoardo Sella.
L’evento, che sarà anche l’occasione per visitare la mostra Molteplice senza disordine di Alice Cattaneo, Elisabetta Di Maggio, Remo Salvadori, è patrocinato dal Comune di Ravenna – Assessorato alla Cultura e dal Dipartimento di Beni Culturali, Campus di Ravenna, realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.
L’incontro sarà trasmesso anche in streaming tramite il canale YouTube della Fondazione.
Deda Fiorini è coach sperimentale, performer ed esperta di comunicazione tra le più note in Italia, che scardina la formazione con metodi fuori dagli schemi che lei stessa ha ideato. A capo del Circolo degli Scrittori e guida dell’Accademia Poetica Spadoni insieme al poeta Nevio Spadoni, crea narrazioni potenti e scrive incessantemente: sono oltre 20 i suoi spettacoli originali andati in scena nei teatri. Fondendo teatro d’impresa e creatività, trasforma lo storytelling in un’esperienza immersiva e trasformativa. Autrice prolifica, la sua statura letteraria è consacrata dal suo ultimo libro, Questo dolore ti è stato utile? (Tempo al Libro, 2026).
Deda Fiorini è coach, performer ed esperta di comunicazione. Si occupa di formazione utilizzando metodi originali da lei sviluppati. È a capo del Circolo degli Scrittori e guida l’Accademia Poetica Spadoni insieme al poeta Nevio Spadoni. Ha ideato e portato in scena oltre 20 spettacoli teatrali originali e si dedica alla scrittura in diversi ambiti. Integra elementi di teatro d’impresa e creatività nello sviluppo di progetti di storytelling. Tra le sue pubblicazioni più recenti figura Questo dolore ti è stato utile? (Tempo al Libro, 2026).
Matteo Succi (SVCCY) è artista multimediale e clarinettista di formazione classica e figura trasversale della scena contemporanea. Sotto lo pseudonimo SVCCY, ha esposto le sue opere digitali tra Londra, Tokyo e Parigi, firmando le scenografie per il Ravenna Festival dirette dal Maestro Riccardo Muti. In ambito performativo, fonde il background colto con la sperimentazione elettronica attraverso l’uso dell’EWI una sorta di clarinetto elettronico, creando paesaggi sonori viscerali che integrano immagine e suono in un’estetica totale.
Arezzo, torna l’Arena Eden: il cinema sotto le stelle riaccende le serate nel centro storico
Da domenica 21 giugno il via alla stagione estiva all’aperto: un ricco calendario tra grande schermo, musica e teatro nel cuore della città
Ad Arezzo, con l’arrivo dell’estate, tornano ad aprirsi le porte dell’Arena Eden, lo storico spazio estivo del Cinema Eden dedicato alle stelle: sul palcoscenico, sul grande schermo, con lo sguardo rivolto all’infinito. L’appuntamento inaugurale è fissato per domenica 21 giugno alle ore 21:30 con l’Arena Eden che si conferma il luogo dove condividere emozioni e storie, da soli o in compagnia, riscoprendo il piacere di vivere la città all’aperto. Un’esperienza in grado di unire la magia del grande schermo al fascino di uno degli spazi culturali più amati della città, trasformando ogni appuntamento in un’occasione di incontro. Gli appuntamenti sono a cura di Officine della Cultura.
Sarà la versione restaurata in digitale di “Un sacco bello” di Carlo Verdone ad accendere le luci sull’Arena domenica 21. A seguire l’anteprima nazionale di “OltreTutto. Sulla via di Francesco” di Michele Rovini (24 giugno e in replica il 25) con la presenza, mercoledì 24, del regista, delle protagoniste Barbara Peruzzi e Monica Conticini e di rappresentanti di AISM; “Tre ciotole” di Isabel Coixet (26 giugno); “2 cuori e 2 capanne” di Massimiliano Bruno (27 giugno); “Illusione” di Francesca Archibufi (28 giugno).
Il mese di luglio inizierà giovedì 2, sempre alle ore 21:30, con la versione restaurata in digitale di “Fantozzi” di Luciano Salce e, a seguire: “Domani interrogo” di Umberto Carteni (3 luglio); “La cena di classe” di Francesco Mandelli (4 luglio); “Antartica – Quasi una fiaba” di Lucia Calamaro (5 luglio); “Rufus. Il draghetto marino che non sapeva nuotare” di Endre Skandfer (9 luglio); “La gioia” di Nicolangelo Gelormini (10 luglio); “Una famiglia sottosopra” di Alessandro Genovesi (11 luglio); “Piccolo miracolo” di Guido Chiesa (16 luglio); “Il maestro” di Andrea Di Stefano (17 luglio); “Il professore e il pinguino” di Peter Cattaneo (18 luglio); “Prendiamoci una pausa” di Christian Marazziti (19 luglio); “Django” di Sergio Corbucci nella versione restaurata in digitale (23 luglio); “Le città di pianura” di Francesco Sossai (24 luglio); “Le cose non dette” di Gabriele Muccino (25 luglio); “La grazia” di Paolo Sorrentino (26 luglio); “Il silenzio degli altri” di Eva Libertad (30 luglio).
Ad accompagnare il grande cinema ci saranno gli eventi di Arezzo Smart Festival che porteranno sul palco dell’Arena concerti, racconti, musica e protagonisti della scena culturale italiana, arricchendo ulteriormente il calendario estivo. Primo appuntamento, martedì 7 luglio in prima nazionale, con le “Storie della buonanotte per bambine ribelli” con Thony e l’Orchestra Multietnica di Arezzo. A seguire: “Rosa – concerto omaggio a Paolo Benvegnù” con I Benvegnù, Sara Mazo, Giorgia Poli, Giorgio Cedolin e, ospiti speciali, Omar Pedrini e Paolo Ferro (12 luglio); “Del mio cuore in fondo” con Andrea Chimenti e Francesco Cappiotti (21 luglio); ancora una prima nazionale con “Il viaggio” con Saverio Tommasi e l’Orchestra Multietnica di Arezzo (29 luglio); per finire con “My Bands Collection” con Alessandro Fiori, Massi Amadori, Alfredo Nuti e Giacomo Papini (3 agosto).
Vivere il salotto estivo della città, quel luogo aperto che è l’Arena Eden dove cinema, cultura e socialità si incontrano, sarà ancora più semplice grazie all’iniziativa “Cinema Revolution” alla quale il Cinema Eden aderisce, con ingresso ai film italiani ed europei al costo di € 3,50. L’ingresso per gli eventi di Arezzo Smart Festival prevede un biglietto di € 10 con il ridotto a € 8 per soci Unicoop Firenze, under 30 e over 65. La proiezione speciale “OltreTutto. Sulla via di Francesco” avrà un costo d’ingresso di € 6,50.
Informazioni presso Officine della Cultura, via Vittorio Veneto 180/2 ad Arezzo. Tel. 0575 253364 (segreteria h24) – tel. 338 8431111. Prevendite Arezzo Smart Festival presso Officine della Cultura con orario 10 – 13 e 15:30 – 18 e Cinema Eden in orario di apertura. Abbonamento ai cinque spettacoli di Smart € 35. In caso di pioggia le proiezioni si svolgeranno all’interno con capienza limitata. Ulteriori informazioni: www.officinedellacultura.org
Nel luglio del 1976, al Festival di Bayreuth, il pubblico accolse il nuovo Ring di Richard Wagner con una tempestadi fischi. Per molti spettatori era uno scandalo intollerabile. Niente forestegermaniche, niente eroi romantici, niente mitologia nordica come la tradizione imponeva. Il regista francese Patrice Chéreau aveva trasformato la Tetralogia in un racconto sulla rivoluzioneindustriale, sul capitalismo e sulla nascita della modernità. Gli dèi sembravano industrialidell’Ottocento, i Nibelunghi operaisfruttati, il Reno una metafora della ricchezza e del potere. Oggi quello stesso spettacolo viene considerato uno dei momenti più importanti della storia della regia d’opera. È una scena che vale la pena ricordare ogni volta che, in un teatro, scoppia l’ennesima polemica per una Butterfly ambientata nel presente, per un Don Giovanni trasformato in magnate della finanza o per un Rigoletto che abbandona il Rinascimento per ritrovarsi in una periferiacontemporanea. Perché la grande illusione che accompagna ogni dibattito sulle regie operistiche è che esista un momento originario di purezza da difendere. Una sorta di età dell’oro in cui le opere venivano rappresentate “come volevano gli autori”. In realtà, quell’età dell’oro non è mai esistita.
La sopravvivenza della lirica? Passa dal suo cambiamento continuo
L’opera ha attraversato quattro secoli non perché sia stata conservata sotto una campana di vetro, ma perchè ogni generazione l’ha tradita un po’. La sua sopravvivenza dipende precisamente da questo paradosso: cambiare continuamente per restare uguale a se stessa. È questa la vera questione che attraversa oggi i teatri di tutto il mondo. Non il confronto tra tradizione e modernità: formula ormai troppo semplice per descrivere ciò che sta accadendo. Piuttosto, una domanda molto più sottile: dove finisce l’interpretazione e dove comincia la sostituzione dell’opera? Quando una regia illumina un capolavoro e quando invece lo usa semplicemente come pretesto per parlare d’altro? Le controversie che agitano oggi il mondo lirico non sono, come spesso si racconta, una conseguenza delle “guerre culturali contemporanee”. Quelle guerre hanno semmai reso più visibile una tensione che esiste da decenni. Già negli anni Settanta e Ottanta il cosiddetto Regietheater (“teatro di regia”) tedesco aveva messo in discussione il rapporto tra testo e rappresentazione. Registi come Chéreau, HarryKupfer, RuthBerghaus o Peter Konwitschny partivano da un presupposto rivoluzionario: il compito della regia non era illustrare l’opera, ma interpretarla. Da allora, nulla è stato più come prima e il fenomeno ha progressivamente conquistato l’Europa. Oggi figure come BarrieKosky, KatieMitchell, DmitriTcherniakov, RobertCarsen, CalixtoBieito o Damiano Michieletto appartengono a quella geografia stabile della grande opera internazionale. Piacciano o meno, sono loro ad aver definito il linguaggio visivo dell’opera del XXI secolo.
Avanguardia vs conservazione? Macché!
Eppure sarebbe un errore ridurre tutto a una contrapposizione tra avanguardia e conservazione. Prendiamo Madama Butterfly. Per oltre un secolo, quest’opera di Giacomo Puccini è stata rappresentata attraverso l’immaginario esotico costruito dall’Occidente sulla culturagiapponese: ventagli, ciliegi in fiore, eleganza orientale filtrata da uno sguardo europeo. Oggi molti registi leggono invece quell’opera come una storia di dominio coloniale, di sfruttamento economico e sessuale, di squilibrio tra culture. La nota produzione di Damiano Michieletto per il Regio di Torino nel 2010, ha spinto questa interpretazione fino alle sue conseguenze più radicali. Cio Cio-san non è più una figura sospesa in un Oriente da cartolina, ma una giovane donna schiacciata da rapporti di forza che il pubblico contemporaneo riconosce immediatamente. Il punto qui non è modernizzare Puccini: è chiedersi se quei temi non fossero già presenti nell’opera. E se, semplicemente, per decenni non li avessimo voluti vedere.
Non solo nostalgia: il problema è se la regia divora l’opera
La stessa domanda attraversa molte delle produzioni più discusse degli ultimi anni. Quando Robert Carsen ambienta un’opera in un universo dominato dal consumismo contemporaneo, quando Kosky legge il repertorio attraverso le ossessioni della memoria europea o quando Tcherniakov trasforma drammi storici in claustrofobiche vicende familiari, il loro obiettivo non è necessariamente provocare. È rendere visibile qualcosa che ritengono già contenuto nel testo. Naturalmente non sempre funziona. Esistono produzioni in cui il concetto registico finisce per divorare l’opera stessa. E il pubblico se ne accorge subito. Non perché sia conservatore, ma perché percepisce una frattura. Quando il significato imposto dall’esterno diventa più forte della struttura drammatica concepita da compositore e librettista, il meccanismo si inceppa. È qui che nasce gran parte delle contestazioni contemporanee. Raccontare le contestazioni come la reazione di un pubblico incapace di accettare la modernità significa fraintendere il problema. Certo, esiste una componente di nostalgia. Esiste una parte di spettatori che desidera ritrovare in teatro esattamente ciò che ha già visto decine di volte.
La "Carmen" diretta da Damiano Michieletto, uno dei più apprezzati registi al mondo, in questi giorni in scena alla Scala
Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala
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Evgenij Onegin di Robert Carsen, regista canadese tra i più visionari e acclamati nel mondo, in una recita all'Opera di Roma
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Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitri Shostakovich che ha aperto la stagione scaligera a dicembre. La regia era affidata al giovane Vasily Barkhatov
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Il rivoluzionario e (all'epoca contestatissimo) Ring di Richard Wagner con la regia di Patrice Chereau
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Il Don Giovanni di Mozart in una storica rappresentazione al Gran Teatre del Liceu di Barcellona firmata dal regista spagnolo Calixto Bieito, celebre per le sue regie "radicali"
Ma esiste anche un’altra realtà. Molti tra gli spettatori più “severi” conoscono il repertorio meglio di chiunque altro. Il loro bersaglio non è l’innovazione, ma ciò che percepiscono come un’interpretazione arbitraria. Non rifiutano le regie contemporanee: rifiutano le regie che, ai loro occhi, smettono di dialogare con l’opera per sovrapporsi ad essa. Un esempio interessante riguarda alcune recenti produzioni di DmitriTcherniakov. Tcherniakov è uno dei più grandi registi viventi, ma una parte della critica gli rimprovera occasionalmente di rileggere opere molto diverse tra loro attraverso una medesima lente psicologica. Lente che spoglia i grandi affreschi storici, politici o epici di castelli e battaglie, focalizzandosi sulle nevrosi, sui trami repressi e sulle dinamiche tossiche all’interno di nuclei ristretti (spesso borghesi o aristocratici). Quando funziona, e spesso funziona magnificamente, il risultato è straordinario. Quando funziona meno, può nascere la sensazione che sia l’opera ad adattarsi al vocabolario registico di Tcherniakov, e non il contrario. In altre parole, il problema non sarebbe la radicalità delle sue letture, ma il rischio che lo spettatore riconosca prima Tcherniakov che Wagner, Verdi o Bizet.
La ricetta segreta? Il legame tra passato e presente
Ora, oggi nessuno si scandalizza per il Ring di Chéreau. Nessuno considera sovversive le regie di Giorgio Strehler o le intuizioni teatrali di Luca Visconti. Eppure, al loro apparire, suscitarono reazioni violentissime. Ciò che all’inizio viene percepito come provocazione, spesso col tempo entra nel canone. E la storia dell’opera è piena di questi rovesciamenti. FrancoZeffirelli, oggi elevato a simbolo della tradizione, fu a sua volta un innovatoreradicale. Le sue produzioni spettacolari modificarono profondamente il gusto del pubblico internazionale. Anche quella era una forma di reinterpretazione. Soltanto che, con il passare dei decenni, l’innovazione si è trasformata in consuetudine e la consuetudine in tradizione. Il vero tema, allora, non è stabilire se una regia debba essere moderna o tradizionale. È capire se riesca a creare una relazione autentica tra il passato e il presente. Perché l’opera vive precisamente in questo spazio ambiguo. Nessuno mette in scena Shakespeare come nel Seicento. Nessuno pretende che il teatro di prosa ricostruisca fedelmente ogni convenzione dell’epoca elisabettiana. Eppure nel mondo lirico continua a riaffiorare periodicamente l’idea che esista una fedeltà assoluta da preservare. Ma la fedeltà, in arte, non è mai una fotografia. È una forma di traduzione. Ogni regia traduce. Ogni allestimento seleziona, enfatizza e interpreta. Persino la più filologica delle produzioni è il risultato di una scelta culturale contemporanea. La differenza è che oggi quella traduzione è diventata più visibile. Viviamo in una società che discute continuamente di identità, potere, genere, colonialismo,ambiente o tecnologia. È inevitabile che i registi rileggano Verdi, Wagner, Mozart o Puccini attraverso queste lenti. Sarebbe strano il contrario.
Le grandi regie? Non fanno la morale: aprono una domanda
La vera sfida, dunque, consiste nel non ridurre le opere a semplici veicoli di messaggi contemporanei. Le grandi regie non impongono mai una morale, ma aprono una domanda. Quando funzionano, riescono a creare una strana sensazione di inevitabilità. Lo spettatore esce dal teatro con l’impressione che quell’opera fosse sempre stata così e che soltanto adesso ne abbia compreso un aspetto nascosto. Quando non funzionano, invece, rimane soltanto il gesto. Questo discrimine sarà probabilmente decisivo per il futuro dell’opera. Perché dietro il dibattito estetico si nasconde una questione molto concreta: la sopravvivenza stessa del repertorio. I teatri si trovano di fronte a una trasformazione generazionale senza precedenti. Il pubblico storico invecchia, le abitudini culturali cambiano e le nuove generazioni crescono in un contesto dominato dalle immagini e dalla frammentazione dell’attenzione. Pensare che l’opera possa affrontare questa trasformazione limitandosi a conservare se stessa è un’illusione. Ma è altrettanto illusorio immaginare che possa salvarsi inseguendo il presente a ogni costo.
Rendere attuali le opere? Non c’è bisogno: lo sono già
Ogni volta che si discute di una regia contemporanea si assume implicitamente che il problema sia come rendere attuale un’opera di due o tre secoli fa. Ma le opere non hanno bisogno di essere attualizzate: sono già contemporanee. L’ambizione di un regista come Chéreau non era rendere Wagner più vicino agli anni Settanta; quella di Michieletto non è rendere Puccini più vicino agli anni Duemila; l’ambizione di Carsen, Kosky o Tcherniakov non consiste nel trasportare artificialmente il repertorio nel presente. Consiste nel dimostrare che il presente era già lì: dentro quelle partiture, dentro quei libretti, dentro quelle storie. Quando una regia funziona davvero, produce un fenomeno curioso. Non abbiamo la sensazione di assistere a un’opera reinterpretata. Abbiamo la sensazione che l’opera ci stesse aspettando. Come se Mozart, Verdi o Wagner (e i loro librettisti) avessero previsto qualcosa che soltanto ora siamo in grado di riconoscere. Per questo il dibattito sulla fedeltà è spesso fuorviante. La fedeltà letterale interessa relativamente poco. Nessun direttore d’orchestra pensa che Mozart possa essere ascoltato oggi esattamente come veniva ascoltato nel Settecento. Nessun interprete si esprime secondo le stesse convenzioni vocali che dominavano i teatri dell’Ottocento. Ogni esecuzione è già una traduzione. La vera fedeltà riguarda un’altra cosa: la capacità di preservare la forza di una domanda. Le grandi opere non ci consegnano risposte: ci consegnano conflitti. Potere e desiderio in Don Giovanni. Violenza e marginalità in Rigoletto. Colonialismo e sopraffazione in Madama Butterfly. Denaro, dominio e distruzione nel Ring. Le epoche cambiano, le domande restano. Forse il destino dell’opera dipenderà proprio da questo equilibrio delicatissimo. Non dalla conservazione nostalgica di un passato idealizzato e nemmeno dall’ossessione di rendere ogni titolo uno specchio dell’ultima battaglia culturale del momento. Dipenderà dalla capacità di continuare a produrre interpretazioni abbastanza audaci da riaprire il significato delle opere e abbastanza umili da riconoscere che quel significato non appartiene al regista, ma all’opera stessa.
In fondo, un classico non è un testo che resiste al tempo. È un testo che costringe il tempo a misurarsi continuamente con lui. Ed è per questo che, a mezzo secolo dai fischi di Bayreuth, la lezione di Chéreau continua a parlare al presente. Il problema non è decidere se un’opera debba essere tradita. Il problema è capire se quel tradimento sia abbastanza intelligente da rivelarne una verità che ancora non avevamo visto.