❌

Modalità di lettura

Occhiali smart Nothing: due modelli innovativi in arrivo

Occhiali smart Nothing: due modelli innovativi in arrivo

I nuovi occhiali smart Nothing sono in arrivo e promettono di trasformare il modo in cui interagiamo con la tecnologia indossabile. Secondo fonti autorevoli del settore, il marchio guidato da Carl Pei sta sviluppando non uno, ma due modelli distinti. Ogni versione è pensata per soddisfare esigenze diverse degli utenti.

Scopriamo insieme le caratteristiche tecniche e le funzionalità che potrebbero rendere questi dispositivi un punto di svolta.

Primo modello: privacy e funzioni smart senza compromessi

Il primo degli occhiali smart della Nothing si concentra sulla riservatezza. A differenza del secondo modello, questo dispositivo non include una fotocamera integrata. Una scelta dettata dalle crescenti preoccupazioni degli utenti riguardo alla sorveglianza invisibile.

Nonostante l’assenza dell’obiettivo, questi occhiali offrono numerose funzionalità avanzate, simili a quelle dei Ray-Ban di Meta:

  • Riproduzione audio di alta qualità
  • Chiamate vocali hands-free
  • Accesso all’assistente vocale dello smartphone
  • Lenti fotocromatiche che si adattano automaticamente alla luce ambientale

Le lenti fotocromatiche rappresentano una soluzione intelligente per chi cerca comodità senza rinunciare allo stile. Si scuriscono o si schiariscono in base alle condizioni di luce, garantendo sempre la massima visibilità.

Secondo modello: ChatGPT integrato e funzioni AI avanzate

Il secondo modello degli occhiali smart Nothing rappresenta la punta di diamante dell’innovazione. Questo dispositivo integra ChatGPT direttamente nel sistema, offrendo un’esperienza interattiva e immersiva.

Secondo le fonti, questa versione include anche una fotocamera e funzioni di traduzione in tempo reale. La presenza di ChatGPT suggerisce che questi occhiali potrebbero diventare un vero e proprio assistente personale. Il dispositivo sarà in grado di rispondere a domande, fornire informazioni contestuali e tradurre conversazioni al volo. Un’idea affascinante per chi cerca un dispositivo che vada oltre il semplice intrattenimento, diventando un compagno quotidiano.

Le funzionalità esatte non sono ancora state rivelate, ma considerando la reputazione di Nothing nel settore tech e il crescente interesse per l’intelligenza artificiale, è lecito aspettarsi soluzioni innovative che potrebbero ridefinire il concetto di wearable.

Design e aspetto estetico degli occhiali smart Nothing

Mentre le specifiche tecniche sono già un motivo di grande interesse, rimane ancora un’incognita: come saranno fatti questi occhiali smart Nothing?

Il marchio, noto per la sua attenzione al design, ha reso i suoi prodotti riconoscibili e apprezzati dal pubblico. Dai dispositivi Ear ai prodotti per la casa come il ricevitore Nothing Phone, l’azienda ha sempre puntato su soluzioni che uniscono forma e funzione.

Non è ancora chiaro se gli occhiali manterranno lo stile minimalista e translucido che caratterizza gli altri dispositivi di Nothing o se presenteranno un design completamente nuovo. Tuttavia, considerando l’importanza del fattore estetico per il marchio, è probabile che anche questi occhiali smart riflettano la stessa filosofia: belli da vedere, ma soprattutto funzionali.

Il design dei nuovi occhiali della Nothing potrebbe essere svelato solo con l’ufficializzazione dei prodotti, prevista per il 2027. Fino ad allora, non ci resta che fantasticare sulle possibili soluzioni che l’azienda potrebbe proporre.

Privacy o funzionalità? Quale modello scegliere

La scelta tra i due occhiali smart Nothing dipenderà dalle priorità dell’utente. Chi è particolarmente attento alla privacy potrebbe preferire il modello senza fotocamera, godendo comunque di funzioni smart avanzate come le lenti fotocromatiche e l’assistente vocale. D’altra parte, chi è alla ricerca di un’esperienza ancora più innovativa potrebbe optare per il modello con ChatGPT e fotocamera, accettando di buon grado i compromessi in termini di riservatezza.

Una cosa è certa: Nothing sta cercando di coprire tutte le esigenze del mercato, offrendo soluzioni diverse per utenti diversi.

Che siate più orientati verso la privacy o verso l’innovazione tecnologica, c’è probabilmente un modello di occhiali smart che fa al caso vostro.

Il futuro degli occhiali smart: oltre il 2027

Con l’annuncio di questi due nuovi modelli, Nothing si prepara a entrare in un mercato nuovo e potenzialmente redditizio: quello degli occhiali smart.

Il 2027, anno previsto per il debutto, è solo l’inizio. Carl Pei ha lasciato intendere che l’azienda ha ambizioni ancora più grandi, con l’intelligenza artificiale che rappresenta il vero motore dell’innovazione futura.

Se gli occhiali smart Nothing avranno successo, potremmo assistere a una vera e propria rivoluzione nel modo in cui interagiamo con la tecnologia. Immaginiamo dispositivi capaci di comprendere il contesto, anticipare le nostre esigenze e integrarsi perfettamente nella nostra vita quotidiana. Un futuro affascinante, che Nothing sembra pronta a plasmare. Per ora, non ci resta che aspettare e vedere come si svilupperà questa nuova avventura.

Una cosa è certa: il mondo dei wearable non sarà più lo stesso.

L'articolo Occhiali smart Nothing: due modelli innovativi in arrivo proviene da sicurezza.net.

  •  

De novo design of cysteine proteases

Nature, Published online: 14 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11143-w

De novo-designed enzymes use an activated cysteine nucleophile to hydrolyse polypeptide backbones in a sequence-dependent manner.
  •  

Computational design of metalloproteases

Nature, Published online: 14 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11167-2

RFdiffusion methods are used to de novo design proteins with water-activating zinc-based active sites adjacent to a peptide substrate binding pocket, yielding highly active, programmable proteases with potential applications in therapeutics, biotechnology and bioremediation.
  •  

De novo design of cysteine proteases

Nature, Published online: 14 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11143-w

De novo-designed enzymes use an activated cysteine nucleophile to hydrolyse polypeptide backbones in a sequence-dependent manner.
  •  

Computational design of metalloproteases

Nature, Published online: 14 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11167-2

RFdiffusion methods are used to de novo design proteins with water-activating zinc-based active sites adjacent to a peptide substrate binding pocket, yielding highly active, programmable proteases with potential applications in therapeutics, biotechnology and bioremediation.
  •  

Negli Stati Uniti il voto degli iscritti conferma la direzione presa dal sindacato UAW

di Ezio Boero

La rielezione di Shawn Fain a segretario (presidente, lo definiscono negli USA) di United Auto Workers ha rilievo non solo per quel Sindacato, che tramanda la sua lunga storia di lotte del Lavoro, ma anche per il contesto sociale degli Stati Uniti.

Un milione e mezzo di iscritti nel 1979, oggi solo più 190.000 in produzione nel settore tradizionale dell’auto, 100.000 tra i lavoratori delle università, 600.000 pensionati e altri sparsi in vari settori, UAW continua ad essere al centro del mondo sindacale degli USA. 

Fain, eletto nel 2023, si era presentato per contrastare un lungo periodo di concessioni al padronato e le vicende di corruzione che avevano caratterizzato l’epilogo della storica maggioranza che aveva governato UAW per 70 anni. Condannata per corruzione quando FCA (Fiat-Chrysler), allora governata da Marchionne, pagò, dal 2009 al 2016, 3,5 milioni di tangenti ai leader di UAW e dovette pagare 30 milioni di dollari per violazione delle leggi federali sul lavoro. Mentre il presidente di UAW, Dennis Williams, fu condannato a 21 mesi di prigione per appropriazione dei fondi del Sindacato (utilizzati a piene mani per pagarsi spese personali) e, per pene minori, lo furono anche altri 12 dirigenti sindacali.

A seguito di ciò, nel 2021, il Dipartimento di Giustizia di Detroit nominò per 6 anni un monitor (controllore) federale, Neil Barofsky, per vigilare su possibili ritorni di illeciti, e denunciò la modalità del voto degli organismi di UAW, effettuato all’interno degli stessi, come una delle cause di possibile corruzione, invitando a una votazione tra tutti gli iscritti.

Nella successiva votazione “un-membro-un-voto”, i due terzi dei pochi votanti (solo il 14% degli iscritti, segnalando forse con ciò la sfiducia o il disinteresse al rinnovamento) confermò  la nuova modalità di voto per gli organismi. E successivamente, nell’autunno 2022, con un’affluenza ancor più bassa, installò la nuova maggioranza di Fain. Peraltro dopo un ballottaggio coll’esponente della “vecchia guardia”, in cui lui vinse soprattutto per l’appoggio delle migliaia di lavoratori-studenti universitari (staffisti, docenti, assistenti di ricerca e dottorandi, ecc) che s’erano iscritti negli ultimi anni al Sindacato. Molti dei quali presenti all’interno del caucus (la storica componente sindacale) di Unite All Workers for Democracy (UAWD), che da anni si batteva per la democrazia interna.

Fain, ex elettricista di fabbrica in uno stabilimento dell’Indiana, subentrò come Presidente appena il giorno prima dello svolgimento della Convention che doveva votare le piattaforme per il rinnovo dei contratti delle Big 3 (GM, Ford e Chrysler, ora in Stellantis). Una per ogni azienda, perché negli Stati Uniti i contratti sindacali, quando ci sono, sono raramente nazionali di categoria (postini, ferroviere), pochi anche quelli aziendali e in genere sono di stabilimento.

La vertenza delle 3 Grandi dell’auto era stata caratterizzata da uno sciopero di 6 settimane, simultaneo e  progressivo (una novità per UAW, così come i resoconti settimanali on line sull’andamento delle trattative) e da un voto conclusivo di approvazione ambivalente (con un risicato 55% di sì al contratto in General Motors, il cui personale ha maggiore anzianità e memoria contrattuale). 

Dopo questi contratti, che acquisivano un aumento salariale finale del 25%, e in un contesto di aumento delle spese belliche e dell’inflazione, e di una forte riduzione di produzione di auto elettriche, a cui l’amministrazione Trump ha sottratto gli incentivi all’acquisto deliberati da Biden, UAW aveva aperto, con l’impiego di 40 milioni di dollari, una campagna di sindacalizzazione degli stabilimenti delle 15 marche di auto asiatiche ed europee nel Sud degli Stati Uniti, governato dai Repubblicani e ferocemente antisindacale. La campagna tentava di recuperare iscritti, che nel 1983 erano il 60% dei lavoratori dell’auto, mentre oggi sono solo il 16% degli odierni 1,3 milioni di lavoratori del comparto.  

La principale causa, gli accordi commerciali come il NAFTA hanno portato allo smantellamento, attorno ai Grandi Laghi, dell’intera filiera dell’auto, di cui Detroit era il centro: UAW stima che 90.000 fabbriche, grandi e dell’indotto, abbiano chiuso. 

Finora, l’unico contratto nell’auto nel Sud degli USA è stato raggiunto presso la Volkswagen  di Chattanooga, nel Tennessee. Mentre, dopo una prima sconfitta, contestata da UAW a causa della grande campagna antisindacale dell’impresa, è ancora aperta la vicenda della Mercedes-Benz a Vance nel Kentucky, in attesa di probabili nuove elezioni.

Nel contempo, Fain aveva acquisito un incarico in un comitato consultivo dell’amministrazione Biden e praticata progressivamente una gestione accentratrice e anche autoritaria, esautorando due membri della sua segreteria (la tesoriera Margareth Mock e Rich Boyer, responsabile del dipartimento per Stellantis). Licenziamenti che il monitor indipendente ha costretto a ripristinare. Inoltre, la maggioranza “riformatrice” si è  ulteriormente sfarinata: la componente del caucus UAWD si è divisa sostanzialmente tra operai e studenti; e solo quella chiamatasi UAW Member Action ha continuato a sostenere esplicitamente Fain. 

L’appoggio di UAW ai dazi di Trump, mentre altri grandi Sindacati degli USA li hanno avversati, non è stato che il seguito di quanto fece UAW con la precedente direzione negli anni ’80, con lo slogan “Buy american, your job depends on it”. Mentre il dissenso ai trattati di libero scambio, come il NAFTA, che aveva eliminato posti di lavoro e tagliato occupati e salari, è un’opinione largamente diffusa nel mondo del lavoro statunitense. 

E’ stato probabilmente l’appoggio di UAW alla causa palestinese che ha portato allo scontro tra Fain, ormai quasi “un uomo solo al comando”, e il monitor Barofsky, i cui rapporti semestrali (con diffusione ai 300.000 iscritti UAW nel settore dell’auto)  sono stati sempre più incentrati sui comportamenti autoritari di Fain. Un leaderismo peraltro  consueto a tutti i livelli nel mondo statunitense e apprezzato da molti (lo si vede nel voto a Trump).  Accusato di aver creato un clima di sospetto e di rappresaglia interna, e anche di favoritismi nei confronti di suoi familiari, Fain ha svelato una telefonata del monitor che contestava a UAW la decisione dal Sindacato di aderire all’iniziativa per il cessate il fuoco a Gaza. Un intervento, quello del monitor, aldilà delle sue prerogative, ha sostenuto UAW, che è poi continuato con crescenti pressioni sul Sindacato per riconsiderare o ammorbidire la sua opposizione al genocidio di Gaza. UAW è comunque andata avanti: la Convention di giugno ha votato il congelamento dei rapporti con la Federazione sindacale israeliana Histadrut, che “mina l’unità globale dei lavoratori promuovendo il colonialismo dei coloni”, e, seppur passato con un voto risicato, il disinvestimento delle risorse UAW (400.000 dollari) già investite in obbligazioni emesse negli Stati Uniti dallo Stato di Israele.  

Lo stallo della campagna di sindacalizzazione del Sud degli USA, l’appoggio ai dazi di Trump e il dissenso al rinnovo di accordi di libero commercio, le rotture all’interno della maggioranza sindacale, l’appoggio alla causa palestinese (invertendo il tradizionale appoggio a Israele dei Sindacati USA), le accuse del monitor federale con passaggi che tendevano a screditare il presidente di UAW: tutti questi elementi si sono scaricati sulle elezioni, avvenute in settembre, per il rinnovo degli organismi dirigenti,.Con l’aggiunta di periodici interventi ostili di Trump. 

Tra i sei candidati a Presidente e a Vice-Presidente, si ritrovano i due membri della sua ex segreteria “licenziati” da Fain, che evidentemente hanno inteso rappresentare la maggioranza precedente a lui. Da cui, a converso, sono stati recuperati da Fain anche alcuni candidati nella sua lista. 

Ma lo spoglio delle schede elettorali per il voto sugli organismi di UAW (presidente, segretario-tesoriere, tre vicepresidenti e nove direttori regionali, che insieme costituiscono il Consiglio Esecutivo), iniziato il 6 ottobre e amministrato dal monitor, ha ratificato  la vittoria di Fain. Costruita su quello che quello che, non a vanvera, è stato vantato un buon accordo del 2023 con le Big 3; i contratti stipulato con la Volkswagen in Tennessee e con American Axle, la grande impresa di ricambi per GM; il partecipato movimento in molti atenei del Paese, indotto anche dall’adesione a UAW, coll’appoggio alla causa palestinese contro il genocidio del governo Netanyahu.

La lista di Fain si conferma quindi col 68% dei consensi alla carica di Presidente di UAW (rendendo non necessario il ballottaggio avvenuto nelle elezioni del 2022) e di Tesoriere. Ottiene anche i tre ulteriori ruoli della Segreteria e vince gli 8 dei Direttori delle 9 Regioni degli Usa in cui è suddiviso l’intervento di UAW. La principale minoranza, rappresentata soprattutto dai già allontanati dalla segreteria, ottiene solo il 13% (per il presidente) e il 23% (per la carica di tesoriere)

Che il risultato del voto di 100.000 iscritti (il 10% degli aventi diritto; ancora una volta un numero assai scarso rispetto al milione di associati a UAW) rappresenti la continuità di una politica e la difesa dell’autonomia del Sindacato di fronte agli attacchi esterni, oppure una mancanza di alternative credibili che non fossero solo la critica a Fain al seguito di quella del monitor, lo dirà il futuro. 

Parrebbe comunque anche un’ulteriore vittoria (dopo quella di Mamdani a sindaco di New York e di altri/e nelle primarie del Democratic Party) dei Democratic Socialists of America, Partito da cui Fain non è certo lontano, partecipando anche ad iniziative pubbliche con la deputata Ocasio-Cortes e con l’indipendente Sanders. 

Una vittoria che pare, dai primi commenti dei media, realizzata con un voto meno consistente (solo la metà della similare elezione precedente, quella del 2022) di lavoratori studenti ma maggiore nei grandi stabilimenti operai

La confermata dirigenza UAW può ora guardare al futuro, quando l’ostile monitor nel 2027 avrà terminato il suo compito (ma il decreto di nomina tiene aperta la possibilità di proseguirlo) e  in vista del rinnovo dei contratti con le Big  3, che erano stati fatti scadere il 30 aprile 2028 con l’idea di fare del Primo Maggio (che non è festivo negli USA, il Paese da cui origina) una giornata nazionale di mobilitazione. A cui UAW ha invitato gli altri Sindacati ad allinearsi. Nel periodo, UAW si troverà di fronte al rinnovo dei contratti di John Deere, Volvo e General Dynamics e poi delle Big 3, e alla conclamata intenzione delle imprese di non dare significativi aumenti salariali e di introdurre tecnologie di riduzione degli occupati originate dall’intelligenza artificiale. E alla necessità di intervenire anche sul ripristino o sul miglioramento dell’assicurazione sanitaria post-pensione, da sempre carente o assente negli USA per tutti/e.

Fain, nella proclamazione della vittoria che lo conferma per altri 4 anni, ha dichiarato: “stiamo lottando per l’intera classe lavoratrice, sia al tavolo delle trattative che nell’arena politica”. In cui UAW sta appoggiando, non come storicamente fatto da quel Sindacato genericamente il Democratic Party, ma candidati/e che siano esplicitamente dalla parte del lavoro organizzato.

L’auspicio è che le lavoratrici e i lavoratori, anche quelli del settore dell’auto iscritti a UAW, possano partecipare maggiormente alla conduzione del proprio Sindacato, che si depuri maggiormente da leaderismi e battaglie interne che potrebbero apparire lotte per il potere.

  •  

Contenuti e incongruenze di una legge incostituzionale

di Francesco Pallante (da Volere la luna)

L’avvenuta approvazione, a colpi di voti di fiducia, della legge elettorale segna una svolta imponente nel sistema istituzionale e nella stessa democrazia del nostro Paese, alterando potenzialmente, sino a sovvertirlo, il rapporto tra voto e rappresentanza. Per analizzarla, valutarne gli effetti e individuare le risposte possibili abbiamo deciso di dedicarvi un apposito focus con articoli di Francesco Pallante, Marco Revelli, Valentina Pazé, Lorenzo Spadacini, Alessandra Algostino e Ottorino Cappelli.

La nuova legge elettorale, che la destra è infine riuscita a imporre in vista del voto del prossimo anno, è fortemente criticabile sotto molti profili. La tempistica sospetta – non si modificano le leggi elettorali sul finire della legislatura – trova conferma nelle intenzioni fin dall’inizio dichiarate: evitare che la ritrovata alleanza tra le forze dell’opposizione renda contendibili i collegi uninominali che erano previsti dalla legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), impedendo alla destra la vittoria a mani bassi regalatele dal Pd e dal M5S nel 2022. L’obiettivo tattico non vale, peraltro, a velare la finalità strategica: la trasformazione della forma di governo nella direzione del premierato, stante il vincolo per le liste o coalizioni d’indicare il nominativo della persona candidata all’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. L’idea di fondo rimane quella per cui le elezioni dovrebbero servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta inscalfibile (una distorsione del parlamentarismo così come del presidenzialismo). Qui di seguito si propone una lettura della nuova legge volta a illustrarne schematicamente il contenuto e le principali criticità.

*****

La nuova legge elettorale è il frutto della modifica della legge elettorale precedente. I partiti presentano alle elezioni liste o coalizioni di candidati con il deposito del programma elettorale e l’indicazione del «nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri».

Alla Camera sono assegnati: 314 seggi con sistema proporzionale in 48 collegi plurinominali (raccolti in 26 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Valle d’Aosta e Trentino Alto-Adige per un totale di 28 circoscrizioni), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 7 seggi in Trentino-Alto Adige di cui 4 con sistema maggioritario in collegi uninominali e 3 con sistema proporzionale in 1 ulteriore collegio plurinominale; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 8 seggi all’estero con sistema proporzionale; 70 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni). Al Senato sono assegnati: 154 seggi con sistema proporzionale in 26 collegi plurinominali (raccolti in 18 circoscrizioni, cui si aggiungono le circoscrizioni Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta per un totale di 20 circoscrizioni: una per regione, al fine di rispettare l’art. 57 Costituzione, che prevede, appunto, l’elezione del Senato su lase regionale), con liste di 7 candidati al massimo e soglia di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 3% per le liste, con l’eccezione della migliore lista sotto il 3% di ogni coalizione (i voti delle liste in coalizione sotto il 3% contribuiscono però a determinare la quota del 42% necessaria ad assegnare il premio); 6 seggi in Trentino-Alto Adige con sistema maggioritario in collegi uninominali; 1 seggio in Valle d’Aosta con sistema maggioritario in un collegio uninominale; 4 seggi all’estero con sistema proporzionale; 35 seggi in premio (“listone-premio” bloccato unico nazionale, fintamente suddiviso in “listini-premio” bloccati collegati alle circoscrizioni).

Se nessuna lista o coalizione raggiunge il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento o se dovessero raggiungere il 42% liste o coalizioni diverse alla Camera e al Senato, la ripartizione dei 314+70 seggi alla Camera e dei 154+35 seggi al Senato avviene con metodo proporzionale. Se una lista o coalizione supera il 42% dei voti in entrambi i rami del Parlamento, tale lista o coalizione riceve in premio 70 seggi alla Camera e 35 seggi al Senato (se sono due le liste o coalizioni a superare in entrambi i rami del Parlamento il 42%, il premio è assegnato a quella più votata). Per determinare la percentuale dei voti raggiunti da ciascuna lista o coalizione – e quindi determinare l’assegnazione o meno del premio – si contano tutti i voti (proporzionale e collegi uninominali del Trentino-Alto Adige e della Valle d’Aosta), eccetto quelli delle circoscrizioni estero. In ogni caso, una volta sommati i seggi conseguiti con il voto proporzionale, il premio e i collegi uninominali di Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, nessuna lista o coalizione può avere più di 220 deputati e di 113 senatori. Se la lista o coalizione vincente ha ottenuto nel riparto proporzionale un numero di seggi tale che, col premio, supererebbe i 220 seggi alla Camera o i 113 seggi al Senato, le sono sottratti deputati o senatori tra quelli eletti col sistema proporzionale. I candidati nei “listini-premio” circoscrizionali devono essere almeno per il 40% del genere meno rappresentato (dunque, 28 alla Camera e 14 al Senato). Essi devono essere altresì candidati come capilista in una lista plurinominale di collegio collegata (o come secondi se il capolista è anch’esso altresì candidato in un “listino-premio”).

In ogni collegio plurinominale ogni partito presenta una lista di 7 candidati composta da un capolista (“bloccato”: se il partito ottiene uno o più seggi nel collegio, il capolista è eletto) e sei candidati presentati in alternanza di genere a partire dal secondo (sicché capolista e secondo possono essere dello stesso genere), tra i quali l’elettore può esprimere fino a 3 preferenze con alternanza di genere. Per i capilista non è prevista una quota di genere. Sono possibili le pluricandidature fino a 5 collegi. Per presentare una lista occorre raccogliere 6.000-7.000 firme in ogni collegio plurinominale alla Camera e al Senato. Significa che, se ci si presenta in tutti i collegi (49 alla Camera e 26 al Senato, per un totale di 75 collegi) occorre raccogliere almeno 450.000 firme. Il numero delle firme scende a 1.500-2.000 per collegio per le liste presentate da partiti che abbiano una componente nel gruppo misto alla Camera o al Senato e si annulla del tutto per i partiti che abbiano un gruppo parlamentare in almeno una Camera (purché costituito prima del 31 dicembre 2025). In tutti i casi il numero delle firme è ridotto alla metà in caso di elezioni anticipate. Le firme non possono essere raccolte in modalità digitale.

*****

Secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale (sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017), «in una forma di governo parlamentare, ogni sistema elettorale, se pure deve favorire la formazione di un governo stabile, non può che esser primariamente destinato ad assicurare il valore costituzionale della rappresentatività» del Parlamento. L’alterazione del rapporto proporzionale tra voti e seggi è, di conseguenza, ammissibile a due condizioni: (a) che non incida eccessivamente a danno della rappresentatività delle Camere (dunque, che un eventuale premio sia assegnato a liste o coalizioni già dotate di una solida base elettorale); (b) che sia funzionale alla stabilità del Governo e all’efficienza del processo decisionale.

*****

Questi i principali punti critici critici:

1. Sulla natura bifronte del sistema elettorale. La legge contiene una sorta di doppio sistema elettorale: o con effetti fortemente maggioritari (se si assegnano i premi) o con effetti proporzionali lievemente corretti (se non si assegnano i premi). Poiché la strutturazione e il funzionamento del sistema dei partiti dipendono anche dalla legge elettorale, e la legge può operare in due modi opposti, ciò rischia di produrre effetti irragionevoli.

2. Sul premio elettorale in un sistema bicamerale perfetto. Poiché per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica si svolgono due votazioni separate, ciò significa che gli esiti elettorali nei due rami del Parlamento dovrebbero essere indipendenti l’uno dell’altro. Invece, il fatto che il premio non sia assegnato nel ramo del Parlamento in cui una lista o coalizione ha raggiunto il 42%, qualora ciò non avvenga anche nell’altro ramo, fa sì che gli esiti delle due elezioni non siano indipendenti l’una dall’altra.

3. Sul premio elettorale assegnato alla coalizione o lista che ottiene il 42% dei voti. Nella sentenza n. 35/2017, la Corte costituzionale non ha ritenuto irragionevole la soglia del 40% prevista nella legge n. 52/2015 (c.d. Italicum) per l’accesso a un premio che avrebbe assegnato alla lista o coalizione destinataria il 54% dei seggi. È una decisione discutibile – dato il rilevante squilibrio tra esito del voto e formazione della rappresentanza parlamentare – ma occorre prenderne atto. Sarebbe tuttavia errato estrarre la decisione sul premio dalla sentenza e farla valere, in generale, per qualsiasi legge elettorale: è infatti l’impianto complessivo della legge che consente di esprimersi sulla ragionevolezza del premio. La nuova legge consente al destinatario del premio di ottenere circa il 57% dei seggi alla Camera e circa il 58% dei seggi al Senato (conteggiati anche i seggi assegnabili all’estero). Perché ciò avvenga è necessario ottenere circa il 43% dei voti alla Camera e circa il 45% dei voti al Senato: questo significa che la lista o coalizione vincitrice delle elezioni beneficia di un rilevante incremento della propria rappresentanza parlamentare rispetto ai voti conseguiti. Di fatto, una minoranza, pur significativa, è artificialmente trasformata in un’ampia maggioranza parlamentare. Soprattutto, però, la distorsione della volontà elettorale deve essere misurata non soltanto con riguardo al numero dei seggi complessivamente assegnati alla lista o coalizione vincitrice, ma anche in relazione al numero dei seggi assegnati alle altre liste o coalizioni. Ciò che, in effetti, potrebbe accadere con la nuova legge è che, per una differenza di poche migliaia di voti, il numero di seggi assegnati a due liste o coalizioni aventi consistenza elettorale sostanzialmente analoga risulti segnato da un divario pari a oltre il 20% dei seggi complessivamente assegnabili, una misura senz’altro irragionevole. Esempio. Una lista ottiene il 42,1% dei voti e, grazie al premio di maggioranza, ottiene il 55% dei seggi. La seconda lista più votata ottiene il 41,9% dei voti e accede al riparto del rimanente 45% dei seggi, unitamente alle altre liste che, nel complesso hanno raggiunto il 16% dei voti (42,1 + 41,9 + 16 = 100): significa che otterrà il 32,6% dei seggi. Una differenza dello 0,2% dei voti si traduce in una differenza del 22,5% dei seggi.

4. Sul premio elettorale che consente di avvicinarsi al 60% dei parlamentari. La soglia del 60% dei seggi corrisponde alla maggioranza dei 3/5 che ancora vale, in alcuni casi (elezione parlamentare dei giudici della Corte costituzionale e dei membri laici del Csm), come maggioranza “di garanzia” contro il rischio che la maggioranza politica che sostiene il Governo abusi della propria posizione di forza. Già da tempo non hanno più valore di garanzia le maggioranze previste per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei Presidenti delle Camere, oltre che per la revisione costituzionale. Travolgere anche le garanzie residue ulteriormente aggrava quella che già oggi può essere considerata una situazione d’incostituzionalità.

5. Sulla sottrazione dei seggi eventualmente in eccesso dal numero dei seggi assegnati con sistema proporzionale, anziché dal “listone-premio”. Qualora, sommando i seggi assegnati in premio ai seggi conquistati nel proporzionale e nel maggioritario residuo in Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta, una lista o coalizione ottenga più di 220 seggi alla Camera e/o più di 113 seggi al Senato, si riduce il numero dei seggi assegnati tramite riparto proporzionale, dal momento che i “listoni-premio” bloccati di 70 deputati e 35 senatori sono inscalfibili. Ciò produce conseguenze negative sia per i candidati nel proporzionale, sia per gli elettori.  È una chiara violazione della libertà di voto degli elettori.

6. Sul premio attribuito anche al Senato su base nazionale. L’assegnazione anche al Senato di un unico premio sulla base dei risultati del voto nazionale contrasta con la previsione costituzionale (art. 57 Cost.) per cui il Senato è eletto su base regionale. La suddivisione del “listone-premio” in 20 “listini-premio” circoscrizionali è, infatti, una finzione, dato che i “listini-premio” sono assegnati tutti in blocco alla coalizione che raggiunge il 42% a livello nazionale. Poiché, inoltre, l’assegnazione del premio in una camera dipende dall’assegnazione del premio anche nell’altra, il risultato nazionale del voto per la Camera dei Deputati influisce anch’esso negativamente sulla disposizione costituzionale che prevede l’elezione del Senato su base regionale.

7. Sulla non conoscibilità dei candidati eletti nei “listoni-premio” bloccati da parte degli elettori. La previsione dei “listoni-premio” bloccati alla Camera e al Senato si scontra con la giurisprudenza costituzionale che, pur ammettendo le liste bloccate, richiede che queste siano composte da un numero di nomi circoscritto, in modo che i candidati siano conoscibili dagli elettori. A tal fine, la legge elettorale prevede che i candidati ai seggi premiali siano ripartiti in “listini-premio” nelle diverse circoscrizioni in cui è ripartito il territorio nazionale. Tuttavia, l’assegnazione del premio sulla base dei risultati nazionali comporta che i candidati premiali di tutti i “listini-premio” siano eletti o non letti in blocco. La ripartizione dei candidati ai seggi premiali tra le diverse circoscrizioni è, cioè, fittizia: di fatto, a venire eletto o non eletto è un “listone” nazionale i cui nomi risultano per questo non conoscibili agli elettori.

8. Sullo svilimento della rappresentanza di genere. La nuova legge è destinata a fortemente penalizzare la rappresentanza femminile in Parlamento. Il principale vincolo previsto è quello di candidare almeno il 40% di donne tra i candidati “premiali” alla Camera e al Senato: dunque, rispettivamente 28 (su 70) e 14 (su 35). Queste stesse candidate dovranno altresì essere presentate come capolista di un partito in uno dei collegi proporzionali (o come seconde in lista se il capolista è anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Se si considera che ogni coalizione sarà composta da quattro o cinque partiti, questo significa che nei 49 collegi proporzionali alla Camera e nei 26 collegi proporzionali al Senato saranno presentate circa 350 liste (escluse quelle dei partiti non in coalizione) e solo 42 saranno quasi sicuramente guidate da una donna (quasi: perché, come detto, le donne potrebbero finire candidate dietro un capolista anch’esso candidato altresì nelle liste premiali). Ancor meno incisivo risulta il vincolo di seguire l’alternanza di genere nelle liste proporzionali solo dal secondo candidato, sicché i primi due potranno essere entrambi uomini (ma anche se vi fosse una donna come seconda, se il capolista era pluricandidato e risulta plurieletto potrebbe optare proprio per il collegio in cui dietro di lui c’è la donna, così escludendola); così come la previsione che l’elettore possa esprimere più d’una preferenza (fino a tre) solo seguendo l’alternanza di genere.

9. Sul numero delle firme necessario a presentare le candidature. Lo spropositato aumento del numero delle firme necessarie a presentare le liste nei collegi plurinominali rende difficilissimo l’accesso in Parlamento alle nuove formazioni politiche. È vero che ci si può presentare nella metà delle circoscrizioni, ma in ogni caso questo significa raccogliere circa 300.000 firma: una soglia che, in alcuni casi, potrebbe corrispondere al numero degli elettori necessari a ottenere un seggio. Se si aggiunge che non è prevista la raccolta delle firme in modalità digitale, sembra ragionevole dubitare dell’incostituzionalità della nuova disciplina.

10. Sull’indicazione del nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. È previsto che le liste e le coalizioni indichino «il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri». È una formulazione sostanzialmente più incisiva (ancorché formalmente più corretta) della previsione previgente (risalente alla legge n. 270/2005, c.d. Porcellum) che imponeva di indicare il «capo» della forza politica o della coalizione (dimenticando che la democrazia è il regime politico in cui non esistono capi…). Ovviamente rimane fermo il potere di nomina spettante al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 92, co. 2, Cost.: ma allora, l’obiettivo di rendere chiaro agli elettori fin dal momento del voto chi li governerà è in realtà un potenziale inganno ai loro danni. Di qui, il fondato dubbio dell’incostituzionalità della norma.

11. Sui difetti della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum). Naturalmente, poiché la proposta di legge in discussione si innesta sull’impianto della legge n. 165/2017 (c.d. Rosatellum), persistono tutti gli ulteriori problemi d’incostituzionalità di tale legge. In particolare, quello derivante dalla non conoscibilità degli effetti del proprio voto da parte dell’elettore, per via del c.d. effetto “flipper” causato dalla combinazione, nel proporzionale, di liste bloccate corte e facoltà di presentare plurime candidature.

  •  

Atelier vélo associatif à Rome cherche hébergement libre (après la fermeture d’Autistici/Inventati)

Bonjour à toutes et à tous,

Je vous écris au nom de la Ciclofficina Popolare di Certosa, un atelier vélo associatif et autogéré du quartier de Certosa, à Rome (notre page). On y répare des vélos avec les habitant·e·s, on partage des savoir-faire et on défend une mobilité douce, accessible et gratuite.

Nous sommes en train de développer une petite application web libre de vélos en partage gratuits pour le quartier : les habitant·e·s peuvent réserver et déverrouiller en autonomie les vélos de l’atelier depuis leur téléphone.
Le code est public.

Côté technique, c’est très léger :

  • Python 3.10+, avec une interface Streamlit et un petit panneau d’administration FastAPI (deux processus en parallèle) ;
  • une base SQLite ;
  • un script lancé une fois par jour (cron) ;
  • un compte SMTP pour envoyer les codes de vérification (OTP) par e-mail.

Nous avions prévu d’héberger l’application et notre messagerie chez Autistici/Inventati, mais entre-temps A/I a été désigné « organisation terroriste internationale » par l’administration états-unienne, ce qui a conduit à l’arrêt de leurs services. Beaucoup de collectifs et d’associations en Italie se retrouvent sans infrastructure, dont nous. Au passage, merci à Framasoft et à toutes celles et ceux qui ont exprimé leur soutien à A/I.

Ce que l’on cherche :

  • un hébergement libre et éthique capable de faire tourner une petite appli Python (VPS modeste, conteneur, ou toute autre solution) ;
  • un service de messagerie respectueux de la vie privée (quelques adresses + un accès SMTP).

Nous sommes prêt·e·s à payer, mais à un tarif accessible pour une petite association. Toute piste est la bienvenue, même partielle (hébergement seul ou messagerie seule) : un CHATON qui accueillerait ce genre de projet, un hébergeur solidaire, un retour d’expérience de collectifs dans la même situation…

Merci d’avance pour vos idées, et merci à toute la communauté pour ce que vous construisez.

Bien solidairement,
Filippo – Ciclofficina Popolare di Certosa, Rome

2 messages - 2 participant(e)s

Lire le sujet en entier

  •  

Scioperi, assemblee e occupazioni. La Francia agita le scuole italiane

di Shendi Veli da il manifesto

Sei gli istituti occupati tra Roma e Torino. Scioperi a Cagliari, Brindisi e Caserta per edifici fatiscenti e didattica irregolare. All’orizzonte una data di convergenza europea

Il termometro delle scuole italiane registra un aumento della temperatura. L’onda lunga delle mobilitazioni francesi ha alimentato il confronto in molti istituti, dando vita a diverse iniziative di protesta. A Roma sono già tre le scuole occupate: i licei Cavour e Tullio Levi Civita e l’istituto tecnico Lattanzio. A Torino le occupazioni coinvolgono il liceo Regina Margherita e gli istituti Giulio e Lagrange.

Nel resto d’Italia gli studenti scioperano e manifestano davanti alle scuole. A Cagliari, quelli del Pertini sono restati fuori dalle aule per due giorni, dopo aver scoperto la presenza di topi nell’edificio. A Brindisi, lo sciopero e il presidio davanti all’Iiss Majorana hanno convinto l’ufficio scolastico ad accordare un incontro ai manifestanti, che denunciano le pessime condizioni degli edifici e un’organizzazione didattica irregolare, tra carenza di docenti e orari che cambiano ogni giorno.

A Caserta, gli alunni dell’istituto Mattei sono scesi in corteo contro l’abbattimento dell’edificio scolastico, dichiarato inagibile: la conseguente distribuzione delle classi in tre strutture sparse per la città ha provocato numerosi disagi. A Roma, fumogeni e striscioni hanno accompagnato il presidio davanti al liceo Primo Levi. A Tivoli, gli studenti dell’Itis Alessandro Volta hanno scioperato per tre giorni consecutivi, mentre quelli del Fermi hanno proclamato uno sciopero per il 9 ottobre.

Molte scuole della rete Osa, da Siracusa a Bologna, stanno promuovendo uno sciopero studentesco per il 16 ottobre, giorno in cui scenderanno in piazza a Roma anche i ragazzi del Coordinamento dei collettivi autonomi. La Rete degli studenti medi ha invece annunciato la partecipazione alla manifestazione «La via maestra», indetta dalla Cgil per il 17 ottobre, con l’obiettivo di portare nel corteo i temi della scuola.

Le condizioni degli edifici e la precarietà dell’organizzazione scolastica sono soltanto alcuni dei nodi sollevati dagli studenti. Al centro delle proteste c’è soprattutto l’opposizione alla guerra e alle politiche di riarmo. A questa si affiancano la questione abitativa, il carovita e la denuncia di politiche governative sempre più repressive, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

«Guardiamo a quello che sta succedendo in Francia, ma anche in Spagna, con grande interesse», racconta Niccolò, del liceo Cavour di Roma. Gli studenti italiani, spiega, condividono con i loro coetanei europei tanto i problemi quanto gli strumenti di lotta, dall’uso dei social alla presenza nelle piazze. «Siamo parte di una generazione poco compresa, sia nelle difficoltà che affronta sia nelle forme attraverso cui si esprime» continua Niccolò. «Quello digitale è il mondo in cui siamo nati», osserva Niccolò. Anche gli aspetti più goliardici, dai meme ai balletti davanti alla polizia, appartengono a questo universo comunicativo.

La dimensione europea delle proteste potrebbe presto tradursi in un’iniziativa comune. Il 20 novembre, data dello sciopero studentesco internazionale, potrebbe diventare questa volta un’occasione di mobilitazione da costruire insieme alle reti degli altri paesi. Diversi collettivi stanno già avviando contatti in vista di una possibile convergenza.

  •  

Malware preinstallato in Android: il tuo nuovo telefono è già infetto?

Malware preinstallato in Android: il tuo nuovo telefono è già infetto?

Il rischio di un malware preinstallato in Android è una minaccia sempre più concreta e purtroppo sottovalutata. Immagina di acquistare uno smartphone nuovo, scartarlo con entusiasmo e scoprire che è già compromesso, ancora prima di installare la tua prima app. Sembra uno scenario da film, ma è esattamente ciò che accade con minacce come il recente "Midnight Mimosa". Si tratta di una scoperta allarmante che mette in discussione la sicurezza dei dispositivi fin dal loro primo avvio.

Ma come è possibile una cosa del genere? E, soprattutto, come puoi proteggerti da un nemico che si nasconde dove non penseresti mai di guardare? Scopriamolo insieme.

Cos'è "Midnight Mimosa" e come funziona?

"Midnight Mimosa" non è una semplice app malevola che scarichi per errore. È molto peggio. Si tratta di un codice dannoso inserito direttamente nel firmware del telefono, ovvero nel software di base che governa il dispositivo. Questo significa che il malware è già presente e in attesa non appena accendi lo smartphone per la prima volta.

Una volta attivo, questo tipo di software può compiere diverse azioni a tua insaputa:

  • Installare altre app indesiderate come adware o spyware.
  • Mostrare pubblicità invasive e continue.
  • Raccogliere i tuoi dati personali per inviarli a server remoti.
  • Prendere il controllo di alcune funzioni del dispositivo.

La sua natura preinstallata lo rende estremamente pericoloso, perché aggira tutte le comuni difese, inclusi i controlli di sicurezza del Google Play Store.

Il malware preinstallato in Android: dov'è la falla?

Forse ti stai chiedendo come un malware possa finire su un telefono nuovo. La risposta è tanto semplice quanto preoccupante: la compromissione avviene lungo la catena di produzione.

Per ridurre i costi, i produttori di dispositivi low-cost si affidano talvolta a fornitori terzi per il software. È in questa fase che dei malintenzionati possono inserire il codice dannoso nel firmware. Questo meccanismo rende la minaccia quasi invisibile.

Non è colpa tua: non hai cliccato su link sospetti né scaricato file strani. Il pericolo era già integrato nel dispositivo che hai acquistato in buona fede.

Come riconoscere un malware preinstallato in Android

Identificare un malware che si nasconde così in profondità è difficile, ma non impossibile. Esistono alcuni campanelli d'allarme che dovrebbero farti sospettare.

Presta attenzione se il tuo nuovo dispositivo manifesta questi comportamenti anomali:

  • Consumo anomalo della batteria: la batteria si scarica molto più velocemente del previsto senza un motivo apparente.
  • Rallentamenti improvvisi: il telefono appare lento e poco reattivo fin dai primi utilizzi.
  • App sconosciute: trovi applicazioni installate che sei sicuro di non aver mai scaricato.
  • Pubblicità invasiva: annunci pubblicitari compaiono all'improvviso, anche fuori dalle app.
  • Traffico dati inspiegabile: il consumo di dati mobili è più alto del normale, segno di comunicazioni in background.

Come difendersi da questa minaccia silenziosa

Proteggersi completamente è complesso, ma puoi adottare alcune strategie per ridurre drasticamente il rischio. La prevenzione, come sempre, è l'arma più efficace.

Scegli marchi affidabili

I grandi produttori come Samsung, Google o Xiaomi hanno controlli di sicurezza molto più rigorosi. Il rischio è più alto su dispositivi ultra-economici o di marche sconosciute, spesso acquistati da canali non ufficiali.

Affidarsi a un brand noto è il primo passo per una maggiore tranquillità.

Aggiorna sempre il sistema operativo

Non appena ricevi una notifica di aggiornamento, installala. Gli aggiornamenti di sicurezza rilasciati da Google e dai produttori contengono spesso patch che neutralizzano queste vulnerabilità. Un dispositivo non aggiornato è un dispositivo molto più esposto ai rischi.

Sicurezza contro il malware preinstallato in Android

Anche se un antivirus non può rimuovere il malware dal firmware, può bloccarne le azioni successive. Una buona app di sicurezza identifica e blocca le app dannose che il malware tenta di installare, fornendo un livello di protezione aggiuntivo che fa la differenza.

Se sospetti un'infezione, il reset di fabbrica potrebbe non bastare. La soluzione più efficace è installare una ROM pulita e ufficiale, una procedura però consigliata solo agli utenti più esperti. Per tutti gli altri, contattare l'assistenza del produttore è la scelta più saggia.

L'articolo Malware preinstallato in Android: il tuo nuovo telefono è già infetto? proviene da sicurezza.net.

  •  

Observation of relativistic bond weakening in seaborgium hexacarbonyl

Nature, Published online: 07 October 2026; doi:10.1038/s41586-026-11105-2

Gas chromatography analysis of compounds formed by the superheavy element seaborgium shows that the hexacarbonyl complex Sg(CO)6 exhibits lower first bond dissociation energy than the lighter chemical homologue W(CO)6, owing to relativistic bond weakening effects.
  •  

SOS vocale Google: la sicurezza su Android diventa a mani libere

SOS vocale Google: la sicurezza su Android diventa a mani libere

Il nuovo sistema di SOS vocale di Google potrebbe presto rivoluzionare il modo in cui chiediamo aiuto in situazioni di emergenza. Google sta infatti lavorando a una funzione innovativa per la sua app "Emergenze Personali", pensata per attivare una richiesta di soccorso usando soltanto la voce. Si tratta di un passo avanti enorme per la sicurezza personale, soprattutto quando non è possibile raggiungere fisicamente il proprio smartphone.

L'SOS di emergenza di Google è oggi un limite da superare

Il sistema attuale per lanciare un SOS d'emergenza su Android prevede di premere rapidamente il pulsante di accensione per almeno cinque volte. È un metodo efficace, ma ha un limite evidente: richiede un'interazione fisica con il telefono.

In alcune circostanze critiche, come un'aggressione o un incidente, avere le mani libere o raggiungere il dispositivo potrebbe essere impossibile. È proprio qui che Google vuole intervenire, anche se ha già provato a portarsi avanti con Swear OS integrato con Gemini.

La novità in arrivo: come funzionerà l'SOS vocale di Google?

L'idea alla base del nuovo sistema è tanto semplice quanto potenzialmente rivoluzionaria. Analizzando il codice dell'ultima versione dell'app "Emergenze Personali", sono emerse tracce chiare di una modalità di avvio "a mani libere".

La procedura, secondo le prime indiscrezioni, sarebbe intuitiva e progettata per evitare attivazioni accidentali. L'utente dovrebbe pronunciare una parola chiave, probabilmente "Aiuto", per tre volte consecutive. Questa ripetizione servirebbe a ridurre al minimo il rischio di falsi allarmi, garantendo che il sistema si attivi solo con una reale intenzione. Una volta avviata la procedura, il sistema chiederà una conferma vocale: l'utente dovrà dire "sì" per procedere o "annulla" per interrompere la richiesta di soccorso.

Molto più di una semplice chiamata

L'attivazione del SOS vocale di Google non si limiterebbe a far partire una chiamata. Proprio come la funzione attuale, darebbe il via a una serie di azioni automatiche per garantire la massima sicurezza possibile.

Tra queste troviamo:

  • Chiamata d'emergenza: contatta automaticamente il numero di emergenza locale.
  • Condivisione posizione: invia la tua posizione in tempo reale ai contatti di emergenza preselezionati.
  • Registrazione video: avvia una registrazione per documentare l'accaduto, un elemento che può rivelarsi cruciale.

Queste funzioni, attivate senza nemmeno toccare il telefono, rappresentano un livello di protezione e assistenza senza precedenti.

Tempistiche e disponibilità del nuovo SOS vocale di Google

Al momento non esiste una data di rilascio ufficiale. Le informazioni provengono da elementi nascosti nel codice dell'app, il che significa che la funzione è ancora in fase di sviluppo. Google non ha fatto annunci e non è ancora noto quali dispositivi la riceveranno per primi. L'unica cosa da fare è assicurarsi di avere l'app "Emergenze Personali" sempre aggiornata. Per farlo, visita la pagina dedicata sul Google Play Store e, se disponibile, tocca il pulsante "Aggiorna". In questo modo, sarai tra i primi a ricevere la novità non appena sarà resa pubblica.

L'introduzione di un SOS vocale di Google è la prova che la tecnologia può davvero fare la differenza nei momenti difficili, offrendo un aiuto concreto quando ne abbiamo più bisogno.

L'articolo SOS vocale Google: la sicurezza su Android diventa a mani libere proviene da sicurezza.net.

  •  

Sosteniamo la lotta del popolo brasiliano contro l’estrema destra!

Dichiarazione congiunta sulle elezioni in Brasile

Tra pochi giorni, l’America Latina potrebbe assistere al consolidamento delle mire egemoniche della potenza statunitense. Donald Trump sta conducendo una politica aggressiva, volta a interferire nel processo elettorale brasiliano, al fine di avere nel continente un ulteriore governo alleato e sottomesso agli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi Trump e la sua amministrazione hanno ottenuto diverse vittorie in America Latina e nei Caraibi, in Venezuela, in Perù, in Colombia e in Cile, mentre intensificano la pressione su Cuba. In questo contesto, le elezioni in Brasile del 4 e del 25 ottobre prossimi saranno determinanti per confermare o frenare l’avanzata dell’imperialismo statunitense nel continente sudamericano e gli attacchi in corso contro tutti i diritti fondamentali. Un’eventuale vittoria di Flavio Bolsonaro (figlio dell’ex presidente oggi in carcere) su Lula avrebbe conseguenze deleterie per tutta l’America Latina e non solo.

L’ascesa dell’estrema destra, la formazione di governi ultraliberali e ultraconservatori in guerra contro le libertà, i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici, delle donne, delle minoranze etniche o sessuali e dei migranti, in tutto il mondo, è promossa da Trump e dai suoi sostenitori miliardari.

Il clan Bolsonaro non porta solo la responsabilità della politica di Jair Bolsonaro: centinaia di migliaia di morti in Brasile per la sua gestione della pandemia da Covid, crollo delle condizioni di vita delle popolazioni povere brasiliane, aggravarsi dei danni ambientali e il tentativo di colpo di stato dopo la sua sconfitta contro Lula alle elezioni del 2022, tentato golpe per il quale ore è in prigione. Questo movimento, oggi incarnato da suo figlio, preannuncia il peggio per il popolo brasiliano, per l’America Latina e per la lotta contro il riscaldamento globale.

Se verrà eletto, insieme al suo partito e ai suoi alleati (politici, finanzieri, sette religiose, grandi proprietari terrieri, militari), si appresta a vendere agli Stati Uniti e alle multinazionali una parte significativa delle risorse energetiche e minerarie del Brasile, ad accelerare la deforestazione dell’Amazzonia e a invertire la politica internazionale di Lula, che rappresentava un certo contrappeso alla politica bellicista di Donald Trump.

Noi, rappresentanti delle organizzazioni politiche sottoscritte, affermiamo la nostra piena solidarietà con tutti i partiti e i movimenti sociali che, in Brasile, conducono la lotta contro il clan Bolsonaro, contro l’estrema destra e contro la minaccia incombente che rappresentano. In tal senso, indipendentemente dalle nostre differenze o da eventuali disaccordi con il governo uscente, sosteniamo con forza la candidatura di Lula e la coalizione da lui guidata. Siamo consapevoli che la lotta che essi conducono in Brasile è legata a quella che qui in italia conduciamo e condurremo contro l’estrema destra e il suo mondo, anch’esso ispirato e solidale con Trump e i suoi progetti imperialisti.

Proponiamo di organizzare iniziative di solidarietà con il popolo brasiliano in occasione delle prossime elezioni presidenziali e legislative e invitiamo le altre forze della sinistra a sostenere questo appello. 

Partito della Rifondazione Comunista

Sinistra Anticapitalista

Per adesioni scrivere a sinistra@anticapitalista.org

  •  

3 ottobre 2025 – 3 ottobre 2026. Colpevoli di Palestina. Verso lo sciopero del 14 ottobre

di Enio Minervini, della direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista, militante per la Palestina processato per la manifestazione del 3 ottobre 2025

1. Il 12 e il 14 ottobre inizieranno presso il tribunale di Massa, in Toscana, i processi per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina e con la Global sumud flottilla del 3 ottobre 2025. Il 9 novembre inizierà quello per le analoghe manifestazioni del 22 settembre 2025. Oltre 70 persone sono sotto processo per quelle manifestazioni e tra queste persone ci sono io stesso.

Il processo di Massa è il primo in Italia che cerca di criminalizzare quell’enorme opposizione al genocidio che lo scorso autunno portò in piazza milioni di persone in tutta Italia e, fuori dall’Italia, in tutto il mondo.

2. Di cosa siamo accusati?

Di aver sentito il dolore del popolo palestinese giungerci dall’altra parte del mare.

Di averlo sentito forte, fino qui, come se fosse nostro, come se quei bambini fossero i nostri bambini, come se quelle donne e quegli uomini fossimo noi stessi.

Di questo siamo accusati e accusate e per questo andiamo a processo.

Un processo politico che più politico non potrebbe essere: il reato di umanità contro la ferocia di un genocidio.

3. È questo che definisce la posta in gioco: il genocidio perpetrato da Israele contro il popolo palestinese è un pezzo dell’architrave del Capitalismo che si sta costruendo. Il popolo palestinese è un ostacolo alle future vie energetiche e ai flussi globali di merci che dalla penisola araba giungono in Europa. Il suo sterminio è funzionale alla liberazione dello spazio fisico per questi flussi, ma anche dello spazio politico per riconnettere lo stato sionista con quella parte del mondo arabo arruolata da decenni agli interessi del grande Capitale. Su quello spazio si gioca la competizione interimperialista con la concorrente “via della seta” che dalla Cina porterebbe le merci in Europa. Inoltre la tecnologia militare dello sterminio sperimenta gli stumenti delle guerre del futuro e indica i percorsi per il riarmo già in atto nei paesi europei.

È per questo che un paese con il PIL limitato alle dimensioni di una grande regione italiana è in grado di tenere aperti 8 fronti di guerra contemporaneamente (Gaza, Cisgiordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Iraq e, nell’immediato orizzonte, Turchia). Ci riesce perché davanti alle sue guerre e al suo genocidio si incrociano gli interessi globali del potere occidentale, Italia compresa, che lo sostengono.

4. Ed allora si comprende il senso della repressione che stiamo subendo a Massa e che sta colpendo l’Italia e tutto il mondo.

I processi contro il dissenso, così come il delirante e razzista disegno di legge cosiddetto “antisemitismo”, gli arresti negli Stati Uniti della premio Oscar Susan Sarandon insieme a tante e tanti militanti per la Palestina, la persecuzione di Action for Palestine nel Regno Unito come organizzazione terroristica per il solo fatto di aver gettato vernice rossa contro un aereo militare svelano il senso dell’azione repressiva: manifestare contro il genocidio, opporsi anche simbolicamente allo scorrere fluido del flusso di merci e delle commesse militari che alimentano le guerre di Israele, protestare, denunciare le malefatte genocidarie di Israele, è un reato da reprimere con durezza.

5. C’è quindi un legame profondo tra il senso di umanità e il sentimento di partecipazione di un dolore che esplode dalla due rive del mediterraneo e la resistenza ad un futuro di guerra in cui il genocidio può riguardarci tutte e tutti.

6. Personalmente affronto il processo con la consapevolezza di chi tornerebbe su quei binari oggi stesso, rivendicando tutta l’umanità che quel popolo enorme ha dimostrato lo scorso anno.

Abbiamo posto a noi stessi la domanda che per decenni ci siamo posti, studiando la storia dei genocidi del ‘900.

Cosa devono fare i contemporanei di un mondo devastato dalla ferocia, quando la complicità con un genocidio attraversa la loro stessa terra? Stare in piazza, davanti ai porti, nelle stazioni è stato il modo per rifiutarsi di guardare altrove con indifferenza. Sottolineare la reticenza, la complicità e le ipocrisie del nostro governo, mentre imbarcazioni italiane venivano assalite in acque internazionali, e dire che non saremmo rimasti con le mani in mano. Dire che potevamo bloccare lo scorrere delle armi e della complicità militare con Israele e che cercheremo di farlo ancora.

7. Indipendentemente dalla data del processo di ciascuna e ciascuno, noi presidieremo il tribunale di Massa il 12 ottobre e il 9 novembre e parteciperemo allo sciopero di tutta la Toscana e a tutte le manifestazioni del 14 ottobre a Massa.

8. Siamo ancora, oggi come ieri, l’equipaggio di terra che con l’equipaggio di mare lavora tutti i giorni per rompere l’assedio di Gaza.

Un giorno si dirà di noi: “fecero quello che i governi non vollero fare!”.

È vero, non siamo riusciti a fermare il massacro.

Il genocidio continua e anche la complicità del governo italiano continua.

Ma dopo quelle giornate nessuno potrà più dire che i massacri continuano nell’indifferenza dell’opinione pubblica e dei militanti per la Palestina. Milioni di persone in piazza dissero lo scorso anno che non in nome del nostro popolo viene compiuto quel massacro.

Siamo pronti a ripeterlo oggi, in piazza e in tribunale.

  •  

Francia: Mobilitazioni delle scuole superiori

Pubblichiamo il comunicato della Gioventù Anticapitalista (NPA) sulle mobilitazioni studentesche di questi giorni e a seguire la corrispondenza raccolta da Radio Onda d’Urto della compagna Alice Ferraglio, consigliera comunale di Saint Denis per La France Insoumise

Mobilitazioni delle scuole superiori: non fermiamoci qui!

di Jeunesse Anticapitaliste

Scarica il volantino originale

Da qualche giorno, il movimento dei licei si intensifica. Sono più di 400 gli istituti di scuola secondaria bloccati in tutta la Francia per chiedere migliori condizioni di studio. E di fronte alle loro mobilitazioni hanno in risposta una repressione di una violenza decuplicata.

Personale sottopagato, classi sovraccariche, edifici fatiscenti, orari troppo pesanti, per non parlare del rullo compressore che è il percorso Sup [sistema per l’ammissione alle facoltà universitarie e agli altri percorsi di istruzione superiore ndt], le rivendicazioni sono numerose e il sentimento di abbandono dei licei pubblici aumenta. I licei dei quartieri popolari sono i primi ad affrontare questa mancanza di investimenti da parte dello Stato. Questa situazione si inserisce in un contesto di attacchi austeritari da parte di un governo al servizio dei datori di lavoro, di rotture dei servizi pubblici e di offensive razziste.

È anche facile fare il collegamento con gli attacchi alle università, ai sussidi per l’alloggio, all’RSA [reddito di solidarietà attiva ndt], ai contratti di lavoro sempre più precari, o anche il menefreghismo del governo di fronte alla crisi climatica. I giovani non possono più vedere un futuro nel loro paradiso capitalo-fascista.

“Violenti”, “manipolati”, “strumentalizzati”, ecc. le autorità cercano a tutti i costi di screditare i nostri movimenti. Continueremo a ricordarlo: le nostre rivendicazioni sono legittime così come le nostre forme di mobilitazione.

Il governo conduce una repressione senza precedenti contro i nostri blocchi. Le immagini di questa repressione sono terribili (strangolamenti, placcaggi a terra, arresto, spari con proiettili LBD [lanciatore di proiettili a impatto cinetico usato dalla polizia francese ndt] a distanza ravvicinata, accecamenti, ecc.). Questa violenza dello Stato ci mostra una cosa: il governo ha paura della nostra mobilitazione. Questa repressione non ci fermerà. Continueremo a mobilitarci per migliori condizioni di studio.

Chiediamo:

  • Abrogazione di Parcoursup
  • Fine dell’orario 8-18 e delle lezioni del sabato
  • Ristrutturazione di tutti i licei e gli istituti di istruzione superiore
  • Fine delle tasse di iscrizione razziste

Invitiamo le liceali e i liceali a continuare la lotta, le studentesse e gli studenti a mobilitarsi nei loro luoghi di studio, e l’insieme del movimento sociale a sostenere le liceali e i liceali di fronte alle violenze della polizia.

Più soldi per i nostri licei! Basta con gli sbirri nei nostri luoghi di studio!
Riappropriiamoci del nostro futuro!


FRANCIA: PROSEGUE LA MOBILITAZIONE STUDENTESCA NONOSTANTE LA REPRESSIONE. 6 OTTOBRE CONVERGENZA E SCIOPERO

da Radio Onda d’Urto

Altri 600 arresti questa mattina di studenti e studentesse, il 90% sono minorenni secondo i dati forniti dal ministero degli interni. Ma la repressione non ferma il movimento che dalle scuole di periferia ed in particolare di Saint Denis si è esteso in tutta la Francia.  “Ieri ci sono stati 900 licei in tutta la Francia mobilitati e sono stati  occupati 24 campus universitari: le rivendicazioni riguardano la richiesta di maggiori risorse perchè mancano i professori e le attrezzature scolastiche e poi la selezione per l’ingresso all’università con una piattaforma informatica che appare ingiusta ed opaca – spiega Alice Ferraglio, compagna bresciana consigliera comunale per La France Insoumise a Saint Denis – la risposta è puramente repressiva sia da parte della polizia e dal punto di vista della giustizia, il ministro ha chiesto di avere fermezza nella risposta penale. Oggi inoltre circa 400 licei sono stati chiusi e ci sarà la didattica online per ostacolare la mobilitazione studentesca e per evitare che ci siano blocchi, anche alcune scuole di Saint Denis dove vivo.”

Il 6 ottobre ci sarà un’altra giornata di mobilitazione nazionale indetta da alcuni sindacati studenteschi ed è arrivato anche l’appoggio di alcuni sindacati  come CGT, Sud, Force Ouvrière  del servizio pubblico: “la precarietà in cui gli studenti vivono  è una precarietà che in forme diverse è condivisa anche dal resto della popolazione e quindi è bene che ci sia una convergenza delle lotte perchè queste possano moltiplicarsi e arrivare a strutturare delle rivendicazioni chiare con obiettivi che si possano ottenere.”

Ascolta la corrispondenza di Alice Ferraglio da Saint Denis dove è consigliera comunale de La France Insoumise

 

💾

  •  

Spagna: il movimento per il diritto alla casa incendia l’autunno

Pubblichiamo il comunicato di Anticapitalistas sul movimento per la casa e a seguire le considerazioni di Brais Fernández.

La scintilla ha dato fuoco alla prateria: organizziamo un autunno rovente

Comunicato di Anticapitalistas (28/9/2026)

Mercoledì 23 settembre, la polizia ha sfrattato Maricarmen a Madrid. Maricarmen è una donna di 87 anni a cui un fondo speculativo ha aumentato progressivamente l’affitto, finché non ha deciso di destinare l’appartamento a nuove attività commerciali. In questo senso, non si tratta di un caso così eccezionale: nello Stato spagnolo si verificano migliaia di sfratti all’anno. Il movimento per il diritto alla casa lotta ogni giorno contro questi sfratti, spesso di fronte al silenzio dei media, che distolgono lo sguardo da un dramma presente nella quotidianità dei quartieri operai.

Tuttavia, questo caso è stata la scintilla che ha dato fuoco alla prateria. Le immagini estremamente crudeli mettono in luce una realtà incontestabile. L’alloggio è la principale preoccupazione della popolazione lavoratrice. Negli ultimi anni gli affitti sono aumentati in modo esponenziale, il turismo sfrenato ha invaso quartieri e città in tutto il territorio spagnolo, il potere d’acquisto della gente è diminuito a causa dell’aumento dei prezzi: un’intera generazione si vede privata dell’accesso all’alloggio e, durante otto anni di governi progressisti, il problema non ha fatto altro che aggravarsi.

La mobilitazione non si è limitata a Madrid: un movimento di solidarietà e di protesta ha attraversato molte città, da Granada a Valladolid. La manifestazione di sabato a Madrid, indetta dal Sindacato delle Inquiline, che si è conclusa con un accampamento in Plaza de Sol, ha rappresentato un salto di qualità nel conflitto. Non si tratta più di un problema settoriale o particolare: l’alloggio è diventato il grande fallimento del progressismo, mettendo in evidenza che gli otto anni di governo, prima tra PSOE e Podemos e ora tra PSOE e SUMAR, non sono stati in grado di affrontare i problemi strutturali di cui soffre la popolazione lavoratrice.

In questo senso, la mobilitazione per il diritto alla casa esprime un nuovo fattore sociale, che può svilupparsi fino a diventare determinante. Da un lato, il clima politico è cambiato: di fronte a una destra all’offensiva contro i migranti sulla scia della crisi di Ceuta, il movimento per il diritto alla casa è in grado di mettere sul tavolo un’altra agenda. Ha inoltre messo in difficoltà un progressismo che sa solo vivere ricattando la base di sinistra con la paura della destra, mentre mantiene intatte le politiche che consentono il profitto capitalista a spese della classe lavoratrice. Non sembra che il governo possa ignorare questo problema: le esperienze fallimentari di «vittorie storiche» come la legge sugli alloggi fungono da meccanismo preventivo contro nuovi tentativi di facciata.

Ma il fatto che il clima sia cambiato non significa che sia cambiato anche il rapporto di forze. La destra continua ad essere ancora più potente del campo popolare; il progressismo cercherà di neutralizzare il problema, attraverso una combinazione di ricatti e tentativi di «riforme passive», ovvero briciole per frenare la mobilitazione. Tuttavia, questa offensiva è condizionata dal profondo discredito dei partiti che sono stati al governo in questi anni. Né Sumar né Podemos hanno presenza e influenza nel movimento per il diritto alla casa, nonostante i tentativi dei loro esponenti di riposizionarsi: senza reti militanti e una volta screditata la loro strategia governativa, il blocco progressista ha serie difficoltà a utilizzare questi partiti come tramite nella dialettica negoziale con cui cercano di limitare il movimento sociale.

La sfida del movimento popolare è evitare la trappola parlamentare e mettere al centro l’azione politica indipendente delle masse. Il programma del Sindacato delle Inquiline, con il cosiddetto decreto Maricarmen e altre misure fondamentali come l’espropriazione delle abitazioni di proprietà dei fondi speculativi e delle banche per creare un parco immobiliare pubblico, l’immediata riduzione del 50% degli affitti e la limitazione dell’affitto al 20% dello stipendio, costituisce un buon programma per unificare il movimento e dotarlo di un orizzonte da imporre attraverso la forza sociale e politica.

Ciò richiede un salto di qualità a livello organizzativo e tattico, affinché il movimento si doti di una strategia che gli consenta di rafforzarsi nel lungo periodo. È necessario mettere sul tavolo prospettive come lo sciopero generale, che impediscano al movimento di arenarsi in una fase senza riuscire a passare a un’altra. Lo sciopero generale richiede la costruzione di un’ampia politica di alleanze, con una propria prospettiva antagonista: non può essere uno sciopero delle minoranze sindacali, deve coinvolgere tutti i settori possibili del mondo sindacale, ma combinarsi con repertori più ampi, come abbiamo visto negli scioperi dell’8 marzo. Una prospettiva di questo tipo consentirebbe di includere altre rivendicazioni della nostra classe, come quelle salariali di alcuni settori dell’industria o il potente movimento educativo che si sta sviluppando in diverse comunità autonome. Se prendiamo sul serio questa prospettiva, dobbiamo lottare costantemente per ampliare la nostra base sociale, mobilitando dal basso ed esercitando pressioni su tutti i settori sindacali e sociali in questa direzione.

Si apre un nuovo scenario. C’è un settore sociale che si sta radicalizzando verso sinistra e che, pur non essendo ancora neanche lontanamente una maggioranza sociale, è disposto a lottare contro questo sistema e contro l’estrema destra senza rinunciare a nulla e senza delegare al progressismo. Le forze politiche e tutti i settori militanti che puntano alla trasformazione anticapitalista della società devono impegnarsi a fondo per rafforzare e sviluppare questo slancio, ampliandolo e trasformandolo in un movimento di massa e popolare. Questo è il miglior antidoto contro il disincanto e l’apatia e ci consentirà di ottenere conquiste che ci permettano di passare all’offensiva.


Nuovo clima, nuova congiuntura. Appunti tattici a partire dal movimento per il diritto alla casa

di Brais Fernández (da Zona de Estrategia)

Dopo lo sfratto di Maricarmen, la lotta per il diritto alla casa si è trasformata in un movimento politico che sta mettendo in crisi il governo progressista. Ora dobbiamo estendere il conflitto oltre gli accampamenti, fare della demercificazione dell’alloggio un asse attorno al quale raggruppare altre rivendicazioni e porre lo sciopero generale come obiettivo a breve termine.

Il movimento per il diritto alla casa ha fatto un balzo in avanti esponenziale a seguito dello sfratto di Maricarmen, passando dall’essere una struttura formata da diversi sindacati con capacità militante e di mobilitazione diseguali a porsi al centro di un nuovo movimento di carattere politico. Ciò solleva alcuni problemi di definizione e di analisi della congiuntura, nonché questioni relative alla tattica e alla strategia. Suddivideremo questo articolo in base a queste due parti. La brevità del testo e la condizionalità delle ipotesi avanzate sono giustificate dalla rapidità e dalla mutevolezza della congiuntura.

Congiuntura e movimento

Come esponevamo all’inizio, ci troviamo di fronte a un movimento di carattere politico. Ciò si riflette sia nella forma che nella sostanza. Pur essendo guidato in larga misura dal Sindacato delle Inquiline, il conflitto non si basa su uno sciopero delle inquiline, ovvero non ha come fulcro il «luogo della riproduzione», ma ha compiuto il salto nella sfera pubblica, puntando direttamente al Governo dello Stato. Questo fatto riflette alcuni limiti nel radicamento strutturale delle organizzazioni per il diritto alla casa e, al contempo, l’urgenza del problema, e impone una concezione concreta dei processi. Di fronte all’idea semigradualista di accumulare forze per poi lottare, la realtà è che si impone la massima del Faust di Goethe: «All’inizio era l’azione». È attraverso la lotta, attraverso il salto, che si aprono nuove possibilità di organizzazione di massa. Naturalmente, ciò non significa sottovalutare l’organizzazione precedente: il buon lavoro di organizzazioni come il Sindacato delle Inquiline e altri settori del movimento per il diritto alla casa permette al movimento di affrontare questa sfida con una struttura e una capacità estremamente utili per rafforzarsi e guidare la lotta di massa. Ma la lotta di massa non è un mero riflesso dell’organizzazione sindacale preesistente; comporta un salto e un adattamento a una nuova circostanza, che richiede nuove tattiche e strategie.

Il movimento per il diritto alla casa riesce così a concentrare (temporaneamente) tutte le contraddizioni accumulate sul piano sociale (la contraddizione tra la crescita economica e i profondi problemi di accessibilità economica della classe lavoratrice) e politico (le contraddizioni tra le promesse e la retorica da un lato e la realtà della politica progressista dall’altro). Ciò determina il carattere della crisi. Una base sociale simile a quella del vecchio 15M si mette in moto di fronte ai problemi strutturali irrisolti, mettendo in crisi il progressismo al potere. Fino a qui, l’analogia è corretta.

Ma il contesto nel suo insieme non lo è. La storia non è una ripetizione circolare che ritorna nella sua forma precedente, anche se riprendiamo sempre le tradizioni e i problemi del passato per riformularli. Il rapporto di forze non è la stessa cosa del clima politico. Sebbene il clima politico sia temporaneamente favorevole, con una destra colta alla sprovvista, il rapporto di forze internazionale continua a essere segnato dall’ascesa della reazione e dell’estrema destra, a differenza di quanto accadde nel 15M, che si inseriva nello spirito offensivo delle rivoluzioni arabe.

Piuttosto, nonostante tutte le sue differenze, questo movimento affonda le sue radici nella necessità di decine di migliaia di persone e di una nuova generazione politica globale – dai movimenti per la Palestina alle lotte e all’emergere di una nuova sinistra in Francia, negli Stati Uniti o in Germania – di combattere con le proprie armi contro questo clima soffocante imposto dalla reazione e dal capitale. La particolarità di questo movimento per il diritto alla casa è che si oppone al governo «più progressista» della storia, mettendo così in crisi, soprattutto, i partiti di sinistra legati alla gestione governativa degli ultimi otto anni. Sebbene questo movimento non alteri ancora e in modo automatico il rapporto di forze, esso comporta comunque l’emergere di un nuovo settore politico-sociale, prima oscurato dall’orgia di propaganda progressista, che combina i talk show di RTVE e il costante ricatto della paura del fascismo.

Tattica e strategia

Il movimento sta ancora prendendo forma in modo disomogeneo, influenzato dalla composizione politica di ciascun territorio o nazione di quella variegata formazione sociale che è lo Stato spagnolo. Madrid ne è l’epicentro, ma stanno sorgendo accampamenti in diverse città. In alcuni territori, in cui la densità del movimento «spontaneo» è minore poiché esistono altre forze molto strutturate (soprattutto sindacali, come in Galizia e nei Paesi Baschi), è possibile che il movimento assuma forme proprie e particolari. Ma al di là di ciò, si tratta di cercare di far crescere il movimento, considerando l’accampamento come una fase della lotta, non come un fine a sé stesso.

Questo dibattito riveste una certa importanza. L’accampamento può essere un’enorme leva per raggruppare e organizzare il salto nella lotta di classe, ma è un momento di concentrazione di forze che, al di là della sua capacità di condensare la politica per un istante, non riflette ancora la strutturazione di un ampio movimento in espansione nei quartieri e nei luoghi di lavoro. È vero che potrebbe sfociare in una comune, ma non di Madrid: sarebbe piuttosto la comune di Sol, che incasellerebbe il movimento negli stretti limiti delle sue pratiche autoreferenziali, cosa che, francamente, preferiamo non immaginare.

Ma il movimento non può nemmeno limitarsi a essere una sorta di «petizione cittadina» al Parlamento. Il suo ruolo non è quello di avallare i decreti di un governo di gestione capitalista in nome di una logica del male minore. In un contesto di ascesa della lotta, ciò potrebbe comportare una chiusura del conflitto, non una conquista parziale. Al contrario, si tratta di costruire un’iniziativa propria che esplori la dialettica tra forza sociale e conflitto antagonistico e che apra brecce nella configurazione dello Stato. Noi comunisti non ci opponiamo alle riforme: lottiamo attivamente per esse, nella misura in cui rafforzano la nostra classe nella lotta per l’obiettivo del superamento del capitalismo. Lo Stato moderno, inoltre, non è un semplice guardiano notturno: costruisce la propria egemonia riflettendo i rapporti di forza, così come la classe lavoratrice si rafforza ottenendo nuove cristallizzazioni delle proprie lotte (e non attraverso le sconfitte che la disgregano, come pensano i catastrofisti), in una tensione tra la riforma passiva e la conquista della propria autonomia.

Ma ciò ha una chiara ripercussione. I dibattiti giuridico-politici sulla composizione parlamentare o sui limiti legali hanno la loro importanza tattica, ma sono secondari dal punto di vista strategico. Il programma e l’orizzonte di un movimento non possono limitarsi a ciò che la costituzione giuridica del capitale, sempre temporanea, stabilisce in un determinato momento. Il programma deve essere legato agli obiettivi immediati della classe lavoratrice. Misure come la riduzione immediata degli affitti, l’espropriazione senza indennizzo dei fondi speculativi e delle banche per creare un parco immobiliare pubblico, sotto controllo sociale e democratico, o l’ancoraggio del tetto massimo dell’affitto al 20% del salario vanno in questa direzione. Gli slogan devono ampliare il possibile: devono riprendere l’arte leninista di fissare un compito, un modo per avanzare nella guerra di posizione. L’idea che la rendita sia un rapporto illegittimo e che si debba lottare per demercificare l’alloggio conferisce un orizzonte ideologico alle rivendicazioni, collegandole a un proprio progetto di società. Non bisogna aver paura di esigere dalla classe dirigente; ciò che non si deve mai fare è chiederle qualcosa. Tornando al Faust di Goethe: «In principio era la forza».

In questo senso, la lotta per l’alloggio può svolgere temporaneamente un ruolo simile a quello della rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore per il movimento operaio. Il vecchio movimento operaio non aspettava che si formasse una maggioranza parlamentare che applicasse il suo programma: cercava di dotarsi della forza per imporlo. Era questa dialettica a raggiungere un punto di equilibrio tra la vocazione di ottenere conquiste concrete qui e ora e quella di forgiare un movimento con un orizzonte trasformativo: solo in questa dialettica, che ha due facce indissolubili, si può forgiare una forza.

Ma per farlo dobbiamo dotarci di una nuova capacità tattica. È qui che emerge lo sciopero generale come orizzonte. È ovvio che nemmeno lo sciopero generale in sé possa essere un fine, ma sì un orizzonte intermedio che comporti un nuovo balzo in avanti nella lotta, nel conflitto e nell’accumulo di forze, dotando l’insieme della classe di una prospettiva specifica che eviti la dispersione e metta al centro l’azione politica di massa.

Uno sciopero generale in questo contesto dovrebbe partire da diverse premesse. La prima è che non può essere uno sciopero di minoranze, indetto esclusivamente dai sindacati combattivi, i quali, ovviamente, possono e devono svolgere un ruolo chiave nell’intera questione. È necessario coinvolgere almeno un settore della classe operaia organizzata sotto l’ala delle grandi burocrazie sindacali, anche se ogni realtà ha le sue peculiarità. Se qualche comunista nutre delle riserve al riguardo, prima di andare in tilt, gli consigliamo di leggere i testi dell’Internazionale Comunista e di studiare la sua pratica durante il III e il IV Congresso dell’Internazionale Comunista. Tuttavia, questo non si otterrà né con appelli astratti né con negoziazioni dall’alto. È necessaria una pressione enorme e costante dal basso. Dobbiamo cercare un modello adeguato. Ad esempio, gli scioperi femministi indetti dalle assemblee dell’8 marzo possono servire da punto di partenza. Un modello di sciopero generale che combini la mobilitazione dei settori più avanzati sul posto di lavoro con un’ampia mobilitazione politica, concentrando in una sola giornata diversi repertori di azione.

Il Sindacato delle Inquiline e il movimento per il diritto alla casa possono promuovere assemblee per lo sciopero generale e, in molti luoghi, unirsi ad altri settori, come ad esempio il potente e organizzato movimento educativo, che in realtà è più strutturato di quello per il diritto alla casa, sebbene abbia meno centralità. La chiave affinché il movimento si sviluppi è essere in grado di espandere e rafforzare il movimento tra la classe lavoratrice con una tattica coerente e indipendente. Lo sciopero generale, quindi, implica una tendenza all’unità nell’azione, attorno a specifici vettori organizzativi. La scelta virtuosa, in questo caso, sarà quella di utilizzare la questione abitativa, diventata il punto centrale di una crisi politica, come elemento aggregante delle rivendicazioni senza che ciò si trasformi in un miscuglio che, anziché unire, finisca per disperdere.

Né possiamo avere una concezione gradualista dell’organizzazione dello sciopero. Questa situazione non si protrarrà per mesi, a meno che non ci dotiamo degli strumenti per un rapido avanzamento. Un ripiegamento in questo momento comporterà la perdita di una centralità contingente. Lo sciopero non può essere pianificato con mesi di anticipo. Anche se può sembrare controintuitivo, stiamo parlando di settimane. Questo movimento non avanza sulla base di una struttura già consolidata: piuttosto, va strutturato attraverso l’azione e la congiuntura. Qualsiasi evento, in un clima così instabile, può cambiare l’agenda se il movimento non è in grado di intensificare la lotta. Per questo c’è una certa urgenza: non possiamo fermarci. Dobbiamo fare un passo avanti per trasformare il salto in forza. Non c’è modo migliore per affrancarci dal progressismo, lottare per l’egemonia al di là della retorica e affrontare concretamente la destra radicale che approfondire, estendere ed elevare il livello della lotta. Trasformare in realtà lo sciopero generale, che è tornato nelle strade come slogan, è una buona via per affrontare queste sfide.

  •  

Il nero fumo dei crimini di guerra

di Claudia Finetti (da Jacobin Italia)

Si parla dei conflitti militari solo a proposito delle conseguenze economiche o degli equilibri geopolitici. Ma ogni bombardamento produce un disastro ambientale
Ogni giorno i mezzi di informazione ci mostrano immagini di raffinerie e impianti energetici bombardati, colossali torri di fuoco e fumo nero in cui bruciano quantità incalcolabili di combustibili fossili. I commenti a queste notizie sono sempre uguali e riguardano solo le ricadute sui nostri portafogli: l’aumento dei prezzi dei carburanti, il rischio di crisi energetica, i provvedimenti per calmierare il costo della benzina ecc. Silenzio o quasi, invece, sul disastro ambientale e climatico causato da ogni singolo bombardamento di questa guerra diffusa che va dall’Ucraina al Medio oriente.

Colpita e affondata

Le azioni offensive ai danni di raffinerie, per impedire la trasformazione del greggio, o contro petroliere, gasdotti, oleodotti, cisterne di gas e petrolio, sono entrate nel repertorio delle tattiche militari durante la prima guerra del Golfo, nel 1990-1991. Negli scenari bellici degli ultimi anni, in particolare nel conflitto tra Russia e Ucraina e nella guerra di Usa e Israele all’Iran iniziata nel febbraio 2026, sono diventati strategia sistematica, con attacchi sempre più frequenti.

La recente escalation del conflitto nello stretto di Hormuz, tra offensive e ritorsioni, ha comportato imponenti attacchi alle navi. Tra il 5 e l’8 settembre, gli Stati uniti, come rappresaglia contro il bombardamento di una portaerei, hanno bombardato prima tre, poi cinque petroliere irachene, andate in fiamme e in alcuni casi affondate. L’Iran ha dichiarato di avere risposto colpendo dieci navi, mentre il 9 settembre, in acque irachene, un drone ha colpito la New Andros, petroliera battente bandiera panamense che trasportava 2 milioni di barili di olio combustibile.

Il Pentagono, per provare la potenza delle sue offensive, ha divulgato le immagini delle esplosioni, con il fumo, le fiamme degli incendi, le macchie nere che alludono allo sversamento di petrolio in mare. Non si sa esattamente quanto materiale trasporti ogni nave presente in quell’area, ma nel complesso si è stimata una capacità complessiva di 1,76 milioni di metri cubi. Carichi che in caso di attacchi possono andare in fumo o fuoriuscire in mare, vere e proprie bombe ambientali. Già da mesi grandi chiazze di petrolio intaccano gli ecosistemi marini, gli habitat e le riserve naturali nei pressi dello Stretto di Hormuz.

Le immagini della catastrofe marina e atmosferica sono esibite e inequivocabili, ma la stampa nazionale e internazionale commenta le conseguenze degli attacchi alle petroliere parlando solo del prezzo del greggio. Tra omissioni di dati e notizie, l’attenzione è rivolta all’andamento dei mercati e agli equilibri geopolitici. L’informazione e la politica mettono in secondo piano, o trascurano del tutto il costo umano, ambientale e climatico di una guerra che, dopo soli 14 giorni dai primi bombardamenti israeliani e americani a raffinerie e depositi di carburante, oltre a migliaia di morti, aveva già prodotto 5.000 tonnellate di emissioni di gas serra, una quantità che Greenpeace ha equiparato al bilancio globale di carbonio di 84 paesi.

Raffineria più, raffineria meno

Nell’estate del 2026 il conflitto tra Russia e Ucraina è entrato nella fase di escalation più serrata. Le forze ucraine hanno continuato a colpire raffinerie e depositi di petrolio russe, una strategia volta a privare la Russia delle risorse necessarie a proseguire la guerra.

La Reuters ha raccolto e pubblicato un impressionante elenco – già datato e da aggiornare – di tutti gli attacchi a raffinerie e infrastrutture energetiche compiuti da Kyiv tra l’1 giugno al 28 agosto 2026. Il 16 giugno, colpita e incendiata la raffineria di Gazprim Neft a Mosca, a 15 chilometri dal Cremlino. Il 6 luglio, incendiata la raffineria di Omsk. Il 12 luglio le raffinerie di Syran sul fiume Volga, già colpite il 18 aprile. A seguire, le raffinerie di Ryzan, Sartov, Vogograd, Yaroslav, Isky, Zapsibneftekhim, Orsk, Ust-Luga, Ufa, Taneco, Perm, Afipsky, Novoshakhtinsk, Norsi… In un susseguirsi di attacchi portati a segno da droni, che hanno mandato in fumo un’inimmaginabile quantità di petrolio, per una quantità di emissioni di CO2 che nessuno ha calcolato, seppure approssimativamente.

Il 12 settembre, Mosca ha sferrato un attacco con 450 droni contro l’Ucraina che ha risposto bombardando le raffinerie russe del Tartastan.

Due giorni dopo, Donald Trump in persona annuncia una sorta di tregua: «L’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!», scrive sul suo Truth Social. Ma è una mossa estemporanea, non concordata col governo di  Kyiv, che cade dalle nuvole e va avanti come prima. È infatti del 20 settembre il peggior attacco con droni su Mosca, durante il quale è colpita e incendiata la raffineria AO Gazpromneft-MNPZ.

Guerra aperta all’ambiente da ambo le parti

Fin dall’inizio della guerra l’Ucraina ha utilizzato i droni per attaccare impianti petroliferi e del gas, mirando a porti, serbatoi e oleodotti dislocati sul territorio russo. I bersagli erano soprattutto infrastrutture di trasporto. Dal 2024 l’esercito ucraino attacca in modo sistematico le raffinerie, con un salto di qualità tra agosto e dicembre del 2025, e un’ulteriore intensificazione nel 2026.

La Russia, per parte sua, ha attaccato depositi e impianti di carburante come parte della strategia di aggressione all’Ucraina, con offensive missilistiche che da subito hanno colpito duramente la popolazione civile, privata di corrente elettrica e del riscaldamento nei mesi invernali. Anche le raffinerie ucraine, la più importante quella di Kremenchuk, sono state bersagliate da attacchi ripetuti. I danni ambientali in territorio ucraino sono ingentissimi, con problemi di inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, dispersione di residui tossici, incendi, milioni di ettari di foreste andate perdute e distruzione del suolo. Solo tra i civili, nel febbraio 2026 l’Onu riportava la cifra di 15.172 morti. Il mandato di arresto a Putin emesso dalla Corte internazionale di giustizia rispecchia le gravi condotte criminali, che hanno trovato il loro apice nelle deportazioni di bambini.

Quella ucraina è via via diventata una strategia di indebolimento del sistema energetico russo che, con la dotazione dei droni FP-1 ad ampio raggio, ha potuto prendere di mira le raffinerie nemiche in tutto il territorio. La Russia, tra i primi produttori planetari di greggio, è stata sensibilmente colpita nella sua capacità di trasformare il petrolio in carburante. Le immagini delle auto in coda ai distributori di benzina provano l’efficacia degli attacchi ucraini nel causare una crisi di distribuzione e di approvvigionamento dei carburanti, crisi finora impensabile per la superpotenza russa.

Guerra nell’estate più calda di sempre

Durante l’estate appena trascorsa, il flusso di notizie dei bombardamenti ai siti petroliferi scorreva in sequenze frammentarie prima o dopo le notizie sulle temperature più alte mai registrate in Europa, che già da maggio hanno reso le città invivibili. Agosto è stato il mese più caldo mai registrato dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media superiore di 1,5 gradi all’epoca preindustriale, il limite che per l’Accordo di Parigi del 2015 non andava oltrepassato.

Gli effetti del surriscaldamento globale, tutti preannunciati, si sono manifestati per tutta l’estate. L’Ispra documenta che gli incendi boschivi soprattutto in Francia, in Spagna, in Italia, nella seconda metà di luglio si sono intensificati, mandando in fumo 225 chilometri quadrati al giorno, pari alla superficie del Comune di Parigi. Solo in Italia, da gennaio a fine luglio 2026 si sono registrati 1.070 casi, con la distruzione di 741 chilometri quadrati di boschi.

Sulle Alpi, lo zero termico tra i 4.800 e i 5.000 metri, e il caldo che si è protratto anche a settembre hanno accelerato la fusione e il ritiro dei grandi ghiacciai, con cadute di massi, frane, fenomeni di instabilità delle montagne e dei fiumi, devastati dalla siccità e da un apporto dello scioglimento delle nevi sempre più insufficiente. Le secche prolungate e il calo dei livelli dei fiumi sono oggetto di studi che documentano il disastro per pesci e anfibi in ecosistemi dove il malessere dei corsi d’acqua colpisce la catena alimentare di uccelli e mammiferi terrestri, devastando la biodiversità e alterando equilibri complessi. L’alternanza tra piene, esondazioni e siccità, nella dinamica di eventi estremi che caratterizza il cambiamento climatico, produce effetti ancora da comprendere pienamente sugli ecosistemi fluviali e su esseri complicati quali sono i fiumi.

In Francia la siccità ha portato a limitazioni e interruzioni dell’erogazione dell’acqua in 92 distretti. In luglio, la siccità e le temperature troppo alte delle acque hanno fatto spegnere ogni giorno 23 reattori nucleari su 57, riducendo la produzione di energia elettrica al 45%. Il calo del livello del Danubio ha fatto spegnere la centrale nucleare rumena di Cernavoda per tutto agosto e ridotto il funzionamento di quella ungherese di Packs. In Austria la centrale idroelettrica di Greifenstein ha calato drasticamente la fornitura di energia per la portata del Danubio ridotta a 700 metri cubi al secondo, rispetto ai 2.000 della norma.

In tutta Europa la carenza d’acqua e l’alternanza di eventi estremi, tra siccità e grandinate, ha provocato gravi danni all’agricoltura, e dall’agricoltura viene quello che mangiamo.

Una serie concatenata di «eventi estremi» si sono imposti all’attenzione, ma come cronaca, come fatti separati gli uni dagli altri, emergenze, calamità, disastri «naturali», come i terremoti e gli tsunami. Elenchi di fatti rapidamente dimenticati, presentati senza riflessioni che andassero oltre il dato emergenziale, con una tenace, reiterata, accecante scissione cognitiva tra cause ed effetti.

Chi parla di cambiamento climatico e della necessità di cambiare strada non lo fa in termini di mitigazione, non lo fa citando le energie fossili e le falle di un sistema che se non cambia ci porterà al collasso, lo fa usando solo i termini resilienza e adattamento, come se la situazione in cui siamo fosse grave, ma stabile, qui siamo e qui resteremo.

Questa sconnessione porta a osservare le colonne di fumo generate da raffinerie e siti energetici in fiamme a causa dei bombardamenti, senza vedere ciascuna di queste azioni come un devastante disastro climatico, con effetti sull’atmosfera che nessuno nomina. Come ha scritto Francesco Strazzari sul manifesto, i bombardamenti di petroliere, raffinerie, oleodotti e riserve di gas, ricorrenti in tutte le guerre in corso, fanno parte di una strategia che accomuna gli attori in gioco. Si contano ancora i chilometri quadrati conquistati o perduti, ma l’obiettivo principale è la distruzione delle riserve e delle reti energetiche dei nemici, divenuta prioritaria rispetto al controllo dei territori.

La grande cecità

C’è da chiedersi da dove venga l’incapacità di riconoscere il disastro ambientale e climatico evidente nelle colonne di fumo di bombardamenti inferti con la deliberata intenzione di incendiare quanto più combustibile fossile possibile.

In primo luogo, mancano dati e stime sulle emissioni prodotte da ogni singolo bombardamento. Non ci si aspetta certo che siano gli eserciti a calcolarle, ma bisogna reclamare che questi dati vengano misurati e diffusi e che faccia notizia l’effetto di ogni bombardamento sull’atmosfera, sulle acque e sul suolo. Un gruppo di scienziati cinesi, utilizzando informazioni ricavate da satelliti, ha rilevato la quantità di gas tossico prodotta dal bombardamento israeliano agli impianti petroliferi di Teheran del 7 marzo 2026. L’inferno scatenato da quelle esplosioni, che rappresentano una piccola parte delle offensive, secondo i loro calcoli ha causato l’emissione di 29.800 tonnellate di anidride solforosa, tra le sostanze della pioggia nera che ha investito la capitale iraniana.

Mancano informazioni e dati sull’impatto climatico degli apparati militari e delle guerre. Per essere prodotti richiederebbero osservazioni articolate e di lungo periodo su tutto il ciclo bellico, dalla fabbricazione di armi alla preparazione, dalle esercitazioni al conflitto dispiegato, per arrivare alla ricostruzione, che talvolta, come previsto per Gaza, rappresenta la fase di maggiore emissione di gas serra.

Questi dati non ci sono. Gli eserciti, con grandi pressioni esercitate soprattutto dal Pentagono, dal 2015 dichiarano alle Nazioni unite i propri livelli di emissioni solo su base volontaria. I dati a disposizione sono perciò molto parziali. Esistono però ricerche scientifiche e stime, anche dettagliate e impressionanti, come uno studio uscito nell’agosto 2026 che documenta la CO2 emessa dal sistema militare statunitense tra il 1975 e il 2024, con cifre dell’ordine di decine di migliaia di tonnellate. In Ucraina, un collettivo di scienziati prova a monitorare le emissioni di CO2 dall’inizio del conflitto, tenendo conto di entrambi gli schieramenti. A giugno 2026 le loro ricerche indicavano la dispersione in atmosfera di 311 milioni di tonnellate di gas serra. Una stima più volte citata, discussa dagli scienziati, indica che le emissioni militari potrebbero rappresentare il 5,5% delle emissioni globali di gas serra.

Per aprire gli occhi e cambiare prospettiva bisogna studiare le guerre per l’impatto che hanno nel tempo sui territori, per gli stravolgimenti e i veleni che lasciano nel suolo e nelle acque, nell’immediato e nel lungo periodo. Lo ha fatto Stefania Divertito, nel libro appena uscito Guerra e clima, un lavoro che offre uno sguardo e punti di riferimento per trovare una via d’uscita dal bellicismo.

L’incapacità di vedere il fumo di una raffineria in fiamme come catastrofe ambientale deriva anche dalla normalizzazione di certe pratiche belliche, un tempo stigmatizzate come inaccettabili perché criminali e non ammesse dal diritto internazionale, come la distruzione di infrastrutture energetiche civili. Lasciare gli abitanti di una regione senza energia elettrica e senza la possibilità di rifornirsi di benzina significa infliggere una sofferenza ai civili. È perciò un crimine di guerra, ma è sempre meno indicato e condannato come tale negli scenari bellici del 21° secolo, come ha sottolineato il New York Times.

In un quadro di ostilità al concetto universale di diritti umani, rimane aperta e non conclusa la campagna per l’inserimento nel trattato di Roma del quinto reato internazionale, il reato di ecocidio, promosso da Polly Higgins con i giuristi della Stop Ecocide Foundation.

La difficoltà a parlare della guerra come catastrofe ambientale e climatica, dipende poi dalla difficoltà presente nella letteratura, nell’arte, nell’informazione a raccontare la crisi ecologica e ambientale in sé. Questa grande cecità, di cui magistralmente ha parlato lo scrittore indiano Amitav Ghosh, viene da lontano. È il modo di raccontare la natura e il non umano come sfondo di paesaggi pacificati, che nasce insieme al romanzo e alla società industriale. Il pensiero e i racconti non vanno oltre l’ordinario, il quotidiano, il mondo della vita individuale. Così si rimuove la potenza di fiumi che esondano o si prosciugano, o di montagne imponenti che collassano. Le narrazioni si concentrano, con pretese di «concretezza» e «realismo» sulla vita di tutti i giorni e su ciò che presuntamente più interessa alla «gente»: il prezzo della benzina.

A rendere ciechi è la logica bellicista, che porta a schierarsi con un esercito o con l’altro, senza vedere le conseguenze globali della guerra. C’è chi arriva a legittimare in punta di diritto gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe in quanto risposte mirate, fatte per sottrarre al nemico gli strumenti per combattere, e dunque per prevenire bombardamenti che invece infliggono sofferenza alla popolazione.

Seguendo questa logica, si potrebbe concludere che le guerre odierne, combattute a forza di incendi di combustibili fossili ed esplosioni di siti petroliferi, siano in fondo più evolute, più rispettose dei diritti umani perché risparmiano l’odiosa conta dei morti sotto le macerie.

I morti però si contano a migliaia, e non solo sotto i colpi diretti delle offensive, ma anche indirettamente, nelle aree climaticamente più esposte al surriscaldamento globale, che le guerre continuano ad aggravare.

Occhio per occhio

In condizioni di guerra diffusa come quella in cui ci troviamo, con 78 paesi coinvolti in conflitti al di fuori dei propri confini in varie aree del mondo, l’impatto delle offensive in termini di inquinamento e gas serra dipende da attori sempre più fuori controllo, senza limiti, in un contesto internazionale deregolamentato.

In particolare, il conflitto tra Russia e Ucraina ha imboccato il vicolo cieco di una sfida che entrambi gli attori vogliono concludere con la sconfitta militare del nemico, circondati dal tifo dei paesi sostenitori. Ogni parte colpisce con ogni mezzo l’avversario per costringerlo alla resa.

L’Ucraina continua gli attacchi con droni alle raffinerie per colpire la capacità russa di trasformare il greggio in benzina e diesel. La Russia risponde con violenza e brutalità come già accaduto, in una spirale di botte e risposte senza via d’uscita. Quante raffinerie e gasdotti dovranno ancora saltare in aria perché l’Ucraina possa piegare economicamente la Russia, visto che questa è la strategia per arrivare alla vittoria?
Nelle condizioni di crisi climatica in cui ci troviamo, c’è da chiedersi se la strada per uscire da un conflitto scatenato da uno stato canaglia governato da un autocrate come Putin sia davvero dare sempre più armi al suo avversario Zelensky, che per vincere, come gli altri signori della guerra, non si fa scrupolo di far saltare in aria una raffineria al giorno. C’è da chiedersi se davvero sia questa la strada per ripristinare la giustizia, proteggere il popolo ucraino e l’Europa.

Disarmo è pace

«Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo», con queste parole papa Francesco, il giorno prima di morire, ha lanciato un monito e un’eredità pacifista che il suo successore Leone XIV porta avanti con determinazione. In questa fase storica la Chiesa sembra l’unico attore rimasto nel contesto internazionale a contrastare la guerra e a battersi per la pace con gli strumenti della diplomazia, per motivi umanitari e morali. La diplomazia vaticana cerca di intervenire «dove la politica ha fallito» per salvare vite umane, mettendo in relazione la guerra con la crisi umanitaria globale, le migrazioni e la devastazione climatica e ambientale.

È ora di ricongiungere i fili e di stabilire il nesso diretto, violentissimo e devastante che c’è tra le guerre, e in particolare queste guerre per il controllo dei flussi di petrolio, e il cambiamento climatico, le migrazioni, la sofferenza.

È ora di aprire gli occhi, gridando al crimine contro l’ambiente e l’umanità a ogni offensiva di qualunque esercito – americano, israeliano, iraniano, russo, ucraino – contro una raffineria, una petroliera, un deposito di gas, una cisterna di carburante. Un crimine che esaspera la crisi climatica già gravissima e fuori controllo di cui già paghiamo le conseguenze e che potrà solo peggiorare, se i suoi responsabili non saranno fermati. Le guerre in corso aumentano il potere di élite violente e genocide, che perseguono consapevolmente il disastro pensando di trarne vantaggio, perfino con intenti ideologici apertamente distruttivi, come avviene negli ambienti dei miliardari americani che Naomi Klein definisce fascisti dell’apocalisse.

Guardare e parlare del fumo di una raffineria colpita da un drone per l’effetto che fa all’atmosfera, alle acque e al suolo, alle persone e alla vita tutta invece che per le ricadute che avrà sulle code ai distributori di benzina o sul prezzo dei carburanti, o nello scacchiere internazionale, è il primo passo perché un movimento globale possa farsene carico ripristinando un senso di appartenenza a valori di giustizia, di uguaglianza e di cura.


*Claudia Finetti, dottoressa di ricerca in storia contemporanea, è un’insegnante di scuola primaria a Bologna e un’attivista nelle lotte ambientali, in difesa dei diritti umani in Palestina e della scuola pubblica.

  •  
❌