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Vita e pensiero di Meredith Whittaker, la donna più scomoda dell’IA

Meredith Whittaker è una delle persone più influenti nel mondo dell’intelligenza artificiale, consacrata recentemente dal Time. Dal Vaticano al famoso summit di Davos, questa giovane donna parla del futuro del settore digitale perché lo conosce da dentro. Da sempre critica dei sistemi di sorveglianza e controllo tecnologico, non è così catastrofista sull’intelligenza artificiale e la minaccia contro l’umanità.

“Il rischio c’è ed è reale – afferma Whittaker – ma non è la storia di fantasmi di cui ci parlano giovani esaltati”. Secondo lei, il pericolo risiede nell’uso negligente della tecnologia. “Siamo stati quasi per entrare in guerra con la Cina”, ha detto all’emittente Bbc in riferimento ad un caso nel quale una chatbot usata dall’intelligence americana inventò un’informazione su una nave cinese che trasportava materiale nucleare. Gli Usa erano pronti ad una risposta militare ma nulla era vero.

Laureata in Letteratura e Retorica all’Università della California, Berkeley. Prima aveva lavorato solo dando una mano nei jazz club di Los Angeles dove suo padre suonava il trombone. “Non avevo ambizioni di carriera; è stato tutto molto casuale”, racconta al Financial Times. Nel 2006 Whittaker è entrata a lavorare a Google senza avere ancora formazione nell’area informatica. Whittaker ha fondato Google Open Research, che ha collaborato con diverse realtà sulla questione della sicurezza e le conseguenze dell’uso dell’intelligenza artificiale. “Oggi vedo ragazzi le cui vite sono pianificate fin nei minimi dettagli, minuto per minuto. Deve essere davvero difficile, quando si è giovani e si sta cercando di capire chi si è e quale sia il proprio posto nel mondo”, prosegue.

Nel 2014, un ingegnere in visita da Harvard parlò a Whittaker di un’idea: utilizzare un software di IA per prevedere i genocidi. Lei ricorda che in quel momento ha iniziato ad avere dubbi di natura etica su questa tecnologia: “Mi chiedevo: come si può avere la certezza che sia davvero accurato? E come ci si assume la responsabilità del fatto che una previsione, di per sé, possa far pendere l’ago della bilancia? Che ruolo può avere uno strumento del genere?”.

Tre anni dopo ha saputo del Progetto Maven, un contratto segreto di Google con il Dipartimento di Difesa americano per lo sviluppo di intelligenza artificiale per la localizzazione di obiettivi grazie ai droni. Nel 2018, ha perso il lavoro – ma è stata subito assunta dall’azienda americana Palantir – dopo avere organizzato uno sciopero con 20.000 lavoratori per protestare sulla gestione di molte questioni sensibili, tra cui l’ingerenza della tecnologia in ambiti della quotidianità.

Ora Whittaker è presidente della Fondazione Signal, che gestisce l’omonima app di messaggi cifrati. Signal ha circa 70 milioni di utenti – molto meno rispetto a WhatsApp – ma si vanta di offrire protezione dei dati agli utenti. L’informazione che “viaggia” nei messaggi resta nei propri server, per cui è improbabile che possa arrivare a terzi.

La Fondazione Signal “è finanziata principalmente tramite donazioni e l’applicazione è stata scaricata centinaia di milioni di volte in tutto il mondo”, scrive il Financial Times. Per il giornale, Whittaker è “una figura rara nel panorama tecnologico: denuncia gli eccessi del potere aziendale, si scaglia contro quello che definisce un ‘modello di business basato sulla sorveglianza di massa’ e si batte per la tutela della privacy”. “È probabilmente la voce più critica e scomoda della Silicon Valley. Negli ultimi anni è diventata l’antitesi delle Big Tech”, scrive il Financial Times.

Whittaker vive molti mesi all’anno in viaggio. Per mantenere il proprio equilibrio, segue routine ovunque si trovi: prepararsi un caffè aromatizzato con il cardamomo e con una miscela di cicoria e funghi, lezione di yoga (che pratica da 20 anni) e cucinare la cena quando torna a casa, per ritrovare il contatto con la realtà. Legge continuamente libri di storia politica della tecnologia.

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Prestare la voce per sentirsi meglio

Un film, un laboratorio di doppiaggio e 10 ragazzi. È così che il progetto Ardire 2 entra nel percorso di cura dell’Hospice pediatrico di Padova che prova a misurare che cosa accade quando cultura e creatività diventano strumenti di relazione, espressione e benessere.

Il cuore dell’iniziativa è un laboratorio di doppiaggio nel quale 10 bambini e ragazzi con malattie rare, seguiti con cure palliative pediatriche, hanno prestato la propria voce ai personaggi di Mavka e la foresta incantata, film d’animazione ucraino del 2023 distribuito in Italia da Notorious Pictures.

«Per i ragazzi questa attività ha significato fondamentalmente un momento di normalità. Poter fare una attività che, anche, i bambini che non sono in un percorso di cura possono fare», spiega Stefano Bellon, della Fondazione La miglior vita possibile, che promuove e sostiene lo studio, la diffusione della cultura e delle opportunità di avanzamento scientifico e del miglioramento delle condizioni di salute e di vita della popolazione pediatrica sottoposta a cure palliative.

La filantropia al servizio di un progetto di cura

A rendere possibile il progetto sono stati 65 mila euro di risorse filantropiche: 40 mila euro della Fondazione Stevanato e 25 mila euro del Fondo Carta Etica di UniCredit. Risorse che non hanno finanziano semplicemente la realizzazione di un film ma un percorso che coinvolge professionisti del cinema, psicologi e medici e che comprende il lavoro con i ragazzi, il rapporto con le famiglie, il coordinamento e la valutazione scientifica dell’esperienza.

«Crediamo che la cura non si esaurisca nella dimensione clinica, ma si compia anche attraverso cultura, creatività e relazione», spiega Sergio Stevanato, presidente dell’omonima Fondazione, «Con Ardire 2 vogliamo offrire ai bambini e ragazzi dell’Hospice pediatrico di Padova, impegnati in percorsi complessi e delicati, un’opportunità per ritrovare fiducia e dare voce alle proprie emozioni».

I ragazzi hanno lavorato sull’interpretazione, sulla respirazione, sull’intonazione, sulla riscrittura del copione e sull’espressività. Il personaggio è diventato un tramite per sperimentare un modo diverso di comunicare e di raccontare le proprie emozioni.

«Come UniCredit, attraverso il Fondo Carta Etica, siamo orgogliosi di sostenere Ardire 2, un progetto che unisce cura, inclusione e creatività, offrendo ai bambini e ai ragazzi dell’Hospice Pediatrico di Padova un’opportunità concreta di espressione e partecipazione», sottolinea sostiene Roberto Burato, area manager retail Padova e Rovigo, «Iniziative come questa dimostrano come l’arte può diventare uno strumento di benessere, crescita e condivisione, contribuendo a migliorare la qualità della vita dei giovani pazienti e delle loro famiglie».

Misurare i benefici dell’esperienza

Il progetto prevede un protocollo di osservazione sulla qualità di vita, l’adattamento socio-emotivo, lo stato psicofisico e la gestione delle emozioni legate alla malattia e alle cure palliative.

La responsabilità scientifica è della professoressa Franca Benini, direttrice dell’Uoc Hospice pediatrico dell’Azienda ospedale- università di Padova. Lo studio sui benefici è stato realizzato dal professor Francesco Pagnini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, con il coinvolgimento delle psicologhe dell’Hospice pediatrico. Il protocollo è stato presentato e avallato dal Comitato Etico; la pubblicazione dei risultati è attesa entro la fine dell’anno.

Il doppiaggio diventa così un laboratorio di competenze ma, anche, di relazione: scegliere una voce, trovare un’intonazione, interpretare un’emozione, lavorare sulla respirazione significa allenare la capacità di comunicare e, nello stesso tempo, trovare uno spazio per raccontare qualcosa di sé.

La Carta di Roma per un’alleanza nelle cure palliative

Per la Fondazione La miglior vita possibile il lavoro sulle cure palliative pediatriche non si esaurisce nei singoli progetti. Ardire 2 si inserisce in un percorso più ampio, nato anche dal confronto con il Comitato nazionale per la bioetica.

A luglio 2025 il Comitato aveva richiamato l’attenzione sulle cure palliative pediatriche, indicandole come una situazione di particolare urgenza. Quel documento, racconta Bellon: «è stato ripreso nei mesi successivi dalla Fondazione e ha aperto un confronto con alcuni dei componenti del Comitato. Da quel dialogo è nato un percorso che ha portato a un convegno a Roma e alla stesura della Carta di Roma, Un’alleanza di cura nelle cure palliative pediatriche».

La Carta è stata elaborata a partire dal confronto tra i diversi attori coinvolti e sottoscritta da realtà del settore, tra cui la Federazione cure palliative e la Società italiana di cure palliative. L’obiettivo è costruire una base condivisa per promuovere e diffondere una cultura delle cure palliative pediatriche che tenga insieme il bambino e la sua famiglia.

«Averlo firmato significa averlo condiviso e averne anche partecipato alla sua elaborazione», conclude Bellon. «Questo è il documento che è scaturito dal convegno e quindi è l’elaborazione delle relazioni e anche, ovviamente, dei pensieri dei relatori».

La foto di apertura è un fotogramma del film fornito dalla Fondazione La miglior vita possibile

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