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Dopo il flop con Berlino, Parigi punta sul suo aereo del futuro

La Francia vuole costruire da sola il caccia che sostituirà il Rafale. Dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas/Scaf, destinato a sviluppare il futuro sistema di combattimento aereo europeo, Parigi ha deciso di proseguire su una strada nazionale. L’obiettivo è avere un nuovo velivolo operativo all’inizio degli anni Quaranta, senza escludere collaborazioni internazionali, ma senza renderle indispensabili per la sua realizzazione.

La scelta è stata ribadita mercoledì dal generale Jérôme Bellanger, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica e dello spazio francese, durante un’audizione alla commissione Difesa dell’Assemblea nazionale. Il progetto si chiama ora Avion de Combat du Futur (Acf) e raccoglierà l’eredità tecnologica del programma Scaf, interrotto a giugno dopo anni di contrasti tra Parigi e Berlino, soprattutto sulla ripartizione delle responsabilità industriali e sul ruolo di Dassault Aviation e Airbus. «Procediamo con lavori che prepareranno e consentiranno la nascita dell’Acf come programma nazionale», ha spiegato Bellanger. La Francia non esclude di collaborare con altri Paesi, ma in forme diverse da quelle immaginate per lo Scaf: le partnership, ha precisato il generale, non saranno strutturali per la nascita del nuovo aereo.

Due programmi per la sesta generazione
La decisione segna una nuova divisione nella corsa europea ai caccia di sesta generazione, destinati a sostituire gli attuali velivoli da combattimento a partire dai prossimi decenni. Il Regno Unito, l’Italia e il Giappone stanno sviluppando il Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto internazionale che punta a mettere in servizio un nuovo sistema di combattimento aereo nella metà degli anni Trenta.

Il Gcap e l’Acf rappresentano due approcci differenti alla stessa sfida.

Il primo nasce dalla condivisione di competenze, investimenti e responsabilità industriali tra tre Paesi. Il futuro del Gcap potrebbe inoltre allargarsi oltre i tre partner fondatori. L’Italia ha aperto alla partecipazione di altri Paesi, tra cui la Germania e l’Arabia Saudita, mentre il Canada è diventato a luglio il primo Paese osservatore del programma. Ottawa potrà approfondire gli aspetti tecnologici e industriali del progetto, senza avere per ora un ruolo decisionale né essere impegnata ad acquistare il futuro aereo. Berlino, dopo il fallimento dello Scaf, sta valutando possibili alternative per il successore dell’Eurofighter, compresa una partecipazione al Gcap, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

Il secondo punta invece a preservare il controllo francese sulle tecnologie e sulle capacità operative del futuro caccia. La scelta di Parigi non significa che la cooperazione europea sia destinata a scomparire, ma che sarà organizzata su basi diverse.

La crisi dello Scaf, del resto, non ha cancellato il lavoro svolto negli anni precedenti. Bellanger ha sottolineato che i progressi compiuti sul velivolo, sulla bassa osservabilità radar, sui droni e sui sistemi di connessione potranno essere recuperati. Anche la ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, aveva confermato in Parlamento che i lavori sul percorso tecnologico del nuovo aereo erano proseguiti a livello nazionale, con l’obiettivo di mantenere le scadenze originarie. 

La scadenza del 2040 e il nodo nucleare
La tabella di marcia è legata soprattutto alla deterrenza nucleare francese. L’Acf dovrà poter trasportare dal 2050 il missile nucleare aviolanciato ASN4G, destinato a sostituire l’attuale sistema di generazione precedente. Per rispettare questa scadenza, ha spiegato Bellanger, il nuovo aereo dovrà essere disponibile per le missioni convenzionali già dal 2040.

Prima arriverà il Rafale F5, la versione aggiornata del caccia francese attesa per il 2035. Questo standard dovrebbe introdurre alcune delle tecnologie che saranno poi trasferite sull’Acf, a partire da motore, sensori e armamenti. Tra questi figura lo Stratus RS, destinato a neutralizzare le difese aeree avversarie. Il Rafale F5 servirà quindi anche da ponte tecnologico verso la generazione successiva. 

La scelta nazionale dovrà però fare i conti con una questione concreta: sviluppare un caccia di nuova generazione richiede investimenti ingenti, competenze specialistiche e tempi lunghi. Il vertice di Dassault, Éric Trappier, ha sostenuto che l’industria francese dispone delle capacità necessarie per realizzare il progetto insieme a Safran, responsabile della motorizzazione, e Thales, specializzata nell’elettronica per la difesa. Resta da dimostrare che il programma possa rispettare tempi e costi previsti.

La cooperazione non è finita
Parigi vuole comunque mantenere aperto un canale di collaborazione con gli altri Paesi europei. Bellanger ha indicato in particolare il combat cloud, la rete digitale che dovrà collegare velivoli, droni, sensori e sistemi di comando. È uno dei pilastri dello Scaf che potrebbero proseguire anche dopo la fine del progetto comune sul caccia.

L’obiettivo è evitare che le forze aeree europee si limitino a combattere una accanto all’altra, senza riuscire a operare come un sistema integrato. La cooperazione, insomma, può sopravvivere al fallimento del programma industriale, ma non necessariamente nella forma immaginata da Francia e Germania nel 2017.

La partita della sesta generazione si giocherà così su due piani: da una parte, la capacità di costruire un aereo avanzato e mantenerne il controllo tecnologico; dall’altra, quella di farlo operare insieme ai sistemi dei partner. Per la Francia, l’autonomia sul caccia è una priorità. L’interoperabilità europea, invece, resta una necessità.

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Bruxelles apre alle piccole imprese per innovare più in fretta nella difesa

L’Unione europea vuole accelerare l’innovazione militare puntando sulle imprese più piccole. Lunedì il Consiglio Ue ha approvato definitivamente il Programma per un’innovazione agile e rapida nel settore della difesa (Agile), un piano da 115 milioni di euro pensato per portare più rapidamente le nuove tecnologie alle forze armate. I primi bandi sono attesi all’inizio dell’anno prossimo.

L’iniziativa nasce da un problema concreto: nel settore della difesa, sviluppare una tecnologia non significa necessariamente riuscire a impiegarla. Tra prototipi, test, finanziamenti e procedure di acquisto possono passare anni. Nel frattempo, le esigenze operative cambiano e le innovazioni diventano rapidamente obsolete. La guerra in Ucraina ha reso evidente quanto conti la velocità con cui si sperimentano e si aggiornano le capacità militari, dai droni ai software. Agile punta a ridurre questi tempi, sostenendo soprattutto startup, piccole e medie imprese e scale-up, anche provenienti da settori civili.

La principale novità riguarda le procedure. Il programma prevede che la valutazione delle domande si concluda entro quattro mesi dalla scadenza del bando. L’obiettivo è portare le tecnologie finanziate alle forze armate entro uno-tre anni. I contributi potranno coprire fino al 100 per cento dei costi ammissibili, secondo le condizioni stabilite dal regolamento. È previsto inoltre un accesso facilitato alle strutture di prova e sperimentazione, per consentire alle aziende di verificare le prestazioni dei propri prodotti e correggerne rapidamente i difetti. Le aree interessate comprendono le tecnologie emergenti e dirompenti applicabili alla difesa. Tra i possibili ambiti figurano intelligenza artificiale, robotica, sistemi senza equipaggio, sensori avanzati e altre soluzioni innovative. Le tecnologie effettivamente finanziabili e le priorità specifiche saranno definite attraverso i bandi: non esiste quindi, al momento, un elenco definitivo dei prodotti che riceveranno sostegno.

Un altro obiettivo è avvicinare le imprese innovative ai grandi gruppi industriali e agli utilizzatori militari. Le aziende più piccole possono sviluppare soluzioni promettenti, ma spesso non dispongono delle risorse necessarie per certificarle, integrarle in sistemi complessi e raggiungere il mercato della difesa. Il programma intende favorire questi collegamenti e orientare i finanziamenti verso esigenze operative individuate dagli Stati membri.

Agile si affianca agli strumenti europei già esistenti, a partire dal Fondo europeo per la difesa (Edf), che dispone di 7,3 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 e sostiene soprattutto progetti collaborativi di ricerca e sviluppo. La differenza è nell’approccio: mentre il Fondo finanzia anche programmi di ricerca complessi e di lungo periodo, Agile punta su procedure accelerate e sul passaggio più rapido allo sviluppo di capacità utilizzabili.

I 115 milioni di euro rappresentano una dotazione limitata rispetto alle esigenze dell’industria europea della difesa. Il programma va quindi considerato soprattutto come un tentativo di sperimentare un modello più Agile, non come uno strumento in grado da solo di colmare il divario tecnologico con gli altri grandi attori internazionali.

Il risultato dipenderà dalla capacità delle amministrazioni militari di individuare le proprie necessità, mettere le aziende nelle condizioni di testare i prodotti e acquistare le soluzioni che dimostrano di funzionare. Procedure più rapide possono ridurre gli ostacoli, ma non bastano se le forze armate non sono pronte a integrare tecnologie sviluppate al di fuori dei circuiti industriali tradizionali. I primi bandi, attesi nel 2027, mostreranno se Agile riuscirà a mantenere la promessa. La questione non è soltanto finanziare nuove idee, ma fare in modo che arrivino in tempo a chi deve utilizzarle.

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I cyber-attacchi ai supermercati, e i timori per la destabilizzazione dell’Europa

L’insicurezza può cominciare anche da un frigorifero. In Francia, un attacco informatico ha alterato i sistemi di refrigerazione di circa 700 supermercati, compromettendo le scorte di alimenti freschi e surgelati. Il ministro dell’Economia Roland Lescure ha escluso rischi per gli approvvigionamenti alimentari del Paese, ma ha definito l’episodio un campanello d’allarme per la sicurezza alimentare. Il bersaglio non è una rete militare o un ministero, ma un’infrastruttura ordinaria da cui dipende il funzionamento della vita quotidiana.

L’attacco è stato rilevato nella notte tra domenica e lunedì. Sono stati coinvolti punti vendita di Intermarché, Netto, Coopérative U, Carrefour e Monoprix. Secondo le ricostruzioni diffuse dai media francesi, gli hacker avrebbero forzato i sistemi a entrare in un ciclo continuo di sbrinamento e impostato temperature fino a 50 gradi, rendendo inutilizzabili parte delle scorte. La procura di Parigi ha aperto un’indagine per ricostruire la dinamica e quantificare i danni.

La pista tecnica conduce a sistemi di controllo vulnerabili. L’agenzia francese per la cybersicurezza ha segnalato numerose compromissioni di moduli per il controllo remoto prodotti da Danfoss e Copeland. Danfoss ha dichiarato che la maggior parte dei sistemi coinvolti apparteneva a generazioni più vecchie, che non ricevevano più aggiornamenti software o di sicurezza. Copeland ha fatto riferimento a una generazione di controllori fuori produzione e fuori supporto.

Il problema non era del tutto sconosciuto. In un rapporto pubblicato ad agosto, la società di cybersicurezza Claroty aveva individuato vulnerabilità in piattaforme impiegate per gestire impianti di refrigerazione di supermercati, magazzini e altre strutture. Alcuni controllori risultavano direttamente accessibili da Internet. Secondo un esperto citato dall’Associated Press, lasciare questi sistemi esposti alla rete rende relativamente semplice attaccarli. La possibilità tecnica, tuttavia, non identifica chi abbia condotto l’operazione né ne chiarisce il movente.

Nessun gruppo aveva rivendicato pubblicamente l’attacco e non era stata avanzata alcuna richiesta di riscatto. È un elemento insolito, ma non sufficiente per attribuire l’azione a uno Stato. L’operazione potrebbe essere criminale, dimostrativa o avere finalità ancora sconosciute. Non ci sono prove pubbliche che indichino una responsabilità russa, né che consentano di classificare l’episodio come un’operazione di destabilizzazione.

Nelle stesse ore, Ahold Delhaize, gruppo olandese presente in Europa e negli Stati Uniti, ha sospeso alcuni sistemi dopo un distinto incidente informatico. I siti dei suoi marchi, tra cui Albert Heijn, Delhaize e Stop & Shop, sono rimasti offline, mentre i negozi hanno continuato a operare. L’azienda ha dichiarato di non avere prove di furti di dati di clienti o dipendenti. Le autorità olandesi non hanno trovato elementi per collegare l’incidente a quello francese. Due episodi ravvicinati, dunque, ma non una campagna coordinata accertata.

Il caso francese resta comunque rilevante per la sicurezza europea. La grande distribuzione dipende da una rete di sistemi digitali che controllano processi fisici: refrigerazione, logistica, magazzini e trasporti. La loro compromissione può generare perdite economiche e disservizi senza bisogno di distruggere un impianto o interrompere un’intera rete nazionale. È questo uno dei tratti delle minacce ibride: lo sfruttamento delle vulnerabilità civili per ottenere effetti che possono andare oltre il danno immediato, quando esiste una strategia più ampia.

Il Parlamento europeo ha richiamato il rischio di operazioni capaci di sfruttare debolezze sistemiche, apparire come episodi isolati e restare sotto la soglia del conflitto armato. La Russia è indicata come il principale attore statale che minaccia l’Unione su questo fronte. Ma il contesto geopolitico non basta a dimostrare che l’attacco ai supermercati francesi rientri in una simile strategia.

È qui che si apre anche la questione della cognitive warfare. Non ogni attacco informatico che crea allarme è guerra cognitiva: occorre un tentativo di influenzare percezioni, fiducia e decisioni. Un sabotaggio può però essere sfruttato per diffondere l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere i cittadini, soprattutto se accompagnato da disinformazione o inserito in una sequenza più ampia di incidenti.

La risposta, quindi, non consiste soltanto nell’individuare i responsabili. Occorre aggiornare i dispositivi, limitare l’esposizione dei sistemi connessi e controllare gli accessi remoti. La direttiva europea NIS2 rafforza gli obblighi di cybersicurezza per determinate imprese del settore alimentare, ma la resilienza dipende anche dall’attuazione concreta delle misure.

L’indagine dovrà chiarire se dietro l’attacco ci sia un movente economico, politico o altro. Nel frattempo, la vicenda mostra una vulnerabilità più immediata: sistemi essenziali possono restare esposti per anni, fino a quando qualcuno decide di sfruttarli. La sicurezza europea passa anche dalla capacità di proteggere ciò che, proprio perché ordinario, tende a essere dato per scontato.

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