Le tensioni Trump-Netanyahu e l’attentato, sventato, alla Casa Bianca

In attesa della firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe avvenire in Svizzera venerdì, monta la rabbia dei fautori della Grande Israele. A Tel Aviv la mossa di Trump è stata accolta con “disperazione“, come riporta il Timesofisrael.

Una disperazione che riecheggia oltreoceano, dove le più importanti, e potenti, organizzazioni ebraiche – dal Jewish Democratic Council alla Zionist Organization of America fino all’AIPAC – hanno manifestato la loro irritazione, che si tradurrà in pressioni sul Congresso per vanificare il compromesso.
Per parte sua Netanyahu, che ieri ha tenuto un’insolita conferenza stampa (ne rifuggiva da tre mesi), ha dato inizio al bombardamento del memorandum, pur evitando di criticarlo apertamente. Parlando ai cronisti presenti, oltre a sgranare gli asseriti successi conseguiti nella sua guerra senza fine e senza limiti, anzitutto morali, ha chiarito che la lotta continua e che Israele continuerà a presidiare aree conquistate che ne assicurano la sicurezza.
Punto delicatissimo questo, perché nel memorandum l’America si fa carico non solo di assicurare il cessate il fuoco in Libano, ma anche il ripristino della sua integrità territoriale.
Netanyahu, da scaltro qual è, è rimasto sul vago, nel senso che non ha specificato di voler conservare tutto il Libano meridionale, pretesa che avrebbe bloccato all’istante l’accordo innescando un’altra reprimenda di Trump. Mira, però, a strappare più territorio possibile nel negoziato più specifico previsto dopo la firma (sempre che non riesca a sabotarlo). Il ritiro totale sarebbe una sconfitta irrevocabile.
Nonostante si sia trattenuto, la rabbia del premier israeliano era alquanto evidente. Rabbia che si somma a quella delle potenti lobby filo-israeliane e dei falchi annidati nel Congresso, nell’apparato militar-industriale Usa e in altri potenti ambiti e apparati americani.
Insomma, non tira una bella aria per Trump. Peraltro, tale tensione si dipana e s’interseca con quella che dilaga negli States, preda di una polarizzazione sempre più isterica.
Un tensione che poteva deflagrare in occasione degli ottant’anni di Trump, che questi ha voluto festeggiare a modo suo, con una cerimonia in stile old wild west e modalità da satrapia orientale, organizzando un evento di lotta – l’UFC 250 – alla Casa Bianca. L’FBI in un comunicato ha rivelato che per l’occasione si stavano organizzando un attentato che i suoi agenti hanno sventato consegnando alle patrie galere i rei.

In genere prendiamo le dichiarazioni del Boureau con la cautela del caso, consapevoli della sua storia non certo commendevole e della sua insana tendenza alla manipolazione, così nel caso specifico avremmo potuto derubricare il comunicato a un mero esercizio di auto-celebrazione e nulla più.
E però nel comunicato si notano omissioni stridenti. Non viene specificato che l’UFC 250 si teneva alla Casa Bianca, localizzandolo più genericamente a Washington D.C., né che vi partecipasse il presidente. Particolari che avrebbero dato ben altro valore all’auto-celebrazione, da cui la natura diversa e più inquietante del comunicato medesimo.
Fox news successivamente ha rivelato che era previsto un attacco di droni che avrebbe dovuto scatenare il panico, con la folla impazzita che sarebbe stata facile preda di cecchini appostati in loco.
Al di là degli interna corporis imperiali, e per ritornare alla geopolitica, nel momentum di sospensione attuale, che terminerà venerdì con la firma ufficiale (si spera), c’è da aspettarsi qualche colpo di coda da parte degli scontenti che, messi alle corde, sono capaci di tutto.
La scommessa di Trump di riuscire a imporre a Israele quanto concordato con Teheran, anche se al momento appare vincente, è davvero azzardata. Ciò soprattutto perché, piuttosto che minacciare ritorsioni reali, che metterebbero alla corda Tel Aviv (anche perché agli Usa si accoderebbe tutto il mondo), come ad esempio la rescissione degli aiuti, finanziari e militari, Trump punta tutto sul suo rapporto con Netanyahu, sicuro che nonostante l’avversione alla fine farà quel che deve. Alquanto ingenuo, ma l’uomo è fatto così.
Quanto a Netanyahu, secondo una notizia filtrata alla CNN starebbe discretamente cercando di ottenere un incontro con Trump. Notizia ovviamente smentita dall’ufficio del premier israeliano per evitare di esporlo al rischio di un pubblico diniego, che renderebbe ancor più difficile, se non impossibile, derubricare la frattura tra i due a incidente di percorso. Sarebbe fatale per le sue possibilità di rielezione.
Resta il nodo Libano, sul quale Trump ha meno leve che altrove. Ieri l’apertura a sorpresa; per chiudere il conflitto che “sembra non finire mai” ha dichiarato: “Dobbiamo parlare un po’ con Hezbollah”.
Poi oggi, al G7 di Evian, per coprirsi le spalle ha fatto retromarcia – parlare con un’organizzazione che Israele connota come terrorista… – affermando che, visto che Israele non è in grado di risolvere la querelle Libano “senza uccidere tutti”, è il caso che se “ne occupi la Siria”, attualmente guidata dall’ex leader di al Qaeda Ahmad al-Shara.
Al netto di sorprese, sembra l’ennesima boutade di Trump perché al-Shara è già stato sollecitato in proposito e ha declinato il pressante invito. Il fatto è che la Siria è sotto l’influenza della Turchia. E Ankara ormai percepisce Israele come una minaccia esistenziale, anche per le dichiarazioni ostili lanciate al suo indirizzo da diversi politici di Tel Aviv.
Di questi giorni, peraltro, le esercitazioni congiunte dell’aviazione turca ed egiziana: un segnale a Israele perché eviti di essere conseguente alle insistite minacce. E un altro segnale del riposizionamento in corso nella regione.

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