Scenica Festival nasce come momento intenso di proposta artistica, culturale e formativa, esplorazione tra le arti, spazio di scambio e confronto, laboratorio di idee ed esperienze. Nato nel 2009 come un piccolo esperimento, il festival è oggi un importante evento che con coraggio porta in Sicilia compagnie innovative provenienti da tutta Europa.Circo, teatro, musica, danza, performance, laboratori: Scenica è un contenitore dai molteplici aspetti e attento ai diversi linguaggi della scena contemporanea. Dal 2009 ad oggi Scenica è cresciuto in numero di spettacoli, in pubblico e in qualità della proposta, tentando sempre di sorprendere e sorprendersi. Il festival è sostenuto
edgar Morin lo abbiamo citato tutti almeno una volta, magari anche senza saperlo. «È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena», ripeteva instancabilmente, recuperando Montaigne. Che cosa significa esattamente quella frase? Può davvero racchiudere il lascito di Morin, morto il 29 maggio a 104 anni? O ci stiamo perdendo dei pezzi?
Morin è stato uno dei giganti della cultura e del pensiero, a livello mondiale. Filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese, tra le sue opere più significative ci sono La sfida della complessità (1985), La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforme del pensiero (1999) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2014). Il fulcro della sua epistemologia era il “pensiero della complessità” e spronava scuola e educatori a mettersi nella prospettiva di una conoscenza che superasse la separazione dei saperi.
«Quella riflessione sulla riforma dell’educazione, l’Unesco a Morin la chiese all’inizio del nuovo secolo: sono passati 25 anni e in Università siamo ancora ad insegnare come dovrebbe cambiare l’educazione. Il rammarico è questo», commenta Anna Lazzarini, professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo e membro del CRiSiCo – Centro di Ricerca sui Sistemi Complessi.
Partiamo da quella frase celebre: quali indicazioni concrete dà alla scuola e all’educazione affermare che “è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”?
Ben fatta è quella testa in cui il sapere non è semplicemente accumulato, ma disposto secondo principi di selezione e di organizzazione che gli diano senso. L’organizzazione delle conoscenze comporta senza dubbio operazioni di separazione (selezione, esclusione, opposizione, differenziazione), ma anche di interconnessione (congiunzione, inclusione, implicazione). La conoscenza comporta nello stesso tempo, in un processo circolare, separazione e interconnessione, analisi e sintesi. Nella nostra civiltà, invece è prevalsa la “separazione”. Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi.
Unificare ciò che è diviso, isolato, frammentato è una sfida educativa non più procrastinabile: la scuola deve perseguire l’integrazione reciproca fra i saperi e fra le esperienze per favorire una conoscenza all’altezza della complessità e della multidimensionalità degli oggetti da conoscere e dei problemi da affrontare oggi
Una testa ben fatta va al di là del sapere parcellizzato, riconnettendo sapere umanistico e sapere scientifico, mettendo fine alla separazione fra le due culture e consentendo così di rispondere alle sfide poste dalla complessità dei problemi sociali, politici, economici, culturali, ambientali, tecnologici. Formare teste ben fatte allora significa stimolare e valorizzare costantemente la curiosità, l’amore per la scoperta e per l’investigazione, facoltà decisive per l’infanzia e l’adolescenza. La scuola deve orientare queste facoltà sui problemi fondamentali della nostra stessa condizione e del nostro tempo.
Anna Lazzarini, ordinaria di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo
Morin ci ha lasciato tante espressioni di successo – il tema della complessità, i sette saperi necessari per l’educazione del futuro, la comunità di destino – che evidentemente hanno colto tratti del nostro tempo, tant’è che ci sono diventate molto familiari, anche solo per sentito dire. Volendo andare un po’ più in profondità, per chi non conosce davvero il pensiero di Morin ma ha solo queste “etichette”, qual è la sua più grande eredità?
Credo che la lezione più preziosa di Edgar Morin sia quella epistemologica, che riguarda proprio la necessità di problematizzare la conoscenza, ossia di mettere in discussione il nostro modo di conoscere. La “conoscenza della conoscenza”, diceva, dovrebbe essere studiata a scuola: dovremmo avere consapevolezza dei limiti e delle possibilità della nostra conoscenza, della inevitabilità degli errori e anche della loro funzione euristica all’interno dei processi conoscitivi e di apprendimento. Oggi si è creato un preoccupante divario fra i problemi che dobbiamo affrontare nella nuova condizione planetaria e lo stato attuale delle conoscenze, nonché le modalità di organizzazione di queste conoscenze. Il nostro modo di pensare è infatti legato al paradigma della “semplificazione”: abbiamo pensato di risolvere e dissolvere la complessità del mondo con la semplificazione, per mezzo della scomposizione della realtà in unità elementari, dell’isolamento dell’oggetto dal suo contesto, della linearità causa-effetto.
I modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare
Invece?
Invece i problemi globali sono multidimensionali, sistemici, trasversali, transnazionali. Se l’approccio conoscitivo prevalente consiste nel dividere, parcellizzare, isolare… più i problemi diventano multidimensionali e più è difficile affrontarli, per la difficoltà a comprenderli nella loro complessità, nella loro molteplicità di aspetti fra loro irriducibilmente intrecciati. Significa che i modi di pensare che utilizziamo per comprendere e trovare soluzioni ai problemi più gravi del nostro tempo costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che abbiamo per le mani e che dobbiamo affrontare. L’ostacolo maggiore alla comprensione delle tante crisi dei nostri giorni non sta solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra modalità di conoscenza.
Che si può fare?
La grande sfida culturale dei nostri giorni è cominciare a colmare questo divario drammatico, rendendo il sapere più adeguato al contesto in cui esso dovrebbe portare benefici. La sfida diviene quella di delineare un nuovo paradigma che sappia formulare i problemi da affrontare come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni irriducibilmente intrecciate fra loro. L’invito di Edgar Morin è dunque radicale e consiste nel cambiare il nostro sguardo sul mondo, innanzitutto problematizzando il modo in cui lo abbiamo conosciuto attraverso la nostra formazione disciplinare. La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere, dunque, il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa.
La riforma di paradigma verso cui orientarsi dovrà vedere il pensiero che connette prendere il posto del pensiero che separa. La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale
Che ruolo può avere la scuola in questo cambio di paradigma?
La scuola oggi è chiamata al ruolo di protagonista in questa opera di riforma epocale: l’urgenza vitale dei nostri giorni è quella di “educare all’era planetaria”, perché ogni individuo e ogni comunità si possa fare carico della condizione di “cittadinanza terrestre”. Per Morin è cruciale una triplice riforma: una riforma del nostro modo di conoscere, una riforma del nostro modo di pensare, una riforma del nostro modo di insegnare. Sono tre riforme interdipendenti.
Qual è la critica più radicale che Morin ha mosso al sistema educativo? Quella più sfidante, che a parole si fa finta di plaudire ma poi non si prova nemmeno a mettere in pratica, perché mette in discussione troppo del nostro comodo “si è sempre fatto così”?
La tradizione di pensiero che ha fino ad oggi continuato a ispirare la scuola è basata sul metodo che riduce il complesso al semplice, che separa ciò che è legato, che elimina tutto ciò che apporta disordine e contraddizione al processo di comprensione. La scuola e l’università ci insegnano a separare (gli oggetti dal loro ambiente, le discipline le une dalle altre), ma non – o molto raramente – a collegare, a interconnettere i saperi e gli approcci. Si continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. La separazione delle discipline ci rende incapaci di cogliere “ciò che è tessuto insieme”, vale a dire, secondo il significato originario del termine, il complesso. Ma oggi, dinanzi alla frammentazione dei saperi, allo sgretolamento delle stesse discipline in sotto-settori e micro-settori dagli orizzonti sempre più limitati, si moltiplicano gli ostacoli e gli impedimenti alla comunicazione fra cultori di discipline diverse, che impediscono a ciascuno di comprendere i problemi nella loro complessità. Gli oggetti di studio più complessi, sia in ambito scientifico sia in ambito umanistico, non possono che essere affrontati attraverso l’intreccio delle discipline e dei molteplici punti di vista. Naturalmente la padronanza dei metodi e dei linguaggi delle singole discipline è fondamentale, perché ci permette di avere una rete di riferimenti culturali solidi grazie ai quali affrontare un mondo complesso e in constante cambiamento. Tuttavia, è altrettanto importante la conoscenza del carattere evolutivo e storicamente determinato dei metodi e dei linguaggi, che ci deve condurre a mettere in relazione i saperi fra loro, e i saperi con gli scenari storici, sociali e politici. L’incontro con altre discipline, la pratica dell’interdisciplinarità e soprattutto della transdisciplinarità sono la strada maestra per individuare i problemi fondamentali e per pensarli nella loro reale articolazione, al di fuori di schematismi e riduzionismi che finiscono per pregiudicare la nostra capacità di comprensione e quindi di azione.
Le riflessioni pedagogiche in Morin dialogano con la concretezza della vita relazionale, con i concetti di interdipendenza, di responsabilità, di responsabilità nell’incertezza e di comunità di destino… Un intreccio forte con la dimensione politica.
La possibilità di questo dialogo sta nell’ispirazione profondamente e autenticamente politica del pensiero di Morin. “Umanizzare l’umano”, singolare e plurale, nella sua co-appartenenza alla Terra e indissolubilmente legato al suo destino: questo mi sembra il programma di vita e di pensiero che questa figura straordinaria di studioso, maestro, intellettuale e scrittore ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra. Certo non qualunque politica, ma quella che Morin chiama “politica di civiltà” o “antropolitica”, per concepire e praticare la quale si rende necessaria la riforma del pensiero che, attraverso il “metodo” della complessità, provveda all’intreccio di conoscenze in grado di restituire l’immagine di un mondo costituito di interconnessioni e tessiture molteplici. Per Edgar Morin, solo una politica di civiltà si trova a rispondere del destino e del divenire dell’uomo nel mondo e del pianeta stesso nell’epoca globale.
“Umanizzare l’umano” mi sembra il programma di vita e di pensiero che questo straordinario maestro ci consegna. La politica è, in ultima analisi, il dispositivo di umanizzazione di cui possiamo disporre, quale capacità di reimmaginare gli ordini possibili della convivenza umana sulla Terra
Qual è la via?
È proprio in La Voie, la via, che il suo programma di umanizzazione si fa radicale. Di fronte alla possibilità dell’annientamento, la politica dell’uomo impone l’imperativo: cambiare via. Qui Morin delinea un affresco di riforme politiche, nel senso più autentico del termine, poiché attengono alla possibilità stessa della convivenza umana sulla Terra: sbarazzandosi dell’idea di sviluppo (e di progresso), mito dell’occidente, troppo invischiata nella logica tecno-economica, che pretende di misurare la qualità con la quantità; promuovendo un’economia plurale; valorizzando la creatività insita nelle diversità; proteggendo la biosfera; ricercando soluzioni alle policrisi in cui siamo caduti. Nei suoi ultimi libri delinea un quadro che chiarissimo: siamo legati da una comunità di destino planetaria, segnata da pericoli comuni prodotti da un aumento di potenza tecnologica e di interdipendenza, che minacciano la vita sulla Terra nel suo insieme. Nell’orizzonte di un umanesimo rigenerato, volto a sviluppare l’unità della diversità umana e la responsabilità di tutti i cittadini nei confronti della Terra-Patria, è necessario affermare il dovere della fraternità, che «deve diventare il cammino, il nostro cammino, quello dell’avventura umana». Con la fiducia nella capacità di agire, anche nel senso di cambiare via, di cambiare strada, nella possibilità di ricostruire lo spazio dell’essere insieme, entro forme nuove di convivialità, e anche nell’improbabilità creativa della storia, Edgar Morin ancora una volta ha tracciato il cammino.
In apertura, Edgar Morin durante i festeggiamenti per i suoi 100 anni al quartier generale dell’UNESCO a Parigi il 2 luglio 2021 (AP Photo/Michel Euler)
Oggi tremenda giornata. Di quelle che non vorresti mai vivere. Apprendo della morte, ieri, di Edgar Morin a 104 anni, un bel numero. Il Cavalier Marino Golinelli mi/ci lasciò a quasi 102.
Ma non ci si abitua mai alla idea di non poter più toccare con mano le persone che fino ad un attimo fa erano lì, una presenza materica e, in questi casi, totemica, a cui appigliarsi in cerca di conforto nei momenti più difficili, e con cui gioire nei momenti dì entusiasmo.
E comunque sono e saranno ancora con noi sempre. I totem culturali non abdicano, i loro messaggi vanno oltre la loro corporeità.
Fra Marino ed Edgar
Golinelli e Morin, il primo l’ho conosciuto e ci ho convissuto 13 ore al giorno per 13 anni, quasi tutti i giorni ad eccezione delle ferie; il secondo l’ho conosciuto perché – pur non avendolo mai incontrato (provammo ad invitarlo a Bologna ma gli spostamenti non gli erano più agili) – mi sono abbeverato con costanza e perizia al suo pensiero – sempre, anche nei periodi delle ferie – e l’ho messo sempre in pratica nel fornire il mio contributo alla declinazione pratica delle progettualità educative e formative che da anni portiamo avanti come Fondazione.
Garin all’Eliseo – foto di Yoan Valat, Pool Photo via AP/LaPresse
Li accosto tute e due dunque non solo per questioni di genetliaco. Educare per l’era planetaria, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Educare gli educatori, tre titoli che recupero alla mente facilmente, a titolo solo esemplificativo, piccole briciole di una produzione intellettuale sterminata. Ma che ci dicono una cosa: che si può arrivare ad una idea di Comunità di destino planetaria, da punti di vista lontani, da identità e storie culturali apparentemente distanti, ma che le grandi traiettorie umane dall’ “origine al destino”, sanno essere anche convergenti lungo gli asintoti della storia. E se Papa Bergoglio ed Edgar Morin hanno affinato questo comune convincimento pronunciandone la stessa definizione, a partire dai loro percorsi intellettuali, e alla ricerca di una ontologia della verità, non credo che abbiamo bisogno oggi di molte altre voci per convincerci che quella da loro indicata possa essere la strada valida e necessaria.
Il rumore di queste potenti voci del ‘900, in particolare di quella che oggi si spezza solo nel suo incarnato, diventano dunque ancora più potenti e assedianti per coloro i quali stanno belligerando, certamente non certo per motivi epistemologici, ma bensì per «capitalismo estetico le cui strategie di potere mirano ad installarsi nelle nostre carni della percezione».
Allora non dimentichiamoci: ipseità (non certamente solipsismo), intelligenza di esserci, solidarietà, reciprocità. Queste parole siano oggi in ostaggio alle nostre abluzioni votive, ai nostri incensi profumati accesi nei bracieri in onore di Edgar Morin.
Lanzinger, uno scienziato appassionato al racconto
Dal momento che, purtroppo, le disgrazie non vengono mai da sole, oggi – nelle stesse ore – siamo costretti anche ad essere testimoni della mancanza di Michele Lanzinger, scienziato, divulgatore, ricercatore: a lui si deve molto – e non solo – per il progetto del museo della scienza Muse di Trento.
Anche in questo caso unisco la sua figura al ricordo al Cavalier Golinelli.
E penso con affetto e nostalgia ad una fase che per Fondazione Golinelli è stata vissuta da protagonista assieme a tanti altri attori nazionali, dai primi anni 2000 al 2010 – 2012 circa: in Italia i grandi centri della scienza si adoperavano e si rincorrevano facendo a gara per i migliori progetti di diffusione della cultura scientifica. Il Museo della scienza e della tecnica di Milano, il Post di Perugia, il Muse – di cui ricordo ancora il giorno della inaugurazione a Trento – la Città della scienza di Napoli, lo Science centre Immaginario Scientifico a Trieste, i grandi festival della Scienza di Genova e Bergamo, e la Scienza in Piazza di Fondazione Golinelli, per citare alcuni esempi. Una stagione di passione, di divulgazione della cultura in diversi formati portata avanti da appassionati, ricercatori, professori, studenti e tante famiglie che a milioni ancora frequentano questi luoghi, questi tempi, questi spazi.
Nella foto, da sinistra,: Michele Lanzinger, Maurizio Fugatti, Stefano Zecchi, Mikro Bisesti in occasione dei 10 anni del Muse di Trento – ifoto Alessandro Eccel/LaPresse
La storia recente della Fondazione Golinelli affonda le radici in quella passione, che poi si è evoluta e trasformata ulteriormente con Opificio Golinelli, dal 2015 ai giorni nostri, con lo sguardo al 2065 come Marino Golinelli ci ha indicato.
Un compagno di viaggio
Ma oggi un altro compagno di viaggio ci ha lasciati, e dobbiamo ricordarlo con stima ed affetto, e dobbiamo fermarci un secondo a riflettere. Ho visto Michele alcuni mesi fa a Lucca, sempre appassionato nel portare avanti una nuova avventura, con cui promuoveva lo scambio di conoscenze e pratiche tra i grandi musei e operatori culturali pubblici e privati italiani. Era sorridente sereno, ricco di entusiasmo, lo stesso di quando l’ho conosciuto oltre quindici anni fa.
Compagni di viaggio, compagni di vita, protagonisti della Cultura (italiana, europea e mondiale) che oggi è un poco più sola, ma grazie al loro lascito, sicuramente più ricca.
In apertura Edgar Garin e Michele Lanzinger in un collage realizzato da foto LaPresse.
Di Patrizia Pisino per ComeDonChisciotte.org Per secoli l’archeologia ufficiale ha liquidato le grandi opere in pietra del passato come risposte a bisogni puramente materiali o, peggio, come casuali capricci dell’erosione. Tuttavia, l’altopiano della Sila custodisce un segreto che sfida questa visione riduzionista classica. Nel cuore della Calabria si dipana un filo conduttore unico […]
Nel mondo circa 840 milioni di donne (quasi una su tre) hanno subito almeno una volta nella vita violenza fisica o sessuale da parte di partner o non partner: è quanto emerge dal rapporto congiunto tra Unicef, Oms, UN Women, Unfpa, Hrp, Unodc e Undesa diffuso a novembre 2025. Un fenomeno che continua ad avere conseguenze profonde sul benessere psicologico, sull’autonomia economica e sulla partecipazione sociale femminile.
Per supportare percorsi di sostegno, empowerment e inclusione sociale, c’è un nuovo strumento digitale, sviluppato tra Italia, Romania e Macedonia del Nord. È il toolkit di COSAm – Competence Self-Assessment Map: Applying Narrative Approach to re-skill vulnerable Women, un progetto europeo guidato da Fondazione Libellula e sostenuto dall’Agenzia nazionale Erasmus+ Indire. Una raccolta operativa di metodologie, attività e dispositivi digitali per chi opera in ambito educativo e sociale e nell’accompagnamento di donne in condizione di vulnerabilità.
Raccontarsi per rafforzare l’autonomia
In 16 mesi di lavoro, COSAm ha sviluppato una metodologia basata sulla pedagogia narrativa e sull’utilizzo di strumenti digitali accessibili per trasformare il racconto autobiografico in una leva concreta di consapevolezza, orientamento e valorizzazione delle competenze personali e professionali. Cofinanziato dal programma Erasmus+ e realizzato da Fondazione Libellula nel ruolo di capofila insieme a Tiber Umbria Comett Education Programme (Italia), Alternative Sociale Asociatia (Romania) e Macedonian Association for Applied Psychology (Macedonia del Nord), ha generato una vera e propria cassetta degli attrezzi. Si rivolge a personale educativo e sociale, operatori e operatrici dei centri antiviolenza e realtà del Terzo settore, con strumenti pratici di narrazione autobiografica, storytelling digitale e percorsi di autoriflessione accessibili anche a persone con bassa alfabetizzazione tecnologica.
Abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni delle donne. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale
Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula
«Il confronto tra Italia, Romania e Macedonia del Nord ci ha mostrato quanto le condizioni di vulnerabilità possano assumere forme diverse e al tempo stesso evidenziare bisogni comuni», spiega Maria Francesca D’Alia, social development coordinator di Fondazione Libellula. «Molte delle donne coinvolte nel progetto affrontano contemporaneamente fragilità economiche, responsabilità di cura, isolamento sociale e conseguenze legate a esperienze di violenza o discriminazione. La presenza di figli a carico, ad esempio, incide fortemente nei percorsi di autonomia e reinserimento. Attraverso COSAm abbiamo lavorato per costruire strumenti accessibili e culturalmente sensibili, partendo da un’analisi dei bisogni. Il toolkit nasce da questo approccio: fornire a chi opera nel settore educativo e sociale metodologie pratiche per accompagnare percorsi di ricostruzione personale».
“Situational Awareness (SA): vedere prima, reagire meglio”
Nel mondo del prepping si tende spesso a concentrare l’attenzione su scorte, attrezzature e piani di emergenza. Tutti elementi importanti, ma non sufficienti. La vera base della preparazione individuale e familiare è una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza situazionale, nota anche come situational awareness.
Essere consapevoli di ciò che accade intorno a noi, comprenderne il significato e anticiparne le possibili evoluzioni consente di ridurre i rischi, evitare decisioni impulsive e affrontare le emergenze in modo razionale, senza ricorrere a comportamenti estremi o allarmistici.
Questo concetto è pienamente coerente con la cultura della protezione civile, che pone al centro la prevenzione, l’autoprotezione e il comportamento responsabile del cittadino prima, durante e dopo un’emergenza.
Cos’è la consapevolezza situazionale
La consapevolezza situazionale è la capacità di osservare l’ambiente, interpretare correttamente le informazioni disponibili e valutare come una situazione potrebbe evolvere nel tempo. È un principio adottato in ambiti come l’aviazione, la sanità d’emergenza e la protezione civile, dove la corretta lettura del contesto è fondamentale per ridurre il rischio e coordinare interventi efficaci.
Nel prepping civile, questa competenza consente di anticipare criticità e adottare comportamenti adeguati, in linea con le indicazioni delle autorità competenti.
I livelli della Situational Awareness (SA)
La consapevolezza situazionale può essere descritta attraverso tre livelli progressivi, pienamente compatibili con l’approccio della protezione civile.
I livelli sono:
Percezione
Comprensione
Proiezione
Questo concetto è ampiamente utilizzato in ambito aeronautico, militare, sanitario e nella protezione civile, ma risulta altrettanto applicabile alla vita quotidiana e al prepping civile.
1) La Percezione
Il primo livello è la percezione:
ciò che si vede
ciò che si sente
ciò che cambia rispetto alla normalità
Consiste nel notare ciò che accade e ciò che cambia rispetto alla normalità. Segnali come un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica, un traffico anomalo o l’indisponibilità di servizi essenziali rappresentano elementi che, se osservati con attenzione, permettono una prima valutazione della situazione.
Esempi concreti possono essere:
un’interruzione improvvisa dell’energia elettrica
strade insolitamente congestionate
servizi pubblici non operativi
comportamenti anomali delle persone
Riconoscere ciò che non rientra nella routine è il primo passo verso una corretta valutazione del rischio.
2) La Comprensione
Il secondo livello è la comprensione:
è un evento isolato o diffuso?
è temporaneo o potrebbe protrarsi?
è già accaduto in passato?
In questa fase si attribuisce un significato a ciò che si è osservato. Un blackout che coinvolge più comuni, come accaduto in diverse aree d’Italia, non è solo un disagio temporaneo, ma un evento che può avere conseguenze su mobilità, comunicazioni e accesso ai servizi. È lo stesso principio utilizzato dalla protezione civile per distinguere un evento locale da una criticità più ampia.
Esempi concreti di disagi possono essere:
approvvigionamenti
mobilità
comunicazioni
sicurezza
3) La Proiezione
Il terzo livello è la proiezione e riguarda la previsione degli sviluppi:
cosa potrebbe accadere nelle prossime ore?
quali servizi potrebbero interrompersi?
quali effetti secondari potrebbero manifestarsi?
Ovvero la capacità di anticipare possibili sviluppi. Durante eventi come alluvioni, frane, ondate di calore o forti perturbazioni meteo, prevedere gli effetti secondari consente di adottare comportamenti di autoprotezione e di non ostacolare eventuali operazioni di soccorso.
Consapevolezza situazionale e sicurezza personale nei contesti sociali
Quando si parla di pericoli, spesso si pensa a eventi eccezionali o a scenari estremi. In realtà, molte delle situazioni più rischiose nascono in contesti assolutamente ordinari: una piazza affollata, un concerto, una discoteca, una manifestazione, una serata di festa. Nella maggior parte dei casi, non è l’evento in sé a trasformarsi in tragedia, ma il modo in cui le persone reagiscono quando qualcosa cambia improvvisamente.
La consapevolezza situazionale è proprio questo: la capacità di leggere ciò che sta accadendo intorno a noi, coglierne i segnali iniziali e capire quando è il momento di allontanarsi prima che una situazione diventi pericolosa.
Molti episodi avvenuti negli ultimi anni, come il panico in Piazza San Carlo a Torino nel giugno del 2017 o diversi incidenti in locali e discoteche, mostrano un elemento comune: il pericolo non nasce sempre da un crollo, da un incendio o da un’aggressione, ma dalla dinamica della folla. Quando le persone si spaventano tutte insieme, il movimento collettivo diventa incontrollabile. A quel punto non conta più quanto si è forti o veloci: si viene semplicemente trascinati.
Un caso reale: Piazza San Carlo a Torino
Senza ripercorrere nel dettaglio i fatti avvenuti in Piazza San Carlo a Torino, si vuole portare all’attenzione del lettore una conseguenza significativa della fuga incontrollata della folla. Dopo il diradamento delle persone e quando la macchina dei soccorsi è riuscita ad agire, si è infatti verificato un consistente ritrovamento e conseguente accumulo di scarpe e calzature di vario tipo (vedi foto). Nel video dell’articolo linkato è inoltre possibile osservare chiaramente l’effetto della cosiddetta “marea umana”.
Questo elemento, apparentemente secondario, è in realtà molto significativo. In caso di calca dovuta al cosiddetto effetto “marea umana”, è estremamente facile perdere le calzature, che rappresentano l’unica protezione dei piedi contro oggetti taglienti come cocci di vetro o altri materiali presenti a terra. La perdita delle scarpe aumenta in modo rilevante il rischio di ferimenti e, di conseguenza, anche il rischio di cadute. In un contesto di movimento incontrollato della folla, una caduta può rapidamente trasformarsi in una situazione potenzialmente letale a causa del calpestamento.
Questo episodio mostra in modo molto chiaro che, in simili contesti, la consapevolezza situazionale non serve a “gestire” il panico quando è ormai in atto, ma soprattutto a non trovarsi all’interno della dinamica di panico quando questa si innesca.
fonte Rai News
Considerazioni preventive
La prima e più efficace misura di riduzione del rischio sarebbe stata evitare di trovarsi in una situazione di questo tipo. Per la natura stessa dell’evento, il rischio di comportamenti violenti o di movimenti di massa incontrollati era oggettivamente elevato. È tuttavia importante ricordare che dinamiche simili possono verificarsi anche in contesti ritenuti meno critici, come mercatini, sagre paesane o altri eventi molto affollati.
In termini pratici, alcune semplici attenzioni avrebbero potuto ridurre l’esposizione al rischio:
osservare preventivamente la conformazione dell’area e individuare non solo le vie di uscita principali, ma anche passaggi secondari o meno evidenti, tenendo conto che il comportamento istintivo porta la maggior parte delle persone a dirigersi verso gli spazi più ampi, con conseguente formazione di colli di bottiglia;
mantenersi, per quanto possibile, in prossimità delle vie di fuga già individuate, in modo da poter lasciare l’area tempestivamente ai primi segnali di criticità, evitando di essere coinvolti nel movimento della massa;
in presenza di grandi assembramenti, scegliere un abbigliamento adeguato e in particolare calzature chiuse e ben allacciate, che riducano il rischio di sfilarsi e garantiscano una migliore protezione del piede in caso di spinta o di presenza di oggetti a terra.
Un caso reale:tragedia Crans Montana
Altro caso reale è la tragedia avvenuta nella discoteca di Crans-Montana, è utile soffermarsi su alcuni elementi che aiutano a comprendere come, in contesti chiusi e molto affollati, il rischio principale non sia rappresentato solo dall’evento iniziale, ma soprattutto dalle conseguenze che esso genera in termini di comportamento collettivo e gestione dello spazio.
In situazioni di questo tipo, caratterizzate da elevata densità di persone, scarsa visibilità, rumore e stimoli sensoriali intensi, anche un evento inizialmente limitato — come un principio d’incendio, del fumo o un guasto tecnico — può innescare una reazione a catena estremamente rapida. Inoltre anche l’osservazione delle condizioni del luogo che si va ad occupare per l’evento può lasciare adito a considerazioni personali sulla effettiva sicurezza che questo luogo possa avere. Il panico, unito alla necessità istintiva di allontanarsi dal pericolo, porta molte persone a muoversi simultaneamente verso le stesse vie di uscita, generando sovraffollamento, compressione e, nei casi peggiori, situazioni di schiacciamento.
In ambienti chiusi, la perdita di orientamento è uno dei primi effetti collaterali del panico. La combinazione di luci, fumo, musica ad alto volume, struttura non correttamente adeguata alle norme di sicurezza e confusione rende difficile comprendere dove ci si trovi e quale sia il percorso più sicuro per uscire. In queste condizioni, le persone tendono a seguire il flusso della massa, anche quando questo conduce verso colli di bottiglia o zone già congestionate, aggravando ulteriormente la situazione.
Questo tipo di eventi mostra con chiarezza come, in contesti ad alta densità di persone, il fattore critico non sia solo la presenza del pericolo, ma la dinamica della folla che si genera in risposta ad esso.
Considerazioni preventive
Dal punto di vista della prevenzione individuale, alcune semplici attenzioni possono contribuire a ridurre l’esposizione al rischio in contesti simili:
Effetto Spettatore
evitare ambienti eccessivamente affollati o che trasmettono una sensazione generale di sovraccarico e disorganizzazione;
individuare sempre, al momento dell’ingresso, le uscite principali e secondarie, e mantenere una minima consapevolezza della propria posizione rispetto ad esse;
farsi subito un’idea se il locale effettivamente è sicuro e idoneo al tipo di evento a cui si partecipa, verificare la presenza dei presidi di sicurezza minimi (estintori, illuminazione di emergenza, cassette primo soccorso, etc), in caso di assenza di presidi è consigliabile desistere dal permanere nel locale in questione.
evitare di posizionarsi stabilmente in zone che appaiono già congestionate o difficili da attraversare;
prestare attenzione ai primi segnali di anomalia e non rimandare la decisione di allontanarsi confidando che la situazione si risolva da sola (pregiudizio di normalità) o siano gli altri a risolverla (effetto spettatore).
Anche in questo caso, emerge con chiarezza un principio fondamentale: chi si muove per tempo spesso riesce a evitare di trovarsi coinvolto nella fase più pericolosa dell’evento.
Una lezione generale
La tragedia di Crans-Montana, come altri eventi simili, ricorda che nei luoghi chiusi e affollati il rischio maggiore non è quasi mai legato solo all’evento iniziale, ma alla combinazione tra locali inadeguati, panico, disorientamento e dinamiche di massa.
La consapevolezza situazionale, intesa come attenzione all’ambiente e capacità di riconoscere per tempo i segnali di criticità, rappresenta uno degli strumenti più semplici ed efficaci per ridurre l’esposizione a questo tipo di rischi.
Spesso i segnali ci sono. Prima che una situazione degeneri, l’ambiente cambia: il rumore aumenta, le persone iniziano a voltarsi tutte nella stessa direzione, si percepisce tensione, qualcuno inizia a spingere o a muoversi in modo disordinato. Chi è completamente immerso nel proprio telefono o distratto da quello che sta facendo tende a non notare nulla. Chi invece mantiene un minimo di attenzione all’ambiente circostante si accorge che qualcosa non va, quando c’è ancora tempo per allontanarsi con calma.
Lo stesso principio vale per i rischi di aggressione o rapina. Questi eventi raramente avvengono “dal nulla”. Nella maggior parte dei casi sono preceduti da una fase di osservazione, in cui qualcuno cerca una persona distratta, isolata o disorientata. Una persona che cammina con aria consapevole, che guarda intorno a sé e che sembra sapere dove sta andando, è molto meno attraente come bersaglio rispetto a chi appare completamente assorbito dal telefono o spaesato.
Anche nei locali affollati o nei grandi eventi, la consapevolezza situazionale comincia ancora prima che succeda qualcosa. Entrare in un posto e notare dove sono le uscite, quali sono i passaggi più stretti, dove si concentra più gente, non è paranoia: è semplice buon senso. Se durante la serata si vede che una zona diventa eccessivamente piena, che si fa fatica a muoversi o a respirare, quello è già un segnale di rischio. Oltre una certa densità, le persone smettono di muoversi come individui e iniziano a muoversi come una massa. In quel momento, il controllo personale si riduce drasticamente.
Uno degli errori più comuni è pensare: “Aspetto ancora un attimo e vedo come va”. Purtroppo, quando la situazione peggiora davvero, non c’è più tempo per decidere. Chi si muove per tempo, invece, spesso riesce semplicemente ad andarsene senza nemmeno capire, se non dopo, quanto fosse vicino al problema.
In fondo, la consapevolezza situazionale non è uno stato di allerta permanente e non significa vivere con paura. Significa mantenere un filo di attenzione verso l’ambiente in cui ci si trova, sufficiente per riconoscere quando qualcosa sta cambiando in modo anomalo.
La sua funzione più importante non è aiutare a reagire nel caos, ma evitare di trovarsi nel caos.
Ed è proprio questo che la rende uno degli strumenti più semplici e più efficaci di prevenzione personale e collettiva.
Nei prossimi articoli affronteremo alcuni aspetti psicologici della Consapevolezza Situazionale, tra cui il Gray Man, Normai Bias, Effetto spettatore etc.
Perché la consapevolezza situazionale è centrale nel prepping
Nel contesto italiano, caratterizzato da un territorio fragile e da una frequente esposizione a rischi naturali, la consapevolezza situazionale rappresenta uno strumento fondamentale di prevenzione non strutturale, esattamente come promosso dalla protezione civile.
Essere consapevoli significa:
ridurre la probabilità di esporsi inutilmente al rischio
alleggerire la pressione sui servizi di emergenza
favorire una gestione ordinata e collaborativa delle situazioni critiche
Inoltre la consapevolezza situazionale permette di:
intervenire prima che l’emergenza diventi critica
proteggere la propria famiglia
utilizzare in modo efficiente le risorse disponibili
mantenere lucidità anche in situazioni stressanti
Molte emergenze non diventano crisi per chi riesce a leggere correttamente i segnali iniziali.
Il prepper consapevole non si sostituisce alle istituzioni, ma collabora indirettamente attraverso comportamenti corretti e responsabili.
Applicazione nella vita quotidiana
La consapevolezza situazionale non equivale a vivere in costante allerta. È invece una forma di attenzione equilibrata, simile a quella promossa nelle campagne di informazione della protezione civile.
Al contrario, si basa su:
osservazione calma
attenzione selettiva
conoscenza della normalità
Conoscere il territorio in cui si vive, i principali rischi locali (idrogeologici, sismici, climatici) e le procedure di emergenza previste dal proprio comune consente di riconoscere più facilmente le anomalie e di reagire in modo appropriato.
Anche semplici abitudini quotidiane contribuiscono a rafforzare questa capacità, rendendo il cittadino parte attiva del sistema di protezione civile.
Alcuni esempi pratici:
osservare le uscite quando si entra in un luogo
notare comportamenti fuori contesto
ascoltare le comunicazioni ufficiali, senza ignorare i segnali locali
conoscere la normalità per riconoscere l’anomalia
Errori comuni da evitare
Una cattiva applicazione della consapevolezza situazionale può risultare controproducente. Tra gli errori più frequenti si riscontrano:
l’ipervigilanza, che genera stress e decisioni affrettate
la sottovalutazione del rischio, in contrasto con il principio di prevenzione
l’uso di fonti non ufficiali o non verificate
la dipendenza esclusiva dalla tecnologia, che può non essere disponibile in emergenza
La protezione civile insegna che informazione corretta e comportamento adeguato sono elementi chiave della sicurezza.
Come allenare la consapevolezza situazionale
Allenare questa competenza significa sviluppare una mentalità preventiva. Osservare l’ambiente, analizzare eventi passati e conoscere i piani comunali di emergenza permette di costruire una base solida di consapevolezza. Anche la partecipazione a esercitazioni, incontri informativi o attività di volontariato contribuisce a rafforzare questa capacità.
Più avanti si affronteranno anche esercizi per affinare la propria SA, come ad esempio:
il Gioco di Kim
LA visione Periferica
Caccia agli Oggetti
OODA Loop
Prepararsi non significa aspettarsi il peggio, ma sapere cosa fare se accade.
Box – Cosa fare prima, durante e dopo
La consapevolezza situazionale accompagna ogni fase dell’emergenza.
Prima Prima che si verifichi un evento, è fondamentale conoscere il territorio, i principali rischi locali e le procedure di emergenza. Informarsi attraverso canali ufficiali, preparare un piano familiare e osservare i segnali precoci consente di agire con anticipo e lucidità.
Durante Durante l’emergenza, la priorità è mantenere la calma, valutare l’evoluzione della situazione e adottare comportamenti di autoprotezione. Seguire le indicazioni delle autorità, evitare spostamenti inutili e non diffondere informazioni non verificate contribuisce alla sicurezza propria e al buon funzionamento del sistema di soccorso.
Dopo Dopo l’evento, la consapevolezza situazionale aiuta a comprendere quando il pericolo è realmente cessato. È importante continuare a informarsi, verificare eventuali danni, evitare zone a rischio e collaborare con
Box – Consigli AIP
In linea con i principi della protezione civile, l’Associazione Italiana Prepper suggerisce di:
conoscere i rischi del proprio territorio
informarsi attraverso canali ufficiali
adottare comportamenti di autoprotezione
mantenere calma e lucidità
evitare azioni che possano intralciare i soccorsi
La consapevolezza situazionale è uno strumento di responsabilità individuale al servizio della sicurezza collettiva.
Conclusione
Nel prepping moderno, la consapevolezza situazionale rappresenta la prima e più importante risorsa. Scorte e strumenti sono utili, ma senza la capacità di comprendere la realtà e anticiparne le evoluzioni perdono gran parte della loro efficacia.
Essere prepper significa essere attenti, informati e responsabili, contribuendo alla propria sicurezza e a quella della comunità.
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Lev Tolstoj, nel suo racconto I cosacchi, così descrive la prima penetrazione del mondo russo nell’area caucasica: “Molto, molto tempo fa i loro avi, vecchi credenti, scapparono dalla Russia e si stabilirono oltre il Terek, tra i ceceni del Greben’, la prima striscia di montagne boschive della Grande Cecenia. Vivendo tra i ceceni, i cosacchi si mescolarono con loro e si appropriarono delle usanze, del modo di vita e dei gusti dei montanari; ma mantennero anche lì, in tutta la sua bellezza primitiva, la lingua russa e la vecchia fede. La leggenda ancora oggi più viva tra i cosacchi dice che lo zar Ivan il Terribile venne sul Terek, chiamò a sé dal Greben’ i vecchi, regalò loro la terra da questo lato del fiume, lì esorto a vivere in pace e promise di non costringerli né alla sudditanza, né a cambiare la fede. Ancora oggi le stirpi cosacche si considerano dello stesso ceppo dei ceceni e l’amore per la libertà, per l’ozio, per il saccheggio e per la guerra costituisce il tratto principale del loro carattere”.
Tolstoj, come noto, militò nel corpo di spedizione dello Zar in Caucaso, nel corso della guerra pluridecennale che infiammò la regione a metà del XIX secolo ed almeno fino al 1864, anno che convenzionalmente ne segna la fine. Dunque, chi meglio di lui poteva raccontare, arricchendola di espedienti narrativi, l’epopea caucasica della Russia? Tuttavia la sua opera fu in qualche modo l’espressione più tardiva di quello che si potrebbe definire l’“orientalismo russo”, ed anche quella meno incline alla fascinazione immaginifica per l’Oriente che si ritrova, invece, in altri interpreti del calibro di Puškin e Lermontov. Tolstoj, di fatto, racconta la guerra caucasica per quello che sostanzialmente è stata: una guerra sì di espansione (talvolta brutale, a differenza dell’estensione imperiale verso la Siberia) ma con caratteristiche precipuamente russe. E quali sono queste caratteristiche?
Daniele Perra, nella sua opera Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov (edita dalla storica casa editrice parmense Edizioni all’insegna del Veltro, che ha in catalogo diversi testi sull’“altra Europa”), cerca di dare una risposta a questa domanda, partendo dall’affermazione dello storico Andreas Kappeler secondo cui “la trasposizione semplicistica dei concetti di imperialismo e colonialismonella realtà russa, diffusa soprattutto nella ricerca americana, finisce per occultare molto più di quanto spieghi”. Facendo nostro per un attimo il pensiero di uno dei padri della “scienza” geopolitica, Friedrich Ratzel, si potrebbe addirittura affermare che, avendo seguito una direttrice lineare nello spazio e nel tempo, l’utilizzo della categoria “colonialismo” in rapporto all’espansione russa sia del tutto fuorviante. Questa, in realtà, fu una storia di incontro, scontro, assimilazione, convivenza, vantaggio ed arricchimento reciproco (soprattutto culturale) che ha plasmato in modo determinante l’autocoscienza del gigante eurasiatico, a prescindere dalle pulsioni nazionalistiche (in molti casi eterodirette) che l’hanno ciclicamente minacciato (non esclusa l’esperienza dell’Imamato di Šamil, che, come fa notare Perra, ebbe la sua buona dose di sostegno da parte turca, francese e britannica). Eppure, c’è chi ancora oggi parla di “de-colonization of Russia”, sostenendo la necessità di smantellarla territorialmente per renderla innocua sia sul piano demografico che su quello economico e militare.
Ad onor del vero, parte di questo piano è stato portato a compimento con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, che, come osserva lo stesso Perra, fu “l’erede geopolitica” dell’Impero zarista. A tale proposito, l’ormai veterano della rivista di studi geopolitici “Eurasia” fa notare che, con il crollo del colosso socialista (provocato da spinte sia interne che esterne), la Russia “si ritrovò privata di circa 5,3 milioni di chilometri quadrati di territorio, una superficie superiore a quella dell’intera Unione Europea odierna (4,3 milioni di chilometri quadrati) o dell’India (2,3 milioni di chilometri quadrati). A ciò si aggiunga il fatto che si vide totalmente tagliata fuori da diverse aree di primaria importanza strategica (nel Baltico, nel Caucaso ed in Asia Centrale) e sulle quali con grande difficoltà poteva ristabilire una certa influenza”. Parte della strategia dell’arco di crisi di Brzezinski e soci consisteva proprio nella destabilizzazione dei confini russi, in primo luogo nella fascia meridionale. Prosegue inoltre l’autore: “con la disintegrazione dell’URSS, i diversi anelli che formavano il complesso energetico integrato sovietico finirono per trovarsi al di fuori dei confini della Russia. Mosca, sul finire degli anni ’90, era in una posizione in cui, da un lato, doveva affrontare la crescente concorrenza di ex Repubbliche sovietiche come Turkmenistan, Azerbaigian e Kazakistan (capaci di aumentare in breve tempo la produzioni di idrocarburi grazie a massicci investimenti occidentali) e, dall’altro, doveva affrontare altri Paesi di nuova indipendenza come Ucraina, Bielorussia e Moldavia tutti fortemente indebitati con la Russia per il mancato pagamento di approvvigionamenti energetici”.
È in un tale contesto che si inserisce il conflitto ceceno, che viene esaminato nella seconda parte di questo lavoro (la prima è dedicata più in generale alla storia del Caucaso). Ed è in Cecenia che, nonostante gli errori ed orrori di una “guerra sporca” (e fratricida) ben raccontata dall’autore di Obiettivo Ucraina (Anteo Edizioni 2022), rinasce una Russia capace di opporsi a quello che Perra definisce come un processo di “occidentalizzazione dello spazio” o di “desacralizzazione dello spazio”. Si ha infatti a che fare con un mero consumo di territorio, cultura e vita, che nello specifico caso caucasico è rappresentato dalla perniciosa penetrazione del wahhabismo (“l’Islam americano”), la quale, minando i fondamenti tradizionali dei popoli della regione, ha suscitato l’opposizione anche di molti esponenti del separatismo ceceno della prima ora. In Cecenia, dunque, rinasce la Russia, la quale, mantenendo la sua presenza nel Caucaso ed evitando la parcellizzazione etnico-settaria, attraverso la Cecenia ha saputo ritagliarsi uno spazio di rilievo nel mondo musulmano, del quale essa stessa fa parte.
Il libro di Daniele Perra, approfondendo anche tradizione e aspetti peculiari dell’Islam caucasico, presenta nel dettaglio la storia e la geopolitica di una regione che rimane centrale per comprendere la complessità e le sfumature dell’odierna “guerra mondiale a pezzi”. Di conseguenza, la sua lettura è assolutamente consigliata.
Daniele Perra, Il Caucaso dall’Imam Šamil a Ramzan Kadyrov, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2024, pp. 192, € 24,00.