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Longevità e Lavoro

di Roberto Vacca

Abbiamo più tempo perché in genere aumenta la nostra aspettativa di vita e, insieme, tende ad abbassarsi l’età a cui si va in pensione. La tabella seguente riporta per 10 nazioni significative e per la media mondiale: aspettativa di vita, popolazione 2010 e 2026, età pensionabile e natalità.

Longevità, popolazione, pensione, natalità in alcuni Paesi

Quasi ovunque sta crescendo la percentuale degli anziani nella popolazione generale e aumenta il divario: i ricchi vivono 10 -15 anni più a lungo e in migliori condizioni di salute dei cittadini con redditi più bassi. La natalità di sostituzione (popolazione stabile) si verifica quando in media ogni donna ha 2,1 figli, In Africa la natalità è di 4 figli/donna cui consegue una crescita della popolazione del 2% annuo (raddoppio in 35 anni), In Oceania ogni donna ha 2,1 figli (popolazione stabile). Negli altri continenti la popolazione diminuisce più o meno lentamente. Non è più da temere il rischio di sovrappopolazione che taluno considerava imminente negli anni Settanta. Oggi, meditando sulla penultima riga della Tabella, si parla paradossalmente di una futura sparizione del Giappone!!

Denatalità e incremento dell’aspettativa di vita tendono a creare società in cui pochi lavoratori giovani generano un PIL (prodotto interno lordo) crescente adeguato a mantenere un numero crescente di pensionati anziani.  L’incremento continuo del PIL esige, però, un flusso continuo di invenzioni e progressi scientifici che notoriamente sono originati in larga maggioranza da tecnologi e ricercatori giovani – Edison creò a Menlo Park il suo laboratorio quando aveva 30 anni. I matematici innovatori producono teoremi e costrutti epocali che costituiscono svolte significative intorno o prima dei 40 anni.

Il matematico Pierre de Fermat nel 1637 (a 36 anni) scrisse in margine a una copia latina dell’Aritmetica di Diofanto l’enunciato del suo famoso “ultimo” teorema: non esistono 3 numeri interi a, b e c che soddisfino l’equazione

a^n + b^n = c^n

per n intero e maggiore di 2. Fermat aggiunse alla sua nota che aveva trovato una mirabile dimostrazione del suo teorema, che non riportava perché era lunga e non entrava in quel margine. La sua asserzione è ritenuta falsa.

Per 350 anni matematici famosi tentarono senza successo. di ricostruire quella prova. Finalmente ci riuscì – con 7 anni di lavoro – nel 1995 (129 pagine pubblicate in Annals of Mathematics), con l’aiuto di Richard Taylor, il matematico britannico Andrew Wiles (n. 1953) che fu onorato con il premio Abel, con il cavalierato (titolo di Sir) e ricompensato con una borsa di 50.000 dollari.

 

 

 

 

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67 milioni di giovani senza lavoro: la disoccupazione torna a crescere nel mondo

Nel 2025 il tasso globale di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è salito al 12,4%, coinvolgendo 67 milioni di giovani. Dopo il minimo raggiunto nel 2023, il mercato del lavoro ha ripreso a chiudere le porte proprio a chi sta cercando di entrarvi. Sono i dati che arrivano dal nuovo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO),  Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026: Back to the Future. La crescita appare contenuta, appena un decimo di punto percentuale, ma indica un cambiamento di direzione. La disoccupazione degli adulti è infatti diminuita nello stesso periodo, dal 3,7% al 3,6%. Per un giovane, oggi, la probabilità di essere disoccupato è oltre tre volte superiore a quella di un adulto. Il dato più preoccupante riguarda però chi è scomparso anche dalle statistiche della disoccupazione, nel mondo più di 257 milioni di giovani, uno su cinque, risultano fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, sono i cosiddetti NEET, dal 2023 sono aumentati di circa nove milioni.  Dietro questi dati preoccupanti ci sono giovani che hanno smesso di cercare un impiego, intrappolati in lunghi periodi di inattività, ragazze assorbite dal lavoro di cura e milioni di persone che vivono in Paesi dove studiare o trovare un’occupazione regolare resta un privilegio. Più di due terzi dei giovani NEET sono donne, il tasso raggiunge il 27,4% tra le ragazze, contro il 13,1% tra i ragazzi.

In Italia la situazione è migliore, ma la distanza dall’Europa resta ampia. Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, nel 2025 il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni era fuori dal lavoro, dall’istruzione e dalla formazione, contro una media europea dell’11%. Il dato italiano si è quasi dimezzato nell’ultimo decennio, ma il vero divario emerge osservando quanti giovani riescono effettivamente a lavorare. Tra i 15 e i 34 anni il tasso di occupazione è appena del 43,9%, mentre nell’Unione europea raggiunge il 58,1%. Quattordici punti di differenza che raccontano un Paese nel quale l’ingresso nella vita adulta continua ad arrivare più tardi.  Nemmeno una formazione universitaria riesce a colmare la distanza. In Italia lavora il 74% dei laureati tra i 25 e i 34 anni, contro l’86,5% della media europea. Tra tutti i giovani usciti recentemente dagli studi, il tasso di occupazione si ferma al 71,8%, undici punti sotto la media dell’Unione. Il problema italiano riguarda quindi anche la capacità del sistema produttivo di utilizzare le competenze che il Paese ha contribuito a formare.

L’intelligenza artificiale sta accelerando la trasformazione, ormai è inevitabile. Secondo l’ILO, il 6,1% dei lavori svolti da persone tra i 15 e i 29 anni si trova nelle occupazioni maggiormente esposte ai cambiamenti prodotti dall’IA. La quota è più alta nei Paesi ricchi, dove le attività amministrative e digitali sono maggiormente diffuse. Questo dato descrive un’esposizione, non una previsione automatica di licenziamenti, l’ILO invita infatti alla cautela sul rapporto diretto tra IA e crescita della disoccupazione giovanile. La coincidenza, tuttavia, merita attenzione, proprio mentre diminuiscono i lavori attraverso i quali i giovani entravano nel mercato, arrivano sistemi capaci di svolgere una parte crescente di quelle mansioni. Le professioni altamente qualificate nella scienza, nell’ingegneria, nella sanità e nell’informatica continuano a crescere. Ma una società vive anche di occupazioni accessibili a chi possiede un diploma, sta ancora imparando un mestiere o deve costruire gradualmente la propria esperienza.

Nei Paesi più poveri, milioni di giovani accettano qualsiasi attività pur di ottenere un reddito, quasi nove giovani lavoratori su dieci nei Paesi a basso e medio-basso reddito sono occupati nell’economia informale, privi di adeguate tutele e protezione sociale. Anche nelle economie più avanzate l’ingresso nel mercato del lavoro coincide sempre meno con l’indipendenza.

Se le imprese cercano soltanto lavoratori già formati e gli algoritmi assorbono proprio le mansioni nelle quali si imparava lavorando, cosa rimane?

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Dipendenza da social: 29 Stati e oltre 3.000 cause contro i giganti della tecnologia

Il 18 agosto inizierà in California il più grande processo federale mai celebrato negli Stati Uniti contro Meta per gli effetti di Facebook e Instagram sui minori. Ventinove Stati americani accusano la società di avere progettato piattaforme capaci di creare dipendenza, di averne nascosto i rischi e di avere raccolto illegalmente i dati dei bambini sotto i 13 anni. La selezione della giuria è già cominciata a Oakland; davanti al tribunale verranno esaminate le accuse presentate da California, Colorado, Kentucky e New Jersey in base alle rispettive leggi sulla tutela dei consumatori, insieme alle contestazioni sulla privacy dei minori avanzate complessivamente dai ventinove Stati.

Secondo le procure, Meta avrebbe progettato Facebook e Instagram per trattenere bambini e adolescenti davanti allo schermo il più a lungo possibile, utilizzando sistemi di raccomandazione, notifiche continue, riproduzione automatica dei video e scorrimento infinito; meccanismi sviluppati per alimentare un coinvolgimento continuo e trasformare l’attenzione dei più giovani in profitto. Gli Stati sostengono inoltre che il colosso di Zuckerberg conoscesse i rischi legati all’utilizzo compulsivo delle piattaforme e abbia presentato al pubblico una versione ingannevole della loro sicurezza. Un’altra parte del procedimento riguarda la raccolta dei dati dei bambini sotto i 13 anni senza un consenso dei genitori ritenuto valido, in violazione della legge federale americana sulla privacy dei minori, la COPPA. Meta respinge le accuse e afferma di avere introdotto strumenti, controlli parentali e protezioni specifiche per gli utenti più giovani. Secondo l’azienda, la salute mentale degli adolescenti dipende da numerosi fattori e non può essere ricondotta a una singola applicazione.

Anche la cifra in gioco ha dimensioni eccezionali, Meta sostiene che il metodo proposto dai quattro Stati per calcolare le sanzioni civili e la restituzione dei profitti potrebbe portare a una richiesta complessiva di 1.400 miliardi di dollari, una somma vicina al valore dell’intera società. La cifra è contestata dall’azienda e potrà essere determinata dal tribunale soltanto in caso di condanna.

Il processo contro Meta rappresenta il fronte più avanzato di una battaglia giudiziaria che coinvolge l’intera industria dei social network. Negli Stati Uniti sono state presentate oltre 3.000 cause contro Meta, Google, TikTok e Snap da parte di giovani, famiglie e distretti scolastici. Le accuse seguono lo stesso principio, le aziende avrebbero progettato deliberatamente i propri prodotti per creare un utilizzo compulsivo, soprattutto tra bambini e adolescenti. I ricorrenti collegano queste caratteristiche alla crescita di ansia, depressione, disturbi alimentari, autolesionismo e difficoltà scolastiche tra gli utenti più giovani.

Nei giorni scorsi la Corte d’appello federale del Nono Circuito ha respinto il tentativo delle società di bloccare preventivamente le cause attraverso la Sezione 230 del Communications Decency Act, la norma che protegge le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti. Secondo la Corte, quella protezione può essere utilizzata come difesa durante i processi, ma non garantisce alle aziende un’immunità capace di fermarli prima ancora che inizino. I tribunali potranno quindi valutare se le piattaforme debbano rispondere del modo in cui sono stati progettati i loro prodotti, indipendentemente dai singoli contenuti caricati dagli utenti. Il processo arriva dopo due importanti sconfitte giudiziarie per le piattaforme. A Los Angeles una giuria ha riconosciuto Meta e Google responsabili per avere progettato prodotti capaci di creare dipendenza e per avere contribuito ai problemi di salute mentale di una giovane donna. Il risarcimento complessivo è stato fissato in 6 milioni di dollari, con 4,2 milioni a carico di Meta e 1,8 milioni a carico di Google. Entrambe le aziende hanno presentato ricorso. In New Mexico una giuria ha imposto a Meta 375 milioni di dollari di sanzioni. Successivamente un giudice ha ordinato alla società di destinare altri 567 milioni a un fondo per affrontare i danni provocati ai giovani, portando il valore complessivo delle misure economiche a 942 milioni di dollari. La sentenza prevede anche verifiche più efficaci dell’età, limiti all’utilizzo delle piattaforme da parte dei minori, la disattivazione delle notifiche durante la notte e l’orario scolastico e maggiori protezioni nelle interazioni con i chatbot. Meta ha annunciato ricorso.

Il tempo che trascorriamo sui social ha un prezzo, ogni minuto produce dati, pubblicità e denaro, e quando quel tempo appartiene a un bambino, il prezzo diventa inevitabilmente sociale. Più scorriamo, più contenuti vediamo; più contenuti vediamo, più pubblicità può essere venduta. Per un adulto questo meccanismo è già potente, ma per un adolescente, il cui cervello sta ancora costruendo il rapporto con l’approvazione sociale, il corpo e l’autostima, diventa una macchina ancora più efficace.

Lo ripetiamo da anni, i dati che affidiamo ogni giorno a queste aziende sono nostri e il valore che producono deve tornarci sotto forma di reddito.

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Un mondo più caldo sarà un mondo più violento

di Mac Margolis e Robert Muggah

L’idea che un clima più caldo possa renderci più violenti non è nuova. Il legame tra mercurio e omicidio è familiare della narrativa pulp e dei classici. “Con queste giornate calde il sangue pazzo ribolle”, dice Benvolio prima del duello tra Capuleti e Montecchi per le strade della soffocante Verona di Shakespeare.

Gli studiosi litigano sull’argomento dal 19°  secolo, ma l’accelerazione del cambiamento climatico promette di accendere il dibattito. Se crediamo, come disse il filosofo francese Montesquieu, che  il calore eccessivo  toglie vigore al corpo e offusca la mente, un numero crescente di sociologi, psicologi e criminologi avverte che il clima estremo è miccia per crimini violenti e comportamenti delinquenti.

L’ex governatore delle carceri scozzesi David Wilson una volta ha fatto pressioni per far installare l’aria condizionata in alcune delle prigioni più violente del paese scommettendo che le temperature più fredde portassero a raffreddare gli animi. Wilson, un criminologo, ha osservato che agosto è il mese più violento, citando studi che indicano un  aumento del 10% degli omicidi  nei morti dell’estate scozzese.

Oggi esiste una ricerca considerevole che indica che alcuni shock e stress legati al clima possono innescare crimini sia violenti che non violenti. Le prove disponibili suggeriscono che il l’aumento della temperatura e l’intensificarsi dell’inquinamento possono provocare un aumento sostanziale della criminalità, a partire dalle aree più densamente abitate e vulnerabili.

Con oltre due terzi della popolazione mondiale che si prevede vivrà nelle città entro il 2030, la connessione clima-crimine non può essere ignorata. Le emissioni di gas serra e il riscaldamento stanno già intensificando le isole di calore, contribuendo alla scarsità d’acqua, all’innalzamento del livello del mare, all’aumento dei rischi legati alle inondazioni e al peggioramento della qualità dell’aria, soprattutto nelle grandi città in rapida crescita in Asia, Africa e nelle Americhe. La posta in gioco è più alta nei quartieri e nelle famiglie più vulnerabili, già gravati da profonde disuguaglianze e svantaggi.

Fino a poco tempo, la maggior parte delle città degli Stati Uniti celebrava uno storico declino di tre decenni negli omicidi. Poi le estati hanno  iniziato a scaldarsi, così come il tasso di violenza criminale. Circa il doppio delle persone sono state uccise nelle città del nord come Chicago, Milwaukee e Detroit durante i periodi più caldi rispetto ai mesi più freddi, come riportato sul New York Times, nel 2018. (Il crimine violento è aumentato anche durante l’estate nelle città del sud, anche se in modo meno drammatico.)

La pericolosa relazione tra il riscaldamento e la criminalità non è stata solo evidente negli Stati Uniti. In uno studio globale su 57 città tra il 1995 e il 2012, Dennis Mares e Kenneth Moffett hanno associato un aumento di un grado Celsius delle temperature globali con un  aumento del 6%  della prevalenza della violenza omicida.

Parte della spiegazione è intuitiva. L’aumento delle temperature generalmente manda più persone nelle strade. Certo, non è esattamente il passaggio diretto da un’ondata di caldo a un’ondata di crimine. Le giornate molto calde, ad esempio, potrebbero avere l’effetto opposto: tenere le persone in casa o nello stupore della stanchezza di Montesquieu.

Teorie più recenti sulle relazioni tra clima e criminalità provengono dalle scienze comportamentali e dalla neurologia. Attingendo alla ricerca sperimentale, l’affermazione centrale è che anche sottili alterazioni del tempo o esposizione a sostanze inquinanti possono influenzare il giudizio e il controllo individuali. Quando le persone sono esposte a cambiamenti nel loro ambiente – diciamo, aumento del calore o esposizione a specifici inquinanti – il loro comportamento può cambiare, spesso in peggio.

Nonostante tutte le perturbazioni, tuttavia, le autorità sono state lente nel rispondere alla sfida del crimine climatico. Potremmo non avere più quel lusso. Poiché il clima estremo diventa la nuova normalità, i responsabili delle città dovrebbero mappare le zone più vulnerabili e prestare maggiore attenzione alle comunità più povere, minoritarie ed emarginate che stanno affrontando i rischi e le conseguenze più gravi.

Sanzioni più severe, possono esacerbare disuguaglianze ed insicurezze e scatenare risposte repressive con conseguenze dannose per i gruppi più poveri ed emarginati.

Ci sono molteplici vantaggi negli investimenti basati sulla natura per una vita urbana più sostenibile. La riduzione delle isole di calore, l’innalzamento dei tetti verdi, l’espansione dei parchi e della copertura arborea, mentre il ridimensionamento della pavimentazione e del cemento sono tutte iniziative che possono portare dividendi nella riduzione della criminalità abbassando le temperature e abbattendo le emissioni dei numerosi gas (CO2, NO2 e PM2,5) del cielo sporco della città.

Allo stesso modo, ridurre l’inquinamento atmosferico è particolarmente efficace in termini di costi non solo per migliorare la salute della popolazione, ma anche per prevenire la criminalità. Anche l’inasprimento delle politiche ambientali possono rendere le nostre città più pulite e più sicure.

Le città più grandi e il clima molto più caldo fanno parte di un mondo che cambia, ma anche un invito all’azione. Lavorando ora per mitigare gli effetti peggiori delle condizioni meteorologiche estreme e rimediando alle ingiustizie ambientali nelle nostre città, le amministrazioni possono aiutare non solo a evitare che una crisi climatica diventi un’emergenza, ma anche a risparmiare vite e mezzi di sussistenza.

 

GLI AUTORI

Mac Margolis è un consulente dell’Istituto Igarape e un corrispondente e scrittore di lunga data con sede a Rio de Janeiro. Robert Muggah è co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group.

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La plastica che seminiamo nei campi

Circa un terzo del cibo prodotto nel mondo viene sprecato ogni anno.

Una montagna di alimenti che richiede acqua, energia e terreni per essere prodotta e finisce spesso sepolta nelle discariche. Negli Stati Uniti questa sorte riguarda il 40% degli sprechi alimentari, con un impatto stimato in 30 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno. Per fare un esempio, sono più delle emissioni prodotte dall’intera Cuba nel 2024, pari a 24,4 milioni di tonnellate.

Recuperare quel cibo e trasformarlo in compost sembrerebbe la soluzione più logica. Ora, un nuovo studio dell’Università del Vermont, pubblicato su Nature Food, ha però scoperto un effetto rimasto finora ai margini delle politiche ambientali, insieme agli scarti organici recuperiamo anche la plastica delle confezioni. I ricercatori hanno confrontato diversi sistemi di gestione dei rifiuti alimentari misurandone l’impatto sul clima, sulle acque e sui terreni. Deviare gli scarti dalle discariche e destinarli al compostaggio o alla digestione anaerobica permetterebbe di ridurre l’impatto climatico tra l’89% e il 99%. Diminuirebbe anche l’eutrofizzazione, il fenomeno provocato dall’accumulo di nutrienti nei corsi d’acqua e dalla conseguente proliferazione delle alghe.

Una grande quantità di cibo viene buttata ancora confezionata, alcuni impianti utilizzano macchine chiamate “disimballatrici”, che separano gli alimenti dagli involucri, gli scarti organici vengono trasformati in compost o biogas, mentre le confezioni finiscono in discarica. La separazione, però, lascia passare piccoli frammenti. Secondo lo studio, anche con macchinari efficienti al 99%, il recupero degli scarti alimentari potrebbe aumentare di dieci volte la presenza di microplastiche nel suolo. Nei terreni agricoli statunitensi potrebbero così essere disperse fino a 20.000 tonnellate di plastica all’anno.

Ogni volta che si recuperano i rifiuti alimentari, esiste un rischio di inquinamento da microplastiche”, spiega Kate Porterfield, principale autrice dello studio. “Le persone possono sbagliare, le macchine possono sbagliare e oggi quasi tutto il nostro cibo è confezionato nella plastica”.

Finora nessuna ricerca aveva calcolato su scala nazionale l’“impronta di inquinamento da plastica” prodotta dai diversi sistemi di gestione degli scarti alimentari. Le politiche si sono concentrate soprattutto sulle emissioni evitate, lasciando in secondo piano ciò che rimane nel compost e viene successivamente sparso nei campi.

Lo stato del Vermont rappresenta uno dei casi più avanzati. Dal 2020 una legge impone alle famiglie e alle attività di separare gli scarti alimentari, che sono stati esclusi dai cassonetti destinati alla discarica. Secondo gli autori dello studio, estendere misure simili richiede che il problema della plastica venga affrontato fin dalla progettazione dei sistemi di raccolta e trattamento. La questione resta complessa, gli imballaggi possono prolungare la durata dei prodotti freschi e ridurne il deterioramento, soprattutto nelle piccole aziende agricole. “È proprio qui che nasce la tensione”, osserva Phil Holtam, cofondatore dell’impresa sociale Sussex Surplus. “Vogliamo ridurre lo spreco alimentare, ma vogliamo anche evitare l’uso superfluo della plastica”.

Una parte dello spreco nasce ancora prima del supermercato. Frutta e verdura deformi, irregolari o semplicemente lontane dall’estetica richiesta vengono escluse dagli scaffali. Lo chef e attivista Max La Manna riassume al The Guardian il meccanismo con una frase: “Stiamo permettendo che la perfezione diventi nemica del bene”.

Nelle scuole e nelle grandi istituzioni, inoltre, le regole sulla sicurezza alimentare favoriscono spesso l’impiego di prodotti confezionati singolarmente. Una precauzione comprensibile che moltiplica gli involucri e rende più difficile ottenere un compost pulito. Porterfield propone sistemi di raccolta semplici, capaci di rendere la separazione dei materiali quasi automatica. Serve anche superare il cosiddetto “riciclo per speranza”, l’abitudine di inserire nella raccolta differenziata oggetti dubbi confidando che qualche impianto riesca comunque a recuperarli.

Il compost dovrebbe restituire fertilità alla terra, se insieme alla materia organica spargiamo 20.000 tonnellate di microplastiche, abbiamo soltanto trasferito il problema dal cassonetto ai nostri campi.

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Democrazia in evoluzione

di Beppe Grillo

Abbiamo vinto, il Novecento lo abbiamo vinto noi. Democrazia liberale, capitalismo, diritti individuali, scienza e tecnologia hanno tirato fuori un mix imperfetto, pieno di contraddizioni, a tratti doloroso, ma capace di fare una cosa mai successa prima nella storia dell’umanità su questa scala, ovvero quella di far crescere insieme libertà, ricchezza, salute e aspettativa di vita.

E allora perché abbiamo tutti la sensazione che qualcosa si sia inceppato?

Il punto è semplice, abbiamo costruito un mondo che corre a mille all’ora e istituzioni che arrancano con le scarpe di piombo. L’intelligenza artificiale impara, le aziende imparano, i mercati imparano, persino un algoritmo sbaglia, si corregge e riprova. La democrazia invece no, la democrazia approva una legge, tira su un ministero, assume migliaia di persone e va avanti dritta per anni sulla stessa strada anche quando è ovvio che quella strada non porta da nessuna parte.

E allora bisogna partire da qui, ci serve una democrazia che sappia imparare, perché per troppo tempo abbiamo mischiato due cose completamente diverse: decidere chi ha il diritto di governare e capire come si governa davvero.

Vengo da una famiglia di imprenditori

Se scegliessimo l’amministratore delegato di una grande azienda con lo stesso metodo con cui scegliamo chi governa un Paese, la metà dei consigli di amministrazione chiuderebbe in pochi mesi. Provate a immaginare un candidato che si presenta e dice: non ho mai gestito niente di complicato, non conosco il settore, non ho competenze tecniche, ma ho uno slogan fortissimo e milioni di follower. In politica potrebbe vincere le elezioni, in un’azienda non gli daremmo nemmeno le chiavi del bagno.

Per gestire un’impresa cerchiamo competenza, esperienza, capacità di costruire una squadra. Fissiamo poi obiettivi, misuriamo i risultati e, se il management fallisce e continua a fallire, lo cacciamo. Per gestire uno Stato invece abbiamo inventato un sistema dove conta molto di più saper raccogliere consenso che saper far funzionare le cose.

Il problema non è il voto, sia chiaro, il voto resta il cuore della legittimità democratica perché risponde alla domanda giusta: chi ha diritto di esercitare il potere? Ma questa domanda non coincide con un’altra altrettanto importante: chi ha davvero le capacità per esercitarlo bene?

Una democrazia moderna dovrebbe tenere queste due cose ben separate. I cittadini scelgono gli obiettivi, decidono a chi affidare il mandato e possono spedire a casa chi fallisce. Ma l’esecuzione deve diventare molto più competente, sperimentale e misurabile. Serve più democrazia nel decidere dove andare e molta più capacità nel capire come arrivarci. Questo vuol dire anche riprendersi una parola che in politica suona quasi come una bestemmia, fallimento. Se una politica pubblica non funziona bisogna poterlo dire chiaro e tondo, senza trasformare tutto in una guerra di identità, senza difenderla solo perché l’ha proposta il “nostro” partito, e senza tenerla in piedi solo perché nel frattempo ci si è costruito sopra un carrozzone che campa di quella.

Una politica pubblica non deve essere una religione, deve essere un esperimento.

La democrazia evolutiva

Il capitalismo ha una qualità straordinaria che dimentichiamo sempre, può sbagliare. Ogni giorno qualcuno apre un’impresa, inventa un prodotto, prova un modo diverso di organizzarsi. Tanti falliscono, qualcuno trova la strada giusta, e quello che funziona si porta dietro capitali, persone, imitatori. Il sistema cambia attraverso un ciclo continuo: si prova, si seleziona, si replica quello che funziona. La natura fa lo stesso, e oggi abbiamo tirato su qualcosa di ancora più interessante: sistemi di intelligenza artificiale che, in certi ambiti, provano soluzioni, controllano i risultati, si correggono e riprovano; sappiamo costruire sistemi che cercano la soluzione di un problema senza doverla già sapere in anticipo.

C’è una lezione enorme anche per la politica, quando un problema è abbastanza complesso, non vince chi crede di avere già la risposta in tasca, vince chi impara più in fretta. Le nostre istituzioni fanno spesso l’esatto contrario: scriviamo una legge, la sbattiamo addosso a milioni di persone tutte insieme, ci costruiamo sopra un apparato per amministrarla, e quando scopriamo che funziona male, cosa facciamo? Aggiungiamo un tavolo, una commissione, un osservatorio, magari un decreto correttivo, e alla fine il sistema protegge se stesso più di quanto protegga l’obiettivo per cui era nato.

Bisogna ribaltare tutto, una democrazia evolutiva dovrebbe lasciare che città, regioni, territori provino soluzioni diverse allo stesso problema. Una città prova A, un’altra prova B, una regione prova C. E poi si guardano i risultati, si confrontano costi ed effetti, si capisce cosa ha funzionato e perché, e si copia quello che va bene. Se una soluzione fa cilecca, la si molla. Il fallimento non è il nemico, il vero fallimento è continuare a ripetere qualcosa che sappiamo già che non funziona.

La democrazia del futuro sarà quella che capisce più in fretta quando ha torto e impara a correggersi, invece di pretendere di avere sempre ragione.

Lo strapotere tecnologico e la sovranità dell’informazione

Per secoli abbiamo avuto paura dello Stato, e spesso a ragione. Uno Stato che sa tutto della vita dei cittadini può diventare un incubo, per questo ci siamo inventati costituzioni, diritti, garanzie, norme sulla privacy. Poi è arrivato Internet e abbiamo consegnato di nostra spontanea volontà a delle società private una montagna di informazioni che nemmeno il governo più invadente del passato avrebbe mai potuto sognarsi. Sanno dove siamo, cosa compriamo, cosa cerchiamo, cosa guardiamo, con chi parliamo, quali argomenti ci fanno fermare lo scroll. Da questi dati tirano fuori le nostre preferenze, i nostri comportamenti, e provano a indovinare cosa faremo domani.

Abbiamo passato decenni a impedire allo Stato di sapere troppo di noi, e poi abbiamo regalato le chiavi della nostra vita digitale cliccando su un pulsante che dice “Accetto i termini e le condizioni” (probabilmente il contratto più importante che firmiamo senza averlo mai letto).

La sovranità del ventunesimo secolo sarà quindi anche sovranità sull’informazione, ma deve partire dalla persona, prima di tutto. I nostri dati sono un pezzo della nostra identità e devono restare sotto il nostro controllo; la tutela della privacy deve farci sapere come vengono usati i nostri dati, chi li tiene, per quale scopo, e deve darci un modo vero per limitarne l’uso. La risposta però non può essere trasferire tutto questo potere dalle aziende allo Stato, sarebbe come spegnere un incendio con un altro incendio. Il problema è la concentrazione eccessiva di potere, punto, sia esso pubblico o privato. La privacy del futuro dovrà stabilire chi può sapere una certa cosa, per quale motivo, per quanto tempo, sotto quale controllo. E deve valere allo stesso modo per una piattaforma digitale, per un ministero, per un algoritmo commerciale, per un sistema di sicurezza.

Se una grande piattaforma sa più cose sui cittadini, ha più capacità di calcolo e strumenti predittivi migliori delle istituzioni democratiche, allora abbiamo anche un problema politico, non solo tecnico. Il potere non appartiene più soltanto a chi comanda eserciti e territori, appartiene sempre di più a chi ha i dati e sa leggerli. Ecco perché le grandi piattaforme devono avere dei paletti, mentre lo Stato deve tornare a costruirsi una capacità tecnologica vera, per proteggere i cittadini e restare autonomo davanti a chi ha infrastrutture, algoritmi e informazioni migliori delle sue.

La dimensione giusta del potere

Per certe cose lo Stato è troppo grande, per altre è troppo piccolo; sembra una contraddizione, ma è semplicemente il mondo in cui viviamo.

Pensate alle città: mobilità, rifiuti, urbanistica, trasporti, servizi pubblici, sicurezza urbana, macchina amministrativa; sono problemi che cambiano tantissimo da territorio a territorio. Perché Milano dovrebbe avere esattamente gli stessi strumenti di un paesino di montagna? Milano è una metropoli internazionale e dovrebbe poter sperimentare come tale, con più autonomia e una regola semplicissima, puoi provare cose nuove, ma devi dimostrare che funzionano. Una città che riduce il traffico deve diventare un modello da studiare. Se un’altra dimezza i tempi della burocrazia, dobbiamo capire come ha fatto. Se una terza prova e fallisce, va bene lo stesso, quel fallimento ci lascia comunque qualcosa da imparare. Le città europee non si giocano più la partita solo tra loro. Milano deve guardare anche a Singapore, Dubai, Hong Kong, perché le grandi città sono ormai ecosistemi economici globali. Nello stesso tempo esistono problemi per cui anche uno Stato come l’Italia è troppo piccolo. Semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud, spazio, energia, difesa, cybersicurezza chiedono capitali, infrastrutture e mercati di taglia continentale. E qui serve l’Europa, punto.

Dobbiamo però smettere di confondere regolamento e sovranità; possiamo scrivere il regolamento più elegante del mondo sull’intelligenza artificiale, ma se chip, modelli, piattaforme e capacità di calcolo arrivano quasi tutti da fuori, siamo solo bravi arbitri di un gioco che gli altri hanno inventato.

La sovranità vuol dire anche produrre, possedere tecnologia, avere energia e capitale, attirare ricercatori, far crescere imprese vere. Il principio è apparentemente assurdo ma semplicissimo: piccoli per sperimentare, grandi per competere. Decentralizzare dove serve velocità, arrivare a dimensione continentale dove serve massa critica.

Una politica economica alla scala della competizione

La concorrenza è uno degli strumenti più potenti che ci siamo inventati, insieme alla cooperazione. Tira fuori imprese migliori, abbassa i costi, spinge a innovare, elimina un sacco di sprechi, ma è uno strumento, non una religione da venerare.

Se cinquanta aziende europee si fanno la guerra dentro un mercato tutto frammentato, mentre dall’altra parte del mondo un’unica azienda ha le risorse per buttare decine di miliardi in ricerca e infrastrutture, il risultato è concorrenza interna perfetta, irrilevanza globale totale.

Il rischio europeo è esattamente questo: un sacco di campioni di provincia e pochissimi campioni mondiali. Ciò non vuol dire costruire monopoli protetti o buttare soldi pubblici su aziende che non ce la fanno, vuol dire capire su che scala si gioca davvero la partita. Se la partita è globale, qualcuno dei nostri deve poter arrivare a dimensione globale. La concorrenza deve restare feroce nella fase della scoperta, quando servono tanti esperimenti, tante imprese, tante tecnologie, e anche tanti fallimenti. Ma quando salta fuori una soluzione davvero forte, dobbiamo saperle dare capitale, mercato, dimensione; bisogna far crescere i vincitori abbastanza da poter competere con i vincitori degli altri continenti, invece di usare le risorse per tenere in vita chi non ce la fa.

L’Europa deve finalmente imparare a far lavorare insieme mercato e politica industriale.

Il clima come grande prova di realtà

C’è una questione che rende tutto questo ancora più urgente: il pianeta su cui questa economia deve continuare a girare sta cambiando.

Il riscaldamento globale ormai è cronaca. Il 2024 è stato il primo anno solare in cui la temperatura media globale ha superato di circa 1,5 °C il livello preindustriale, e nel frattempo temperature estreme, incendi, siccità, alluvioni stanno già producendo danni economici e sociali concreti. Ma il clima è solo un pezzo di un’emergenza planetaria più grande. Perdita di biodiversità, inquinamento, degrado del suolo, pressione sempre più forte sulle risorse naturali stanno mettendo sotto stress i sistemi da cui dipendono cibo, acqua, salute, stabilità economica. La questione ambientale riguarda quindi direttamente il funzionamento delle nostre società e delle nostre economie.

Anche qui serve una democrazia capace di evolversi. Le città possono sperimentare nuovi modelli di mobilità, gestione dell’acqua, efficienza energetica, mentre la trasformazione dell’energia, delle reti, dell’industria ha bisogno di una dimensione europea.

La transizione ecologica può diventare una gigantesca politica industriale, capace di tagliare l’uso dei combustibili fossili e l’inquinamento, proteggere e ripristinare gli ecosistemi e, allo stesso tempo, migliorare la qualità della vita.

Il clima è forse la prova più definitiva della nostra capacità di evolvere, dobbiamo dimostrare che una politica pensata per il presente sa governare anche il futuro.

Lo Stato come cliente dell’innovazione

Un’impresa innovativa ha bisogno di capitale, ricercatori, infrastrutture, ma soprattutto ha bisogno di qualcuno disposto a comprare quello che produce, e uno dei più grandi acquirenti dell’economia è proprio lo Stato. Perché allora continuiamo a pensare alla politica industriale quasi solo attraverso incentivi, crediti d’imposta, finanziamenti a pioggia? Lo Stato può fare una cosa molto più potente: individuare un problema e comprare la soluzione migliore.

Cybersicurezza, droni, intelligenza artificiale, robotica, energia, spazio, biotecnologie, difesa: possono funzionare tutti così. Un burocrate non deve decidere in anticipo quale impresa vincerà, perché sarebbe probabilmente il modo migliore per scegliere quella sbagliata. Lo Stato deve definire il problema, lasciare che più imprese propongano soluzioni, confrontare i risultati e comprare quello che funziona davvero. Lo stesso principio vale anche per i problemi civili: traffico, sanità, energia, inquinamento, pubblica amministrazione, sicurezza informatica. Lo Stato può diventare uno dei più grandi laboratori tecnologici del continente senza per questo trasformarsi nell’imprenditore che decide dall’alto chi deve vincere. Deve solo imparare a comprare meglio.

Quando il lavoro non distribuirà più tutta la ricchezza

Stiamo entrando in un’altra trasformazione gigantesca, tutta insieme: cosa succede se riusciamo a produrre sempre di più usando sempre meno lavoro umano?

Per due secoli abbiamo costruito buona parte del nostro sistema economico su un meccanismo abbastanza semplice: uno lavora, prende uno stipendio, e con quello stipendio compra beni e servizi. Il lavoro non produce solo ricchezza: è anche uno dei principali strumenti con cui quella ricchezza viene distribuita.

L’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero far saltare questo equilibrio. Non sappiamo con quale velocità, quali mestieri verranno stravolti, quanti ne nasceranno di nuovi. La storia delle rivoluzioni tecnologiche precedenti dovrebbe renderci prudenti davanti alle profezie sulla fine del lavoro. Ma stavolta le macchine non stanno imparando solo a sollevare pesi o montare automobili. Stanno imparando a leggere, scrivere, tradurre, programmare, analizzare immagini, progettare, fare una fetta crescente di quello che chiamiamo “lavoro intellettuale”.

Dobbiamo prepararci anche a uno scenario in cui l’economia produca molta più ricchezza con molto meno lavoro umano. Sarebbe una vittoria tecnologica pazzesca, ma potrebbe diventare un problema sociale enorme se continuassimo a distribuire quasi tutto il reddito attraverso l’occupazione. Rischiamo di finire nel paradosso più assurdo di tutti, macchine capaci di produrre abbondanza e persone senza il reddito per potersela permettere. La domanda sull’automazione non può fermarsi a “quanti posti di lavoro perderemo”; dobbiamo chiederci come distribuiremo la ricchezza quando produzione e occupazione smetteranno, un pezzo alla volta, di coincidere.

La generazione che paga il conto

Ed è qui che bisogna parlare dei giovani, perché sono loro a vivere per primi la contraddizione di tutto questo sistema. Per decenni il patto era chiaro: studi, entri nel mondo del lavoro, il tuo reddito cresce piano piano, lasci casa dei genitori, ti costruisci la tua indipendenza. Oggi questo percorso è diventato molto più difficile. In Italia i salari reali sono fermi da decenni e si è allargato il fenomeno del lavoro povero. Avere un lavoro non vuol più dire per forza riuscire a viverci. Salari bassi, precarietà, affitti sempre più cari rendono difficile conquistarsi l’autonomia, mettere su famiglia, o solo pianificare il futuro.

È un problema economico e, insieme, un problema democratico. Una società in cui le decisioni le prendono soprattutto generazioni che hanno già accumulato patrimonio, mentre il conto lo pagano generazioni che ne hanno molto meno, rischia di rompere il patto tra generazioni. Casa, istruzione, pensioni, lavoro e clima sono anche una questione di rapporto tra chi c’era prima e chi viene dopo. E poi ci stupiamo se tanti giovani sentono la politica come qualcosa che parla una lingua estranea alla loro vita. Se hai venticinque anni, vuoi sapere se riuscirai a pagare un affitto, se il tuo lavoro varrà ancora qualcosa tra dieci anni, se potrai avere figli, e su quale pianeta vivrai a cinquant’anni.

Una democrazia evolutiva deve tornare a rappresentare il futuro. I giovani sono le persone che vivranno più a lungo con le conseguenze delle decisioni che prendiamo oggi, molto più di una categoria sociale da rincorrere con qualche bonus.

Se il futuro viene deciso soprattutto dai vecchi, ai giovani resta soltanto il conto da pagare.

Un nuovo patto sociale: reddito e tempo

Il welfare del Novecento partiva da un’idea abbastanza chiara: perdi il lavoro, la società ti sostiene nella transizione, poi trovi un altro lavoro. Ma cosa succede se interi settori vengono automatizzati e certi mestieri spariscono più in fretta di quanto il sistema riesca a inventarne di nuovi? A quel punto bisogna ripensare il contratto sociale da zero, non limitarsi ad aggiornare un sussidio.

Le strade sono tante: imposta negativa sul reddito, reddito minimo, reddito universale, dividendo sociale, fondi collettivi che partecipano ai rendimenti del capitale, oppure servizi universali più ampi. Probabilmente la soluzione sarà un mix di strumenti, e coerentemente con l’idea di democrazia evolutiva dovremmo sperimentarli, confrontarli, correggerli, invece di trasformare ogni singola proposta in una guerra di religione.

Un principio però dovrebbe essere fuori discussione. Se l’automazione permette alla società di aumentare enormemente la propria produttività, una parte di quel guadagno deve tornare alla società.

Il reddito universale andrebbe pensato come qualcosa di molto più ambizioso di un assegno per chi resta senza lavoro: un dividendo della produttività tecnologica. E soprattutto potrebbe farci scoprire che la vera ricchezza dell’automazione non è soltanto il denaro, è il tempo. Per secoli abbiamo usato la tecnologia per produrre di più. La prossima rivoluzione potrebbe permetterci di usare la tecnologia per vivere di più e vivere meglio. Un reddito più stabile significa anche meno stress, più sicurezza, migliori condizioni di salute e, nel lungo periodo, una società che pesa meno sui costi sanitari e sociali. Più tempo per crescere i figli, occuparsi degli anziani, studiare, creare, partecipare alla vita della propria comunità, costruire relazioni, fare sport, viaggiare, o semplicemente stare con chi amiamo. Più tempo in cui il valore di una persona non sia misurato solo dalle ore che riesce a vendere sul mercato del lavoro.

E allora dovremmo cominciare a chiederci anche quanto lavoro umano ci servirà davvero. Se una macchina può svolgere un’attività meglio, più velocemente e in maggiore sicurezza, inventare un’occupazione inutile pur di continuare ad affidarla a una persona sarebbe come inventare la lavatrice e poi creare un ministero per distribuire di nuovo i panni sporchi. Alcuni lavori continueremo a volerli affidare agli esseri umani per la loro dimensione relazionale, creativa o educativa; altri potranno progressivamente passare alle macchine. Una parte dell’aumento di produttività potrà allora trasformarsi in settimane lavorative più brevi e più libertà nell’organizzazione della propria vita. Il reddito universale dovrebbe riconoscere che, in una società dove una fetta crescente della ricchezza la producono le macchine, anche il tempo liberato dalle macchine deve diventare una forma di ricchezza collettiva.

La promessa della tecnologia dovrebbe essere proprio questa: lavorare meno per vivere meglio.

Automazione e immigrazione sono la stessa politica

Anche l’immigrazione va ripensata dentro questa trasformazione. Per decenni abbiamo ragionato su una constatazione semplice: la popolazione invecchia, nascono pochi bambini, certi settori hanno bisogno di manodopera, quindi bisogna attirare persone dall’estero. Ma stiamo costruendo una politica per il 2026 o per il 2056?

Se nei prossimi decenni robotica, automazione e intelligenza artificiale ridurranno il bisogno di lavoro umano nell’industria, nella logistica, nei trasporti, nell’agricoltura, nel commercio, nella pubblica amministrazione e in parte dei servizi professionali, dobbiamo almeno chiederci quante persone ci servono davvero e con quali competenze.

La politica migratoria deve andare di pari passo con la politica tecnologica. Immigrazione, automazione, formazione, welfare, politica industriale fanno parte dello stesso pacchetto.

Non vuol dire per forza che una società con meno bisogno di lavoro avrà bisogno di meno immigrazione; magari avrà bisogno di un’immigrazione diversa, capace di portare ricercatori, medici, ingegneri, tecnici, imprenditori, gente che alza la capacità produttiva e scientifica del Paese.

La discussione dovrebbe uscire dallo schema “sì o no all’immigrazione”, che è una domanda troppo semplice per un fenomeno così complesso. Dovremmo chiederci quante persone servono a una società, quali competenze le mancano, quale contributo possono dare alla sua evoluzione. Anche l’immigrazione deve diventare una politica capace di adattarsi.

Capaci di imparare

E allora, buttiamo via il modello occidentale? Al contrario, va aggiornato.

Il modello occidentale ha funzionato perché ha saputo tenere insieme libertà, mercato, democrazia, diritti e scienza. Oggi però il mondo corre più veloce delle istituzioni costruite per governarlo. Abbiamo computer del futuro e procedure amministrative del secolo scorso, intelligenze artificiali che imparano, imprese che operano in cento Paesi, tecnologie e capitali globali, mentre molta politica continua a ragionare con categorie nate nel Novecento.

La nuova frontiera potrebbe essere proprio questa: istituzioni capaci di sperimentare, misurare, correggere e imparare. Il Novecento ha costruito istituzioni per difenderci dai grandi poteri. Il ventunesimo secolo deve costruirne di abbastanza veloci da governare quelli nuovi e abbastanza lungimiranti da rappresentare anche chi oggi ha poca voce, poco patrimonio e poco potere.

Il mondo accelera e la politica arranca. Il capitalismo evolve attraverso la concorrenza, la scienza attraverso gli errori, la tecnologia attraverso gli esperimenti, l’intelligenza artificiale attraverso l’apprendimento; adesso tocca alla democrazia.

Tra trent’anni vivremo in un mondo profondamente diverso. Il compito della politica sarà imparare abbastanza in fretta da starci dentro.

Una democrazia capace di evolvere e, soprattutto, capace di imparare.

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Basta! Basta! Basta estintori nei musei e basta pale eoliche!

di Marco Bella

La ricchezza del nostro Paese è il nostro patrimonio culturale. Dobbiamo creare un Movimento di cittadini che dica finalmente basta! Basta! Basta! Se si entra in qualsiasi museo o palazzo storico, in mezzo a quadri del 1500 sulle pareti si vedono quegli orribili cilindri rossi, con una serie di scritte incomprensibili. Li chiamano, pensate, “estintori”.

E quel che è peggio è che una legge scellerata prevede che gli orribili cilindri rossi debbano essere addirittura visibili: non si possono mettere in un ripostiglio e usare solo quando servono. D’altronde, se in un museo c’è un quadro del 1500, non vuol dire che in tutto questo tempo non è ancora andato a fuoco. E allora, mi spiegate a che cosa servono?

È urgente che coloro che hanno a cuore in nostro patrimonio artistico unico e di valore incommensurabile si associno per una protesta pacifica contro gli orribili cilindri rossi, e se serve, bisogna rimuoverli con la forza.

Come dite? Quei cilindri rossi… stanno lì proprio per proteggere i quadri del 1500 e soprattutto i visitatori? Mi dite che sono indispensabili nonostante alcuni li ritengano così brutti? E che quindi… ce li dobbiamo tenere perché saranno pure brutti ma sono irrinunciabili? Mi sa che se la mettete su questo piano… forse potreste aver ragione voi.

E le pale eoliche… beh anche quelle sono utilissime a proteggere i boschi dagli incendi. Infatti, le strade sterrate e le piazzole di sosta che si costruiscono per la manutenzione delle pale eoliche agiscono come “linee tagliafuoco” che bloccano l’avanzata delle fiamme e permettono di intervenire a volontari e Vigili del Fuoco.

Come se non bastasse, essendo le pale eoliche così alte, rappresentano un punto di osservazione privilegiato per individuare i focolai degli incendi. E infine, le pale eoliche attraggono i fulmini, evitando che questi possano colpire gli alberi innescando gli incendi.

A parte la questione incendi, le pale eoliche sono indispensabili per la nostra sicurezza energetica. Infatti, l’eolico produce di più d’inverno e di notte, quindi serve proprio a bilanciare il fotovoltaico che invece ha un picco di produzione d’estate e di giorno. Eolico e fotovoltaico si integrano, riducendo la quantità di sistemi di accumulo necessari. Quando, ad esempio, qualcuno dice “ma la Sardegna produce più energia elettrica di quella che le serve!” in realtà non tiene conto che ci sono periodi dell’anno in cui c’è effettivamente un surplus di energia, ma anche altri in cui bisogna accendere le centrali a carbone o importare energia. Più si diversificano le fonti e meno fonti fossili e sistemi di accumulo servono. Ecco perché la transizione energetica non può prescindere dall’eolico, ed ecco perché l’eolico in Sardegna (e nelle altre regioni) è utile e indispensabile.

Quale regione italiana non è bellissima? Se si inizia a dire “qui no!, mettetele da un’altra parte”, l’unico risultato è che le pale eoliche non si metteranno da nessuna parte, e ad essere danneggiato sarà l’intero Paese.

Oramai gli impianti rinnovabili non hanno più bisogno di incentivi: gli incentivi a quattro volte il prezzo di mercato appartengono al passato e gli otto GW che ancora godono di questa enorme agevolazione la vedranno terminare definitivamente nei primi anni ’30. Le rinnovabili oramai hanno solo bisogno di contratti per differenza, cioè, che il gestore dei servizi energetici (GSE) garantisce un prezzo fisso di ritiro. Insomma, i privati costruiscono gli impianti rinnovabili e si accollano il finanziamento del capitale iniziale. Nelle ultime aste (dicembre 2025) il fotovoltaico è stato aggiudicato a un prezzo medio di 56,825 euro a MWh, e l’eolico a 72,851 euro a MWh con un massimo rispettivamente di 62,675 e 77,738 euro/MWh.

Questo vuol dire, rispettivamente, 5.7 (fotovoltaico) e 6.3 (eolico) centesimi di euro al kWh. Certo, nelle bollette poi ci sono anche dei costi fissi che le alzano e vige ancora il meccanismo del “prezzo marginale”, cioè se si è costretti a usare il gas è proprio quest’ultima fonte energetica a fare il prezzo per gli utenti. Questo, quindi, non rappresenta il prezzo finale per l’utente, ma se si inizia a ridurre il costo dell’energia è inevitabile che anche il prezzo che pagheranno i consumatori sarà più basso. A patto che ci sia abbastanza energia in tutte le ore del giorno, altrimenti bisogna ricorrere al gas e i prezzi schizzano in alto. Infine, aggiungo un ultimo aspetto: i nuovi contratti (non tutti) per l’eolico e le rinnovabili in generale sono sempre più frequentemente “a due vie”, cioè se il prezzo di mercato supera quello di aggiudicazione dell’asta, sono proprio loro a rimborsare il proprio guadagno extra al GSE, contribuendo così a calmierare le bollette.

Ecco perché l’eolico è indispensabile, e lo sarà sempre di più qualora si implementasse il meccanismo di prezzo dell’energia per zone geografiche ristrette. Tra l’altro, una simile strategia potrebbe anche rendere l’eolico più socialmente accettabile, perché i comuni con pale eoliche sul proprio territorio vedrebbero degli immediati vantaggi economici sulle bollette.

L’aspetto più surreale della vicenda è che mentre il cosiddetto “campo largo” tollera i vari comitati locali antirinnovabili, il governo delle destre con il nuovo decreto FER X prevede un contingente di 16,5 GW di nuovo eolico (e 10 GW di fotovoltaico) da realizzare entro il 2030.

Sapete cosa? Mi sa che scrivendo questo post ho finalmente capito che gli estintori nei musei e pale eoliche servono davvero. E che il Movimento dal basso non lo dobbiamo certo costruire per bloccare estintori e pale eoliche, ma per spiegare a cittadini e amministratori locali che questi sono strumenti indispensabili per proteggere proprio loro. E che se nessuno (giustamente) protesta per gli estintori nei musei, è di conseguenza insensato prendersela con le pale eoliche. Le pale eoliche non sono “brutte” o “belle”: sono solo parte di un paesaggio che è già cambiato più volte nel tempo e continua a mutare ed evolversi. A voi la scelta: vivere nel passato o accettare il cambiamento che ci permetterà di mitigare la catastrofe climatica, ridurre le bollette e aumentare la nostra indipendenza energetica.

 

L’AUTORE

Marco Bella – Già deputato, ricercatore in Chimica Organica. Dal 2005 svolge le sue ricerche presso Sapienza Università di Roma, dal 2015 come Professore Associato.

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La disoccupazione può cominciare a 5 anni

In Inghilterra il futuro lavorativo di un ragazzo potrebbe cominciare a essere osservato già alle scuole elementari.

Il motivo è un fenomeno che sta preoccupando sempre di più il governo britannico. Oltre un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova oggi fuori dal lavoro e dai percorsi di istruzione. Per capire come intervenire prima che un ragazzo arrivi a questa condizione, il governo ha affidato a una commissione lo studio delle cause che portano così tanti giovani a diventare NEET.

A guidarla è Alan Milburn, ex ministro britannico della Sanità. Tra le proposte emerse c’è quella di chiedere alle scuole primarie di individuare gli alunni che mostrano già alcuni segnali associati a un rischio maggiore di trovarsi, anni dopo, fuori dal lavoro e dalla formazione.

Secondo il rapporto, molti di questi segnali emergono molto presto, in alcuni casi già al momento dell’ingresso a scuola. A rendere particolarmente interessante la proposta è uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista scientifica BMC Public Health e realizzato da ricercatori della University of Leeds, del Bradford Institute for Health Research e della Lancaster University. La ricerca ha utilizzato i dati di Connected Bradford, un grande archivio che collega informazioni sanitarie e scolastiche raccolte nel corso degli anni. I ricercatori hanno seguito 8.118 bambini dall’ingresso a scuola, a 4 o 5 anni, fino ai 16 e 17 anni. Tra quelli che a 4 o 5 anni avevano raggiunto il livello di sviluppo considerato adeguato per iniziare la scuola, il 4% risultava successivamente fuori dal lavoro e dall’istruzione. Tra i bambini che partivano con maggiori difficoltà la percentuale saliva all’11%. Il rischio risultava quindi quasi tre volte superiore. Lo studio mostra anche quanto questo svantaggio possa accompagnare un bambino nel corso degli anni. Circa il 65% del legame tra preparazione all’ingresso a scuola e condizione di NEET durante l’adolescenza passa attraverso il rendimento scolastico successivo. Chi resta indietro a 5 anni tende spesso a trovarsi ancora indietro a 16. Le difficoltà iniziali possono accumularsi lungo tutto il percorso scolastico fino a produrre conseguenze anche nell’ingresso nel mondo del lavoro. Il quadro riguarda una parte consistente dei bambini inglesi. Secondo il Dipartimento dell’Istruzione, il 37% arriva oggi alla scuola primaria senza alcune delle competenze considerate necessarie per affrontare la vita in classe. La preparazione scolastica a quell’età riguarda soprattutto la capacità di comunicare, seguire semplici indicazioni e sviluppare un livello sufficiente di autonomia nelle attività quotidiane. Anche le assenze hanno un peso importante. Nel 2024 e nel 2025 circa 1,34 milioni di alunni inglesi hanno perso almeno il 10% delle lezioni. Rappresentano il 18,1% degli studenti. Prima della pandemia erano circa 772.000.

Il rapporto sostiene che molte delle informazioni utili per riconoscere le situazioni più fragili esistono già all’interno del sistema scolastico. L’obiettivo sarebbe utilizzarle prima e accompagnare i ragazzi durante il loro percorso, intervenendo quando i segnali iniziano a emergere.

Il problema nel Regno Unito ha assunto dimensioni considerevoli. Più di un milione di giovani tra i 16 e i 24 anni si trova fuori dal lavoro o da un percorso educativo. Il fenomeno viene ormai considerato una delle principali questioni sociali del Paese.

Anche gli insegnanti descrivono una distanza crescente tra scuola e mondo del lavoro. Un sondaggio condotto su 1.004 docenti britannici ha rilevato che il 73% considera insufficiente lo spazio dedicato alla preparazione professionale. Il 66% ritiene che oggi i ragazzi arrivino al lavoro meno preparati rispetto a cinque anni fa. La disoccupazione giovanile appare così come l’ultimo passaggio di un percorso che può essere iniziato molti anni prima.

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La Cina ridisegna l’università per l’era dell’IA

Fotografia e traduzione lasciano spazio all’intelligenza incorporata, alla robotica agricola e alle tecnologie che collegano il cervello alle macchine. La Cina sta modificando l’offerta delle proprie università per adattarla allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e alle esigenze dell’industria.

Nel 2024 il ministero dell’Istruzione cinese ha autorizzato 1.839 nuove attivazioni di corsi di laurea e ne ha cancellate 1.428. Altri 2.220 corsi hanno sospeso le iscrizioni. I numeri si riferiscono alle singole attivazioni nei diversi atenei ( lo stesso percorso può essere aperto o chiuso in più università ed essere quindi conteggiato diverse volte). Nel Paese risultavano complessivamente attivi circa 62.800 corsi universitari.

La dimensione della trasformazione emerge soprattutto osservando quali percorsi vengono ridotti e quali prendono il loro posto. Uno dei casi più significativi riguarda la Communication University of China di Pechino, uno dei principali atenei del Paese nel campo della comunicazione, del cinema e dei media. Nel quadro di una riorganizzazione avviata nel 2018, l’università ha chiuso, accorpato o trasformato sedici corsi e indirizzi, tra i quali fotografia e traduzione. Fotografia non scompare completamente dall’insegnamento, ma perde la propria autonomia e confluisce in percorsi più ampi dedicati al cinema, alle immagini e alla produzione audiovisiva.

Secondo Liao Xiangzhong, dirigente dell’università, lo sviluppo degli smartphone, dei social network e delle immagini generate dall’intelligenza artificiale ha trasformato il mestiere. Tecniche fotografiche, postproduzione e creazione delle immagini possono essere insegnate insieme, all’interno di una formazione più ampia. Ancora più netta è la posizione dell’ateneo sulla traduzione. Liao sostiene che una parte consistente della traduzione ordinaria sia ormai svolta dall’intelligenza artificiale e che dedicare quattro anni alla preparazione di uno specialista concentrato esclusivamente su una lingua utilizzi risorse che potrebbero essere impiegate per una formazione più articolata. L’università sta quindi trasformando alcuni corsi linguistici in percorsi misti. Lo spagnolo, per esempio, può essere affiancato alla comunicazione audiovisiva e alla conduzione radiotelevisiva, formando professionisti che conoscano la lingua e sappiano utilizzarla nei media e nella comunicazione internazionale. La riorganizzazione ha interessato anche fumetto, arte dei nuovi media, comunicazione visiva e moda, oltre ad alcuni percorsi di economia, management, ingegneria e discipline umanistiche. Secondo una ricostruzione di Le Monde, i tagli effettuati dalle università cinesi si stanno concentrando soprattutto sulle arti creative, sulle lingue straniere, sulle scienze umane e sul management.

Le discipline umanistiche vengono quindi ridotte, ma non sono oggetto di una cancellazione generalizzata. Gli interventi riguardano soprattutto corsi con pochi iscritti, scarse prospettive occupazionali o competenze già coinvolte nell’automazione, come la traduzione di base.

In molti casi le materie perdono la propria autonomia e vengono integrate con informatica, intelligenza artificiale, comunicazione o discipline scientifiche. Alla Beijing Language and Culture University, per esempio, lo studio del francese è stato collegato alla formazione scientifica attraverso un accordo con la Beijing University of Chemical Technology. L’obiettivo è preparare laureati capaci di utilizzare la lingua in settori tecnici, industriali e scientifici. La Communication University of China respinge infatti l’idea di una semplice eliminazione delle arti e delle materie umanistiche. Tra il 2018 e il 2025 l’ateneo ha introdotto venti nuovi percorsi, tra i quali scienza e tecnologia intelligente, giornalismo internazionale, tecnologie per le immagini intelligenti, progettazione artistica dei videogiochi e ingegneria audiovisiva intelligente.

Il modello è quello dell’accorpamento, le competenze tradizionali restano ma vengono unite all’informatica, all’analisi dei dati e all’intelligenza artificiale. L’università ora prepara professionisti capaci di lavorare insieme alle nuove tecnologie.

Nel 2025 il ministero dell’Istruzione ha inserito nel catalogo nazionale 29 nuove lauree. Tra queste compaiono educazione all’intelligenza artificiale, ingegneria audiovisiva intelligente, teatro digitale, scienza e ingegneria della neutralità carbonica, ingegneria molecolare intelligente, tecnologie per i dispositivi medici e ingegneria delle informazioni spazio-temporali. È stata introdotta anche una laurea in tecnologia e ingegneria delle basse quote, pensata per preparare tecnici e progettisti destinati al settore dei droni, dei velivoli senza pilota e dei nuovi sistemi di trasporto aereo. Le prime autorizzazioni hanno riguardato sei università, tra cui la Beihang University di Pechino, specializzata nel settore aeronautico. Nel 2026 il catalogo è stato aggiornato con altri 38 percorsi e comprende ora 883 diverse specializzazioni. Per la prima volta è stata inoltre introdotta una categoria dedicata alle discipline interdisciplinari, nella quale trovano spazio robotica del futuro, ingegneria interdisciplinare, intelligenza incorporata e scienza e tecnologia cervello-macchina. L’intelligenza incorporata combina algoritmi, sensori e robot capaci di muoversi e interagire con il mondo fisico. Nove università sono state autorizzate ad attivare questo percorso, con l’obiettivo di formare personale per le fabbriche automatizzate, la logistica, l’agricoltura e i servizi.

La Cina sta quindi costruendo un’università sempre più legata alle necessità dell’industria e alla velocità dell’innovazione tecnologica. Resta da capire se preparare gli studenti per i lavori del futuro significherà davvero inseguire ogni nuova macchina, oppure insegnare loro a governarla.

 

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Elon Musk: “Tra dieci anni il denaro potrebbe non servire più”

Elon Musk immagina un futuro nel quale lo Stato accredita denaro direttamente sui conti dei cittadini, l’inflazione scompare e lavorare diventa una scelta. A produrre quasi tutto penseranno l’intelligenza artificiale e i robot. È lo scenario descritto da Musk durante una lunga intervista concessa a Zanny Minton Beddoes, direttrice dell’Economist, registrata il 20 luglio 2026.

Secondo il fondatore di Tesla e SpaceX, entro una decina d’anni il denaro potrebbe perdere gran parte della propria importanza. Alla base di questa previsione c’è un cambiamento ancora più radicale. Secondo Musk, entro i prossimi dieci anni il mondo sarà dominato da una “quantità soverchiante” di intelligenza artificiale, molto più grande della somma di tutte le intelligenze umane. Il sorpasso potrebbe avvenire già entro cinque anni, a meno che un evento catastrofico, come una “guerra nucleare massiccia”, interrompa la rivoluzione in corso. Come cambierà allora l’equilibrio dei poteri tra uomini e macchine? “Non ci sarà nulla che l’AI non potrà fare meglio degli esseri umani, a parte essere umani”, sostiene Musk. Per questo ritiene “improbabile che gli esseri umani saranno in controllo”. Tra l’intelligenza artificiale e quella umana potrebbe crearsi, secondo il suo paragone, una distanza simile a quella che oggi separa l’intelligenza degli esseri umani da quella degli scimpanzé. Uno scenario che, nelle parole di Musk, dovrebbe entusiasmare più che spaventare, perché potrebbe aprire “un’era di straordinaria abbondanza, nella quale tutti potranno avere qualsiasi cosa desiderino”. “Per cosa vogliamo il denaro?”, domanda Musk. “Per comprare beni e servizi: cibo, case, trasporti, intrattenimento. Ma se robot e intelligenza artificiale saranno in grado di produrre più beni e servizi di quanti ogni essere umano possa consumarne, a cosa servirà ancora il denaro?”

La sua previsione si basa su un aumento della produttività senza precedenti. Fabbriche automatizzate, robot umanoidi e sistemi di intelligenza artificiale potrebbero produrre oggetti e fornire servizi continuamente, con costi sempre più bassi e un bisogno sempre minore di lavoro umano. A quel punto, sostiene Musk, il problema economico principale non sarebbe più l’inflazione, ma la deflazione.

Durante l’intervista, Zanny Minton Beddoes chiede a Musk: come potranno vivere le persone se gran parte dei lavori verrà svolta dalle macchine? E Musk risponde: “Penso che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni per le persone”. Non un reddito minimo destinato esclusivamente a chi si trova in difficoltà, ma quello che Musk definisce un “reddito universale elevato”, in inglese universal high income. (ne avevamo già parlato qui)

La differenza rispetto al reddito universale di base è sostanziale. Il reddito di base garantisce una somma sufficiente a coprire le necessità essenziali, Musk immagina invece una società nella quale l’abbondanza prodotta dalle macchine permetta a tutti di accedere a un livello di vita molto più alto.

L’intervistatrice gli fa notare che distribuire denaro senza una corrispondente entrata fiscale rischierebbe di alimentare l’inflazione, Musk risponde ribaltando il ragionamento, ovvero se la quantità di beni e servizi cresce più velocemente della quantità di denaro in circolazione, i prezzi scendono. “Faccio una previsione”, afferma. “Il problema sarà la deflazione, non l’inflazione. Se la produzione di beni e servizi aumenta più rapidamente dell’offerta di moneta, si avrà deflazione”. In altre parole, il governo potrebbe immettere nuovo denaro nell’economia senza provocare aumenti generalizzati dei prezzi, perché robot e intelligenza artificiale produrrebbero ancora più velocemente case, energia, trasporti, alimenti e servizi. È una previsione, non una legge economica dimostrata, e presuppone che l’enorme produttività delle macchine si traduca davvero in una maggiore disponibilità di beni per tutti: “Il denaro smetterà di essere importante nel 2036”. Musk aveva espresso lo stesso concetto pochi mesi prima, intervenendo all’Abundance Summit organizzato da Peter Diamandis, anche in quell’occasione aveva previsto un “reddito universale elevato” finanziato attraverso l’emissione di denaro pubblico.

Secondo Musk, AI e robot arriveranno a produrre talmente tanto da esaurire buona parte dei desideri materiali umani. In questa economia dell’abbondanza, il valore del denaro diminuirebbe progressivamente, fino a diventare quasi irrilevante. Il paragone utilizzato è quello della società raccontata in Star Trek, nella quale la tecnologia ha superato la scarsità materiale e l’accumulazione di denaro ha perso la funzione che possiede oggi.

Musk immagina un mondo nel quale tutti ricevono un reddito elevato e possono accedere a quasi ogni bene desiderato. Una nuova forma di libertà, in cui il lavoro smette di essere una necessità e torna a essere una scelta, restituendo alle persone ciò che oggi manca più di tutto: il tempo per vivere.

 

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La Generazione che non riesce più a uscire di casa

Quasi un giovane americano su due sotto i trent’anni vive con almeno uno dei genitori. Nel 2025 la percentuale ha raggiunto il 49%, sei punti in più rispetto al 2022 e dodici punti in più rispetto al 2019, prima della pandemia, secondo i dati della Federal Reserve. In Gran Bretagna sta accadendo qualcosa di simile, la quota dei venticinquenni che abitano ancora nella casa di famiglia è passata dal 25% degli anni Novanta al 42% di oggi. Il Guardian ha definito il fenomeno “kidulthood”, una lunga permanenza in quella zona intermedia nella quale si è adulti per età ma si continua a vivere nella propria cameretta.

Per anni questa situazione è stata banalizzata come una scelta di comodità, “i giovani sono pigri, immaturi e troppo affezionati all’“albergo di mamma e papà”, ma i dati ci dicono tutt’altro. In Gran Bretagna, negli ultimi vent’anni, la convivenza con i genitori tra le persone di venti e trent’anni è aumentata di oltre un terzo; nello stesso periodo, la proprietà di una casa tra i venticinquenni è crollata: dal 43% della metà degli anni Ottanta al 15% di oggi. Dietro questa permanenza prolungata ci sono il costo delle abitazioni, gli affitti e i salari che crescono lentamente, e soprattutto una stabilità lavorativa sempre più difficile da raggiungere. Andare via di casa richiede insomma ormai una sicurezza economica che molti ragazzi, pur lavorando, non possiedono.

Negli Stati Uniti il fenomeno è cresciuto rapidamente, secondo le statistiche del Census Bureau nel 2025 viveva nella casa dei genitori il 58% degli americani tra i 18 e i 24 anni e il 16% di quelli tra i 25 e i 34 anni.

Anche in Italia, secondo l’Istat, nel 2024 oltre due giovani tra i 18 e i 34 anni su tre vivevano ancora con almeno uno dei genitori. L’Istituto collega questa permanenza alla precarietà lavorativa e alle difficoltà di accesso alla casa. I giovani italiani lasciano la famiglia d’origine mediamente a 30,1 anni, quasi quattro anni dopo la media dell’Unione europea, ferma a 26,2 anni. Nel 2024 soltanto Croazia, Slovacchia e Grecia registravano un’età superiore a quella italiana, mentre in Finlandia, Danimarca e Svezia si usciva di casa poco dopo i ventuno anni.

Sta cambiando anche il significato della parola “adulto”. Le nuove generazioni italiane sono molto più istruite di quelle che le hanno precedute: tra i 25 e i 34 anni la quota dei laureati è passata dal 7% del 1992 al 30,6% nel 2023. Eppure, nel 2025, soltanto il 71,8% dei giovani italiani che avevano concluso da poco gli studi risultava occupato, una delle percentuali più basse dell’Unione europea. Anche quando il lavoro arriva, spesso offre poche certezze o non valorizza gli studi compiuti. Secondo la Commissione europea, quattro giovani laureati italiani su dieci svolgono un lavoro estraneo al proprio percorso di formazione. Nel frattempo, il reddito medio da lavoro in Italia è diminuito del 7,2% rispetto al 2004. Non siamo quindi davanti a giovani impreparati o poco disposti a costruirsi una vita. Molti hanno studiato, acquisito competenze e affrontato percorsi formativi più lunghi rispetto ai propri genitori, ma titoli e preparazione garantiscono sempre meno un salario sufficiente, e la possibilità di sostenere il costo di una casa.

Una generazione pronta a uscire di casa resta così bloccata nella casa dei genitori, mentre la società continua ad attribuirle la responsabilità di un ritardo che ha contribuito a produrre.

L'articolo La Generazione che non riesce più a uscire di casa proviene da Il Blog di Beppe Grillo.

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