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Adolescenti, al via il supporto psicologico online. Ma fuori dallo schermo chi li ascolta?

Entra in funzione AscoltaMi, la nuova piattaforma digitale di supporto psicologico per studenti dai 13 ai 15 anni, gestita e finanziata dal ministero dell’Istruzione e del Merito in collaborazione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Annunciata a inizio anno, rappresenta un segnale che da più parti è stato definito importante: lo Stato riconosce che il benessere psicologico è parte integrante del diritto allo studio. Ma ha già generato un ampio dibattito.

Come funziona

Sul sito del Ministero sono riportate tutte le informazioni utili. Innanzitutto, a chi si rivolge: studenti dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado e del primo biennio della secondaria di II grado. Si entra nell’applicativo attraverso la piattaforma Unica del Mim, in videoconferenza e in maniera individuale e volontaria, mediante la fruizione (per una sola volta nel corso dell’anno scolastico) di un voucher che garantisce cinque incontri con psicologi della durata di 60 minuti ciascuno, a eccezione del primo incontro, pensato di 70 minuti per consentire al singolo studente di concordare con il professionista le modalità e i tempi di erogazione del servizio.

Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI

I genitori degli studenti interessati dovranno presentare la richiesta del voucher tramite la piattaforma Unica. Entro 30 giorni dall’assegnazione del beneficio, procederanno alla scelta del professionista a cui affidare il ciclo di incontri. Una volta scelto lo psicologo, gli studenti potranno incontrarlo in videoconferenza tramite l’applicazione AscoltaMI sulla stessa piattaforma. Dall’altra parte dello schermo, troveranno psicologi con specifici requisiti: iscritti all’albo da almeno tre anni e con esperienza in ambito scolastico e in progetti per l’età evolutiva almeno triennale.

Siamo sicuri che possa bastare?

Jacopo Dalai, psicoterapeuta sistemico-relazionale, è il fondatore e presidente della cooperativa sociale Nivalis che a Milano offre psicoterapia, sostegno psicologico ed educativo per adolescenti, bambini, adulti e famiglie in difficoltà. «18 milioni sono una cifra significativa (è lo stanziamento messo in campo dal Governo, nda)», dice, «siamo tutti felici se vengono destinate risorse per l’adolescenza e per i ragazzi. Dopodiché, però, bisogna dire con chiarezza che serve molta attenzione». Si riferisce all’approccio con cui oggi guardiamo all’adolescenza: «Si tende spesso a leggere il disagio in termini di psicopatologia, diagnosi e clinica, e si rischia di dimenticare l’orizzonte educativo e pedagogico, che è spesso quello più immediato e utile per famiglie e scuola. La richiesta alla professione psicologica è sempre più quella di intercettare precocemente i problemi prima che esplodano ma la prevenzione non può ridursi a una lettura solo clinica o a strumenti di screening: molti dei segnali di disagio sono anche espressione di difficoltà relazionali, educative e contestuali, che richiedono interventi non necessariamente diagnostici».

Attività educative rivolte ad adolescenti. (Fotografia cooperativa sociale Stripes)

Dafne Guida, presidente e direttrice generale della cooperativa sociale Stripes, si chiede se cinque colloqui possano bastare «di fronte alle occhiaie di chi non dorme, le scuse di chi evita la mensa, il silenzio di chi non alza più la mano». Attenzione, sottolinea, «accogliamo con favore questa misura, che costituisce un passo rilevante: è la prima volta che si investe per intercettare precocemente i segnali di disagio adolescenziale e per garantire un sostegno sul piano della salute mentale a tutti i ragazzi italiani tra i 13 e i 15 anni contemporaneamente. Ma non è sufficiente». Perché? «Innanzitutto perché cinque colloqui sono pochi: consentono appena di inquadrare un problema. Il primo dura 70 minuti per favorire la conoscenza, gli altri 60, ma il tempo dedicato a ogni ragazzo resta limitato».

Se il sostegno psicologico arriva in uno schermo

In più c’è il fatto che gli incontri avvengano attraverso uno schermo: «Spesso accusiamo gli schermi di essere il luogo del ritiro e dell’isolamento, ma allo stesso tempo pretendiamo che diventino il luogo sicuro in cui un adolescente può raccontarsi allo psicologo», riflette Guida. «Il cellulare sul letto o la videochiamata dalla scrivania non ricreano quello “spazio isomorfico”, fisicamente e simbolicamente altro, in cui poter elaborare emozioni in libertà».

Dalai porta l’esperienza di Nivalis a Milano in iniziative di orientamento psicologico: «Abbiamo osservato che una conoscenza personale e in presenza, non mediata dal virtuale, sembra favorire una maggiore adesione ai percorsi. In particolare, quando la presa in carico avviene attraverso cooperative sociali o realtà del Terzo settore presenti stabilmente nella scuola, con educatori e figure riconoscibili dai ragazzi, la tenuta della consultazione psicologica breve appare più solida rispetto a canali più anonimi come numeri verdi o servizi meno radicati sul territorio». Il passaggio attraverso lo schermo, aggiunge, non garantisce automaticamente un migliore aggancio: «Non è detto che faciliti in modo significativo l’accesso o la continuità, soprattutto nei percorsi più strutturati come la psicoterapia». Da qui l’invito «a interrogarsi con cautela sull’idea che il digitale da solo possa facilitare le richieste d’aiuto dei ragazzi: spesso sono le relazioni dirette, la continuità territoriale e la riconoscibilità delle figure adulte a sostenere davvero l’ingaggio nei percorsi di supporto».

Un ponte con il contesto reale

Sarebbe diverso se quegli stessi minuti si potessero vivere in presenza? «Uno sportello “in carne e ossa” crea uno spazio della cura e del trattamento, una dimensione dell’accoglienza vis-à-vis, in un luogo e in un tempo dedicati, che è essa stessa educativa», sostiene Guida, che evidenzia un altro rischio. «È quello della delega totale allo psicologo, come se la risposta automatica al disagio adolescenziale dovesse essere unicamente questa. Se un ragazzo sta male, non è mai soltanto un problema individuale: è qualcosa che interpella una comunità educativa intera». Per la pedagogista va costruito «un ponte vero tra quei cinque colloqui e ciò che accade concretamente nella quotidianità del ragazzo. Non può esserci soltanto un pezzo “clinico” separato dal resto. Occorre raccordare quel percorso con la scuola, con la classe, con le relazioni che quel ragazzo vive».

C’è un punto che, secondo Dalai, che va tenuto fermo: «Quello che spesso chiamiamo “disagio” è anche inquietudine adolescenziale, una condizione esistenziale che andrebbe attraversata e accompagnata in altri luoghi, non necessariamente in terapia. Vivere l’ansia prima di una scelta scolastica o nel picco delle verifiche di maggio non è automaticamente una psicopatologia: è una forma di sofferenza legittima, che rischiamo però di medicalizzare troppo. Altro discorso vale per le sofferenze profonde, a cui non possiamo voltare le spalle. Ma dopo cinque sedute che cosa succede? Il rischio è che i servizi si ingolfino, che le richieste confluiscano nei soliti percorsi già saturi, tra liste d’attesa del pubblico e ricorso al privato. La domanda che pongo è: come usiamo davvero questi strumenti? Potremmo pensare, ad esempio, non solo a nuovi dispositivi, ma al potenziamento di quelli esistenti, mettendoli più in connessione con i territori e rendendo più accessibile ciò che già è gratuito e presente nel sistema».

Numeri e immagini dal disagio

Ogni dato parla, ma alcuni raccontano più di altri. Per Guida il più sorprendente è «il 50% di studenti che lamenta una stanchezza cronica, che non è quella sana di chi ha corso e giocato ma quella opaca di chi non trova senso ai suoi giorni. Oggi, nella scuola, il corpo è diventato essenzialmente “l’ora di educazione fisica”, tutto passa attraverso le parole e attraverso lo schermo. E invece, soprattutto in un contesto psicopedagogico, il corpo comunica continuamente: da come un ragazzo muove le mani o le gambe, da come suda, da come guarda, da come respira emergono segnali fondamentali. Per questo va attivato un sistema che vada oltre i cinque colloqui. Perché se non alziamo lo sguardo e non vediamo cosa c’è intorno, rischiamo di farli cadere nel vuoto. Se dissodi un terreno ma non sei in grado di risistemarlo piantandoci dentro qualcosa, non resterà che un campo di patate».

Un dialogo non solo richiesto, ma ascoltato davvero

Quale soluzione adottare allora? Per Guida servirebbe «un educatore di plesso oppure un lavoro più strutturato dei pedagogisti per creare una connessione reale con il territorio e con la scuola. La vera strada è l’integrazione: non esiste lo “psico” senza il pedagogico. Stiamo parlando di soggetti in formazione, di ragazzi che hanno bisogno non solo di un supporto clinico, ma anche di un accompagnamento nei processi di crescita, apprendimento e relazione».

Dalai cita progetti come l’educatore di corridoio e laboratori trasformativi. «Va fatto un ragionamento di comunità. Continuiamo a non vedere la dimensione generativa della sofferenza e dell’inquietudine dei ragazzi e nemmeno le enormi risorse che possono mettere in campo. Servono figure non solo “problem oriented”, ma “generative oriented”: non centrate esclusivamente sulla gestione del disagio, ma capaci di produrre contesti di crescita. Nella scuola questo significa sviluppare iniziative non scollegate dalla didattica, ma integrate nella vita della classe, in grado di intercettare fragilità e ragazzi in difficoltà prima che diventino emergenza. Uno spazio relazionale in cui si costruiscono identità, si sperimentano ruoli, si elaborano conflitti, dove il dialogo non solo sia richiesto, ma ascoltato davvero».

La fotografia in apertura è di Tim Mossholder su Unsplash

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Azzardo e divorzio: la dipendenza che consuma anche le relazioni

Se leggiamo la notizia di una famiglia distrutta perché uno dei due coniugi fa uso di droga, beh, quasi non è nemmeno una notizia. Ovvio che sia così. Se poi scopriamo che i vicini di casa hanno divorziato perché uno dei due è alcolista, ci dispiace, ma non ci stupisce più di tanto. Quante volte invece abbiamo saputo di separazioni causate dall’azzardo?

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione Matrimonialisti Italiani – Ami, con casi simili ci ha a che fare spesso. «Le stime ci dicono che circa il 10% delle coppie si separa per motivi legati all’azzardo». Se si considera che in Italia si separano mediamente circa 87mila coppie l’anno – solo quelle eterosessuali, che rappresentano la quasi totalità delle pratiche seguite dai matrimonialisti -, stiamo parlando di circa 8.700 famiglie ogni anno distrutte dall’azzardo. Si tratta però di una stima: non è mai stata condotta in Italia un’indagine epidemiologica sistematica che incroci i dati su chi gioca in modo problematico o patologico con lo stato civile e le variabili familiari.

I numeri che abbiamo

La correlazione tra gioco d’azzardo patologico e rottura del matrimonio è tra le più solide della letteratura psichiatrica sul gambling. I dati più citati vengono infatti dal Gambling Impact and Behavior Study condotto nel 1999 dal National Opinion Research Center (Norc) per la National Gambling Impact Study Commission statunitense: il tasso di divorzio nel corso della vita è del 18,2% nella popolazione generale, sale al 39,5% tra i giocatori problematici e raggiunge il 53,5% tra i giocatori patologici, quasi tre volte la media. Numeri che erano sostanzialmente validi anche nel 2012.

In Europa uno studio più recente su Bmc Psychiatry (2023), basato sull’intero registro clinico norvegese, ha confermato una prevalenza di separazione e divorzio superiore di circa 5 punti percentuali rispetto ai controlli abbinati per età e genere. Questo non perché i giocatori d’azzardo siano cattivi partner. Piuttosto, perché la dipendenza dal gioco crea sistematicamente condizioni che distruggono le relazioni: inganni finanziari, promesse non mantenute, indisponibilità emotiva, erosione della fiducia. E in oltre la metà delle famiglie colpite, sfocia nella violenza domestica.

A pagare il conto non è solo il coniuge. La letteratura scientifica infatti ha sviluppato il concetto di Affected Others (AOs): ogni giocatore problematico coinvolge negativamente in media dalle 7 alle 8 persone. Tra queste, il partner è la figura più colpita. Inoltre, una studio del 2025 pubblicato su Addiction (Tipping, Wardle, Pryce, Università di Glasgow) ha rilevato un’associazione significativa tra i punteggi di gambling problematico del coniuge e il deterioramento del benessere emotivo e della salute mentale del partner. Uno studio italiano su Frontiers in Psychology (2022, Università di Firenze) ha analizzato i familiari durante il lockdown: il 77% degli Affected Others erano donne, con livelli di paura, stress e ansia superiori persino a quelli dei giocatori stessi.

La livella di Totò

Quello che l’avvocato Gassani rileva con certezza dal proprio osservatorio è che il profilo tipico del giocatore e della giocatrice è quello del ceto medio e medio-basso, e che è trasversale per età, provenienza geografica e orientamento politico. «C’è una livella alla Totò, pazzesca, quando si parla di azzardo. Nord, Sud, Centro, giovani, meno giovani, non c’è alcuna differenza. E la dipendenza non si nutre di casinò e di grandi puntate: si alimenta di gratta e vinci, schedine, giocate da cinque euro al tabaccaio. Quei giochi che apparentemente sembrano più innocenti sono quelli più pericolosi».

Il meccanismo è insidioso anche dal punto di vista della tracciabilità. «Il denaro viene prelevato al bancomat e usato in contanti, invisibile nei rendiconti bancari. Per quattro, sei mesi vai avanti, ti arrangi, poi esce il bubbone». Il partner si accorge quasi sempre del problema quando il danno è già grave: il mutuo non si paga, la retta scolastica nemmeno, il frigo è vuoto. È quasi sempre l’aspetto economico a portare in tribunale: dopo le bugie e la perdita di fiducia, è l’impossibilità di immaginare un futuro insieme a diventare un ostacolo insuperabile. «Puoi perdonare un tradimento, ma quando non ci sono più soldi, soprattutto se ci sono figli, non c’è psicoterapia che tenga».

Sul fronte del genere, «gli uomini sviluppano dipendenza con maggiore frequenza, ma il trend tra le donne è in crescita». E c’è un’asimmetria nella risposta del partner: «Sono le donne a essere particolarmente intolleranti nei confronti del coniuge dipendente». C’è poi un rischio molto frequente che aggrava ulteriormente la situazione. «Per salvare il salvabile si chiedono soldi in prestito. Gli usurai ci marciano, richiedono interessi a strozzo e si crea un meccanismo criminale da cui è molto difficile uscire». Il problema familiare diventa così anche un problema penale: chi gioca alimenta il mercato dell’usura, che è un reato.

Da doppia spirale

Non solo l’azzardo distrugge i matrimoni, ma il divorzio stesso aumenta il rischio di sviluppare un disturbo da gioco. Lo stesso studio longitudinale norvegese su BMC Psychiatry (2023) ha dimostrato che chi ha vissuto un divorzio ha 2,83 probabilità volte in più, rispetto alla popolazione generale, di sviluppare successivamente un disturbo da gioco. Specularmente, il matrimonio funziona come fattore protettivo: chi è sposato ha probabilità inferiori del 43% di sviluppare una dipendenza da azzardo.

Il legame affettivo stabile, in altre parole, funziona come ancora di prevenzione. Mentre la sua perdita è una vulnerabilità. Si identifica così un meccanismo circolare: l’azzardo distrugge il matrimonio e la rottura del matrimonio può alimentare ulteriormente l’azzardo.

Il profilo legale: quando il giudice addebita il gioco

Sul piano legale, la giurisprudenza italiana ha riconosciuto che il disturbo da gioco d’azzardo, quando compromette i doveri coniugali di assistenza morale e materiale e provoca un danno grave al coniuge o ai figli, in particolare attraverso la dilapidazione del patrimonio comune, può giustificare l’addebito della separazione al coniuge giocatore, purché sia fornita prova del nesso causale. Le conseguenze sono significative: la perdita del diritto all’assegno di mantenimento e, in caso di divorzio, la perdita dei diritti successori.

L’addebito tuttavia non è automatico: il giudice valuta caso per caso, e anche in caso di addebito, se il coniuge dipendente si trova in stato di bisogno ha diritto al sostentamento minimo, non al mantenimento completo. Il problema pratico, segnalato dagli avvocati matrimonialisti, è che il coniuge giocatore è quasi sempre diventato un nullatenente, rendendo difficile l’esecuzione dei suoi obblighi.

Gassani avanza una proposta concreta: una tessera personale del giocatore, con un tetto massimo di spesa, esaurito il quale non si può più giocare. Una soglia oltre la quale il sistema si blocca automaticamente. «L’azzardo patologico è un problema sociale e a volte, per proteggerlo, bisogna violare principi di libertà individuale». Perché il conto dell’azzardo, alla fine, non lo paga solo chi gioca.

In apertura, fotografia di Samuel Yongbo su Unsplash

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Spazzamondo, l’onda arancione che si prende cura dei beni comuni

Un’onda arancione che si prende cura degli spazi comuni. È l’immagine più efficace per raccontare Spazzamondo, un’iniziativa che da cinque anni spinge a riflettere su ambiente, riciclo, cura dei contesti urbani e senso di comunità. Leve che, sommate l’una all’altra, diventano il motore potente e silenzioso che muove 22mila persone in 176 comuni, più di 100 scuole e 28 aziende a dedicare una giornata alla raccolta dei rifiuti che campeggiano nei nostri itinerari quotidiani.

Succede in provincia di Cuneo e non è un caso: a coordinare e promuovere un progetto che coinvolge ogni anno comuni, scuole, famiglie e imprese in un lungo percorso di avvicinamento, è la Fondazione Crc: «Spazzamondo appartiene davvero a tutti», dice il presidente Mauro Gola. «Anche quest’anno abbiamo visto comunità capaci di attivarsi autonomamente, amministrazioni locali che hanno coinvolto cittadini e associazioni, scuole e famiglie che hanno scelto di partecipare insieme. È un progetto che nel tempo è riuscito a trasformare un gesto semplice e concreto in un’esperienza condivisa, rafforzando il senso di responsabilità verso l’ambiente e promuovendo la presa in carico dei luoghi in cui viviamo».

215 tonnellate di CO2 risparmiata

L’edizione 2026 ha permesso di raccogliere quasi 9.800 sacchi di rifiuti, per un totale di circa 38 tonnellate che equivalgono a 44 tonnellate di CO2 risparmiata. Numeri che testimoniano la dimensione diffusa e spontanea della partecipazione: dal 2021 a oggi l’iniziativa ha coinvolto complessivamente oltre 110mila partecipanti, con più di 190 comuni aderenti nelle sei edizioni, permettendo di raccogliere in totale più di 170 tonnellate di rifiuti, equivalenti a un risparmio ambientale stimato di 215 tonnellate di CO2.

Volontari al lavoro ad Alba.

L’edizione di quest’anno ha rafforzato ulteriormente il percorso costruito nei mesi precedenti alla giornata del 23 maggio, allargando il progetto ben oltre il momento della raccolta rifiuti. Il bando “Spazzamondo – Sport per il Pianeta” ha coinvolto 29 realtà sportive in camminate ecologiche, plogging (l’attività sportiva nata in Svezia che unisce la corsa alla raccolta dei rifiuti abbandonati), pedalate e momenti di animazione collettiva organizzati al termine della raccolta, rafforzando il legame tra sostenibilità, benessere e partecipazione.

Un impegno civile, sociale e ambientale

Un’importante adesione ha caratterizzato anche il calendario “Aspettando Spazzamondo”, che si è rivolto soprattutto ai più piccoli con lo spettacolo interattivo Benvenuti nel MagiRegno, ispirato alla serie Lampadino e Caramella nel MagiRegno degli Zampa. Tra le principali novità del 2026, i nuovi kit didattici realizzati insieme alla cooperativa Erica e distribuiti nelle scuole della provincia per affrontare i temi del littering (l’abbandono dei rifiuti e dell’imbrattamento), del cambiamento climatico e della responsabilità ambientale attraverso attività e materiali differenziati per età.

Il presidente di Fondazione Crc Mauro Gola.

«Siamo convinti che un appuntamento come questo possa rappresentare un momento efficace per trasferire ai partecipanti informazioni utili a nutrire l’impegno civico, sociale e ambientale», spiega Roberto Cavallo di cooperativa Erica, partner tecnico dell’evento. Qualche esempio? «I rifiuti abbandonati vengono trasportati dagli eventi meteorologici fino al mare: il 75% dei materiali che formano le isole oceaniche proviene dall’entroterra ed entra nella catena alimentare. Molti animali, soprattutto mammiferi marini e uccelli, muoiono per ingestione o soffocamento, ma anche per fame: stomaco e gozzo pieni di rifiuti impediscono loro di nutrirsi».

Anche quest’anno Spazzamondo premierà i comuni, le scuole e le aziende che avranno saputo coinvolgere il maggior numero di partecipanti nelle rispettive categorie, confermando una formula partecipata resa possibile dalla collaborazione di Fondazione Crc con cooperativa Erica, Coordinamento provinciale della Protezione civile, Anci Piemonte, Uncem Piemonte, Anpci, Coldiretti, Confcommercio, Confartigianato, Confindustria e dal supporto dei consorzi Acem, Cec, Coabser e Csea.

Una chiamata all’azione collettiva

A cosa si deve un’adesione così alta? «Le iniziative ambientali funzionano perché le persone sentono il bisogno di esprimere il proprio legame con il territorio attraverso azioni concrete. Fare le cose insieme, essere chiamati all’azione in modo collettivo, fa sentire parte di un movimento comune», riflette Cavallo. «Attraverso i comuni, Fondazione Crc rilancia il progetto e ciascuno si prende cura di un pezzo del proprio territorio. È questo che rende unica Spazzamondo».

Roberto Cavallo impegnato ad Alba durante la giornata di Spazzamondo.

L’ondata arancione continua il suo viaggio anche grazie al coinvolgimento delle scuole e delle nuove generazioni. «Per i più giovani prendersi cura dell’ambiente diventa qualcosa di naturale: un’esperienza che resta», conclude Cavallo. «Da bambini abbiamo una predisposizione spontanea alla cura. Forse siamo noi adulti a doverla riscoprire».

In apertura, alcuni dei volontari che hanno partecipato alla giornata ad Alba. Le fotografie sono state fornite da Ufficio stampa Fondazione Crc

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