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L’Ucraina riprende 277 chilometri quadrati nel Donetsk con la controffensiva «Vivaldi»: Kiev rivendica 8.000 perdite russe

KARPIVKA — Volodymyr Zamota, 61 anni, è l’unico abitante rimasto di Karpivka, villaggio del Donetsk occupato dai russi dall’aprile 2025. Ha passato otto mesi senza vedere nessuno. Ora i soldati ucraini che hanno ripreso la zona gli calano il cibo con i droni e lo chiamano «Nonno». «Come si dice, la speranza è l’ultima a morire», ha raccontato alla BBC, che oggi ha pubblicato un reportage dal fronte. «Il villaggio è quasi completamente distrutto».

Karpivka è uno dei 16 insediamenti che Kiev dichiara di aver ripreso da agosto con la controffensiva «Vivaldi», quattro fasi battezzate come le stagioni del concerto, nel settore di Lyman, nel nord del Donetsk. Il bilancio ucraino è di 277 chilometri quadrati, circa 8.000 soldati russi fuori combattimento e 250 prigionieri. L’avanzata ha smussato la manovra a tenaglia con cui Mosca minacciava di accerchiare le città fortificate del Donbass.

Il brigadiere generale Andrii Biletskyi, comandante del III Corpo d’armata, ha annunciato il 14 ottobre la chiusura della quarta fase: altri 100 chilometri quadrati e tre villaggi. I guadagni russi dell’anno, sostiene, sono ormai «vicini allo zero». Mosca non riconosce nulla: i bollettini del ministero della Difesa russo parlano di attacchi «respinti» nella zona di Lyman e di «miglioramenti della posizione tattica». I blogger militari filorussi, secondo l’Institute for the Study of War di Washington, ammettono invece l’arretramento.

Sul campo la differenza l’hanno fatta le macchine. Robot e droni hanno aperto gli assalti e, per la prima volta, veicoli esplosivi telecomandati sono stati sganciati dietro le linee russe. «Prima difendevamo, ora dovevamo attaccare: abbiamo dovuto ristrutturare completamente l’approccio», dice Phoenix, comandante di un’unità della brigata Revenge, rientrata dopo 95 giorni in prima linea.

La frenata di Starlink

Quegli stessi droni, da due giorni, colpiscono la metà. Il 14 ottobre, senza preavviso, Starshield, il ramo militare della rete satellitare di SpaceX, ha limitato i servizi di navigazione a 160 chilometri orari. Sopra quella soglia Kiev perde il tracciamento dei propri intercettori, mentre i droni russi a reazione Geran-4 superano i 500 all’ora e sono ormai, secondo Zelensky, sei su dieci. I colpi giornalieri dei reparti ucraini senza pilota sono scesi da una media di 2.300 a 1.053 il 15 ottobre.

Elon Musk, proprietario di SpaceX, ha rinviato a Washington: «I sistemi Starshield sono di proprietà e sotto controllo del governo degli Stati Uniti. Qualsiasi limite è deciso dai militari americani e in ultima istanza dal presidente». Un alto funzionario statunitense ha detto alla CNN che Trump non ha fatto alcuna richiesta del genere; altre ricostruzioni attribuiscono l’ordine alla Casa Bianca, che non ha commentato.

A Bruxelles, al Consiglio europeo, Volodymyr Zelensky ha tenuto un tono misurato. «Abbiamo pienamente ripristinato la velocità che avevamo prima? No. La velocità sta tornando? Sì», ha detto in conferenza stampa. Le restrizioni, ha aggiunto, «hanno interrotto la logistica e compromesso la protezione della popolazione civile».

L’Europa non ha un’alternativa pronta. «Starlink è davvero necessario per l’Ucraina. E purtroppo, nel breve periodo, l’Europa non può sostituire questa capacità», ha ammesso Kaja Kallas, alta rappresentante Ue per la politica estera. Il vertice si è chiuso senza nuovi aiuti finanziari né missili per la difesa aerea, mentre Zelensky ha chiesto 70 miliardi di euro in più per il 2027.

La frenata arriva in una settimana di strappi con Washington. Il 9 ottobre Trump ha invitato la Russia a vendere 1,8 milioni di tonnellate di diesel sul mercato globale, pochi giorni dopo aver firmato una legge che inasprisce le sanzioni; il 13 i partner non hanno condiviso l’allerta su cinque missili balistici diretti su Kiev. Giovedì, a Newsmax, il presidente americano ha definito Zelensky «più difficile da trattare di Putin». Il terreno ripreso a Lyman e la soglia imposta a Starshield misurano la stessa cosa: quanto l’Ucraina possa ancora combattere senza il consenso americano.

Il capo di stato maggiore della brigata Revenge, Andriy Hitt, riassume il risultato di Vivaldi in «posizioni vantaggiose, linee favorevoli e una testa di ponte». A settembre, con i satelliti a piena velocità, l’aviazione ucraina aveva intercettato oltre 4.700 tra droni e missili.

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Brasile, Lula apre all’imputabilità a 16 anni: la svolta a 9 giorni dal ballottaggio con Flávio Bolsonaro

BRASÍLIA — Per decenni il Partito dei Lavoratori ha votato contro ogni proposta di abbassare l’età dell’imputabilità penale. Giovedì sera, davanti alle telecamere del Jornal Nacional, il telegiornale più seguito del Brasile, il suo fondatore e presidente della Repubblica Luiz Inácio Lula da Silva, 80 anni, ha detto di essere favorevole a portarla da 18 a 16 anni per i crimini «hediondos», gli efferati. Mancano nove giorni al ballottaggio del 25 ottobre contro Flávio Bolsonaro, e i sondaggi danno un pareggio.

«Sono favorevole a ridurre a 16 anni, ma non a discuterne in questa Pec», ha detto Lula. La Pec è la proposta di emendamento costituzionale sulla sicurezza, l’equivalente di una riforma costituzionale, che il governo ha presentato per rafforzare i poteri federali contro la criminalità. L’apertura arriva mentre il Datafolha di giovedì dà il senatore Bolsonaro al 47% e Lula al 45%. Sui voti validi è 51 a 49, dentro il margine d’errore: una settimana prima il distacco era di quattro punti.

Il voto sulla riforma, previsto giovedì in Senato, è saltato proprio per la lite sull’età, riferisce Reuters. L’opposizione voleva inserire il taglio nel testo del governo: 16 anni in generale, 14 per i reati violenti, la linea che Flávio Bolsonaro sostiene da tempo. Il capogruppo del Partito dei Lavoratori al Senato, Camilo Santana, uomo della campagna di Lula, ha depositato con 27 senatori un emendamento che limita la riduzione ai soli crimini efferati. Il testo rivale porta la firma di Rogério Marinho, coordinatore della campagna di Bolsonaro, con più di 30 colleghi.

Per passare, un emendamento costituzionale ha bisogno di 49 voti su 81 in due letture, e ogni modifica di sostanza rimanda il testo alla Camera. Flávio Bolsonaro, 45 anni, senatore di Rio de Janeiro e primogenito dell’ex presidente Jair, non ha replicato in pubblico all’apertura di Lula.

La settimana delle 40 ore

L’apertura sull’imputabilità chiude una settimana di annunci. Mercoledì il Senato ha approvato l’emendamento costituzionale che riduce la settimana lavorativa massima da 44 a 40 ore a parità di salario, una delle priorità di Lula. «È un giorno per celebrare una conquista storica per milioni di lavoratori», ha detto il presidente. «Chi lavora così duramente per costruire il Brasile merita anche il tempo per vivere».

Nei giorni precedenti il governo ha vietato le scommesse sportive, e giovedì Lula ha annunciato una proposta di emendamento costituzionale per il trasporto pubblico gratuito nei fine settimana, mentre tornava ai comizi di piazza. Al primo turno del 4 ottobre il figlio dell’ex presidente aveva chiuso in testa con il 47,03% contro il 45,16%. Secondo gli analisti sentiti da Al Jazeera, Bolsonaro non ha però ereditato nella misura attesa i voti dei candidati conservatori eliminati, pur avendo incassato l’appoggio dei partiti di destra e di centrodestra.

Tutte le rilevazioni raccontano la stessa rimonta. Il Quaest di giovedì, il primo dopo il primo turno, dà Bolsonaro al 46% e Lula al 44%. Il PoderData di inizio settimana ha visto lo scarto sui voti validi scendere da sei a due punti. Il Datafolha, condotto su 2.520 elettori, registra inoltre un 6% di schede bianche e un 2% di indecisi, in quello che Bloomberg definisce un «pareggio tecnico».

La sicurezza pubblica è il terreno su cui la destra brasiliana ha costruito la candidatura Bolsonaro, e Lula ha scelto di andarci a nove giorni dal voto, a costo di rovesciare una posizione storica del suo partito. Sullo sfondo restano i dazi aggiuntivi del 25% imposti da Washington su gran parte dei beni brasiliani e l’appoggio dichiarato di Donald Trump al figlio dell’ex presidente. Le urne apriranno domenica 25 ottobre alle 8 e chiuderanno alle 17 ora di Brasília (le 21 in Italia); il conteggio del Tribunale superiore elettorale comincerà subito dopo.

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I droni ucraini fermano per 7 ore i 4 aeroporti di Mosca: 101 ore di chiusura in ottobre

MOSCA — Per i quattro aeroporti di Mosca ottobre è già il mese più difficile dall’inizio della guerra: 101 ore di chiusura nei primi quattordici giorni, contro le 46 di tutto settembre, e la notte tra giovedì e venerdì ne ha aggiunte fino a sette. Droni ucraini hanno costretto Vnukovo, Domodedovo, Zhukovsky e Sheremetyevo a sospendere i voli. Oltre 160 collegamenti sono stati cancellati o ritardati e più di 20 aerei in arrivo sono stati dirottati su altri scali.

Le operazioni sono riprese prima dell’alba, ma i ritardi si sono trascinati fino a venerdì mattina. Il conteggio delle 101 ore è di Agentstvo, testata investigativa russa, ripreso da Euronews. Le restrizioni le ha imposte Rosaviatsia, l’agenzia federale russa per l’aviazione civile, a partire dalla sera di giovedì, con la motivazione di sempre: «la sicurezza dei voli». Il Cremlino non ha commentato.

Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha aggiornato il bilancio su Telegram per tutta la notte, a blocchi di dieci o dodici alla volta. Alla fine ha contato 94 droni abbattuti in rotta verso la capitale. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato venerdì 644 droni ucraini intercettati su più regioni e sulla Crimea annessa, e le limitazioni al traffico hanno toccato 22 aeroporti in tutto il Paese. A San Pietroburgo lo scalo di Pulkovo si è fermato due volte nella stessa notte; il governatore della regione di Leningrado ha parlato di quattro droni distrutti.

La notte di giovedì è l’ultimo tassello di una sequenza che va avanti da due settimane. Il 9 ottobre i quattro scali moscoviti erano già rimasti chiusi, con circa 300 voli colpiti. Quella sera l’aereo presidenziale di Vladimir Putin, di rientro dal vertice in Turkmenistan, non poté atterrare a Mosca e fu dirottato su San Pietroburgo. Non risulta che fosse un bersaglio e i funzionari russi non hanno né confermato né smentito.

Il giorno dopo Sobyanin rivendicò 403 droni abbattuti sulla regione, con oltre 300 ritardi. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre Mosca dichiarò 902 intercettazioni, 180 dirette sulla capitale: Vnukovo restò bloccata più di otto ore e undici voli partiti dalla Turchia, di Turkish Airlines e della controllata AJet, tornarono indietro.

Operazione M&M’s

Kyiv non ha mai confermato ufficialmente una campagna organizzata contro gli aeroporti russi. The Atlantic, citando pianificatori anonimi dell’operazione, racconta però che la campagna ha un nome, «Operazione M&M’s», e una regola: i droni a lungo raggio servono a paralizzare il traffico, non a colpire piste e terminal. A metà settembre ha debuttato un nuovo modello che naviga confrontando il terreno sorvolato con le mappe in memoria. Nel fine settimana del 10-11 ottobre i detriti di un drone abbattuto hanno incendiato un edificio amministrativo dell’aeroporto di Sochi, sul Mar Nero.

Il conto, così, non lo pagano le infrastrutture ma gli orari: passeggeri fermi per ore nei terminal e compagnie straniere costrette a riportare indietro gli aerei. È quello che Volodymyr Zelensky aveva annunciato a settembre, quando disse che i cieli russi «stanno diventando insicuri» e invitò le compagnie internazionali a non volare sugli scali russi.

Nelle stesse ore la Russia ha colpito nove regioni ucraine, con blackout di emergenza per centinaia di migliaia di utenze e almeno 15 feriti. Nel Volyn, nel nord-ovest del Paese, 370 mila utenze sono rimaste senza corrente, ha detto il capo dell’amministrazione regionale ad interim. Zelensky era a Bruxelles con i leader europei.

Giovedì era toccato alla raffineria Rosneft di Ryazan, a sud-est di Mosca, circa il 5 per cento della capacità russa di raffinazione, in fiamme dopo un attacco di droni confermato dal governatore. Un alto funzionario ucraino ha rivendicato il raid, dopo che Zelensky aveva dichiarato finita la pausa sugli attacchi alle raffinerie. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto che non c’era alcuna moratoria: «Non c’è nulla di nuovo qui». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha parlato di «una sfida diretta e rozza al presidente Trump».

Il piano originario dell’operazione sugli aeroporti, secondo i pianificatori sentiti da The Atlantic, prevede una fase più aggressiva. La decisione di passarvi spetta a Zelensky, che finora non l’ha presa.

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Ceuta, l’Italia proroga di una settimana lo stop a Schengen con la Spagna. Madrid: «Lavoreremo alla revoca»

ROMA — «I ministri dell’Interno dei due Paesi lavoreranno nella prossima settimana alla revoca dei controlli». Con questa frase un portavoce del governo spagnolo ha accompagnato venerdì la notizia arrivata da Roma: l’Italia ha prorogato di un’altra settimana la sospensione della libera circolazione Schengen con la Spagna, in vigore dal 1° agosto. Lo ha riferito a Reuters una fonte del governo italiano.

La proroga allinea le scadenze dei due Paesi. Madrid aveva esteso fino al 22 ottobre la propria contromisura, controlli speculari sugli arrivi dall’Italia. Questa volta, però, la decisione arriva con un orizzonte dichiarato per la fine dei controlli, e segue il faccia a faccia tra il premier spagnolo Pedro Sánchez e Giorgia Meloni a margine del Consiglio europeo di giovedì a Bruxelles.

La crisi è nata a Ceuta, enclave spagnola sulla costa del Marocco che con Melilla forma l’unica frontiera terrestre dell’Unione europea con l’Africa. A fine luglio oltre 72.000 migranti vi sono entrati dal territorio marocchino. Il 31 luglio Roma ha sospeso Schengen con la Spagna, citando rischi per la sicurezza interna e la possibile infiltrazione di terroristi, e ha ripristinato i controlli su aeroporti e porti per chi arriva dalla penisola iberica.

Madrid ha reagito definendo le misure italiane «ingiuste, contrarie agli interessi dell’Unione europea e discriminatorie nei confronti della popolazione spagnola». Il governo Sánchez rivendica anche i propri numeri: gli arrivi sulla rotta atlantica verso le Canarie sarebbero calati del 74 per cento grazie alla cooperazione con Mauritania e Senegal.

Da agosto le proroghe si sono succedute a cadenza di due settimane. Dopo la prima, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva definito la situazione a Ceuta «tutt’altro che migliorata», pur dopo un colloquio telefonico «costruttivo» con l’omologo spagnolo Fernando Grande-Marlaska. La terza, a fine settembre, era stata decisa dopo una riunione del Comitato per l’analisi dell’immigrazione e della sicurezza delle frontiere, l’organismo del Viminale che valuta la pressione migratoria.

Il vertice di Bruxelles

Lo scontro italo-spagnolo ha pesato sul Consiglio europeo. Danimarca, Italia e Polonia hanno chiesto una linea più dura sull’immigrazione irregolare, con tre emendamenti sui «fattori di attrazione». Secondo Politico, la bozza delle conclusioni invita la Commissione «a esplorare un possibile meccanismo di consultazione per incoraggiare il coordinamento sulle misure nazionali che possono incidere su altri Stati membri». Nei fatti è la risposta europea a quanto accaduto tra Roma e Madrid: una procedura perché un Paese non chiuda la frontiera a un altro senza passare da Bruxelles.

Dal testo è stato tolto un passaggio sul rapporto tra migrazione e alloggi sociali, considerato una provocazione verso la Spagna, che ha regolarizzato circa un milione di stranieri. La bozza riconosce in un punto separato la «situazione speciale» di Ceuta e Melilla. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato un «protocollo di emergenza» per crisi come quella dell’enclave. «L’Ue deve essere in grado di gestire meccanismi di crisi», ha detto il premier svedese Ulf Kristersson.

Sánchez, all’arrivo al vertice, ha scelto il registro opposto a quello delle accuse di agosto: «Voglio ringraziare gli Stati membri per la loro solidarietà». Meloni ha invece riunito a colazione, con la danese Mette Frederiksen e l’olandese Rob Jetten, i leader di 18 Paesi più von der Leyen, chiedendo vigilanza sulle frontiere esterne e una revisione mirata delle norme Ue sul trattenimento dei migranti nelle procedure di frontiera.

La settimana prossima il dossier torna ai due ministri dell’Interno. «Tutt’altro che migliorata», aveva detto Piantedosi di Ceuta a fine agosto: da allora i controlli su voli e navi dalla Spagna non si sono mai fermati.

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Regno Unito, 20 anni al sicario norvegese di 19 anni reclutato dalla rete criminale che Londra lega all’Iran

LONDRA — Una pistola semiautomatica, un revolver, una scatola di proiettili, un paio di guanti e 2.000 sterline in contanti nella stanza di un albergo di Huddersfield, cittadina industriale del nord dell’Inghilterra. Un sicario di 19 anni, norvegese, calciatore dilettante, arrivato due giorni prima da Stavanger con un volo per Manchester. Una vittima designata che nessuno ha mai identificato. Con questi elementi la Woolwich Crown Court, il tribunale londinese dove si celebrano i processi per terrorismo, ha condannato oggi Johannes Kongsnes Natland a 20 anni di detenzione, 13 dei quali da scontare in carcere prima di poter chiedere la libertà condizionale. La ricostruzione è quella dell’antiterrorismo della polizia britannica e dell’accusa, riferisce The Independent.

È la prima volta che un tribunale del Regno Unito giudica un’operazione attribuita a Foxtrot, la rete criminale svedese che Londra e Washington hanno sanzionato nel 2025 accusandola di colpire obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto di Teheran. Natland, ha detto in aula la responsabile dell’antiterrorismo londinese, «è stato arrestato poche ore prima di compiere un assassinio qui nel Regno Unito» ed era «chiaramente diretto da qualcuno della rete Foxtrot, un gruppo criminale organizzato che orchestra violenze contro obiettivi ebraici e israeliani in Europa per conto del regime iraniano». L’Iran nega ogni legame con la banda.

Il reclutamento era cominciato con un messaggio: «Qualcuno è disponibile per un omicidio a pagamento?». Il compenso pattuito era di 25.000 euro. Natland aveva recuperato armi e denaro in nascondigli che gli erano stati indicati e gli era stata assegnata una Nissan rubata con targhe false. Alla fidanzata aveva scritto: «Vado in missione pazzesca» e «Ora posso finalmente uccidere qualcuno e mi pagano per farlo». A un amico: «Prenderò un sacco di soldi e qualcuno morirà».

La polizia armata lo ha fermato il 19 marzo 2025 alle 5.15 del mattino (le 6.15 in Italia) al Briar Court Hotel. Uscì dalla stanza in boxer e, con le mani, finse di sparare a un agente. Il primo processo, nel giugno scorso, era finito con una giuria divisa; il nuovo processo lo ha dichiarato colpevole il 29 luglio.

«Sei stato reclutato in Norvegia per venire in Inghilterra e uccidere un bersaglio non identificato», gli ha detto oggi la giudice, in una sentenza trasmessa in televisione. «Hai accettato di fare l’esecutore e sei andato avanti, nonostante numerose occasioni per tirartene fuori». I messaggi, ha aggiunto, mostravano «non solo partecipazione, ma a tratti eccitazione». La difesa ha descritto un ragazzo «giovane, popolare, studente e sportivo di successo», finito «fuori strada» per la droga, che «ha imparato la lezione».

La catena dei reclutatori

Foxtrot ha sede in Svezia e fa capo a Rawa Majid, soprannominato «la Volpe curda». Nell’aprile 2025 il governo britannico ne ha congelato i beni e vietato l’ingresso al capo; un mese prima gli Stati Uniti avevano sanzionato la rete per il tentato attacco all’ambasciata israeliana a Stoccolma del gennaio 2024. Secondo l’accusa il gruppo opera «attraverso i confini e sfrutta i giovani»: ha usato anche minori di 13 anni.

Chi ha ingaggiato Natland è un altro adolescente, noto come «Generalen», condannato in Norvegia nel maggio 2025 per concorso in tentato omicidio. Sopra di lui c’era un capo operativo anglofono che si faceva chiamare «Agent 47», come il protagonista del videogioco Hitman, e che resta ignoto. Tre persone sono incriminate in Norvegia, dove i procuratori devono ancora decidere; nel Regno Unito un ventisettenne è stato arrestato nel settembre 2025 e rilasciato sotto indagine, mentre due uomini fermati a Bradford per la ricettazione dell’auto sono liberi su cauzione.

La condanna arriva tre giorni dopo il discorso annuale del direttore generale dell’MI5, il servizio di sicurezza interna, che ha contato oltre 50 arresti nell’ultimo anno legati a operazioni iraniane, molte contro comunità ebraiche, e ha parlato di «ambizioni iraniane di colpire bersagli più duri, come i siti militari». Il governo dice di aver affrontato più di 20 complotti iraniani dal 2022; Reuters ne conta almeno 33 sventati in Occidente dal 2020.

Teheran respinge tutto. Nel 2025 l’ambasciata a Londra aveva protestato formalmente e «respinto categoricamente le accuse che collegano il governo iraniano alle attività di una banda criminale con base in Svezia», accusando Londra di non fornire prove credibili. Questa settimana, dopo le notizie su un presunto piano contro la base aerea di Fairford, il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’ambasciatore britannico per chiedere le prove. Sulla sentenza di oggi non c’è, per ora, alcuna reazione iraniana.

Restano due vuoti nella ricostruzione presentata in aula: il nome della persona che Natland doveva uccidere e l’identità di «Agent 47». Su nessuno dei due la polizia ha fornito elementi.

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Bruxelles, Zelensky chiede ai 27 i missili antibalistici e avverte: «20 milioni di ucraini verranno in Europa»

Aggiornato alle 18:43

BRUXELLES — Centosessanta chilometri all’ora. È il tetto di velocità che da mercoledì notte SpaceX impone ai terminali Starlink in movimento, e che Volodymyr Zelensky ha portato oggi al tavolo dei 27, al secondo giorno del Consiglio europeo. Sotto quel limite restano i droni intercettori con cui l’Ucraina abbatte i droni russi a reazione; sopra, la connessione cade.

In conferenza stampa nella sede dell’Ue, accanto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo António Costa, il presidente ucraino ha chiesto due cose: missili antibalistici e i beni russi congelati, da usare subito «prima che la Russia se li riprenda». E ha avvertito: «Venti milioni di ucraini verranno in Europa, perché lui ci distruggerà e ci spingerà fuori». Sull’energia è stato diretto: «Se non c’è una tregua energetica, dateci missili antibalistici perché io possa proteggere i miei impianti. Dateceli per il periodo che vi serve, per la durata dell’accordo sul diesel. Non li ho ricevuti».

Il limite di velocità è scattato nella notte tra martedì e mercoledì: lo ha confermato al Wall Street Journal Serhii Beskrestnov, consigliere di Zelensky per le comunicazioni militari. Il tetto, 100 miglia orarie, colpisce i droni d’attacco a medio raggio e gli intercettori antidroni, con operazioni interrotte a metà. Il vicepremier Mykhailo Fedorov, ministro della Trasformazione digitale, ha chiesto pubblicamente a Elon Musk di toglierlo, perché «critico per la difesa dell’Ucraina». Il ministero della Difesa di Kiev dice che il servizio si è stabilizzato, ma il tetto resta.

L’ordine di rallentare Starshield, la versione militare di Starlink di cui il Pentagono è il maggior cliente, è partito dall’interno della Casa Bianca, secondo due funzionari americani e uno occidentale che hanno parlato con Reuters in forma anonima: ai vertici del Pentagono arrivò il messaggio che il servizio «doveva essere rallentato». Le fonti non dicono chi abbia deciso. Musk ha scritto su X che i sistemi Starshield «sono di proprietà e sotto il controllo» del governo americano e che «ogni limite di velocità o di uso è deciso dai militari statunitensi e in ultima istanza dal presidente». La Casa Bianca non ha indicato chi abbia dato l’ordine né ha replicato alla ricostruzione.

Zelensky ha precisato che Starlink non è stato spento del tutto, ma che i limiti ostacolano alcuni compiti militari e missioni umanitarie; ha detto di aver ricevuto segnali dalla Casa Bianca di un ripristino pieno e ha negato che l’Ucraina usi la rete per gli attacchi a lungo raggio in Russia. Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera dell’Ue, aveva fissato in mattinata il limite europeo: nel breve periodo l’Europa non può sostituire quella capacità.

Le parole di Trump

Il contrasto con Washington è alla radice della lista. Donald Trump ha definito «una vergogna» la ripresa dei raid ucraini sulle raffinerie russe, ha chiesto elezioni in Ucraina e, all’emittente conservatrice Newsmax, ha detto: «Trovo Zelensky più difficile da trattare di Putin». Il presidente ucraino ha risposto a una domanda di Euronews: «Difendo esclusivamente gli interessi dell’Ucraina e del popolo ucraino. Siamo stati attaccati, occupati, la nostra gente è stata uccisa. È logico che abbiamo il diritto di difenderci». Voce per voce, il pacchetto chiesto a Bruxelles coincide con ciò che Washington ha tolto o negato a Kiev in una settimana.

Su Vladimir Putin, Zelensky ha detto che «vuole distruggerci», che «pensa davvero che non siamo un Paese, non una nazione», che non si fermerà al Donbass e che sta «mettendo alla prova» la difesa collettiva della Nato con attacchi ibridi. Il Cremlino, finora, non ha replicato.

Sui soldi le posizioni restano quelle di dicembre. I beni russi immobilizzati in Europa valgono 210 miliardi di euro; 122 eurodeputati e quattro Stati membri hanno scritto ai leader per usarli, ma l’opposizione del Belgio, dove Euroclear custodisce la quota maggiore, portò allora a un prestito da 90 miliardi al posto del «prestito di riparazione». Nessuna decisione nuova è attesa da questo vertice. Il bilancio della Difesa ucraina ha un buco di 23,1 miliardi di euro, all’ingresso del quinto inverno di guerra. Von der Leyen ha assicurato che l’Europa non toglierà alcuna sanzione alla Russia.

«Per questo chiediamo: restate forti, difendete il nostro Paese», ha detto Zelensky ai 27. «Sì, con dolore, con perdite enormi».

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