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Russia-Ucraina: caro Corriere, se vogliamo la pace riflettiamo (anche) sugli errori dell’Europa

russia ucraina

Se provate a scorrere un giornale assolutamente affidabile come l’Ukrainska Pravda, forse il più deciso nel denunciare gli scandali di corruzione all’interno del governo ucraino, noterete facilmente che tutte le azioni dell’Ucraina contro la Russia sono raccontate come successi e come imprese puramente belliche, mentre tutti gli attacchi russi vengono sottostimati nei risultati e comunque descritti solo attraverso le vittime civili. Un esempio dalla prima pagina di oggi: “Lo stato maggiore ucraino mostra il colpo contro un impianto petrolifero russo: due laboratori distrutti e quattro danneggiati” contro “La Russia attacca le infrastrutture portuali nella regione di Odessa, danneggiate navi civili, ferite quattro persone”.

Che lo facciano i media ucraini è più che comprensibile. Sarebbe incredibile se non lo facessero, vista anche la necessità di sostenere il morale della popolazione che da quattro anni e mezzo resiste all’invasione russa. È molto meno comprensibile, per usare un eufemismo, che lo facciano i media nostrani, che cercano ogni giorno di “venderci” una versione dei fatti unidimensionale: il bianco tutto di qua, il nero tutto di là; le vittorie tutte ucraine, le sconfitte tutte russe. Non solo. Abbiamo fatto notare ieri, parlando dell’attentato in cui una donna al soldo dei servizi segreti ucraini ha eliminato a Sebastopoli un ex ufficiale della marina ucraina poi passato ai russi, che tutti i giornali si sono sbrigati ad aggiungere una postilla sul fatto che la versione dei fatti disponibile è quella russa e che non c’è una versione “indipendente”. Anche Wikipedia fa così, per esempio su tutti gli attentati con cui sono stati eliminati alti ufficiali russi. Ma nessun giornale ha chiesto una versione “indipendente” dei fatti successivi all’attentato di Montecarlo contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev, con la bomba piazzata da una certa Anastasia Berezovska, ucraina, fuggita a Kiev subito dopo e dopo un paio di giorni assassinata a colpi di pistola, mentre le autorità arrestavano un ufficiale di polizia e uno dei servizi segreti. In quel caso, quel che dicevano gli ucraini era più che sufficiente.

E così via. Com’è ovvio (anche se tocca ripeterlo ogni volta, visto il clima), nessuno può perdonare alla Russia la decisione di invadere l’Ucraina, qualunque fosse la ragione che, nell’ottica del Cremlino, sembrava giustificarla. Ma un racconto tanto parziale dei fatti, così totale e pervasivo da non poter essere che deciso a tavolino (il primo colpo di gong lo diede Ursula von der Leyen quando, nel settembre del 2022, già parlò di industria militare russa “a pezzi” e di militari costretti a usare i microchip delle lavatrici per far volare i missili) non solo è inevitabilmente destinato a lasciare perplessi i lettori non schierati o comunque ancora vogliosi di riflettere (come può essere che una Russia che da quattro anni e mezzo va incontro a disastri di ogni tipo stia ancora in piedi e, anzi, avanzi?) ma autorizza qualunque interpretazione.

La nostra è questa: l’Europa ha davvero pensato che una clamorosa sconfitta della Russia fosse a portata di mano. E si è davvero illusa di poterla ottenere in fretta, insieme con i dividendi politici del caso. Un pensiero sostenuto peraltro dagli “esperti”. Cosicché l’input politico, condiviso da quasi tutti i governi dei Paesi membri, è stato quello di diffondere quel pensiero. Non hanno forse provato a farci credere, per fare solo un esempio, che il gasdotto Nord Stream, di proprietà anche russa, la gallina dalle uova d’oro del Cremlino, era stato fatto saltare dai russi? Il tono dei commenti di allora si può rilevare facilmente dagli articoli della stampa specializzata in affari europei (“Le cause delle perdite registrate sono ancora da accertare, ma molte delle ipotesi conducono all’idea che i danni alle tubature siano dovute a un ennesimo tentativo del regime russo di fare pressioni sui governi europei sfruttando le forti dipendenze dal gas in arrivo da lì”), mentre Von der Leyen, Charles Michel e Josep Borrell, i massimi dirige nei Ue di allora, promettevano indagini veloci e rigorose che, ovviamente, non sono mai state condotte, viste le origini europeo-ucraine-americane dell’attentato.

La tesi dell’auto-attentato russo è stata molto accarezzata anche dal Corriere della Sera, il più autorevole e diffuso quotidiano italiano (e tra poco diremo perché lo tiriamo in ballo), che due anni dopo, per la stessa firma autorevole di Federico Rampini, si è scusato per l’appoggio a una tesi assurda, scrivendo: “Anche quando c’è un torto e una ragione, un aggressore e un aggredito, una vittima e un carnefice, questo non significa che da una parte vi sia sempre e soltanto il Male, dall’altra sempre e soltanto il Bene. Anche quando esiste un imperativo etico per schierarsi da una parte, questo non significa assolverla a priori da tutto ciò che farà”. Il tema vero è che quando ci si schiera in base a “un imperativo etico”, ovvero per il Bene contro il Male, e non in base ai fatti, poi diventa difficile usare il calibro e misurare quanto Male stia facendo il Bene e viceversa. Diventa difficile restare equilibrati. che è una condizione fondamentale per rendere un corretto servizio al lettore.

Poi le cose sono andate come sono andate, la Russia non è crollata e a quel punto stringere i bulloni di una certa narrazione è diventato ancor più necessario: come spiegare agli europei che l’impennata delle bollette, le spese per il riarmo, i soldi investiti nella resistenza ucraina (200 miliardi da parte della sola Europa), le tensioni internazionali, il persistente timore di un allargamento del conflitto erano la conseguenza di un calcolo sbagliato? Di una visione politica così improvvida da collocarsi ai limiti del dilettantismo?

Le trattative del 2022

È molto più facile attribuire qualunque responsabilità di questi ultimi quattro anni e mezzo (della colpa originaria, l’invasione, abbiamo detto poco sopra) alla Russia, come se noi europei fossimo sempre stati assenti, non avessimo mai preso decisioni capaci di influenzare il corso degli eventi. E ci dispiace che su questa strada proceda anche il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, che anche oggi scrive: “… I quattro anni e mezzo di battaglia, lo stallo sul campo, la capacità ucraina di difendersi dovrebbero spingere Putin a trattare, a trovare una soluzione. Finora non l’ha fatto e non sembra abbia alcuna intenzione di farlo… Putin non vuole il tavolo di pace e senza di lui non si aprirà mai: questa è la verità”.   

In questa risposta a un lettore, Fontana a nostro avviso perpetua la distorsione di prospettiva che ci ha portati in questa situazione. Intanto: dopo quattro anni e mezzo di guerra in cui l’Ucraina ha sacrificato una generazione (tra caduti e rifugiati all’estero), l’Occidente intero si è impegnato con armi, quattrini e ogni sorta di contributo di tecnologia e intelligence per la resistenza ucraina e la NATO si è allargata e rafforzata, l‘obiettivo primario, che dichiaratamente era piegare sul campo di battaglia la Russia, è stato clamorosamente mancato. Tutti annunciano il prossimo crollo militare ed economico di Mosca, riservandosi però di spostarlo mano mano in un futuro sempre più indefinito. Ed è stato mancato, come scrive lo stesso Fontana, anche l’obiettivo per così dire secondario, cioè quello di esercitare una pressione tale da costringere Putin a trattare. La Russia non tratta, ma continua a premere e a rosicchiare terreno nel Donbass, oltre a far valere la superiorità nel settore missilistico. Di fronte a questa realtà che cosa vogliamo fare? Ripetere all’infinito che la Russia ha torto, Putin è un imperialista, forse domani la Russia crollerà, se non si trova una soluzione la colpa è tutta del Cremlino? È vero ma è anche tremendamente inutile. A meno che il vero senso di questo loop non riguardi la Russia ma le opinioni pubbliche della nostra Europa, che vanno tenute “in caldo” mentre l’economia vacilla e le spese per il riarmo aumentano.

E poi: è chiaro che ora è Putin a non voler trattare. Ma nel 2022 era il contrario: era la Russia, dopo aver fallito la spallata iniziale tesa a far fuggire all’estero il governo ucraino e lo stesso Volodymyr Zelensky, che chiedeva il negoziato. Con Putin disposto a non indifferenti concessioni: Ucraina fuori dalla Nato e neutrale ma dentro la Ue, status della Crimea da discutere, garanzie di sicurezza di Usa ed Europa per Kiev nel caso la Russia avesse ripreso le ostilità. Le testimonianze in questo senso sono così numerose e autorevoli da non essere più discutibili: nessuno può far finta di non esserne al corrente. Quel negoziato poteva finire male in ogni caso. Ma furono proprio gli europei a non assecondarlo: perché convinti che la disfatta russa fosse inevitabile e perché molti Paesi, dietro la retorica bellicista che comunque prevede che a morire al fronte siano solo gli ucraini, non volevano firmare un accordo che li avrebbe obbligati a intervenire in un futuro eventuale scontro tra Russia e Ucraina.

È da questi fatti che dobbiamo partire se vogliamo sperare di trovare una soluzione a questa guerra assurda e drammatica. Che non a caso, almeno per quanto riguarda l’Europa e il suo ruolo nel mondo, si accompagna ad altre due crisi, quella di Gaza e del Libano e quella del Golfo Persico e dell’Iran, in cui siamo rimasti inchiodati tra ambiguità e impotenza. Ma nella Bibbia, libro dell’Apocalisse 3:16, Dio dice: “Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. A condannarci, prima ancora della Russia, è la pigrizia culturale politica e spirituale.

Riferimenti

Per l’Ukrainska Pravda: https://www.pravda.com.ua/eng/

Per l’attentato di Sebastopoli: https://it.insideover.com/spionaggio/la-bomba-di-sebastopoli-la-bella-assassina-lufficiale-passato-ai-russi-e-la-tecnica-dei-servizi-ucraini.html

Per Wikipedia sul caso Berezovska: https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Monaco_bombing#Suspect

Per il discorso di Ursula von der Leyen: https://youtube.com/shorts/R-g6jY8DI3c?si=XISnffFPZlADxfxE

Per i commenti sul Nord Stream: https://www.eunews.it/2022/09/28/ue-denuncia-sabotaggio-nord-stream/

Per i due articoli di Federico Rampini: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/22_settembre_28/nord-stream-chi-conviene-sabotaggio-gasdotto-03172994-3f45-11ed-b6e3-34338f1c69a0.shtml. E poi: https://www.corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/24_agosto_16/nord-stream-verita-ucraina-966d1a5b-a3d7-4bad-a1a1-3dc96104exlk.shtml

Per l’articolo di Luciano Fontana: https://www.corriere.it/lettere-al-direttore/26_agosto_17/se-non-parte-un-tavolo-di-pace-il-vero-responsabile-e-putin-rd-ba0ab67b-596a-42f4-b49d-453e9c1b0xlk.shtml?vclk=BoardOpinioni+e+Commenti_ZB1_PH18_N2&refresh_ce

Per le testimonianze sulle condizioni delle trattative: https://www.avvenire.it/mondo/putin-era-pronto-a-concessioni-perche-falli-il-negoziato-nel-2022_75814. E anche: https://it.insideover.com/guerra/negoziati-russia-ucraina-del-2022-confermato-il-sabotaggio-nato.html#google_vignette

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Guerra e intelligence economica: informazioni e competizioni, la riflessione di Giuseppe Gagliano

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Il volume di Giuseppe Gagliano, la cui firma i lettori di InsideOver ben conoscono, Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot, pubblicato da VA Éditions nel 2026, offre una ricostruzione articolata della riflessione sviluppata da Christian Harbulot sulla natura conflittuale dei rapporti economici internazionali. Il libro non si limita a presentare il percorso di uno dei fondatori dell’intelligence economica francese, ma utilizza il suo pensiero per affrontare una questione più ampia: l’incapacità delle classi dirigenti occidentali di riconoscere che l’economia contemporanea è diventata uno dei principali campi di applicazione della potenza.

Il punto di partenza è la critica alla rappresentazione liberale secondo la quale l’estensione degli scambi e l’interdipendenza avrebbero progressivamente neutralizzato le rivalità tra gli Stati. Questa convinzione ha dominato a lungo il discorso politico europeo, soprattutto dopo la fine della guerra fredda. Il mercato globale veniva presentato come uno spazio regolato da norme condivise, nel quale le imprese avrebbero gareggiato sulla base dell’efficienza, dell’innovazione e della qualità dei prodotti. Harbulot ha contestato precocemente questa interpretazione. La mondializzazione non ha cancellato la conflittualità: ne ha modificato gli strumenti, i protagonisti e i territori. Gli Stati continuano a perseguire interessi di potenza, ma possono farlo attraverso il credito, la tecnologia, il diritto, l’informazione, le infrastrutture e il controllo delle risorse. La guerra economica non rappresenta dunque una deviazione occasionale dal funzionamento normale del mercato. Essa costituisce una dimensione permanente della competizione internazionale.

Gagliano ricostruisce questa tesi inserendola all’interno dell’evoluzione intellettuale e istituzionale dell’intelligence economica francese. In tal modo evita di ridurre il pensiero di Harbulot a una successione di formule. I concetti acquistano significato attraverso il contesto storico nel quale sono maturati: il declino relativo dell’industria francese, l’ascesa del Giappone e delle economie asiatiche, la superiorità informativa degli Stati Uniti, l’emergere della Cina e la difficoltà europea di formulare una strategia autonoma.

Uno dei temi fondamentali riguarda la specificità delle culture nazionali della competizione. Le economie non agiscono tutte nello stesso modo perché non sono organizzate secondo un modello universale. Ciascuna potenza costruisce un rapporto particolare tra Stato, imprese, banche, ricerca scientifica e apparati informativi. Dietro la concorrenza tra singole aziende si svolge frequentemente una competizione tra sistemi capaci di coordinare risorse pubbliche e private. Il caso giapponese ha avuto, nella formazione del pensiero di Harbulot, una funzione rivelatrice. L’avanzata industriale del Giappone mostrò che imitazione, acquisizione delle conoscenze, pianificazione di lungo periodo e collaborazione tra istituzioni potevano produrre una capacità offensiva difficilmente comprensibile attraverso la sola teoria della libera concorrenza. L’Occidente tendeva a interpretare il successo giapponese come il risultato dell’efficienza aziendale, trascurando il coordinamento strategico che lo rendeva possibile.

Analoga importanza assume il modello statunitense. Gli Stati Uniti hanno saputo collegare superiorità scientifica, capacità finanziaria, produzione normativa, influenza culturale e apparati di sicurezza. La centralità del dollaro e l’estensione extraterritoriale del diritto consentono a Washington di incidere sulle scelte di imprese e governi stranieri. Le sanzioni, le limitazioni all’esportazione delle tecnologie e l’accesso condizionato al mercato americano possono produrre effetti strategici senza richiedere un intervento militare.

Lo Stato e l’economia

Il problema, pertanto, non è stabilire se uno Stato interferisca nell’economia. La vera questione riguarda la qualità, la coerenza e gli obiettivi di tale intervento. Alcune potenze lo fanno apertamente, altre attraverso strutture meno visibili. L’errore europeo consiste nell’avere spesso scambiato la propria rinuncia alla strategia per una regola universale, senza accorgersi che i concorrenti continuavano a proteggere e sostenere i propri interessi.

Il libro attribuisce un ruolo importante al rapporto Martre del 1994, passaggio decisivo nella formalizzazione francese dell’intelligence economica. Quel documento cercò di elaborare una risposta alla frammentazione delle conoscenze e alla debole cooperazione tra amministrazioni, imprese e mondo della ricerca. L’informazione utile alla competitività non poteva rimanere dispersa tra istituzioni incapaci di comunicare. Doveva diventare una risorsa collettiva, organizzata in funzione degli interessi strategici del Paese.

L’originalità di questa impostazione risiedeva nella ricerca di una via francese, distinta tanto dal modello americano quanto da quello giapponese. Non si trattava di copiarne meccanicamente le strutture, ma di costruire un sistema coerente con la storia politica e amministrativa nazionale. La creazione dell’École de guerre économique nel 1997 si colloca in questa prospettiva: formare dirigenti capaci di riconoscere la conflittualità, analizzare le strategie avversarie e trasformare l’informazione in capacità di azione.

Gagliano mette in evidenza come l’intelligence economica non coincida con lo spionaggio industriale. Essa comprende la raccolta legale delle informazioni, la loro interpretazione, la protezione del patrimonio immateriale e l’influenza sull’ambiente decisionale. Il suo scopo non è semplicemente sapere, ma ridurre l’incertezza, anticipare le minacce e creare condizioni favorevoli al conseguimento di un obiettivo.

La protezione delle informazioni costituisce soltanto una parte del problema. Un’organizzazione può difendere efficacemente i propri dati e rimanere vulnerabile se non comprende le trasformazioni del contesto. La sicurezza passiva deve essere accompagnata da una capacità offensiva, intesa come possibilità di orientare una norma, contrastare una campagna ostile, difendere una reputazione o modificare il calcolo di un concorrente.

Da qui deriva l’importanza attribuita alla guerra dell’informazione e alla guerra cognitiva. La prima riguarda l’impiego dell’informazione per influenzare comportamenti e decisioni. La seconda agisce a un livello ancora più profondo, perché mira a condizionare le categorie attraverso le quali una società interpreta la realtà. Non è necessario nascondere un fatto quando è possibile determinarne preventivamente il significato.

Una campagna informativa può trasformare un’impresa in un simbolo negativo, isolare un governo o rendere politicamente impraticabile una decisione economicamente razionale. Organizzazioni non governative, fondazioni, gruppi di pressione, centri di ricerca e mezzi di comunicazione possono partecipare a queste dinamiche anche senza ricevere istruzioni dirette da uno Stato. La complessità deriva precisamente dalla sovrapposizione tra iniziative spontanee, interessi economici e strategie di potenza.

Il capitale informativo diventa così una risorsa difensiva e offensiva. Il suo valore non dipende dalla semplice accumulazione di dati, ma dalla possibilità di inserirli in una visione strategica. Senza un obiettivo politico, l’informazione rimane frammentaria. Senza una struttura capace di utilizzarla, anche la conoscenza più accurata perde efficacia.

L’Occidente: tante informazioni, poche decisioni

Questo passaggio permette di comprendere una delle critiche più incisive rivolte all’Occidente. Le società occidentali dispongono di università, imprese tecnologiche, servizi di informazione e centri di ricerca di altissimo livello, ma spesso non riescono a integrarli in una strategia comune. L’abbondanza delle informazioni convive con la debolezza della decisione. Si conoscono le dipendenze, si producono rapporti sulle vulnerabilità e si denunciano i rischi, ma le correzioni arrivano soltanto dopo la crisi.

Il caso del Venezuela, esaminato nel volume come applicazione concreta della guerra economica, consente di osservare la combinazione di strumenti finanziari, commerciali, energetici, giuridici e informativi. Al di là di qualsiasi giudizio sul suo sistema politico, il Paese rappresenta un laboratorio nel quale la pressione economica viene impiegata per ridurre le risorse disponibili, restringere i margini di azione del governo e incidere sugli equilibri interni.

Questo esempio mostra perché sia insufficiente analizzare separatamente sanzioni, diplomazia, comunicazione e mercati energetici. Gli strumenti acquistano efficacia quando vengono coordinati. Una restrizione finanziaria può indebolire l’industria petrolifera; la riduzione delle entrate può aggravare la crisi sociale; la crisi alimenta una narrazione internazionale di fallimento; tale narrazione legittima ulteriori pressioni. La guerra economica si presenta quindi come un processo cumulativo, nel quale ciascuna misura rafforza le altre.

L’approccio di Gagliano risulta particolarmente rilevante per l’Italia. Il nostro Paese possiede imprese competitive, conoscenze scientifiche, capacità manifatturiere e una posizione geografica strategica. Tuttavia, la frammentazione delle responsabilità e l’insufficiente cultura della sicurezza economica rendono difficile proteggere questi vantaggi. La difesa di un’azienda viene spesso affrontata soltanto quando un’acquisizione è già in corso, mentre manca una valutazione preventiva delle filiere, delle tecnologie e delle dipendenze.

Il libro induce anche a riflettere sulle ambizioni dell’Unione europea. La sovranità economica europea non può essere ridotta alla produzione di regolamenti. Il potere normativo è efficace soltanto quando poggia su una base industriale, tecnologica, finanziaria ed energetica adeguata. Un continente dipendente da piattaforme digitali, fornitori esterni e protezione militare altrui rischia di confondere l’autonomia formale con la capacità effettiva di agire.

La sovranità, nell’impostazione ricostruita da Gagliano, non significa autarchia. Significa conoscere le proprie dipendenze, selezionarle e impedire che possano essere trasformate in strumenti di ricatto. Ogni economia moderna dipende da risorse e tecnologie esterne; la vulnerabilità nasce quando tali dipendenze sono concentrate, insostituibili oppure controllate da un attore potenzialmente ostile.

Guerre et intelligence économique dans la pensée de Christian Harbulot è dunque più di un’esposizione del pensiero di uno studioso. È una riflessione sulla necessità di ricostruire una cultura della potenza adeguata alle forme contemporanee del conflitto. Il suo valore risiede nella capacità di collegare storia delle idee, analisi economica, informazione e geopolitica, mostrando che questi ambiti non possono più essere studiati separatamente.

Il volume lascia infine emergere una conclusione tanto semplice quanto scomoda: chi rifiuta di riconoscere la guerra economica non contribuisce a eliminarla, ma rinuncia a difendersi. Nell’ordine internazionale attuale, la neutralità del mercato è spesso una rappresentazione costruita dalle potenze che possiedono gli strumenti necessari per orientarlo. Comprendere questa realtà non significa auspicare un conflitto permanente; significa creare le condizioni per non subirlo passivamente. È precisamente in questa capacità di rendere visibili i rapporti di forza nascosti dietro il linguaggio degli scambi che si trova il maggiore interesse del libro di Giuseppe Gagliano.

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La bomba di Sebastopoli: la bella assassina, l’ufficiale passato ai russi e la tecnica dei servizi ucraini

La storia sembra uscita da uno degli infinti film di 007: una bella donna riesce ad approcciare un ufficiale passato al nemico e poi a ucciderlo mettendo una bomba in un cestino della carta straccia. E pare che sia andata proprio così con il maggiore Robert Shageev, 49 anni, fino al 2014 comandante dello “Zaporizhzhia”, l’unico sommergibile della flotta ucraina. Poi arrivarono i russi, si presero la Crimea e Shageev passò alla marina russa, fino a diventare vice-comandante della quarta brigata dei sottomarini della Flotta russa del Mar Nero. Ovviamente gli ucraini l’avevano messo sulla lista nera, accusandolo di alto tradimento. Nei giorni scorsi la fine della storia, con la bomba piazzata da Margarita Reut, 32 anni, forse una escort o forse no, di nazionalità russa e sentimenti filo-ucraini già manifestati in passato e che le erano costati un breve arresto per “discredito delle forze armate russe”, per conto dei servizi segreti ucraini. Dopo l’attentato la Reut è stata scoperta e arrestata, e ora attende un processo che le potrebbe anche costare l’ergastolo.

Pur essendo a suo modo drammatica, questa non è una storia troppo originale. Originale è il modo in cui i nostri media cercano di raccontarla. Troppo ghiotta per essere taciuta, viene però correlata di postille per dire che questo è ciò che raccontano i russi, chissà se è vero, di versioni indipendenti non ce n’è quindi potrebbe essere tutta propaganda del Cremlino. Certo che potrebbe (d’altra parte, erano stati i russi a far saltare il gasdotto Nord Stream, no?), come può esserlo qualunque dichiarazione dei protagonisti di una guerra. Il fatto è che la versione sintetizzata sopra è troppo verosimile per essere falsa.

Come abbiamo visto, i servizi segreti ucraini si sono mostrati molto abili nel condurre attentati sul suolo russo (sì, la Crimea è Ucraina occupata, lo sappiamo, ma facciamo a capirci): e quasi sempre si sono serviti di tirapiedi assoldati sul campo, quasi mai mandando allo sbaraglio i propri agenti. A saperlo fare, la cosa riesce piuttosto facile: in Russia vivono più di 3,5 milioni di ucraini e mezzi ucraini. Un buon bacino di arruolamento dopo l’invasione del 2022, a cui contribuiscono anche i simpatizzati per l’Ucraina e un certo numero di disperati in cerca di denaro facile facilmente rinvenibile tra i circa 11 milioni di immigrati, in gran parte originari delle Repubbliche dell’Asia Centrale. Erano tagiki, per esempio, quasi tutti i membri del commando che fece 150 morti, il 22 marzo del 2024, nella sala da concerti Crocus City Hall di Mosca.

Immigrati o no, resta il fatto che il caso della Reut non è certo isolato. Il generale russo Igor Kirillov, ucciso insieme con il suo attendente da una bomba piazzata su un monopattino nel cortile del suo condominio il 17 dicembre del 2024, capo delle Truppe di difesa chimica, biologica e nucleare, fu così eliminato da un uzbeko di 29 anni, Akhmad Kurbanov, al quale i servizi segreti ucraini avevano promesso 100 mila dollari e un passaporto. Servizi che. peraltro, rivendicarono prontamente l’atto terroristico. Meno di un anno prima, nell’aprile del 2023, in un attentato simile era morto Maxim Fomin, meglio noto come Vladen Tatarskij, un blogger (ex militare, ex rapinatore) nazionalista, bellicista e fanaticamente anti-ucraino, ucciso da un bomba piazzata in una statuetta all’interno di un caffè di San Pietroburgo, tra l’altro di proprietà di Evgenyj Prigozhin, fondatore e capo del Gruppo Wagner. A piazzare la statuetta nel bar era stata Darya Trepova, cittadina russa di opposti sentimenti.

Altro esempio: il generale Fanil Sarvarov, responsabile dell’addestramento nello stato maggiore delle forze russe. ucciso da una bomba piazzata nella sua auto il 22 dicembre del 2025. A sistemare l’ordigno era stato un altro immigrato uzbeko.

Potremmo fare altri esempi ma il modus operandi dei servizi segreti ucraini è piuttosto chiaro, ci sia o non ci sia un ‘altra versione “indipendente” sulla vicenda della Reut e del maggiore Shageev. La considerazione da fare, a questo punto, è un’altra. Questa: essere stata arrestata dai russi è forse la cosa migliore che poteva capitare alla bella e micidiale attentatrice. Nel 2022, quando fu assassinata con una bomba Darya Dugina, figlia del filosofo Aleksander Dugin, furono identificati due responsabili. Uno era russo, un certo Bogdan Civanyenko, che aveva “marcato” l’auto del padre e della figlia per indirizzare l’attentato. L’altra era un’ucraina, Natalja Vovk, che fu identificata ma riuscì a fuggire in Estonia, dove però fu trovata morta pochi giorni dopo. Stessa storia per l’attentato contro l’oligarca ucraino Vadim Ermolaev nel giugno scorso a Montecarlo: le telecamere riprendono e fanno riconoscere Anastasia Berezovska, che piazza la bomba e scappa. Riesce a tornare a Kiev, dove viene trovata ammazzata a colpi di pistola il giorno dopo. Insomma, se metti una bomba per conto dei servizi ucraini è meglio non farsi riconoscere.

A proposito: per l’attentato contro Ermolaev sono stati arrestati un funzionario della polizia ucraina e uno dei servizi segreti. Le autorità di Kiev hanno detto che avevano agito per ragioni personali (quali non si sa), senza informare i superiori. È stata l’unica versione disponibile ma nessuno ha fatto obiezioni.

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