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Il problema dello Stabilicum non è chi vincerà troppo, ma chi non potrà partecipare

Si può contestare lo Stabilicum (a cominciare dall’orrendo nome) senza annunciare la fine della democrazia. Sul Domani di mercoledì scorso anche Andrea Pugiotto, un costituzionalista di provata serietà, ha fra le altre cose denunciato il rischio che una minoranza elettorale, trasformata dal premio in maggioranza parlamentare, metta le mani senza ostacoli sulle istituzioni di garanzia.

Il problema merita attenzione, il pericolo sembra davvero remoto: il massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera, comprendendo il tetto del premio fissato a 220 deputati e l’improbabile vittoria in tutti i collegi esteri, è di 228 deputati. I quattro gruppi della maggioranza più qualche eletto del gruppo misto ne contano già oggi 237. Al Senato dati simili. Per eleggere da soli i giudici costituzionali i seggi del premio non bastano. E ciò vale per tutti gli organi di garanzia fino al presidente della Repubblica.

Questo non ci fa piacere la legge, per nulla. Impone però di spiegare quale nuovo potere di sopraffazione introdurrebbe rispetto alla situazione presente. Il governo ha voluto a tutti i costi una nuova legge elettorale, sì ma, evaporati nel tempo gli appetiti di marca orbaniana, essenzialmente per una ragione: cancellare il rosatellum vigente fino a ieri avrebbe dato una spinta troppo forte, nei collegi uninominali, a una opposizione unita. Questo risultato il governo l’ha ottenuto, sul resto non ha forzato troppo.

La prudenza della maggioranza ha una spiegazione politica plausibile: nessuno sa chi vincerà. La partita è aperta e un centrosinistra sufficientemente largo può prevalere. Difficile immaginare che Meloni voglia consegnare ai suoi avversari un potere di vita e di morte sulle istituzioni. Anche chi scrive le regole pensando al proprio interesse deve fare i conti con la possibilità di perdere.

Giovanni Donzelli, uno dei dirigenti di FdI più vicino a Meloni, nella sua dichiarazione di voto alla Camera, ha annunciato che con lo Stabilicum si apriva l’ingresso nella Terza Repubblica. Un entusiasmo giovanile leggermente sproporzionato rispetto all’evento. Per fortuna, una Repubblica non cambia numero ogni volta che si cambia il sistema di assegnazione dei seggi.

Con il premierato il discorso sarebbe stato diverso: l’investitura diretta del capo del governo avrebbe inciso sul rapporto fra esecutivo, Parlamento e presidente della Repubblica. Quella sì sarebbe stata una trasformazione dell’ordinamento. A mio giudizio, più che verso una Terza Repubblica, nella direzione pre-repubblicana del primato del capo sui contrappesi.

Oggi abbiamo una legge elettorale brutta assai, non una catastrofe costituzionale già consumata. Il premio va criticato perché  distorce la rappresentanza, ma senza attribuirgli automaticamente la capacità di cancellare le garanzie, insomma.

I ricorsi annunciati dalla Rete per un voto libero e uguale investono sei punti: il premio, il collegamento fra le elezioni delle due Camere, la libertà di scelta degli eletti, la parità di genere, l’indicazione obbligatoria del candidato premier e le firme richieste per presentare le liste. Sono contestazioni di peso diverso. Non sono ancora davanti alla Consulta: saranno anzitutto i giudici aditi a valutare se rimetterle alla Corte. Un elenco di obiezioni non è una sentenza.

Fra queste, una meriterebbe senz’altro la cancellazione. Per una lista nuova, priva delle agevolazioni riservate a chi è già dentro, il minimo delle firme richieste alla Camera quadruplica: da 1.500 a 6.000 per collegio. Chi occupa il Parlamento rende molto più difficile l’accesso ai concorrenti. Questo sì offende i principi costituzionali.

Il problema più evidente non è che qualcuno possa vincere troppo. È che qualcun altro rischi di non poter nemmeno concorrere. Per difendere la democrazia, prima di annunciarne la morte, comincerei a restituirgli ossigeno.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Marco Taradash per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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L’Europa non salverà la propria industria sospendendo l’ETS

Al Consiglio Europeo che si chiude oggi si chiedono risposte concrete. L’accordo sulle ibride cinesi e la battaglia sull’ETS non sono due dossier separati, ma lo stesso problema visto da due lati: l’Europa vuole difendere la propria industria da Pechino e, allo stesso tempo, non riesce a decidere chi debba pagare la transizione. Il Consiglio europeo di queste ore ce lo dovrà spiegare.

Il 9 ottobre Maroš Šefčovič, il commissario al Commercio europeo, e il suo omologo cinese Wang Wentao hanno annunciato un tetto di 350.000 ibride l’anno (in crescita del 6% per quattro anni), a partire dal 1º dicembre. L’obiettivo è dimezzare le esportazioni. I dazi sulle elettriche del 2024 restano in vigore. Il deficit commerciale con la Cina nel 2025 è stato di circa 360 miliardi di euro e, in cambio, Pechino ha concesso un taglio dei dazi su circa 4 miliardi di euro di prodotti europei e licenze più semplici per le terre rare.

È un freno utile, e Parigi e Berlino lo volevano da tempo. Ma resta un freno.La buona notizia è che il Regno Unito ha annunciato l’intenzione di aderire a questo accordo. Mal che vada l’Unione si sta riunificando.

Al Consiglio, comunque, la testa è altrove. Il 6 ottobre von der Leyen ha spiegato a Strasburgo che, dalla fine di febbraio, il prezzo del gas è salito del 140 per cento e il diesel è raddoppiato, e che, dall’inizio della guerra con l’Iran, le importazioni di fossili ci sono costate 100 miliardi in più. Ha ricordato anche che l’elettricità rappresenta meno di un quarto dei consumi finali (l’obiettivo è raddoppiarla entro il 2040) e che un megawattora costa circa 145 euro in un Paese basato sul gas e circa 70 euro in un altro in cui contano il nucleare e le rinnovabili. Questi due numeri spiegano quasi tutto.

Poi c’è l’ETS, il meccanismo con cui l’Unione pone un tetto alle emissioni di CO₂ delle centrali e delle industrie pesanti. Ogni tonnellata emessa richiede una quota; le quote si comprano e si vendono; il tetto scende negli anni e il prezzo, in teoria, sale. Oggi siamo intorno agli 85-88 euro a tonnellata. Il carbonio, da gennaio, è sceso o stabile. Il gas no. Oggi è l’ETS il bersaglio. A marzo l’Italia ha chiesto formalmente la sospensione (o un intervento equivalente sul termoelettrico). Adesso, insieme alla Repubblica Ceca, porta al Consiglio un pacchetto che include l’uso della riserva di stabilità, una maggiore protezione per acciaio, cemento e ceramica e il rinvio dell’ETS2 su trasporti ed edifici, previsto per il 2028.

Meloni, al Senato, ha detto due cose in contrasto fra loro: che il prezzo lo fa il mercato e che va corretto perché rifletta l’economia reale e non la finanza. Va detto che la Commissione ha già ceduto parecchio. La revisione proposta il 17 luglio estende le quote gratuite per i settori soggetti a CBAM fino al 2038 e posticipa la decarbonizzazione quasi completa al 2048.

I contrasti sono forti. Finlandia, Danimarca e Svezia (insieme a Spagna, Paesi Bassi e altri) avvertono che indebolire ulteriormente il sistema penalizza chi ha già investito e rende imprevedibili le decisioni future. Sul fronte opposto c’è un gruppo di dieci Paesi guidato dall’Italia e dalla Polonia.

Le preoccupazioni dell’industria vanno prese sul serio, e non sono solo italiane: a luglio Confindustria, il Medef francese e il BDI tedesco hanno firmato per la prima volta insieme una lettera a von der Leyen per chiedere una revisione profonda. Una fabbrica non si trasforma con una scadenza scritta in un regolamento. Servono elettricità a un prezzo decente, reti, autorizzazioni, capitali e clienti in grado di acquistare i nuovi prodotti. E cambiare le regole a ogni stagione punisce proprio chi aveva già investito per rispettarle. Sulle reti, poi, la stessa von der Leyen ammette che una capacità pari a sei volte la nuova potenza rinnovabile resta da collegare.

Il nodo politico, però, è un altro. Meloni, con Merz e De Wever, ha scritto a Costa per accelerare gli investimenti nei settori strategici, a partire dall’energia, e chiede una risposta europea. Nelle stesse settimane ha chiesto a von der Leyen maggiore flessibilità fiscale legata all’inflazione e un nuovo rinvio dell’ETS2 per non appesantire famiglie e imprese.

Il fatto è che il Green Deal ha affidato un’ambizione continentale a capacità di spesa quasi interamente nazionali, e ogni governo difende le proprie imprese con le risorse che ha. Vale lo stesso per l’auto: secondo la stampa tedesca, Parigi e Berlino stanno per scambiarsi un allentamento del divieto ai motori termici del 2035 in cambio di requisiti «Made in EU» più severi per le auto elettriche. Più che una politica industriale europea, sembra un baratto fra capitali, e resta da capire se servirà a rendere competitive le produzioni nuove o a tenere in vita le vecchie.

Forse quello che davvero serve è un ETS più leggibile, con un tetto che scende senza strappi, e spostare lo scontro su tre cose concrete: dove vanno davvero i proventi delle aste (la Commissione chiede agli Stati più trasparenza proprio su questo), quanto in fretta si collegano le reti e si sbloccano i permessi, e un un sistema per i prodotti a più alta densità di carbonio che copra più merci con meno scappatoie.

Fa meno scena di una sospensione, ma è l’unica strada che non lascia l’industria sola con il conto. Il Consiglio non riscriverà il Green Deal, e l’intesa con Pechino resta un freno tattico, utile e basta. Per l’Italia la partita non è quella che racconta il governo: sospendere l’ETS darebbe qualche mese di sollievo e anni di incertezza, e a pagarli sarebbero proprio le imprese che si dice di voler difendere.

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Ancora accuse di genocidio a Israele, senza prove

Navi Pillay

Nell’intervista rilasciata ieri a Repubblica, Navi Pillay ha indicato il bombardamento della clinica per la fertilità Al-Basma di Gaza come un fatto decisivo per definire genocidio la controffensiva di Israele nei confronti di Hamas. Secondo la giurista sudafricana, appena insignita del premio Nobel, il colpo avrebbe centrato deliberatamente la parte dove si trovavano gli embrioni. I soldati israeliani poi non sarebbero entrati a controllare la presenza di combattenti o armi di Hamas. Aggiunge Pillay che l’episodio le aveva ricordato il Ruanda, dove gli assassini hutu squarciavano il ventre delle donne tutsi incinte per impedire nuove nascite. Da qui la conclusione che si tratti di qualcosa di molto vicino all’annientamento di un gruppo, in questo caso i palestinesi.

I fatti accertati sono più circoscritti. Nel dicembre 2023 un colpo di artiglieria o di carro, attribuito a Israele, colpì la clinica Al-Basma a Gaza City, distruggendo i serbatoi di azoto liquido che contenevano circa 4.000 embrioni e circa 1.000 campioni di sperma e ovuli. Lo ha documentato Reuters nell’aprile 2024, sulla base delle dichiarazioni del direttore della clinica, Bahaeldeen Ghalayini, e di successive visite sul posto. Fu una perdita reale e grave per le coppie coinvolte. Ma lo stesso Ghalayini ha dichiarato di non sapere se il laboratorio fosse stato colpito in modo deliberato. L’embriologo della struttura ha usato formulazioni analoghe.

L’Idf ha affermato di non essere a conoscenza dello specifico attacco, di non colpire deliberatamente infrastrutture civili (incluse le cliniche) e di operare secondo il diritto internazionale per ridurre i danni ai civili. Ha chiesto l’orario preciso dell’episodio per poterlo verificare meglio. Israele non ha confermato di aver colpito la clinica e ha respinto le conclusioni della Commissione Onu presieduta da Pillay come politicamente predeterminate.

La Commissione, dal canto suo, aveva sostenuto che l’attacco fosse intenzionale, che non vi fossero prove di uso militare della struttura e che fosse volto a impedire le nascite, quindi un atto genocida. Le sue conclusioni si basano principalmente sulla testimonianza del direttore, che però non era in grado di risalire alle intenzioni degli attaccanti, sulle foto del danno interno e sulla convinzione che i comandi israeliani conoscessero la funzione delle strutture sanitarie.

Critici (tra cui analisi di UN Watch) hanno evidenziato l’assenza di data precisa, frammenti di munizione, analisi di traiettoria e il fatto che foto della zona mostrino danni significativi anche a edifici adiacenti. La clinica stessa risulta ancora in piedi, con danni concentrati all’interno.

Sul fronte di Hamas non risultano prove pubbliche che la clinica Al-Basma fosse usata come base, deposito o posizione di tiro. Non sono stati documentati tunnel sotto di essa. Esiste invece un contesto operativo chiaro: a dicembre 2023 il nord di Gaza City era zona di combattimenti intensi tra l’Idf e le forze di Hamas, con avanzate dei mezzi militari israeliani, eliminazione di miliziani e scoperta di tunnel e depositi nelle aree limitrofe. È documentato che Hamas abbia costruito e utilizzato tunnel sotto o nelle immediate vicinanze di diversi ospedali (Al-Shifa è il caso più verificato, con conferme del New York Times e dell’intelligence americana; analoghe evidenze riguardano l’Ospedale Europeo e altre strutture). Documenti interni di Hamas del marzo 2020 mostrano una politica deliberata di utilizzo delle strutture sanitarie a fini militari e di sicurezza.

Il paragone con il Ruanda si regge su una semplice analogia e non dimostra che gli israeliani si siano comportati come gli hutu. Lì si trattava di una campagna sistematica di sterminio, capillare ed esplicitamente genocida. Qui si tratta di un singolo colpo in una guerra urbana ad alta intensità, iniziata dagli attacchi di Hamas del 7 ottobre.

Pillay potrebbe obiettare che la clinica sia solo un esempio e che il genocidio si giudichi sull’intento complessivo della campagna, non su un singolo episodio. Vero, ma allora è quel quadro complessivo a dover essere dimostrato, e l’episodio indicato come decisivo non basta a reggerlo.

La distruzione degli embrioni è un fatto. Che sia stata deliberatamente mirata agli embrioni con intento di annientare il gruppo palestinese resta un’interpretazione della Commissione di Pillay, non basata su elementi documentali definitivi. Questo non sottrae Israele a ogni responsabilità per danni collaterali in zone di combattimento, né cancella la tragedia individuale. Indica però che trasformare un episodio di questo tipo in prova di genocidio richiede elementi più solidi di quelli finora presentati da Pillay.

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L’Europa, Nato o non Nato, se lo deve procurare

Per fermare un drone ucraino che cerca di intercettarne uno russo non serve abbatterlo. Basta spegnergli la connessione satellitare. È quello che denunciano le forze di Kyjiv dopo le restrizioni unilaterali al servizio militare di Starlink imposte da SpaceX nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, senza alcun preavviso.

Secondo Serhiy «Flash» Beskrestnov, consigliere della presidenza ucraina e grande esperto per le tecnologie della difesa, SpaceX ha introdotto un limite di velocità sui terminali StarShield (il pacchetto militare) in movimento: oltre i 160 chilometri orari la connessione cade. Il 7° Corpo delle forze d’assalto aereo ha segnalato disconnessioni di 10-20 secondi già a 110-120 chilometri orari, con missioni annullate. Segnalazioni successive parlano di cadute di segnale già a 60-70 chilometri orari. In guerra, venti secondi senza controllo non sono un disservizio ma un’arma consegnata all’avversario.

Le restrizioni colpiscono anche i droni intercettori che cercano di contrastare gli Shahed a propulsione a getto. Uno dei pochi strumenti efficaci contro quelle armi viene reso inoffensivo di notte, mentre la Russia colpisce con furore le infrastrutture energetiche ucraine. Il ministero della Difesa ha contattato Stati Uniti, SpaceX e Nato e, di fronte al silenzio dei presunti alleati, ha attivato collegamenti satellitari di riserva. Ma le riserve non sono Starlink.

Non è una ritorsione contro gli attacchi alle raffinerie russe che lo stesso Zelensky aveva sospeso. I droni che colpiscono obiettivi in territorio russo usano altri sistemi: Starlink non funziona dentro la Russia. Qui sono in gioco operazioni sul territorio ucraino, comprese le zone occupate. In gioco c’è la vita dei civili ucraini, come subito ha denunciato la premio Nobel per la pace 2022 Oleksandra Matviichuk: «Starlink viene utilizzato anche dagli intercettori che proteggono le città ucraine dagli Shahed russi a reazione. Senza quella protezione, i droni russi colpiranno edifici residenziali, ospedali e scuole come se fossero bersagli in un poligono di tiro.

«Permettetemi di dirlo senza mezzi termini: il sangue dei bambini ucraini ricadrà sulle mani del proprietario e dell’intero team di questa azienda americana».

Il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski ha scritto pubblicamente a Elon Musk: «Ehi, @elonmusk, grande uomo, stai di nuovo facendo politica con i tuoi prodotti? Come tuoi clienti europei, ti teniamo d’occhio». Clienti, sì: la Polonia paga il servizio per l’Ucraina. Musk non è un benefattore, ha un contratto da rispettare.

Fino alla serata di ieri Musk e SpaceX non avevano fornito alcuna spiegazione pubblica, poi è intervenuto Musk su X spiegando che c’è una differenza fra Starlink, ad uso commerciale, e Starshield: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto il controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite sulla velocità o sull’uso è deciso dal militare statunitense e in ultima analisi dal POTUS». Cioè Donald Trump.

Nel marzo 2025 Musk aveva scritto su X, in risposta a un precedente scontro con Sikorski: «Per essere estremamente chiari, per quanto io possa essere in disaccordo con la politica sull’Ucraina, Starlink non disattiverà mai i propri terminali… Non faremmo mai una cosa del genere né la useremmo come merce di scambio». Oggi che Musk introduce la distinzione fra uso commerciale e militare dei suoi satelliti, quella frase è un precedente scomodo. 

A rafforzare la tesi di Musk sulle responsabilità di Trump una notizia del Washington Post secondo cui la Casa Bianca avrebbe minacciato di interrompere la condivisione d’intelligence se Kyjiv continuasse a colpire gli impianti energetici russi.

Prima era intervenuto anche Zelensky: le restrizioni sono un grave errore, ha detto, possono costare vite umane, il servizio va ripristinato. Nell’intervista a Piers Morgan aveva lasciato aperta persino l’ipotesi di un errore tecnico, con la consueta prudenza diplomatica.

Non serve avere accesso a canali riservati per vedere il problema politico. Uno strumento decisivo della resistenza ucraina dipende da un’infrastruttura privata sulla quale Kyjiv non ha il controllo. Chi la gestisce può diminuirne il potenziale di notte, senza preavviso, e lasciare che gli altri si arrangino. Non è il potere di un normale fornitore. È il potere di chi tiene in mano l’interruttore.

Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha riconosciuto ieri la dipendenza dalle capacità spaziali americane chiedendo di sviluppare le nostre. Ma oggi non basta cambiare fornitore: OneWeb non offre una sostituzione immediata di Starlink sui droni, mentre la costellazione europea IRIS² è ancora lontana dall’operatività. L’autonomia va costruita; non è un’alternativa già disponibile da attivare stasera.

Ed è un problema europeo per oggi e per domani. È anche questo il prezzo del tempo perduto dall’Europa. Abbiamo discusso per anni se una difesa comune fosse necessaria, mentre diventava indispensabile. La sovranità europea comincia dalla capacità di tenere accesi gli strumenti della propria difesa. Il sovranismo riempie le piazze di bandiere. La sovranità deve sapere chi ha in mano l’interruttore. Si possono deliberare stanziamenti, acquistare munizioni e promettere sostegno «finché sarà necessario». Ma se comunicazioni, satelliti e intelligence restano in mani esterne, i fondi crescenti per la difesa vanno spesi prima di tutto per ciò che è essenziale. Le armi più costose non devono andare a dormire di notte nel letto di chi ce le ha vendute.

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