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Trump licenzia la portavoce della Casa Bianca dopo appena 5 giorni dal suo insiediamento (pieni di gaffe)

Katie Zacharia, portavoce della Casa Bianca, è stata licenziata dal presidente Trump dopo appena cinque giorni dal suo insediamento. Il presidente degli Stati Uniti, infatti, ha detto ai giornalisti di averle chiesto questa mattina di “ripensare” al proprio ruolo all’interno dell’amministrazione americana. “Katie, ne hai davvero bisogno? Non credo che tu ne abbia bisogno”, ha riferito di averle detto. Il tycoon ha affermato che i due ne avrebbero ridiscusso al suo rientro alla Casa Bianca e di voler comunque lasciare a lei la decisione finale; il New York Times e la Cnn, però, riferiscono che il licenziamento è già avvenuto.

Il profilo di Katie Zacharia ha attirato polemiche fin dalla sua nomina: Trump l’aveva definita “avvocata” durante la sua presentazione, ma i giornali americani avevano sollevato dubbi a riguardo dato che il suo nome non figurava negli albi professionali. Il Wall Street Journal poi, ha fatto emergere che la qualifica, effettivamente, non esisteva. La donna era già nota negli Stati Uniti e aveva già lavorato per Trump come consulente del gruppo che gestisce il profilo Truth del presidente. Zacharia poi era stata al centro del dibattito americano in seguito ad una conferenza stampa in cui si era mostrata molto incerta, pronunciando male delle parole e incappando in lapsus e inesattezze più di una volta.

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“Un petomane fantasma mette in fuga i giornalisti in attesa di Zelensky”: il racconto di Politico dalla sala stampa del Consiglio europeo

Fuggiti dalla sala stampa del Consiglio europeo. Ma non per colpa di un allarme bomba. I giornalisti in attesa del presidente ucraino Zelensky sono stati costretti a scappare per colpa del cattivo odore. Sembra, infatti, che un cronista da qualche giorno sia alle prese con problemi di flatulenza: come riporta la giornalista di Politico Zoya Sheftalovich, nascosto tra i media in attesa del leader ucraino c’era un “petomane fantasma” e anche ieri sera la puzza nella stanza aveva messo a dura prova i giornalisti presenti durante un briefing diplomatico. Una notizia del genere non può che infiammare la fantasia dei social: su X gli utenti si sono sbizzarriti, provando anche a ipotizzare il colpevole. Per esempio, Nicholas Lut scrive “She who smelt it, dealt it“, traducibile con “Chi la sente, ne è parente”: che la “petomane fantasma” non sia la stessa Shenftalovich?

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Trump smentisce Musk: “Non siamo stati noi a depotenziare Starlink all’Ucraina”

Diventa un mistero la decisione di depotenziare il sistema Starlink necessario all’Ucraina per avere comunicazioni tempestive anche sulla linea del fronte e riuscire a intercettare in tempo gli attacchi lanciati dalla Russia. L’esercito e i vertici del governo, nei giorni scorsi, avevano denunciato il funzionamento parziale del sistema che si è protratto per giornate intere lasciando il Paese sotto il tiro dei missili e dei droni di Mosca. Inizialmente, si era pensato a una scelta presa da Elon Musk, che nelle stesse ore stava attaccando il presidente ucraino su X, ma poi il miliardario americano aveva smentito dicendo che la responsabilità era da attribuire completamente al Pentagono. Dopo giorni di comunicazioni a singhiozzo, il nuovo colpo di scena: Trump, scrive Axios, ha detto che gli Stati Uniti non sono coinvolti nel depotenziamento dei servizi Starlink in Ucraina.

Come detto, Musk è stato il primo ‘indiziato’ per la decisione di penalizzare le comunicazioni ucraine tramite il sistema satellitare di SpaceX, essendone il fondatore e avendo espresso, nelle stesse ore, considerazioni critiche nei confronti di Zelensky, dicendo ad esempio che “è andato troppo oltre” e, più chiaramente, che “deve dimettersi“. Ma era stato lui stesso a spiegare che il funzionamento del sistema implica che solo l’esercito Usa possa disporre un depotenziamento del genere. La versione militare di Starlink è infatti Starshield, un sistema progettato e sviluppato sempre da Starlink, ma di proprietà e gestione esclusiva del Pentagono. Ed è quindi solo il Dipartimento della Guerra Usa a decidere se e quali limiti imporre, tenendo conto che è quella la tecnologia in uso all’esercito di Kiev.

Nella serata di venerdì, però, è arrivata la smentita direttamente dal presidente Trump. Una smentita che alimenta il mistero dietro allo sgambetto all’esercito di Zelensky.

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Giornalista chiede a Zelensky: “Si sente il capro espiatorio dei problemi di Trump?”. Lui rimane zitto, poi ride: “Ecco la mia risposta”| Video

Il tradimento di Trump nei confronti di Zelensky rischia di cambiare le sorti del conflitto russo-ucraino, con conseguenze dirette anche in Unione europea. Così, alla prima occasione utile, i giornalisti del Vecchio Continente hanno voluto chiedere al leader di Kiev quali fossero le sue impressioni dopo l’accordo sul gasolio tra Washington e Mosca e la richiesta del tycoon di un cambio al vertice nel suo Paese. Così, un reporter presente alla conferenza stampa a margine del Consiglio europeo di Bruxelles glielo ha chiesto direttamente: “Il presidente Trump si appresta ad affrontare delle difficili elezioni di midterm. La sua popolarità è molto bassa, i prezzi molto alti e la guerra iniziata in Medio Oriente non sta andando come lui voleva. Crede di essere stato trattato come capro espiatorio dei suoi problemi?”. A questo punto Zelensky tiene lo sguardo basso qualche secondo, poi lo alza, guarda i giornalisti e accenna una risatina, con la sala che scoppia a ridere. “Questa è la mia risposta“, ha concluso il presidente ucraino.

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Giornalista del Washington Post aggredita da coloni israeliani: presa a calci e derubata, ha ferite e diverse fratture

“Sono stata brutalmente aggredita, buttata a terra. Continuavano a prendermi a calci, tipo una cinquantina di volte. Per fortuna avevo il giubbotto protettivo e l’elmetto, altrimenti probabilmente non sarei qui”. Heidi Levine, 63 anni, giornalista del Washington Post aggredita dai coloni israeliani nel villaggio di Abu Falah, a nord di Ramallah, si trovava in Cisgiordania per seguire la raccolta delle olive. Indossava il giubbotto con la scritta “Press” ben visibile davanti e dietro, ma questo non l’ha salvata dai calci e dalle bastonate degli occupanti israeliani illegali.

Come raccontato dalla fotoreporter, diversi testimoni hanno affermato di aver visto decine di uomini vestiti di nero e incappucciati scendere da un insediamento in cima alla collina vicina al villaggio dove la donna si trovava. A dare credito alle testimonianze c’è anche un video dell’episodio. La giornalista racconta di essere stata derubata dell’attrezzatura, picchiata, scaraventata a terra, rialzata a forza e poi di nuovo sbattuta a terra con violenza. A salvarla sono stati i colleghi palestinesi e il servizio medico, che l’ha fatta salire su un’ambulanza: in ospedale le sono state riscontrate “ferite e diverse fratture“, come riportato su X dal medico e deputato palestinese Mustafa Barghouti. “Mio figlio Michael mi ha sempre detto che la sua più grande paura era quella che sua madre venisse uccisa dai coloni. Ne abbiamo parlato proprio ieri. Non so quale genitore possa aver cresciuto mostri come loro”, ha detto Levine riferendosi ai suoi aggressori.

Sulla questione è intervenuto anche Matt Murray, direttore esecutivo del Washington Post, chiedendo un’indagine approfondita sull’aggressione: “Indossava dei segni distintivi ben visibili che la identificavano chiaramente come giornalista. Siamo indignati per questo attacco ingiustificato contro una giornalista che stava svolgendo il suo lavoro e sollecitiamo un’indagine approfondita e un seguito concreto da parte delle autorità”. Le IDF fanno sapere di aver aperto un’inchiesta sull’aggressione. Ferma anche la condanna dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. L’episodio violento nei confronti della fotoreporter americana segue, tra l’altro, un altro attacco avvenuto ai danni di un giornalista appena dieci giorni fa: si tratta di Jaafar Ashtiyeh, fotografo dell’Agence France-Presse, aggredito con i calci dei fucili nel villaggio di Aqraba, nella Cisgiordania settentrionale.

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Scontro tra la presidente delle associazioni Italia-Israele e Fratoianni. “A Gaza nessun genocidio”. “Ma lei non si vergogna?”. Su La7

Scontro durissimo a Piazzapulita, su La7, tra Celeste Vichi, presidente dell’Unione Associazioni Italia-Israele, e Nicola Fratoianni, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e segretario di Sinistra Italiana.
A dare fuoco alle polveri è una frase di Vichi, che afferma: “Se i genitori dei bambini di Hamas fossero stati nelle loro case e avessero continuato a svolgere la vita precedente, forse tante persone successivamente non sarebbero morte“.
Il conduttore Corrado Formigli interviene immediatamente: “Ma questa è la legge del taglione“.

La polemica si riaccende quando la presidente dell’Uaii accusa Fratoianni e il suo partito di aver diffuso notizie false sulle vittime palestinesi: “Per mesi lei e quelli del suo partito ci avete raccontato che a Gaza ci sono stati 70mila morti”.
“Lo hanno detto tutte le organizzazioni internazionali“, replica Fratoianni.
L’avvocata ribatte: “Sì, organizzazioni internazionali come il Ministero della Sanità di Hamas, chiaramente”.
Il parlamentare le chiede allora se ritenga inventate anche le altre denunce sulla condotta israeliana: “Quindi la sua tesi è che è tutto inventato. Che a Gaza non c’è stato un genocidio, che non ci sono 75mila morti, che non ci sono 20mila bambini ammazzati, che in questo momento in Cisgiordania non c’è la pulizia etnica e che magari Israele non pratica l’apartheid“.
“A Gaza non c’è stato nessun genocidio – replica Vichi – e non c’è nessun apartheid, perché il 20% della sua popolazione è araba”.
Fratoianni commenta sarcastico: “Certo, Israele è una democrazia compiuta e tutto va benissimo”.

La presidente dell’Uaii afferma poi che la parola “genocidio” è nata proprio per “identificare quello che è stata la Shoah”. A insorgere stavolta è la storica Michela Ponzani: “Sta dicendo una cosa che non è vera storicamente”. Il termine, infatti, coniato dal giurista Raphael Lemkin nel 1944, venne codificato dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 e non riguarda esclusivamente lo sterminio degli ebrei, ma anche la distruzione intenzionale, totale o parziale, di altri gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi.

Particolarmente acceso il passaggio dedicato ai giornalisti uccisi a Gaza. Vichi sostiene che nella Striscia non siano entrati reporter stranieri “per motivi di sicurezza”. Fratoianni replica: “Nel senso che gli israeliani gli sparavano uno a uno, quindi li volevano proteggere, perché sapevano che i loro militari li puntavano alla testa. Infatti ne hanno ammazzati centinaia, lei lo sa, no?”.
“No, quelli erano terroristi che si facevano passare per giornalisti“, risponde Vichi.
Il confronto torna quindi sulla qualificazione giuridica delle operazioni militari israeliane. Il politico rilancia: “Lei è d’accordo con me che ci sono crimini di guerra?”.
Ancora una volta Vichi nega: “No, perché i crimini di guerra non sono stati ancora accertati. È gravissimo che un onorevole, un deputato, un rappresentante di un partito italiano dica questo”..

Il segretario di Sinistra Italiana, continuamente interrotto, sbotta: “Avvocata, impari a stare zitta un minuto e mi faccia concludere. È tutta la sera che lei ci sta spiegando che non c’è niente di accertato, non ci sono stati 75mila morti, 20mila bambini uccisi, crimini di guerra. Benjamin Netanyahu ha un mandato d’arresto per crimini di guerra, lei lo sa, no?“.
Fratoianni denuncia quindi “lo scempio del diritto internazionale” e richiama la situazione in Cisgiordania, affllitta dall’occupazione israeliana.

Vichi lo scimmiotta durante l’intervento.
“Per lei è legale l’occupazione? Le colonie sono legali?”, le chiede il deputato.
“Lei non conosce la risoluzione 142 del ’67?”, replica l’avvocata.
“Ma che c’entra con le colonie illegali? Lei non sa di cosa parla”, risponde Fratoianni.
“Lei invece sta dicendo il falso sapendo di dire il falso”, contrattacca Vichi.
La tensione non si attenua neppure in chiusura. Quando si parla del film-documentario Naza, la presidente dell’Uaii osserva: “È un film sicuramente molto suggestivo“.
Fratoianni reagisce con un’ultima stoccata: “Niente, lei non si vergogna neanche a fine trasmissione”.

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Bilancio Ue 2028-34, scontro sui tagli da 140 miliardi. Costa cerca la mediazione sulle “risorse proprie”

I negoziati sul prossimo bilancio europeo si svolgono all’insegna delle divisioni, con i leader dell’Ue chiamati a mediare tra visioni opposte sul futuro finanziario dell’Unione. Il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, dopo aver ascoltato le posizioni di tutti gli Stati membri sull’Mff 2028-34, il Quadro Finanziario Pluriennale dell’Ue, presenterà una sua “negobox” (Negotiating Box), una proposta base per il negoziato, nelle prossime settimane. Per discutere del prossimo Qfp i leader avranno altre tre occasioni: il Consiglio Europeo informale in Irlanda del 13 novembre, che non sarà centrato sul bilancio, lo straordinario del 26 e 27 novembre a Bruxelles e il summit di dicembre, che saranno entrambi principalmente dedicati all’Mff 2028-34. Quella di Costa sarà la terza negobox, dopo quella della presidenza cipriota e quella della presidenza irlandese.

Un ruolo fondamentale nella nuova proposta negoziale sarà svolto dalle nuove risorse proprie, ovvero le entrate autonome che finanziano direttamente il bilancio dell’Unione (come dazi doganali, quote IVA, contributi sulla plastica non riciclata o la Risorsa basata sul Reddito Nazionale Lordo) permettendole di coprire le spese senza dipendere esclusivamente dai singoli Stati. Tali risorse sono considerate indispensabili per evitare una lievitazione eccessiva dei contributi nazionali, mantenendo un sufficiente livello di ambizione a livello di ammontare complessivo. Costa lavorerà anche per rendere il bilancio pluriennale sufficientemente flessibile da potersi adattare a circostanze impreviste: la ridotta flessibilità è uno degli aspetti che sono stati maggiormente criticati nella “negobox” irlandese.

Proprio in merito a questa proposta, durante i lavori del Consiglio è emerso un paradosso: da un lato si chiedono tagli, dall’altro ci si lamenta del loro impatto su politiche fondamentali, comprese quelle legate alla competitività. Per la Francia è chiaro che, sebbene il negoziato sul bilancio debba proseguire, un taglio di 140 miliardi rende molto difficile raggiungere un accordo; se la discussione sul compromesso della presidenza irlandese si concentra esclusivamente sulla spesa, un’intesa diventa quasi impossibile.

Le conclusioni sull’Mff 2028-34 sono state comunque approvate: “A seguito della presentazione, da parte della presidenza irlandese, di una bozza aggiornata del quadro negoziale (Negotiating Box) – si legge – il Consiglio Europeo ha discusso gli elementi chiave necessari per un compromesso equilibrato sul prossimo quadro finanziario pluriennale”. Il Consiglio Europeo “invita il proprio presidente a portare avanti i negoziati, nell’ottica di giungere a un accordo tempestivo. Un’intesa entro la fine del 2026 consentirebbe l’adozione degli atti legislativi nel 2027, passaggio necessario per garantire che i finanziamenti dell’Ue raggiungano i beneficiari senza interruzioni a partire da gennaio 2028″.

Durante la discussione sul bilancio, ha spiegato un alto funzionario Ue, gli interventi dei leader sono stati “molto sostanziali e dettagliati“, cosa che denota un vero “impegno” nei negoziati. Costa, in linea con la posizione emersa nelle consultazioni, continua a ritenere “assolutamente essenziale” il lavoro sulle risorse proprie per sbloccare l’accordo entro dicembre e ha fatto appello agli Stati membri affinché si assumano le loro responsabilità.

La discussione ha evidenziato l’importanza di mantenere i contributi nazionali entro “limiti ragionevoli” e di “preservare il livello di ambizione” del bilancio. Le risorse proprie svolgeranno un ruolo “decisivo” sotto questo profilo, pertanto Costa lavorerà con la Commissione ad un pacchetto “aggiornato” di risorse proprie, da includere nella nuova negobox. Secondo una fonte diplomatica europea, è possibile che la proposta tassazione delle imprese in base al giro d’affari si trasformi in qualcosa di diverso. Come detto, anche la “flessibilità” del bilancio, affinché si possa adattare ad eventi imprevisti, giocherà un ruolo chiave per superare lo stallo attuale.

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L’Italia proroga di altri sette giorni lo stop a Schengen con la Spagna: si va verso una soluzione alternativa

I controlli alla frontiera per chi arriva dalla Spagna potrebbero presto essere rimossi e sostituiti da misure alternative. Palazzo Chigi ha annunciato infatti una mini proroga di sette giorni dello stop a Schengen, deciso dopo la crisi migratoria di Ceuta, in modo da allinearsi alla scadenza delle misure imposte da Madrid. Una settimana in cui i rispettivi ministri dell’Interno si confronteranno per concordare misure di cooperazione sostitutive. Lo hanno confermato anche fonti della delegazione spagnola che si trova a Bruxelles per il Consiglio Europeo: “I ministri lavoreranno nei prossimi giorni per procedere all’eliminazione dei controlli Schengen” istituiti reciprocamente dai due Paesi.

Il primo stop a Schengen, con le restrizioni alla libera circolazione in stazioni e aeroporti, era stato imposto dall’Italia il 31 luglio, dopo l’arrivo a Ceuta di decine di migliaia di persone in pochi giorni. Nonostante non esistano confini terrestri diretti tra l’Italia e la Spagna e tantomeno con Ceuta (l’exclave è interamente circondata Marocco), il Viminale aveva deciso di sospendere l’accordo di libera circolazione per un mese. Un blocco rinnovato poi per due settimane e poi di 15 giorni in 15 giorni, aggravando la crisi diplomatica tra Roma e Madrid. Un mese fa il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares aveva accusato Tajani e Meloni di usare il tema a scopi elettorali, per alimentare la propria agenda interna. E in una durissima dichiarazione li aveva definiti “leader europei all’altezza della situazione”.

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Donald Trump licenzia anche Paolo Zampolli, dopo lo scontro dell’inviato speciale con il Dipartimento di Stato

Donald Trump ‘licenzia’ anche Paolo Zampolli, già lambito dagli scandali del caso Epstein, suo amico e inviato speciale per le partnership globali. L’atto di destituzione “gli è stato notificato oggi”, hanno detto alcune fonti all’emittente americana Abc. E poco dopo è arrivato il commento del diretto interessato. “Gli incarichi di inviato speciale hanno una durata di un anno. Trump lo ha prorogato per oltre sei mesi”, ha spiegato Zampolli ringraziando il presidente per avergli consentito di servire gli Stati Uniti, aggiungendo che Trump “ha sempre ragione”, e di aver ricevuto dal presidente sempre consigli giusti. “Anni fa mi fece entrare nel settore immobiliare. Ora mi ha chiesto: ‘Perché vuoi lavorare per la pubblica amministrazione quando potresti concludere tutti questi affari?’, ha raccontato Zampolli su X. Dunque, “Ora è il momento di un nuovo capitolo”. L’ex inviato speciale nei mesi scorsi aveva suggerito che l’Italia fosse ammessa al Mondiale 2026 al posto dell’Iran e si è descritto come amico del presidente del Movimento cinque stelle Giuseppe Conte.

Ma, all’interno del Dipartimento di Stato, Zampolli da mesi era alle prese con un braccio di ferro con il vice segretario di Stato Christopher Landau. Secondo quanto riportato dalle testata Politico, i due per mesi si sono scambiati e-mail infuocate in seguito a un disaccordo in merito alla catena di comando. Nelle missive Landau ha esortato Zampolli a limitarsi al proprio ambito di competenza, ovvero le questioni culturali. “Le ordino, ancora una volta, di cessare immediatamente qualsiasi attività su questioni che non siano direttamente legate alla diplomazia culturale”, ha intimato Landau in un messaggio del 14 novembre 2025. “È evidente che ha un problema con me. Quello che sta facendo è fuori controllo, io ricopro questo incarico su mandato del Presidente degli Stati Uniti d’America. L’unica persona che può affidarmi questo ruolo e che può revocarmi l’incarico è il Presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato Zampolli a Politico. Una revoca giunta ora.

Per il Dipartimento di Stato si tratta di una seconda brusca uscita nell’arco di pochi giorni dopo quella di Kimberly Guilfoyle, l’ambasciatrice americana in Grecia ed ex di Don Jr, costretta a dimettersi su pressione della Casa Bianca. Guilfoyle è stata travolta da accuse di corruzione proprio mentre il segretario di Stato Marco Rubio era ad Atene, offuscando la visita e facendolo infuriare.

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Usa, sparatoria in una scuola elementare in Oregon: uccisi tre bambini e un insegnante. Morto l’attentatore 16enne

Ennesima strage in una scuola statunitense. Un ragazzo di 16 anni ha fatto irruzione armato nella Silver Rail Elementary School di Bend, in Oregon, e ha sparato uccidendo tre bambini – di 5, 8 e 11 anni – e un insegnante, prima di essere colpito a sua volta da un uomo intervenuto prima dell’arrivo della polizia.

Erano le 12.59, le 21.59 in Italia, quando è partito l’attacco. Il 16enne, secondo quanto reso noto dalla polizia è entrato nella scuola sparando contro le porte chiuse a chiave. Un minuto dopo decine di telefonate al 911 hanno lanciato l’allarme per segnalare spari all’interno della scuola. Un passante, che ha visto l’adolescente entrare nella scuola elementare, lo ha seguito all’interno e ha ingaggiato uno scontro a fuoco, uccidendolo prima dell’arrivo degli agenti, ha riferito il capo della polizia di Bend, Mike Krantz.

Gli agenti sono arrivati sul posto alle 13.02 e hanno trovato i tre bambini e l’adulto morti sotto i colpi di arma da fuoco. Feriti anche un altro bambino di 7 anni e un secondo insegnante, che sono stati trasportati in ospedale.

Non è ancora chiaro se l’autore della sparatoria – identificato dalla polizia come un residente di Bend – avesse qualche legame con la scuola. La dinamica di quanto accaduto non è ancora del tutto chiara e le indagini, a cui sta collaborando anhe l’Fbi, sono ancora all’inizio. “Oggi è un giorno terribile per la nostra comunità. La scuola dovrebbe essere un posto sicuro, dove i bambini possono imparare”, ha detto la sindaca di Bend Melanie Kebler. Questa è la ventunesima sparatoria di massa negli Stati Uniti nel 2026 ed è destinataa riaccendere il dibattito sulle armi in piena campagna per le elezioni di metà mandato.

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