Modalità di lettura

Terremoto di Amatrice, lo sciopero della fame di un padre: «Lo Stato non dovrebbe dimenticare i familiari delle vittime»

Il prossimo primo giugno Mario Sanna comincerà l’ennesimo sciopero della fame. Mario Sanna è un uomo di cultura, un artista, ma è anche un padre, il padre di Filippo, una delle vittime del terremoto di Amatrice. A dieci anni da quel sisma Mario Sanna continua una battaglia civile, finora inascoltata dai vari governi che si sono succeduti, e racconta come dal dolore sia nata un’associazione che trasforma la memoria in impegno culturale e sociale.

Il terremoto che ha colpito Amatrice e il Centro Italia il 24 agosto 2016 alle 3:36 del mattino ha devastato interi paesi, provocando 299 vittime, oltre 400 feriti e decine di migliaia di sfollati. Amatrice è stata quasi completamente distrutta: l’80% del centro storico è crollato o diventato inagibile. I danni complessivi stimati superano i 23 miliardi di euro, rendendo quel terremoto uno dei più gravi disastri sismici della storia recente italiana.  

Sanna, ci racconti di questa sua decisione. 

La mia è una decisione non nuova, oramai sono nove anni che porto avanti questa protesta. È il quarto sciopero della fame che faccio per rivendicare quello che credo sia un diritto negato, ovvero l’istituzione di un fondo in favore delle vittime e dei familiari delle vittime del terremoto del 2016 nel Centro Italia. Perché lo Stato ha pensato a tutti, tranne che a coloro che hanno subito il danno più grande, e cioè la perdita di un proprio caro. E questo in barba alla Costituzione, che parla di condivisione, di aiuto ai più deboli, che parla di diritti dell’uomo e anche in barba ai diritti delle persone e soprattutto al diritto alla vita. Perché quello che è capitato a noi non è la semplice perdita, chiamiamola semplice, perdita di un proprio caro: a noi è morto un figlio di ventidue anni. È lo sconvolgimento di una vita, è un azzerare una vita precedente e ricominciarne una nuova. E in questo lo Stato non ci ha aiutato in nessun modo. E in tutte le risoluzioni che ha adottato in favore dei terremotati, i familiari delle vittime non ci sono, non esistono, come se fossero una parte di popolazione che ha subito il terremoto che non deve essere considerata.

In occasione della cerimonia di premiazione del concorso dedicato alla memoria di Filippo – il concorso letterario Filippo Sanna, giunto alla sua ottava edizione – lei ha raccontato quanti leader politici, quanti commissari alla ricostruzione ha incontrato, quanti appelli e quante lettere ha inviato, regalando ai giovani intervenuti un momento di vita vera, di denuncia e democrazia.

Nel corso di questi anni, io e Stefania, mia moglie, abbiamo incontrato tutti i cinque commissari che si sono succeduti, sia di sinistra, sia di destra. Abbiamo incontrato il presidente Conte, abbiamo incontrato il presidente Draghi. Molte promesse, molto impegno verbale, ma poi nei fatti non è accaduto nulla, per una soluzione che io ritengo semplice, che loro hanno prospettato, invece, come difficile. Perché nel momento in cui si stanziano 13 miliardi per la ricostruzione del terremoto, io credo che non ci siano grandi difficoltà ad accantonarne 100 milioni per fare un fondo. Non mi sembra una cosa così incredibile. Però le risposte che noi abbiamo ricevuto sono veramente esilaranti. Per esempio, ci è stato detto che lo Stato non è responsabile della morte dei terremotati perché sono morti in case private. Ma io mi chiedo: chi ha autorizzato a costruire quelle case in quel modo? Sono nate abusivamente? E se sono nate abusivamente è ancora peggio, perché le amministrazioni non solo non hanno dato le autorizzazioni, ma non hanno neanche controllato. Ci è stato detto che siccome i morti sono stati tanti, diventa troppo oneroso per lo Stato farsene carico. Quindi in una calamità, se muoiono poche persone lo Stato interviene perché non deve spendere molto, ma se muoiono tante persone lo Stato se ne lava le mani. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché noi siamo cittadini di questo Stato e abbiamo subito un danno gravissimo.

Sono passati dieci anni da quel terremoto e le ultime commemorazioni hanno visto un’assenza particolare che lei aveva denunciato nel corso della manifestazione.

Il 24 agosto vedremo cosa succederà: magari per il decennale qualcuno in più si farà vedere. Ma in questi quattro anni di governo della presidente Meloni noi non abbiamo avuto il piacere di incontrarla: non si è mai degnata di venire alla messa di commemorazione per le morti del terremoto. Anche questa è una mancanza grave, perché la presidente del Consiglio rappresenta tutti gli italiani. Non sono gli italiani che devono rappresentare i governi: sono i governi che devono rappresentare gli italiani ed essere al loro servizio. La Presidente ha pensato bene di disertare per tutti questi anni la commemorazione. Vedremo se il 24 agosto ce la farà, e se ce la farà vedremo se acconsentirà a parlare con me e mia moglie per spiegare il perché della nostra protesta.

Lei ha spiegato più di una volta che la richiesta di questo fondo non è una questione economica: è una questione di principio, una questione morale, di sostegno a famiglie che sono state distrutte e hanno dovuto ricominciare da zero.

Certo. Qualcuno ha insinuato che noi facessimo questa cosa per soldi. Ma voi mi dite quanti soldi ci dovrebbe dare lo Stato per la perdita di un figlio di 22 anni? Io credo che non ci siano soldi sufficienti per recuperare un valore così grande. Già di per sé è un’affermazione che non ha senso. Noi non facciamo questa battaglia per denaro: la facciamo perché è una questione di civiltà. Uno Stato non può abbandonare le persone che più hanno sofferto in una calamità naturale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove le calamità sono ricorrenti. Lo Stato dovrebbe pensare alla prevenzione prima del soccorso. Faccio un esempio: in Italia il 70%, forse l’80% delle scuole non è a norma antisismica. E nessuno si preoccupa di colmare questo gap. Questo la dice lunga sulle responsabilità della politica, di destra, sinistra e centro. Ci è stato anche detto: “Perché pensare a questo terremoto? Facciamo un fondo per le prossime calamità”. È un continuo rimandare. Ma noi abbiamo avuto i morti in questo terremoto e i morti non si possono dimenticare.

Uno dei concetti che spesso ripete è che il terremoto, in realtà, è un evento con responsabilità umana.

Sì, assolutamente. È un luogo comune dire che la calamità non si può governare o prevedere. Non si può prevedere il giorno, ma si può prevedere la probabilità. C’è una mappatura del territorio, c’è uno storico. Lo Stato non può pensare di prendere provvedimenti il giorno prima: deve fare prevenzione, per ridurre i danni e soprattutto le perdite umane. Questo luogo comune dell’evento imprevedibile non è giustificabile. Il Giappone ha una frequenza e una magnitudo di terremoti molto più alta della nostra, eppure i grattacieli non crollano e i morti non ci sono. Perché? Perché hanno fatto prevenzione. Le case vengono riammodernate o abbattute e ricostruite ogni 50-60 anni. Questo è il livello di civiltà. E le tecnologie che usano, indovina da dove vengono? Dall’Italia. Oltre al danno, la beffa.

Lei e sua moglie avete fatto del vostro dolore un atto culturale, oltre che civile e politico, in memoria di Filippo. 

Sì. Nella grande disperazione abbiamo deciso di non affondare completamente e di mantenere vivo il ricordo di Filippo attraverso le nostre azioni. Abbiamo fondato l’associazione Il Sorriso di Filippo, con la quale abbiamo fatto molte cose: borse di studio per ragazzi come lui, che si dedicavano anche alla musica, tornei sportivi, una rassegna libri annuale dedicata a temi sociali e di denuncia. E poi c’è il premio letterario nazionale, il nostro fiore all’occhiello, che vede partecipare ragazzi da tutta Italia dai 14 ai 18 anni. Ogni anno si cimentano su un tema diverso: amicizia, coraggio, responsabilità, bellezza, viaggi, musica, amore. Quest’anno il tema era la speranza. Perché nonostante tutto la speranza deve darci la spinta per migliorare questa società, che sembra andare verso il baratro ma che può ritrovare una strada, nella condivisione e nell’aiuto ai più deboli. L’associazione è diventata anche una famiglia. Si sono create reti di amicizia e solidarietà. 

In questo nuovo sciopero della fame avrà qualcuno al suo fianco?

Avrò sicuramente dei sostenitori, la rete che abbiamo costruito in questi anni e che è diventata una famiglia allargata. Mi auguro che anche i mezzi di comunicazione mettano in evidenza questa battaglia, perché riguarda tutti. Sono convinto che se fosse capitato a un parlamentare, si sarebbero mossi eccome.

Vuole fare un appello?

Qualcuno mi esorta a non iniziare questo ennesimo sciopero della fame, ma io mi conosco molto bene. L’unica arma che ho per interloquire con chi finora ha innalzato un muro di gomma è questa. Noi cittadini non abbiamo molti mezzi per entrare nel palazzo e parlare con chi, una volta entrato, forse si scorda della sua vita passata. Io faccio questo sciopero perché voglio parlare con queste persone e indurle a decidere qualcosa che serve a noi, ma serve anche a loro. Quando capita un evento così drammatico, riguarda tutti, non solo a chi ha perso qualcuno.

Credit foto Cecilia Fabiano/LaPresse 


















 

L'articolo Terremoto di Amatrice, lo sciopero della fame di un padre: «Lo Stato non dovrebbe dimenticare i familiari delle vittime» proviene da Vita.it.

  •  

Alleged Kimwolf Botmaster ‘Dort’ Arrested, Charged in U.S. and Canada

Canadian authorities on Wednesday arrested a 23-year-old Ottawa man on suspicion of building and operating Kimwolf, a fast spreading Internet-of-Things botnet that enslaved millions of devices for use in a series of massive distributed denial-of-service (DDoS) attacks over the past six months. KrebsOnSecurity publicly named the suspect in February 2026 after the accused launched a volley of DDoS, doxing and swatting campaigns against this author and a security researcher. He now faces criminal hacking charges in both Canada and the United States.

A criminal complaint unsealed today in an Alaska district court charges Jacob Butler, a.k.a. “Dort,” of Ottawa, Canada with operating the Kimwolf DDoS botnet. A statement from the Department of Justice says the complaint against Butler was unsealed following the defendant’s arrest in Canada by the Ontario Provincial Police pursuant to a U.S. extradition warrant. Butler is currently in Canadian custody awaiting an initial court hearing scheduled for early next week.

The government said Kimwolf targeted infected devices which were traditionally “firewalled” from the rest of the internet, such as digital photo frames and web cameras. The infected systems were then rented to other cybercriminals, or forced to participate in record-smashing DDoS attacks, as well as assaults that affected Internet address ranges for the Department of Defense. Consequently, the DoD’s Defense Criminal Investigative Service is investigating the case, with assistance from the FBI field office in Anchorage.

“KimWolf was tied to DDoS attacks which were measured at nearly 30 Terabits per second, a record in recorded DDoS attack volume,” the Justice Department statement reads. “These attacks resulted in financial losses which, for some victims, exceeded one million dollars. The KimWolf botnet is alleged to have issued over 25,000 attack commands.”

On March 19, U.S. authorities joined international law enforcement partners in seizing the technical infrastructure for Kimwolf and three other large DDoS botnets — named Aisuru, JackSkid and Mossad — that were all competing for the same pool of vulnerable devices.

On February 28, KrebsOnSecurity identified Butler as the Kimwolf botmaster after digging through his various email addresses, registrations on the cybercrime forums, and posts to public Telegram and Discord servers. However, Dort continued to threaten and harass researchers who helped track down his real-life identity and dramatically slow the spread of his botnet.

Dort claimed responsibility for at least two swatting attacks targeting the founder of Synthient, a security startup that helped to secure a widespread critical security weakness that Kimwolf was using to spread faster and more effectively than any other IoT botnet out there. Synthient was among many technology companies thanked by the Justice Department today, and Synthient’s founder Ben Brundage told KrebsOnSecurity he’s relieved Butler is in custody.

“Hopefully this will end the harassment,” Brundage said.

An excerpt from the criminal complaint against Butler, detailing how he ordered a swatting attack against Ben Brundage, the founder of the security firm Synthient.

The government says investigators connected Butler to the administration of the KimWolf botnet through IP address, online account information, transaction records, and online messaging application records obtained through the issuance of legal process. The criminal complaint against Butler (PDF) shows he did little to separate his real-life and cybercriminal identities (something we demonstrated in our February unmasking of Dort).

In April, the Justice Department joined authorities across Europe in seizing domain names tied to nearly four-dozen DDoS-for-hire services, although because of a bureaucratic mix-up the list of seized domains has remain sealed until today. The DOJ said at least one of those services collaborated with Butler’s Kimwolf botnet.

A statement from the Ontario Provincial Police said a search warrant was executed on March 19 at Butler’s address in Ottawa, where they seized multiple devices. As a result of that investigation, Butler was arrested and charged this week with unauthorized user of computer; possession of device to obtain unauthorized use of computer system or to commit mischief; and mischief in relation to computer data. He is scheduled to remain in custody until a hearing on May 26.

In the United States, Butler is facing one count of aiding and abetting computer intrusion. If extradited, tried and convicted in a U.S. court, Butler could face up to 10 years in prison, although that maximum sentence would likely be heavily tempered by considerations in the U.S. Sentencing Guidelines, which make allowances for mitigating factors such as youth, lack of criminal history and level of cooperation with investigators.

  •  

Attacco ai router Huawei dietro blackout telecom del Lussemburgo

Un attacco informatico basato su una vulnerabilità sconosciuta nei router enterprise di Huawei avrebbe causato nel 2025 uno dei più gravi incidenti infrastrutturali europei degli ultimi anni, provocando il collasso temporaneo dell’intera rete telecom del Lussemburgo. Secondo quanto riportato da Recorded Future News, l’incidente avrebbe coinvolto un comportamento non documentato del sistema operativo di rete […]

L'articolo Attacco ai router Huawei dietro blackout telecom del Lussemburgo proviene da Securityinfo.it.

  •  

bitume datajustice podcast

✇unit
di: Unit

logo-bitume

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

  •  

bitume datajustice diretta

✇unit
di: Unit

logo-bitume

Lunedì 18 novembre 2019 ore 21

Prima puntata di bitume, trasmissione radiofonica aperiodica a cura di unit hacklab di Milano.

L'approfondimento satirico della rivoluzione digitale.

Bitume parla di diritti digitali, di nuove forme di protesta incentrate sulla tecnologia, di media caldi e freddi, di server liberi, di hacking, di sicurezza …

  •  
❌