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Cesare Cremonini, il gigantismo dei concerti e l’overtourism delle canzonette

La prima volta che l’ho incontrato, Cesare Cremonini era un ventiduenne che non ti guardava in faccia mentre gli parlavi. Eravamo nel camerino d’un palazzetto romano, la sua prima tournée da solista. È passato tanto di quel tempo che l’americanizzazione dell’occidente non era ancora completata: non chiamavamo i concerti “tour”.

Non so come avessi convinto ioDonna a farmelo intervistare, giacché dalla sua carriera solista non si aspettava niente nessuno. Adesso, Cesare parla di quel periodo di bassa marea con la compiaciuta autoironia di chi prima e dopo ha avuto solo grandi successi.

In quel disco lì, il primo che fece da solo, c’era una canzone intitolata “Padremadre”, in cui – con quel genere d’incantesimo riservato solo alle canzonette – un ventiduenne riusciva a mettere a fuoco una caratteristica comune di chiunque abbia un’enorme vocazione per qualcosa, una vocazione di fronte alla quale gli affetti non possono che finire in secondo piano e bisogna farsene una ragione perché alternativa non c’è: «Ma se una canzone che stia al posto mio non c’è, eccola qua: è come se foste con me».

L’unica differenza, tra Cesare e chi con quella roba lì ha fatto pace da adulto, è che per gli adulti gli affetti trascurati sono mariti, mogli, figli, vecchi amici. Per Cesare, che aveva ventidue piccolissimi anni, le canzoni erano quella cosa che ti fa smaniare per fuggire da mamma e papà. (Un limite della giovinezza è che non conosci le vite degli altri: hai avuto ventidue anni solo da popstar, e non sai che a quell’età mal soffrono i genitori anche quelli che sono fuoricorso all’università o che schiumano cappuccini).

Una settimana fa a Roma, come immagino stasera a Imola, “Padremadre” apriva il concerto. Un’ora dopo, Cesare parlava di sua madre, inquadrata sorridente in platea, alle decine di migliaia di persone che non sarebbero potute stare in quel palazzetto del 2003. Un giorno dopo, pubblicava una foto di quella che chiama «la Carla» su Instagram.

Anche le popstar, in un punto imprecisato tra i venticinque e i cinquant’anni, prendono atto di quel che vale per gli scrittori e per i cineasti e forse persino per quelli con lavori veri: i tuoi genitori smettono d’essere un problema per la tua vita perché assai più rilevante diventa il loro ruolo di opportunità per la tua opera.

“Padremadre”, che adesso è il manifesto che apre il concerto, fu il terzo singolo di “Bagus”, l’album del cui insuccesso il Cesare adulto ride con voluttà. «Singolo» è il nome tecnico della canzone con cui, nel mondo di prima, facevi il 45 giri. La canzone che davi da suonare alle radio, parlandone da vive.

I dischi duravano anni, perché li compravamo sacrificando la paghetta e non avevamo a disposizione decine di migliaia di nuove canzoni ogni giorno per il prezzo d’uno spritz al mese: avevamo un numero limitato di dischi e quelli ascoltavamo. La discussione che faccio più spesso con gente che fa musica è: le canzoni di prima sono così memorabili perché le abbiamo ascoltate allo sfinimento, o perché erano più belle di quelle di adesso? Nessuno ha la risposta.

Chiunque fosse vivo nel 1984 si ricorda il video di “Thriller”, quello con gli zombi, quello diretto da John Landis, quello che uscì quando “Thriller” la canzone fu lanciata come singolo di “Thriller” l’album. Album che a quel punto era uscito da più di un anno: “Thriller” era il settimo singolo di “Thriller”.

Il secondo, un anno prima, era stato una certa “Billie Jean”, magari ve la ricordate. Adesso, se hai due canzoni forti, una la tieni fuori dall’album, perché Spotify il secondo singolo non se lo fila, te lo butta via, non te lo promuove, non te lo valorizza.

Se hai una seconda canzone forte, per vincere l’audace lotta contro l’algoritmo, devi farlo riuscire fingendo sia un pezzo nuovo, con un nuovo arrangiamento un nuovo duetto un qualsivoglia feticcio di novità. Oppure, come ha fatto l’anno scorso Lorenzo Jovanotti con “Occhi a cuore”, lo tieni fuori dall’album e a un certo punto lo pubblichi da solo: se gli album sono morti, perché rispettarne le liturgie.

Una discussione che ho fatto tantissimo in questi mesi riguarda De André al primo maggio del 1992: chi è il De André di oggi? Chi è il cinquantaequalcosenne sulla piazza da trent’anni di cui tutti sanno le canzoni perché le hanno ereditate dai genitori ma anche perché se ne sono appropriate, chi è il venerato maestro che ha sì le posizioni politiche giuste ma anche le canzonette moschicide? Non c’è, su questo siamo tutti d’accordo: ma perché non c’è? Perché nessuno ha la gravitas ma anche i ritornelli?

È perché i soldi non si fanno più coi dischi ma col merchandising e quindi pazienza se non fai belle canzoni, l’importante è che tu metta fuori un album ogni sei mesi in modo da poter vendere a quelli cui piaci molto (sto cercando di evitare parole orrende come «fan base» o «community») le nuove magliette e i nuovi adesivi?

È perché abbiamo – noi pubblico – troppi soldi e ogni sei mesi ci servono nuovi adesivi e se tu, pollo, rifiuti il tuo ruolo nella batteria, e decidi di fare un disco ogni due anni, io nel frattempo divento cliente d’un altro pollo da batteria delle cui canzoni ho iniziato a comprare i portachiavi e i cappellini?

È che, come avevano messo a fuoco gli Skiantos quasi cinquant’anni fa, il pubblico è di merda? È che il pubblico vuol essere star e quindi mette anche lui la sua canzone su Spotify e in un rumore di fondo così pervasivo non riuscirebbe a farsi notare neanche Frank Sinatra?

La settimana scorsa Cremonini ha detto ai giornalisti che non ne può più del gigantismo dei concerti e che al prossimo giro vuole fare i teatri o giù di lì. L’ha detto mentre si accingeva a fare un concerto col budget di un piccolo stato europeo, con delle torri gigantesche con gli schermi, guardando le quali era impossibile non chiedersi se lui e Tiziano Ferro non siano gli ultimi a poter sfanculare il gigantismo in batteria.

Gli ultimi che vengono dal mondo di prima, che hanno fatto le canzoni quando si ascoltavano le canzoni, e che quindi hanno in repertorio le canzoni che conosciamo. Gli ultimi a poter provare a risanare un sistema delirante in cui, quando si parla dei concerti, si parla di quali bandiere sono o non sono state sventolate, di quali pistolotti sono o non sono stati pronunciati sul palco, e dei numeri. Più di Elodie! Meno di Ultimo! Si contano gli spettatori con la smania con cui si contavano i naufraghi del Titanic.

I numeri hanno smesso d’essere un’opportunità e sono diventati un problema. Se non vivessimo in un secolo di mitomani che dichiarano sindrome dell’impostore ma sono intimamente convinti d’essere geni incompresi, su Spotify non uscirebbero decine di canzoni nuove ogni minuto, e senza questo overtourism delle canzonette riusciremmo anche a individuare qualcosa che valga la pena sentire.

Sogno che qualcuno faccia la rivoluzione, elimini i visual, quelle puttanate sui maxischermi che servono solo a far instagrammare il concerto, abolisca i comunicati in cui i numeri di spettatori sembrano i «cento! cento! cento!» di “Ok, il prezzo è giusto!”, e alla conferenza stampa della prossima tournée dica: «La notizia è che facciamo le canzoni famose: se vi piacciono, venite a sentirle».

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L’Italia è una Repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti

Ho capito la questione della patrimoniale parlando con una ragazza di romanzi rosa (in neolingua: romance). La ragazza mi stava spiegando che il romance era la ragione per cui era andata, il mese scorso, al Salone del libro di Torino.

Io annuivo pensando fortissimo a Wanna Marchi. Le avevo viste, al Salone, le indicazioni per il (chiedo scusa per le brutte parole) pop-up romance, ma non avevo approfondito cosa fosse. Era il trionfo di ciò che vuole il mercato: libri per lettrici semianalfabete che, invece di comprarsi gli Harmony all’edicola del mare come facevamo noialtre a dodici anni, si comprano a venticinque quelli che chiamano pretenziosamente romance e vanno a farseli autografare dalle autrici.

Ma lo sai, mi diceva la ragazza, che ci sono quelle che arrivano coi trolley? Lo sapevo, me l’avevano raccontato anni fa quando avevo scritto di non ricordo quale di queste autrici di romanzi rosa e nutrici di analfabetismo che hanno lettrici assatanate che arrivano con l’opera omnia per le foto e le dediche.

Ma mi par di capire, leggendo in ritardo sulla pagina del sito del Salone che informava le visitatrici (femminile sovresteso) circa le condizioni di accesso, che sia stato necessario arginare i trolley. «Quanti libri posso farmi autografare ad [sic] ogni firmacopie?», chiedeva la frequently asked question. «Potrai portare con te un massimo di 2 libri a [sic] ogni meet&greet a cui parteciperai», risponde il Salone, nell’evidente speranza che la domandatrice impari dalla risposta a non adoperare l’eufonica nella domanda.

Il meet&greet, lo dico casomai foste tra i quindici adulti rimasti sul pianeta, è un’usanza che si colloca all’incrocio di capitalismo, culto della personalità, mitomania e relazioni parasociali. Io – io lettore, io spettatore, io disperato qualunque – pago, e tu – tu cantante, tu scrittore, tu semidio da quando non crediamo più nell’aldilà ma crediamo nella fama – mi saluti, ti fai una foto con me, fingi di ascoltare come mi chiamo, mi fai splendere per cinque secondi di fama riflessa.

Per andare al romance pop-up (mi scuso per il lessico) le visitatrici pagavano 55 euro, ma la ragazza con cui ho parlato mi ha detto 90, perché evidentemente l’ha percepito più costoso, l’ha percepito un sacrificio economico, l’ha percepito un investimento quanto i 70 euro di non so che edizione di “Twilight” col dorso colorato che mi ha spiegato di aver dovuto proprio comprare, è stato più forte di lei, pur vergognandosi del suo consumismo.

Io non le ho detto, perché certe vergogne le confesso solo quando siamo in più di due, che una decina d’anni fa ho speso duecento euro per una tiratura limitata autografata da Gay Talese di “Frank Sinatra has a cold”, e che una quindicina d’anni fa, avevo rimosso ma purtroppo le transazioni delle carte di credito lasciano tracce, ho speso 460 sterline, mi vergogno anche solo a ricopiare la cifra, per un libro con le foto che Eric Meola aveva fatto a Bruce Springsteen per la copertina di “Born to run”. È arrivato, ho detto «che bello», l’ho messo su un ripiano e non l’ho mai più sfogliato.

Ora voi penserete io stia per dire che la patrimoniale non mi riguarderà mai perché spendo accuratamente tutto in stronzate, e se compri golfini di Prada e libri di fotografie poi non te li possono tassare come ti tasserebbero gli appartamenti, e vai a capire se questo ne faccia un investimento più sciocco o più saggio.

Ma no, la ragione per cui parlo della ragazza dei romance è che lei e le altre che racconta d’aver visto coi trolley al Salone sono coetanee di quelle (forse sono addirittura proprio loro) che vediamo sui social lamentarsi perché i libri costano troppo. Venti euro per leggere qualcuno di più intelligente di te no, ma cinquanta per l’autoscatto con un’analfabeta romantica allora sì? Quindi i soldi ce li hai, è che vuoi – giustamente – spenderli come pare a te. Meglio: i soldi non ce li hai, altrimenti non ti peserebbero dilatandosi nella memoria i 55 euro di biglietto, ma ce li hai, cioè hai la vita che avresti se i soldi li avessi. La vita in cui 55 euro li spendi senza esitazioni.

La tesi che volevo esporvi oggi riguarda non la patrimoniale in sé ma la patrimoniale in noi. Leggo continuamente polemiche sul fatto che i più contrari alla patrimoniale sono quelli che non hanno soldi, e quindi non si capisce perché difendano il fatto che i ricchi paghino meno tasse invece di fare, come sarebbe di loro competenza, la lotta di classe. Poiché quasi tutto ciò che so della politica l’ho imparato da “The West Wing”, pensavo c’entrasse quella puntata in cui i deputati afroamericani sono contrari alla tassa di successione, e qualcuno dice che è perché la prima generazione di milionari neri sta per morire, e qualcun altro risponde che il problema del sogno americano è che pensi sempre che riguardi anche te.

Ecco, non avevo capito quanto siamo diventati americani, ma non nel senso dell’ascensore sociale. Quelli che parlano della figura, non so se immaginaria o reale, dell’italiano squattrinato contrario alla patrimoniale, quelli dicono che il povero mitomane s’illude che diventerà ricco, e io ci avevo creduto.

Ma poi ho capito che il problema non è la convinzione che domani vincerò al Totocalcio (esiste ancora?), il problema è sempre il solito: che siamo una repubblica fondata sui soldi delle generazioni precedenti.

Le generazioni precedenti pagano le scuole private ai nostri figli, le generazioni precedenti hanno comprato come seconda casa quella in cui i nipoti andranno a vivere, le generazioni precedenti non andavano al ristorante tutti i giorni e all’estero tutti i weekend, e quindi hanno messo da parte patrimoni.

E quindi le generazioni successive, che nei giorni pari frignano perché i boomer si compravano casa con venti milioni di lire e a noi diecimila euro neanche bastano come cauzione per l’affitto, gli stessi frignoni abituati a vivere al di sopra delle loro possibilità, loro nei giorni dispari non vogliono che lo Stato, quest’entità astratta e rapace, intacchi i patrimoni dei loro nonni, perché i patrimoni dei loro nonni sono quelli grazie ai quali vanno a Londra con la disinvoltura con cui i nonni andavano al paesello, i patrimoni dei loro nonni sono quelli che permettono loro di prendere lauree inutili con cui baloccarsi cercando il lavoro dei sogni, i patrimoni dei loro nonni sono la ragione per cui loro vivono una vita che non potrebbero mai permettersi. I patrimoni dei loro nonni guai a chi glieli tocca.

Ieri mi è apparso un tweet (o come si chiamano ora) in cui una tizia raccontava d’aver visto, al supermercato, una donna dire alla cassiera di smettere di passare le cose che aveva preso non appena raggiungeva i venti euro di prezzo. Mentre non era in grado di fare più di venti euro di spesa, questa figura simbolica avrebbe discusso con l’amica che era a favore della patrimoniale: lei e la sua carta di credito con meno di ventun euro di disponibilità erano contrarie.

Non importa che l’aneddoto fosse probabilmente inventato come i novanta euro del romance torinese, importa solo che la scena avrebbe una logica che chi la riportava su Twitter non ha individuato.

Un giorno la nonna di quella signora squattrinata morirà, e meno tasse avrà pagato, la nonna, più intatto sarà il patrimonio che le lascerà. Un giorno l’ex squattrinata potrà fare la spesa senza neanche ascoltare quant’è il totale mentre striscia la carta, e non potrà farlo perché gli stipendi in Italia saranno aumentati o il costo della vita sarà sceso: potrà farlo perché intanto nessuno sarà stato così scortese da far pagare delle tasse ai benestanti della cui elemosina ha vissuto per la prima metà della sua vita.

Io non vorrei scrivere sempre lo stesso articolo, ma il problema è sempre lo stesso: non quante tasse paghino i pochi veri ricchi (i quali peraltro hanno tutti soldi investiti in modi intassabili, perché la prima cosa che fai da ricco, prima ancora di far installare una risonanza magnetica in tavernetta, è procurarti ottimi commercialisti), ma come camperanno gli italiani quando, fra un paio di generazioni, i soldi delle generazioni precedenti saranno finiti, scialati in RyanAir e altri passatempi da poveri la cui frequenza farà un totale di spesa da ricchi.

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