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Dati biometrici per la polizia e Palantir italiane: la strategia IA del governo Meloni

intelligenza artificiale

L’uso dell’intelligenza artificiale sarà sotto il diretto controllo di Palazzo Chigi, tramite quattro diversi soggetti di nomina governativa che da adesso cominceranno a passare alla fase operativa. La legge 132 del 2025 è il vanto “europeista” di Giorgia Meloni e in particolare di Alessio Butti, sottosegretario all’Innovazione Digitale e meloniano di ferro: è la prima normativa di un Paese europeo che implementa l’AI Act di Bruxelles. Adesso, con una serie di decreti, inizia a delinearsi cosa intende il centrodestra per “strategia” sulla tecnologia più potente in circolazione. Prima di tutto, nel nuovo Comitato di Coordinamento sull’Intelligenza Artificiale alle dipendenze di Butti, oltre a un funzionario della Presidenza del Consiglio entreranno rappresentanti del ministero del Made in Italy, dell’Università e soprattutto della Difesa, il cui interesse per i sistemi di raccolta e calcolo dati a scopo militare è ovviamente primario.

Quattro organi governativi

A guidarlo sarà ancora il professor Gianluigi Greco, presidente dell’Associazione Italiana per l’IA, assieme a Andrea Lenzi del Centro Nazionale Ricerche. Confermato anche frate Paolo Benanti, docente alla Gregoriana e consulente di papa Leone XIV, che contemporaneamente è a capo della Commissione AI per l’Informazione, sotto giurisdizione di un altro sottosegretario, quello all’editoria Alberto Barachini (Forza Italia). La legge individua i supporti diretti alle politiche algoritmiche in due agenzie: l’Agenzia per l’Italia Digitale e l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale. La prima, creata dal governo Monti, ha come direttore generale Mario Nobile, che dirigeva le infrastrutture informatiche e statistiche del ministero dei Trasporti. La seconda, istituita nel 2021, è diretta da Andrea Quacivi, fino al 2023 amministratore di Sogei, società informatica del ministero dell’Economia.

Sovraffollamento di agenzie

Insomma, come è consuetudine in Italia, c’è un certo sovraffollamento di autorità preposte a regolamentare e governare il prodotto principe del «tecno-capitalismo», giusto per citare il ceo di OpenAI, Sam Altman. Non tutte a spese del contribuente (la Commissione Benanti lavora a titolo gratuito), ma comunque obbedienti a una logica di spacchettamento di competenze che non si vede perché non riunire in un’unica realtà. Magari, come l’anno scorso suggeriva fra le righe la Rete per i Diritti Umani Digitali (Amnesty International Italia, The Good Lobby, Period Think Tank, Hermes Center, Privacy Network ecc), non affiliandola al governo di turno in carica, ma dando vita a un’authority terza, sottratta ai cambi di colore a Palazzo Chigi con spoil system annesso. Ma evidentemente la Meloni ha preferito lasciare intatto l’attuale quadro, venutosi a determinare negli anni per accumulo. La ragione è scontata: più istituzioni, più posti da distribuire. 

Screening biometrico

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si compiace intanto di un reato nuovo di zecca contro chi progetta algoritmi che possano mettere in pericolo l’incolumità personale o la sicurezza dello Stato. Intento encomiabile, dati i possibilissimi abusi nell’eventuale impiego di modelli matematici da parte di forze di polizia e intelligence. Rischio avvertibile anche nell’altra novità di segno giudiziario: per la prima volta si stabilisce che la magistratura potrà ricorrere allo screening dei dati biometrici. Ma solo «in casi eccezionali e minacce gravi» e con il sì del gip, si è affrettato a dire il collega dell’Interno, Matteo Piantedosi. Senza specificare quali, però. Presumibilmente, reati di anti-terrorismo o indagini su latitanti. È una delle applicazioni più delicate dell’impostazione, detta «antropocentrica», richiamata dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che ha evocato la «sintonia con l’ultima enciclica» del pontefice. «Al centro non c’è la macchina ma la persona», ha sottolineato, aggiungendo che «le decisioni finali rimangono sempre dell’essere umano» e «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “grande fratello” generalizzato», e sono vietate altresì «grande banche dati biometriche». Resta che bisognerà vedere che fine faranno, comunque, i dati raccolti.

E gli accordi con Israele?

I buoni propositi, com’è noto, hanno il difetto di scontrarsi con la realtà. All’articolo 23 della legge si autorizzano investimenti, tramite il Fondo di Sostegno al Venture Capital e la Cassa Depositi e Prestiti Capital, a «PMI innovative e startup nelle fasi seed, early stage e scale-up, attive nei settori AI, cybersicurezza e tecnologie abilitanti come quantum, telecomunicazioni, 5G, edge computing, web3 e architetture open», si legge sul sito del Dipartimento Innovazione Digitale. «Una parte» delle risorse, continua la nota, «potrà sostenere anche imprese di dimensioni maggiori, considerate potenziali “campioni nazionali” tecnologici». Quali saranno questi «campioni», e se saranno in tutto o in parte «nazionali», lo si vedrà. Uno dei colossi con forte presenza nella penisola, per esempio, è STMicroelectronics, che è italo-francese. Senza contare gli accordi del 2023 proprio sulla cybersecurity fra la semi-partecipata statale Leonardo e l’Autorità per l’innovazione israeliana.

Budget limitato

Chi teme una gestione opaca o premiante per “manine” poco raccomandabili può consolarsi, per ora, con l’ammontare, non esattamente esorbitante, del budget messo a disposizione: 1 miliardo di euro. Decisamente poco se paragonato, giusto per fare due confronti, con i 22 miliardi della Gran Bretagna e i 10 miliardi della Francia. Naturalmente, con questi chiari di luna, di un’azienda di Stato che sviluppi una modellistica di intelligenza artificiale pubblica non si concepisce neppure l’idea. In questo, del resto, in buona – o meglio: cattiva – compagnia con il capofila tecnologico del blocco occidentale: quegli Stati Uniti che, non c’è neanche bisogno di dirlo, a internalizzare non ci pensano proprio, preferendo come d’abitudine foraggiare i privati. Un nome su tutti: Palantir. Ecco, quali saranno le nostre Palantir, ammesso e assolutamente non concesso che il paragone regga? Ai chatbot dei prossimi anni l’ardua risposta.

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