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La vitalità dei riformisti, e l’ultimo tram per resistere al bipopulismo

L’unica area politica nella quale oggi si discute di politica è quella riformista (in senso lato: dai riformisti del Partito democratico a Carlo Calenda). È un dato di fatto. A sinistra non c’è una vera discussione, al massimo si stanno azionando tutta una serie di meccanismi per prepararsi alle elezioni. E dunque le mosse su chi fa il leader del campo largo, chi si candida, il peso delle correnti, chi verrà fatto fuori e via dicendo. Nessuno scandalo, la politica è fatta anche di questo. Ma non è una discussione sulle cose.

A destra i problemi sono altri. L’improvvisa disfida nera tra Fratelli d’Italia e Roberto Vannacci, le convulsioni leghiste connesse all’evidente crisi di Matteo Salvini. Sono lotte di potere.

Invece è al centro che si sta sviluppando – invero abbastanza confusamente – un embrione di un vero dibattito.

C’è stata l’uscita di Pina Picierno dal Pd e la nascita di Spazio pubblico, con l’intenzione e di costruire qualcosa di nuovo fuori e contro il bipopulismo. Sono già circa ventimila le adesioni. Ci sarà lunedì a Milano l’iniziativa degli Europeisti organizzata da Piercamillo Falasca, Daniele Nahum e Sergio Scalpelli (presenti Mario Monti, Carlo Calenda, Pina Picierno, Matteo Hallissey, Luigi Marattin, Carlo Cottarelli. Giuseppe Benedetto). Su questo, ha scritto sul Riformista Sergio Scalpelli, che non si tratta di fare «l’ennesimo cespuglio centrista, di quelli che nascono per pesare in una trattativa e muoiono il giorno dopo averla persa. Ma la forma di una cultura politica che esiste, produce classe dirigente, amministra città e regioni, e resta priva di una rappresentanza nazionale che ne raccolga la voce».

Mentre ieri a Roma Alessandro Onorato, ha lanciato il suo Progetto Civico, «non un partito» ma «una nuova forza politica davvero riformista e convintamente popolare», anche «liberale e libertaria» che si fa forte della adesione di seicentottantacinque amministratori sul territorio. In platea Elly Schlein, Giuseppe Conte, Gaetano Manfredi, tanti altri ma non Matteo Renzi. Onorato è un pupillo di Goffredo Bettini (omaggiatissimo), e dunque stiamo parlando di un soggetto che vuole stare nel campo largo.

Qualcuno chiama gli onoratiani i “centristi per Conte” perché secondo diversi osservatori, questa aggregazione, in un eventuale ballottaggio alle primarie, potrebbe appoggiare l’avvocato contro Elly Schlein. E infatti Conte è intervenuto, ottima accoglienza, anche lui ha ringraziato Bettini da cui si attende una mano per conquistare la leadership del campo largo.

Come si vede da questo elenco sommario, di comune c’è la volontà di dar vita a una nuova offerta politica, europeista, pragmatica, non ideologica: tutti i protagonisti delle diverse iniziative, e anche i riformisti dem (Lia Quartapelle e Simona Malpezzi si confronteranno con Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini il 25 a Milano), nel merito, a partire dalla grande discriminante, l’Ucraina, dicono più o meno le stesse cose.

Diversa però è la tattica. Se tutti sono contro il centrodestra, la divisione è tra chi pensa che lo strumento per battere l’avversario sia il campo largo e chi invece pensa che occorra stare nel mezzo in una posizione critica verso ambedue i poli. Questa divisione tattica non è ricomponibile. Dunque non sarà possibile avere un unico contenitore riformista.

Stabilito questo, o si va alla lotta nel fango tra le due anime del riformismo con il probabile esito dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie che muoiono uno dopo l’altro, ripetendo in peggio il tragico passo falso del 2022. Oppure si trova un terreno comune, una piattaforma unitaria, magari un coordinamento, per fare vivere i contenuti riformisti nel prossimo Parlamento. È evidente che ciascun soggetto dovrebbe fare un atto di generosità rinunciando a qualche cosa della propria soggettività. Discorso complicato e, va detto, molto politologico per non dire politicista. E tuttavia è una discussione che portata avanti fino in fondo. Perché questo è l’ultimo tram che passa. Perderlo significa andare tutti a casa.

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È tempo di chiudere questa legislatura, e di eleggere un nuovo Parlamento

Ieri si è definitivamente capito che ormai questi non sono più dibattiti parlamentari. Sono talk show senza interruzioni pubblicitarie. Tutti contro tutti. Occasioni per riversare antipatia, astio, odio. La volgarità tracima. Non si ragiona più.

Per cui sarebbe meglio chiuderla il prima possibile, questa legislatura sostanzialmente improduttiva dominata da una destra maldestramente contrastata dai suoi oppositori.

Che vuol dire il prima possibile? Un’ipotesi che circola negli ambienti del governo, anche se non la sola, prevede che una volta approvata una burocratica legge di bilancio – che altro non potrà essere – si sciolgano le Camere per andare a votare a marzo-aprile 2027. Tutti vedono che il governo Meloni ha da tempo esaurito la spinta propulsiva. Addirittura ormai siamo entrati, come altre volte nella storia recente, nella fase degli avvisi di garanzia, degli scandali, dei veleni. L’epicentro è il ministero di Matteo Salvini. Dopo gli avvisi di garanzia per il Ponte sullo Stretto, ieri Elisabetta Pellegrini, sua stretta collaboratrice, è stata raggiunta da un avviso per turbativa d’asta e quant’altro. Naturalmente non è una sentenza. Ma quando volano gli uccellacci e uccellini delle Procure è brutto segno: volteggiano quando il quadro politico si è infragilito. Ed è questo il caso: la politica, tutta la politica, è debolissima.

Sempre ieri a Montecitorio è andata in scena una pochade penosa, di quelle dove non ride nessuno. Di questa seduta più che le discussioni sull’Ucraina e sul Medio Oriente si ricorderà la volgare uscita di tal Francesco Silvestri, che è un pezzo abbastanza grosso del Movimento 5 Stelle, sulle «ginocchiere» che la presidente del Consiglio starebbe usando in Europa. Frasi da angiporto. Giustamente, Giorgia Meloni ha replicato con durezza. Sapendo che tutto questo le fa gioco: «Lavorano per me». La presidente di turno Anna Ascani, Partito democratico (ma Elly Schlein non poteva dire una parola?), si è scusata per non essere intervenuta per stigmatizzare il deputato contiano perché non aveva colto il senso delle sue parole. Eppure, non era difficile decodificare il riferimento alle ginocchiere. Questo è il livello.

Poi – e questa è la vera notizia politica – la presidente del Consiglio si è scatenata contro i parafascisti di Roberto Vannacci prendendosela con l’ex Fratello d’Italia e ora “futurista” Emanuele Pozzolo, il pistolero di Capodanno recentemente finito con la macchina in un fossato con un tasso alcolemico sopra il limite. Lite tra post e para fascisti. Si è visto in chiaro quale sarà il problema vero di Giorgia: arginare Vannacci, magari scavalcandolo a destra. Tattiche da anni Venti del secolo scorso, quando Benito Mussolini voleva umiliare i suoi oppositori mostrandosi più fascista di loro. «Avete votato sei volte con la sinistra!», ha tuonato la premier, come a dire la destra vera c’est moi. È il sintomo della grande paura meloniana. Vannacci può farle perdere le elezioni, specie se andrà da solo, cioè in alternativa a Fratelli d’Italia.

Sulle opposizioni c’è poco da dire, anzi niente che non si sia già scritto mille volte. Hanno presentato sei mozioni diverse. Sulla politica estera non solo non hanno un linea comune, ma hanno proprio due linee opposte, cioè inconciliabili. Non si tratta di sfumature ma di valori non mediabili. Sull’Ucraina, su Vladimir Putin. La frattura, col tempo, invece di ricomporsi, si è approfondita, ed è questo che il Pd non capisce o fa finta di non capire. La realtà è che Giuseppe Conte, totalmente ignorato dai dem mentre parlava, si mostra testardamente refrattario a cercare un punto d’incontro: basta e avanza questo dato per dichiarare che il campo largo non esiste.

Questa è la condizione politica del Paese. Il fattore Vannacci, la crisi della Lega, la povertà d’idee di Meloni, la pigrizia del Pd, l’avventurismo di Conte, il girare a vuoto (finora) dell’area riformista, l’amletismo di Forza Italia: il Paese non merita uno sfilacciamento del genere. Prendetevi tutti un po’ di mesi per riordinare le idee e andiamo a chiudere una delle peggiori legislature della storia repubblicana.

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Picierno, Madia, Gualmini, Quartapelle e Malpezzi il 25 giugno insieme a Milano

Qualcuno ci prova. A discutere, a capirsi, a tentare l’impresa che pare impossibile di intrecciare i fili di un discorso comune. Pina Picierno, Marianna Madia e Elisabetta Gualmini, le tre esponenti uscite di recente dal Pd, terranno con Lia Quartapelle e Simona Malpezzi, della minoranza riformista del Pd, un’iniziativa insieme il 25 giugno a Milano.

Titolo evocativo: «C’è ancora domani – Quattro strade per combattere populismo e estremismo». Una “four way street” riformista per iniziare un discorso nuovo. Linkiesta aveva sollecitato un incontro di questo tipo per provare a ragionare insieme sulle prospettive dell’area riformista, e dunque che la cosa si faccia è una buona notizia.

È interessante perché le tre hanno scelto strade diverse: Gualmini con Azione, Madia indipendente in Italia viva, mentre Picierno ha fondato l’associazione Spazio Pubblico fuori dallo schema bipopulista nel tentativo di dar forza a un serio progetto europeista e riformista di governo. Spiega Quartapelle che «Marianna, Elisabetta, Pina hanno deciso di lasciare il Pd, Simona e io pensiamo che serva continuare a rappresentare posizioni riformatrici all’interno. Tutte, però, riteniamo che sarebbe imperdonabile se nel 2027 dovessero prevalere le forze populiste e nazionaliste. Per questo non vogliamo lasciar cadere il filo del dialogo e ci ritroviamo per discutere di proposte e programma per battere la destra nel 2027».

Un dialogo che ha un immediato riscontro politico sulla battaglia per la libertà dell’Ucraina, vero snodo politico e valoriale e anzi sempre più lo spartiacque tra l’europeismo liberale e il populismo dell’ambiguità. Interpretando questa seconda linea ieri Goffredo Bettini ha detto al Corriere della Sera che oggi «l’Ucraina non corrisponde ai criteri fondamentali per entrare nell’Ue», per cui «ci vorranno anni» e che pertanto «sventolare oggi questa bandiera per motivi propagandistici non aiuta».

Peccato che nella mozione che oggi il Pd presenterà in Parlamento ci sia scritto esattamente il contrario, come ha notato proprio Quartapelle: «Il Pd presenta una risoluzione in cui ribadisce che l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue è una scelta strategica di fondo che non può essere rallentata».

D’altronde verte proprio sull’Ucraina, e sulla connessa partita sul riarmo, il dissenso che e diventato rottura da parte di Picierno. Un dissenso che è lo stesso dei riformisti che restano nel Pd. «Penso l’opposto, ovviamente, delle parole di Bettini sull’Ucraina consegnate oggi al Corriere. L’opposto – ha affermato Filippo Sensi – e un Pd che seguisse questa agenda filorussa, che equivoca le stragi con Puskin, sarebbe una follia e un errore esiziale che non avverrà. Sul mio cadavere».

Al di là delle geometrie partitiche e delle convenienze del momento, è proprio qui che potrebbe nascere un terreno comune. Se esiste una possibilità di ricomporre il campo riformista, essa passa attraverso una opzione di valori prima ancora che di alleanze. E l’Ucraina, oggi, è il luogo politico in cui questa scelta viene messa alla prova. Forse si comincia a fare sul serio.

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