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Se Meloni guarda ai droni, rischia di perdere di vista le minacce all’Italia

A pochi giorni dal Consiglio europeo del 18-19 giugno e del vertice Nato di inizio luglio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto in Aula che in Ucraina il fronte non avanza perché «completamente circondato da droni» e che un carro armato da milioni di euro può essere distrutto da un drone che ne costa 20.000. Da qui l’idea che il dibattito sulla difesa non dovrebbe più riguardare solo quanto si spende, ma per cosa. L’osservazione, presa da sola, è corretta. L’uso che se ne fa, però, rischia di essere fuorviante.

Il dato sui droni è fondato. Tra il 2022 e il 2025 la produzione ucraina di droni FPV (con visuale in prima persona) è cresciuta di circa mille volte; l’obiettivo di Kyjiv per l’anno in corso è superarne gli otto milioni di pezzi. Una «dronizzazione senza militarizzazione», per usare la formula di Lesia Bidochko, con un prodotto interno lordo pari a un dodicesimo di quello russo e un bilancio della difesa quattro volte inferiore.

Ma quei droni risolvono un problema preciso: bloccare l’avanzata di un esercito di terra lungo un fronte stabile di oltre mille chilometri, in una guerra di logoramento dei mezzi corazzati. È la guerra che l’Ucraina è costretta a combattere. Non è, almeno per ora, la minaccia con cui l’Italia deve fare i conti.

Il problema dei droni che riguarda davvero l’Italia ha un’altra forma. Nell’autunno scorso sciami non identificati hanno chiuso l’aeroporto di Monaco, sorvolato basi militari in Belgio e diversi scali in Danimarca e Norvegia: episodi che i governi coinvolti hanno definito come operazioni di matrice professionale all’interno di una campagna ibrida. A fine maggio un drone Geran-2 attribuito alla Russia ha colpito un palazzo residenziale a Galați, in Romania – «alleato e membro dell’Unione europea», ha ricordato la stessa Meloni.

Sono due storie diverse. Nella prima il drone è un’arma d’attacco a basso costo che compensa l’inferiorità in mezzi corazzati. Nella seconda è uno strumento di ricognizione, intimidazione e sabotaggio che si muove sotto la soglia della guerra aperta, ovvero nella «zona grigia». Nel primo caso il problema è procurarsi droni d’attacco economici. Nel secondo è costruire una capacità di sorveglianza e neutralizzazione, lo «scudo anti-drone» che lo stesso governo indica come priorità nei fondi Safe. Sono capacità diverse, filiere industriali diverse: non si comprano con la stessa riga di bilancio.

C’è poi un secondo equivoco, più politico. Nello stesso discorso, Meloni ha annunciato che l’Italia arriverà al vertice Nato con una spesa per «difesa e sicurezza» al 2,8% del Pil, in crescita dello 0,71% «garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio» – e qui c’è il tentativo di tenere assieme il tema della credibilità internazionale e le pressioni “da destra” di Roberto Vannacci. Il target Nato fissato all’Aia prevede il 5% entro il 2035, diviso in 3,5% di spesa militare in senso stretto e 1,5% di sicurezza allargata. Ma sui due strumenti che dovrebbero tradurre quelle percentuali in capacità – i 14,9 miliardi di prestiti Safe, ancora senza contratti ammissibili, e l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, la Nec, che scomputerebbe fino all’1,5% di Pil di spesa militare dai vincoli europei – il governo non ha deciso nulla, rinviando tutto a dopo l’uscita dell’Italia dalla procedura per disavanzi eccessivi. Si esibiscono le percentuali, si tace sulle leve che le renderebbero vere.

È su questo terreno – duro, costoso, poco fotogenico – che si gioca davvero la partita. Dire che «per cosa» conta più di «quanto» è di per sé un argomento legittimo: i target in percentuale di prodotto internazionale sono uno strumento grezzo, e diversi analisti lo ripetono da anni. Un altro elemento decisivo, per esempio, è l’interoperabilità. Ma se l’esempio scelto è un drone economico al posto di un carro armato costoso, la formula rischia di servire soprattutto a rendere indolore, agli occhi dell’opinione pubblica, una discussione che indolore non può essere.

Le lezioni utili che l’Ucraina offre all’Italia esistono, e non stanno sugli scaffali dei droni. Riguardano la capacità di un’industria della difesa di passare dal prototipo alla produzione di massa in mesi, non anni, attraverso reti di piccole imprese, non solo grandi gruppi. Riguardano il ritorno d’esperienza dei sistemi Samp/T italo-francesi, già impiegati a difesa dei cieli ucraini, utile per l’ammodernamento della difesa aerea nazionale. Riguardano, infine, la resilienza della società di fronte ad attacchi che non somigliano a un’invasione ma a un logoramento quotidiano – la stessa zona grigia in cui, non in Donbass, si gioca oggi la sicurezza dell’Italia.

Il vertice Nato è la sede giusta per la discussione che la presidente del Consiglio vuole aprire. Ma se la mappa resta quella del fronte ucraino, l’Italia rischia di prepararsi alla guerra sbagliata. O, peggio, di usare l’esempio sbagliato per non prepararsi affatto.

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Healey si dimette, ma è Starmer a pagare il prezzo politico del riarmo britannico

La decisione di John Healey di lasciare l’incarico di ministro della Difesa è destinata a collocarsi tra gli episodi più significativi degli ultimi venticinque anni della politica britannica. Il confronto con precedenti crisi di governo, dall’Affare Westland in poi, appare quasi inevitabile: ma questa volta, a differenza di allora, non si tratta di contratti o di equilibri industriali. Il punto è se il Tesoro britannico stia davvero garantendo la sicurezza del Paese in un contesto di guerra europea e competizione strategica globale.

La scelta che Healey ha comunicato ieri a metà giornata si colloca al centro di una frattura politica che coinvolge direttamente il primo ministro Sir Keir Starmer e la capacità del governo di tradurre le ambizioni strategiche in risorse reali. Nella sua lettera di dimissioni, Healey accusa esplicitamente Downing Street di non essere «in grado» – e il Tesoro di non essere «disposto» – a fornire le risorse necessarie alla difesa nazionale in una fase di crescente instabilità internazionale. Una frase che, specie se considerato il fatto che il primo ministro è anche First Lord of the Treasury – è la chiave delle pesanti critiche di Healey a Starmer che riguardano le sue capacità politiche.

Dietro la rottura c’è il nodo mai risolto del nuovo Defence Investment Plan, rimasto per mesi in sospeso tra ministero della Difesa e Tesoro. Le ultime ipotesi parlano di circa 13 miliardi di sterline aggiuntive su quattro anni, una cifra giudicata insufficiente rispetto alle esigenze operative delle forze armate e ben al di sotto delle richieste avanzate dallo stesso ministero. Il divario complessivo per la modernizzazione dello strumento militare britannico è stato indicato da diverse fonti fino a circa 28 miliardi. Il punto non è solo quanto si spende, ma come si distribuisce nel tempo. Il piano avrebbe dovuto dare sostanza alla Strategic Defence Review, costruendo una traiettoria di riarmo coerente con gli impegni Nato, il sostegno all’Ucraina e la crescente esposizione britannica in teatri come il Medio Oriente e l’Artico. Ma la struttura del piano è stata progressivamente indebolita da un problema politico di fondo: la difficoltà di finanziare contemporaneamente tutte le ambizioni strategiche senza compiere scelte esplicite di riduzione delle priorità.

È in questo contesto che si inserisce la frattura tra Difesa e Tesoro, con il piano di spesa rinviato e risorse concentrate nella parte finale del decennio, proprio mentre le esigenze operative richiederebbero un rafforzamento immediato di prontezza, munizionamento e capacità industriale. Una scelta che, secondo Healey, rende il piano non credibile rispetto allo scenario di rischio, incluso quello di un possibile confronto diretto tra Nato e Russia entro la fine del decennio.

La crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale: da un lato la crescente militarizzazione del contesto internazionale, dall’altro la rigidità delle scelte fiscali interne. In mezzo, un processo decisionale frammentato tra Downing Street, Tesoro e Difesa, incapace di ricomporre il disallineamento tra strategia e bilancio. Anche il vertice militare ha iniziato a segnalare pubblicamente il problema. Il capo delle forze armate britanniche, il maresciallo dell’aria Sir Richard Knighton, ha scritto direttamente al primo ministro per esprimere preoccupazione sul livello di finanziamento previsto, come rivelato da Sky News.

A complicare il quadro vi è anche la dimensione politica interna. Il governo Starmer si trova stretto tra la necessità di mantenere la credibilità fiscale e la pressione crescente degli alleati Nato per un aumento sostanziale della spesa militare, fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2035. Il Regno Unito, oggi intorno al 2,3%, ha indicato come obiettivo il 2,5% entro il 2027, una traiettoria che appare sempre più insufficiente rispetto alla velocità del deterioramento del contesto strategico.

Sul piano politico interno la crisi non riguarda più soltanto la difesa. Le dimissioni di Healey si inseriscono in una sequenza che segnala una crescente instabilità nel governo. Il primo ministro Starmer è ora esposto a tensioni politiche interne e a scenari di leadership contest sempre meno teorici. Il sindaco di Greater Manchester Andy Burnham potrebbe entrare a Westminster – condizione necessaria per aspirare alla leadership del partito – nel caso vincesse le elezioni suppletive di giovedì per il seggio di Makerfield, e ha già dichiarato la disponibilità a partecipare a un’eventuale sfida per la guida del Labour.

Healey è il sesto ministro a lasciare il governo nell’arco di un mese. L’ultimo prima di lui è stato Wes Streeting, che ha lasciato la guida del ministero della Salute criticando la «deriva» e la mancanza di visione del governo. L’ondata di uscite, pur con motivazioni diverse, contribuisce a delineare un quadro di crescente logoramento politico interno.

Proprio ieri il Financial Times aveva pubblicato un ritratto di Healey descrivendolo come una figura centrale del Labour, moderata e profondamente inserita nell’establishment politico e militare. Una posizione che rende le sue dimissioni ancora più significative: non si tratta di un tecnico marginale, ma di uno dei principali garanti della credibilità del governo in materia di difesa e Nato.

Il punto politico che emerge è quindi duplice. Da un lato, la crisi del Defence Investment Plan riflette una tensione strutturale tra ambizioni strategiche e vincoli fiscali. Dall’altro, la sequenza di dimissioni apre interrogativi sulla stabilità politica dell’esecutivo stesso. Il risultato è una doppia fragilità: sul piano della sicurezza nazionale e su quello della leadership politica. E la domanda che si apre con l’uscita di Healey (Dan Jarvis, già sottosegretario alla Sicurezza, è stato nominato in serata al suo posto) non riguarda più soltanto il futuro della difesa britannica, ma la tenuta complessiva del governo Starmer in una fase di crescente pressione esterna e logoramento interno.

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